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Adalberto Piovano
Il ruolo del monachesimo nella storia del popolo e della
chiesa russa

La “diakonia” nello spirito: lo “starcestvo”: La paternità spirituale nel monachesimo russo
Così un monaco del
IV secolo, vissuto in Egitto, Ammonio, descrive il profondo significato della
solitudine dei monaci e il loro rapporto con il mondo:
Essi vissero in un grande silenzio e per questo ricevettero potenza da Dio, così che Egli abitava in essi; e soltanto allora Dio li mandò tra gli uomini, quando ebbero acquistate tutte le virtù, perché fossero gli ambasciatori di Lui, e guarissero le malattie. Erano medici delle anime, ed avevano il potere di guarire le loro infermità. Per questa ragione, strappati al loro silenzio, essi vengono mandati agli uomini: ma solo allora vengono mandati, quando le loro proprie infermità sono già guarite.(1)
Queste parole illustrano molto bene
la figura dello starec russo: attraverso un continuo cammino interiore di ascesi
e di silenzio, questo monaco diventa “ambasciatore di Dio” e “medico delle
anime”. La parola russa starec indica letteralmente “anziano, vecchio”.
Ma nel contesto monastico assume una caratteristica ben precisa: lo starec
è quel monaco che ha raggiunto una “maturità” spirituale sperimentata nell’arte
ascetica e nella preghiera, capace di guidare altri nella vita che conduce alla
pace di Cristo. La tradizione dello starec russo trova le sue più profonde
radici nella figura del pater pneumatikos del monachesimo del deserto (l’
“abba” degli apoftegmatha Patrum), arricchita dall’esperienza del
monachesimo cenobita (soprattutto Teodoro Studita) e dalla spiritualità
dell’esicasmo. Dunque lo starec esercita quella dimensione della vita monastica
che è la “paternità spirituale”. Egli è “padre”: la sua separazione da tutto lo
rende di tutti e riceve un carisma di diventare per gli altri un padre, come il
Padre celeste; ma è padre “spirituale”: la sua vita interiore intensa, vissuta
in una ascesi evangelica e in una dimensione orante, lo riempie dei doni dello
Spirito santo. Nello starec russo sono presenti tutti gli aspetti della
tradizionale paternità spirituale: capacità di ascolto e di discernimento degli
spiriti, dono della prescienza profetica, sentimento di responsabilità davanti a
Dio per i suoi figli spirituali, discrezione. Ma forse il tratto dominante nello
starec russo è la compassione, la dolcezza, la tenerezza che rese simile questo
monaco al Cristo che soffre per gli altri.
In un monastero lo starec non
esercita nessuna funzione di carattere gerarchico, se non quello di guida e di
consigliere spirituale di colui che è agli inizi nell’esperienza monastica.
Tuttavia questo ministero non rimane chiuso entro le mura del monastero; lo
starec diventa guida di tutti coloro che cercano Dio. È forse una delle
caratteristiche più specifiche dello starcestvo russo: questi monaci non
furono separati dal mondo, dai suoi dolori, dalle sue necessità; le porte delle
loro celle furono sempre aperte a tutti coloro che nel dubbio, nella sofferenza,
nel loro cammino spirituale, chiedevano aiuto. Uomini e donne di ogni ceto
sociale, contadini o intellettuali, ricchi o poveri, trovavano in questi monaci
la luce non solo per la loro vita spirituale, ma anche per i problemi e gli
impegni quotidiani.
Il ruolo del padre spirituale
esisteva già nel monachesimo russo antico e nelle figure dei grandi monaci del
secoli XI-XIV ritroviamo tutti quei tratti che caratterizzano gli starcy
del XVIII-XIX secolo: tuttavia tale ruolo viene descritto soprattutto in
rapporto all’esperienza monastica. Così l’esortazione che Teodosio di Kiev fa ai
suoi monaci spiega esattamente la funzione dello starec in una comunità.
I giovani serbino l’amore verso tutti e la sottomissione e l’ubbidienza verso gli anziani che, a confronto dei giovani, rappresentano l’amore e la dottrina, e danno loro esempio con la propria temperanza, oculatezza, laboriosità e umiltà; così occorre istruire i giovani e consolarli.(2)
Teodosio aveva cura non solo dei monaci, ma anche delle anime dei laici, le salvava, salvando soprattutto quelle dei suoi figli spirituali, consolando e guidando coloro che venivano da lui.(3)
E la Cronaca di Nestore ci
descrive in pochi, ma significativi tratti, il rapporto spirituale tra Teodosio
e una coppia di laici, Jan e Maria:
Teodosio li amava poiché vivevano nei comandamenti del Signore e nutrivano un amore reciproco. Un giorno si recò da loro e li ammaestrò sulla misericordia che bisogna avere verso colui che è povero, sul Regno dei cieli che accoglie il giusto, sulle sofferenze del peccatore e anche sull’ora della morte.(4)
In una istruzione a un monaco,
Cirillo, vescovo di Turov (secolo XII), presenta una sintesi del significato di
uno starec nella comunità monastica:
Fatto monaco, procura di trovare un uomo virtuoso che abbia il vero spirito di Cristo, la cui vita testimoni la sua umiltà e sia tutta disposta nell’amor di Dio. Egli dovrà rifulgere per la sua obbedienza all’abate e la sua dolcezza verso i fratelli; dovrà infine penetrare le Scritture e saper guidare a Dio coloro che si incamminano sulla strada del cielo. Ad un uomo simile, abbandonati, rinnegando la tua volontà.(5)
Certamente un impulso nuovo alla
figura dello starec si ebbe con Nil Sorskij, il “grande starec” come fu
comunemente chiamato. La sua concezione monastica, lo stile di vita proposto,,
l’insistenza sul cammino interiore esigevano la presenza discreta di una tale
guida spirituale. D’altra parte, per Nil Sorskij, il monaco, rinunciando ad ogni
possesso, acquista una funzione più marcatamente spirituale all’interno della
chiesa e della società. Citando Isacco il Siro, Nil scrive:
Il distacco è qualcosa di più grande di questi doni. L’elemosina del monaco, d’altra parte, è aiutare il suo fratello con una parola nel momento in cui egli ne ha bisogno e di consolare la sua pena con un discorso spirituale (...) e se un pellegrino viene, offriamogli riposo, per quanto è possibile, e, se ce lo chiede, anche del pane, con una benedizione e lasciamolo partire.(6)
A Nil Sorskij si rifarà la rinascita
spirituale del secolo XVIII e nell’ultimo quarto di questo secolo lo
starcestvo troverà, nella persona dello starec Paisij Velickovskij, uno dei
suoi rappresentanti più notevoli, cui spetta il merito di aver dato un nuovo
orientamento, restituendo allo starec la missione di guida spirituale di monaci
e laici. La ricerca ansiosa di un padre spirituale che caratterizzò la
giovinezza di Paisij, soprattutto all’Athos, fu decisiva per la sua evoluzione
spirituale. Inoltre la figura dello starec fu rivalorizzata nei monasteri
riformati da Paisij (soprattutto in Moldavia) all’interno della vita
comunitaria.
Discepoli diretti di Paisij
Velickovskij e altri monaci che si ispiravano a questo rinnovamento spirituale
fecero rifiorire lo starcestvo in molti monasteri della Russia. Un
discepolo di Paisij, Feofan (+1819), giunse all’inizio del XIX secolo nel
monastero di Optino (governatorato di Kaluga); la costruzione di una “skit” nei
pressi del monastero diede nuovo impulso spirituale, favorito anche dalla
presenza dei due fratelli Moisej e Antonij Putilov (morti rispettivamente nel
1862 e nel 1865), provenienti dal gruppo di eremiti che vivevano nelle foreste
di Roslavl’. A Optino, per tutto il secolo XIX, abbiamo la presenza di una vera
“scuola” di starcy che con Serafino di Sarov rappresenteranno la autentica
rifioritura di questo movimento spirituale.(7) Lasciando da parte Serafino di
Sarov, in genere molto conosciuto anche in occidente, ci soffermiamo brevemente
sui tre starcy di Optino, cercando di delineare, con poche pennellate, i tratti
caratteristici. Con lo starec Leonid (Nagolkin, 1768-1841) inizia la tradizione
dello starcestvo nell’eremo di Optino. Leonid è lo starec degli umili,
che cercano nelle sue parole, impregnate di testi della scrittura e dei padri,
un sollievo alle loro sofferenze fisiche e morali.
La sua presenza comunicava a tutti coloro che lo vedevano un sentimento di tranquillità, di pace, di gioia interiore. La sua rettitudine di spirito non soffriva forme di enfasi, le parole untuose della pietà convenzionale. Si esprimeva con un linguaggio popolare colorito, sempre con una tinta di humor.(8)
Queste parole dello starec Leonid
rivelano il suo volto interiore:
Se tu avessi il cuore semplice come quello degli apostoli non ti preoccuperesti di nascondere le tue povertà e apparire molto pio ed eviteresti così l’ipocrisia. Questa via, a prima vista così facile, non tutti la seguono e non tutti la capiscono, eppure è il cammino più breve verso la salvezza e l’atteggiamento che più ci propizia la grazia divina. La rettitudine dell’anima, che non gioca d’astuzia e non avanza pretese, piace a Cristo, Egli stesso umile di cuore. Se non diventerai simile ai bambini non entrerai nel Regno di Dio.(9)
Tratti diversi caratterizzano la
figura di Makarij (Ivanov 1788-1860), successore dello starec Leonid.
Contemplativo ed erudito, aperse l’eremo di Optino a letterati e studiosi:
diffuse gli scritti di Pajsij Velickovskij e iniziò l’edizione di testi
patristici. Fu questo starec che introdusse alla teologia mistica di stampo
patristico il filosofo I. Kireevskij. Uno dei tratti del suo carattere era
l’umiltà e, nonostante la sua educazione da intellettuale, non era meno vicino
alla gente semplice di quanto lo fosse lo starec Leonid. Di tutti e due, I.
Briancaninov ci dà questa testimonianza:
Questi due starcy erano come imbevuti di scritti patristici sulla vita monastica. Vi facevano continui riferimenti sia per se stessi che per quanti erano chiamati a guidare (…). Non si sono mai attribuiti il merito dei loro insegnamenti; li illustravano sempre con qualche passo della sacra scrittura e dei padri della chiesa. Proprio questo conferiva alla loro parola una forza e un vigore particolare.(10)
Certamente il più noto di questi
starcy d’Optino fu Amvrosij (Grenkov, 1812-1891). Attento alla persona e ad ogni
sua attività, possedeva il dono straordinario di comprendere immediatamente lo
stato d’animo del suo interlocutore e trovare la “parola di salvezza” adatta
alla sua anima.
Più avanzava negli anni e più il suo viso assumeva un’espressione benevola e gioiosa. Per raffigurarlo è indispensabile ricordare quel suo compassionevole sorriso che sollevava e riscaldava il cuore, quel suo sguardo dolce che prometteva sempre qualcosa di buono e nel quale una fiamma guizzante testimoniava una pienezza di vita. Egli ascoltava sempre con attenzione il suo interlocutore e questi sentiva che in quel momento lo starec viveva con lui e gli era anche più vicino di quanto lui non fosse a se stesso.(11)
Compassione, capacità di cogliere
l’altro in situazione, gioia spirituale: ecco il mistero di questo starec.
Io desidero – scrive lo starec – donare ad ogni uomo la gioia benedetta di Dio, aiutare ciascuno, qualunque siano le circostanze della sua vita.(12)
Lo starec guida di monaci e laici
Come veniva esercitato lo starcestvo? Nella tradizione orientale, la
funzione dello starec, del pater pneumatikos, è in rapporto anzitutto con
coloro che vivono l’esperienza monastica, con coloro che sono agli inizi del
loro cammino ascetico e spirituale. Egli si assume, con responsabilità, il
delicato compito di esercitare ed educare l’anima e la volontà del novizio ai
diversi aspetti della vita monastica: ordina i suoi esercizi ascetici, modera lo
zelo intempestivo del novizio, esercita un discernimento spirituale, lo
introduce gradualmente alla preghiere contemplativa. Tale rapporto esige da
parte del discepolo un’apertura d’animo e una totale obbedienza. Questa
relazione tra starec e discepolo è basata sull’esperienza: è un rapporto vitale
che si manifesta attraverso consigli, insegnamenti, esortazioni. Per questo
motivo, gli starcy russi (come anche i “padri del deserto”) non ci hanno
lasciato trattati o lunghi scritti spirituali: solo la memoria di coloro che li
hanno conosciuti, di coloro che sono stati guidati spiritualmente da loro, ci ha
tramandato fatti, esperienze, “detti”. Alcuni starcy hanno esercitato il loro
“ministero” attraverso la corrispondenza, come Macario e Amvrosij d’Optino, e
soprattutto Teofane il Recluso.
Riporteremo alcuni testi che ci aiutano a comprendere il significato e il ruolo
dello starec all’interno della comunità monastica. Dal monastero di Obnora,
fondato dal discepolo di Sergio, Pavel (verso il 1381), ci è giunto un trattato
del XV secolo sulla disciplina monastica, un Insegnamento sulla vita
monastica, rivolto da uno starec al suo discepolo. Citiamo alcuni passi più
significativi:
L’abate fa venire uno starec stimato, pronuncia la benedizione e gli confida il fratello appena consacrato, raccomandandogli di guidarlo. ‘Fratello, prenditi cura di lui come se tu ricevessi il Vangelo di Cristo, per presentarlo un giorno, come ostia immacolata, al Padre celeste’. Poi dice al discepolo: ‘Figlio mio, rispetta lo starec come tuo padre e tuo maestro, siigli sottomesso e servilo come se fosse Cristo in persona. Affidati a lui e recidi la tua propria volontà con la spada della Parola di Dio (…)’. D’altra parte lo starec deve assicurare l’educazione del discepolo: dopo aver cambiato i suoi abiti e il suo nome, il discepolo deve trasformare anche la propria vita. Lo starec dovrà aiutarlo a rinunciare alle abitudini del mondo, alle preoccupazioni, per vivere come un monaco; dovrà insegnargli ad abbandonarsi a Dio e a non rivolgere i suoi pensieri che all’Unico, a Dio; a sottomettere la sua volontà allo starec e servirlo nell’obbedienza come si serve a Cristo stesso.(13)
L’Istruzione sul padre spirituale
di Nazario di Valaamo, starec del monastero di Sarov dal 1804 alla morte (1809),
ci illustra bene le caratteristiche del rapporto tra starec e discepolo e come
avveniva quotidianamente questa direzione spirituale:
Dopo il pasto serale, sei obbligato a recarti dal tuo padre spirituale. Consideralo come Cristo stesso: cadi in ginocchio, aprigli lo stato della tua anima, quale fu nel giorno che è trascorso. Esaminati in tutto ciò che hai fatto, e che cosa hai pensato di male (…). Sforzati di notare e scoprire i più sottili pensieri che oscurano la purezza della tua coscienza; se li ricordi con difficoltà, scrivi su un foglio di carta ciò che devi confessare. Dopo una confessione dettagliata e sincera, dopo aver ottenuto l’assoluzione e il perdono come da Dio stesso, e dopo aver baciato l’icona e la croce, prosternati sino a terra davanti al tuo padre spirituale e ritorna in camera tua in silenzio (…). Sii affezionato al tuo padre spirituale, e al tuo direttore di coscienza, cui devi confessare le tue azioni e i tuoi pensieri; riponi in loro una fiducia incrollabile e una venerazione tale che tu non li giudichi in niente e non ti turbi se altri li denigrano e li condannano. Se ti è sembrato che uno di loro si sia reso colpevole, non agitarti, non diminuire la tua fede in lui; rimprovera, quando è il caso, te stesso, e non lui. Dì nel tuo cuore questo: “Peccatore qual sono osservo il mio padre spirituale e lo giudico secondo la mia coscienza impura; ecco perché scopro difetti in lui”. In questo modo accusa te stesso, prega per lui presso il Signore senza interruzione, per la sua emendazione, se ha veramente commesso qualche mancanza.(14)
Abbiamo già fatto notare che il ruolo
dello starec non rimaneva chiuso all’interno del monastero; gli starcy russi,
soprattutto nel secolo XIX, hanno esercitato un forte influsso sui laici,
diventando la guida spirituale, il “cuore” di tutti coloro che si rivolgevano a
loro. Al di là della stretta cerchia dei figli spirituali, gli starcy russi
“aprono largamente la porte a folle di sconosciuti, pellegrini venuti da tutti
gli angoli dell’immensa Russia, portando le loro preoccupazioni, le pene più
nascoste, che vengono a cercare un consiglio o una consolazione, la liberazione
da una pesante oppressione dello spirito”.(15) “Acquista la pace interiore –
dice Serafino di Sarov – e migliaia intorno a te troveranno salvezza”.(16)
Questa testimonianza di I. Kiereevskij esprime bene ciò che significava per un
fedele russo la figura dello starec. Scrivendo all’amico A. Kochelev, dice:
Tutti i libri, tutte le opere dello spirito non valgono ai miei occhi l’esempio di un santo starec ortodosso in cui possa trovare buona guida, che possa rendere partecipe di ogni mio pensiero e la cui bocca non esprima questa o quella opinione personale più o meno valida, ma il giudizio stesso dei santi Padri. Grazie a Dio, starcy di questo tipo esistono ancora nella nostra Russia.(17)
Certamente questo rapporto tra lo
starec e i fedeli non mancava di creare tensioni con il clero secolare e con la
gerarchia. L’influenza di questi monaci suscitava gelosie, incomprensioni: gli
starcy d’Optino furono sempre in conflitto con i vescovi locali. Ad un prete che
si lamentava con lo starec Leonid, quest’ultimo rispose:
So che questo è il compito vostro. Ma ditemi, come confessate voi le persone? Fate loro due o tre domande, ed ecco tutto. Voi avreste dovuto entrare nella loro situazione, vedere un poco ciò che turbava la loro anima, dar loro un buon consiglio, alleviarli dalle loro pene. Lo fate questo? Certamente non avete il tempo per occuparvi di tutto questo se non ci fossimo noi monaci, dove andrebbero con le loro difficoltà?(18)
Alcuni tratti dello starec russo
Per comprendere il vero significato che la figura dello starec riveste per il
popolo russo, bisognerebbe seguire questi monaci passo a passo nei loro colloqui
con la gente, nella loro giornata, negli innumerevoli fatti e testimonianze
concrete di coloro che li hanno avvicinati, nelle loro lettere. Ma ciò è
impossibile. Ci limiteremo a mettere in rilievo alcuni aspetti del loro
carattere e della loro “diakonia”. Ecco, ad esempio, la giornata dello starec
Macario di Optino:
Lo starec riceveva gli uomini nella sua cella in qualsiasi momento, dal mattino di buon’ora fino alla sera quando si chiudevano le porte; con le donne si intratteneva fuori dei cancelli oppure in un locale attiguo a questi. Dopo i pasti e una mezz’ora di riposo su di un lettuccio, si recava alla foresteria e sul cammino incontrava una moltitudine di gente venuta a lui con il peso dei suoi peccati, dolori, perplessità (…). Per tutto ciò che riguarda il comportamento esteriore padre Macario manteneva un giusto equilibrio, e in refettorio mangiava di tutto, ma poco; alla sera non era quasi mai presente al pasto comune e prendeva un po’ di cibo in cella. Lo starec si alzava alle due del mattino per la recita di un lungo ufficio, alle sette incominciava a ricevere, interrompeva per il pasto e poi riprendeva. Scriveva molte lettere e si occupava della pubblicazione di libri. Alla sera assisteva a una breve funzione, poi riceveva i monaci per lo “starcestvo”; dopo la cena assisteva ad un’altra funzione. Praticava la preghiera continua.(19)
Qual è il significato profondo della
paternità spirituale di questi monaci? Con quali tratti si manifestava? Quali
sono le qualità che maggiormente emergono nella personalità, nel carattere,
nella vita spirituale degli starcy russi? Anzitutto la paternità spirituale
degli starcy appare come una “diakonia” nella carità. La misericordia e la
compassione, unite alla pazienza, alla mitezza, all’umiltà sono i tratti
essenziali che emergono dal modo con cui questi monaci accostano la gente, con
cui la guidano. Le testimonianze che ci presentano la figura dello starec
Amvrosij di Optino formano un mosaico di gesti, di parole, di fatti, in l’unico
criterio è la carità, la compassione.
Non c’erano per lui piccole cose senza interesse; tutto ciò che preoccupava il suo interlocutore diventava l’oggetto unico della sua attenzione (…). Egli possedeva la capacità di amare senza limiti ogni persona che si trovava alla sua presenza, dimenticando se stesso. Questa incessante dimenticanza di se stessi di fronte al prossimo costituiva la via scelta dallo starec Ambrogio. Diceva: “Durante tutta la mia vita non ho fatto che coprire il tetto degli altri, mentre il mio è rimasto bucato” (…). Nessun difetto umano, nessun peccato poteva far ostacolo all’amore dello starec Ambrogio: prima di giudicare, compativa ed amava (…). Cercava prima di alleviare le persone nelle loro pene, poi li guidava sulla via della giustizia.(20)
In queste parole dello starec
Ambrogio possiamo comprendere come egli abbia fatto della sua vita una continua
oblazione di carità: ammalato, continuamente assediato dalla gente, scrive in
una lettera:
Così io parlo con coloro il cui proposito è sincero, come con coloro che non sono sinceri. Nessuno ha scritto sulla fronte ciò che è e così bisogna parlare, e non vogliono capire che io non ho il tempo per tutti. Inoltre questo mi crea sofferenza, a causa della mia debolezza e della fatica (…). Non riceverli è impossibile, ma riceverli tutti è ugualmente impossibile; e le forze mi mancano.(21)
La misericordia è un tratto tipico
anche di Tichon di Zadonsk: soprattutto essa si manifestava nel contatto con la
gente semplice, i poveri. Tichon, nato da una povera famiglia di contadini,
parlava volentieri delle necessità di questa gente povera, e nessuno di coloro
che andavano da lui lo lasciava senza aver ricevuto un consiglio, una parola di
conforto e, se era necessario, un’elemosina:
I vecchi contadini – scrive un testimone oculare – desideravano visitarlo. Egli li faceva sedere accanto a sé e parlava loro con gentile amicizia, conversando sulla vita del paese, ed essi, avendo ricevuto quello di cui avevano bisogno, se ne partivano pieni di gioia (…). Oso dire che egli era come Giobbe, l’occhio del cieco, il piede dello storpio. La sua porta era sempre aperta ai mendicanti che trovavano cibo, bevanda e riposo sotto il suo tetto.(22)
E lo stesso si potrebbe dire per
Serafino di Sarov. Dopo i lunghi anni trascorsi nel silenzio e nella solitudine,
questa fiaccola ardente non può restare nascosta; immerso completamente in Dio,
da Dio ritorna agli uomini. Nel suo ministero di starec Serafino consola,
guarisce, guarda ciascuno con occhi purificati, opera il discernimento dei loro
spiriti, ascolta a lungo confessioni di uomini e donne pieni di vergogna per i
loro peccati.
Dobbiamo trattare il prossimo con dolcezza – dice Serafino nei suoi insegnamenti spirituali – stando attenti a non offenderlo in alcun modo. Ad una persona smarrita e turbata, dobbiamo ridare coraggio con una parola affettuosa. “Getta il mantello sul peccatore in modo da ricoprirlo”, consiglia Isacco il Siro. Quando avviciniamo qualcuno, dobbiamo essere puri in parole e in spirito, uguali verso tutti, senza mai adulare nessuno; altrimenti la nostra vita sarà inutile.(23)
Vi è un secondo aspetto del ministero
degli starcy, ed è quello che meglio delinea il loro ruolo: esso si presenta
come una “diakonia” dello Spirito. È un servizio non esteriore, che mira a
cambiare strutture, situazioni, contraddizioni; ma interiore, spirituale,
rivolto al cuore dell’uomo. In una lettera, lo starec Amvrosij scrive:
Ai nostri giorni tutti desiderano
il bene – almeno a parole – tutti vogliono operare per il bene del prossimo, ma
nessuno si preoccupa di liberarsi dapprima del suo proprio male, per poi
preoccuparsi della salvezza del proprio prossimo. La giovane generazione, con il
suo programma ben pianificato a beneficio dell’umanità, è simile al collegiale
che, prima ancora di aver finito gli studi, sogna già di diventare professore e
rettore di università. Inversamente, si può cadere nell’altro estremo dicendo:
“Poiché non possiamo far progredire tutta l’umanità, è inutile fare qualunque
cosa”. Il cristiano deve operare per gli altri secondo le sue possibilità e la
sua situazione, ma lo faccia a tempo dovuto, secondo l’ordine che ho indicato.
Infine, dobbiamo attribuire la riuscita di tutto ciò che facciamo a Dio e alla
sua santa volontà.(24)
Per guidare gli uomini in questo
cammino interiore, nella vita “secondo lo spirito”, è necessaria una conoscenza
profonda degli altri, la conoscenza del loro cuore (“kardiognosia”). Questo dono
di “comunicare con l’altro” si manifesta, negli starcy russi, attraverso il
discernimento (diakrisis) e il dono della chiaroveggenza (diorasis)
che penetra i pensieri segreti degli uomini, il loro passato, la loro condizione
sociale, la loro vita spirituale precedente, senza che essi ne parlino. Questa
capacità di leggere nel cuore degli uomini è un tratto caratteristico dello
starec Amvrosij: ciò che soprattutto colpiva in lui era il dono straordinario di
comprendere immediatamente lo stato d’animo del suo interlocutore.
Lo starec – ci racconta un testimone – mi ha detto ciò che avevo dimenticato, che non ero riuscito ad esprimere, che non avevo compreso. Tutta la mia vita, la mia anima, si trovava aperta davanti a lui, come un libro aperto. Conosceva tutto di me meglio di me stesso.(25)
Grazie a questo dono, a questa
intuizione degli stati spirituali, lo starec sa dire a ognuno ciò di cui ha
bisogno per la sua anima, e illuminare tutte le situazioni della vita umana. È
il discernimento spirituale che lo starec opera sul discepolo: sa dosare i passi
della sua vita interiore, metterlo in guardia contro lo zelo intempestivo
(soprattutto nella preghiera), discernere la sua vocazione spirituale. Conoscere
il cuore degli uomini e discernere il loro cammino spirituale sono
essenzialmente un dono dello Spirito, un frutto gratuito della “conoscenza delle
cose di Dio” (“theologia”):
La scienza di Cristo non ha bisogno di un’anima dialettica ma di un’anima che “vede”; si può possedere il sapere dovuto allo studio, anche senza essere puri; la contemplazione appartiene solo a coloro che sono puri.(26)
Questo testo di un autore del secolo
IV, Evagrio, ci permette di cogliere la fonte di cui gli starcy traggono quella
“scienza delle cose di Dio” e quella conoscenza del cuore dell’uomo: è il loro
stesso cammino di purificazione interiore, illuminato dalla grazia dello
Spirito, arricchito dalla parola di Dio e dei padri, reso vero dalla loro
propria esperienza di preghiera, di ascesi, di lotta interiore. Ecco una breve
descrizione dello starcestvo di Leonid di Optino:
I consigli dello starec erano tenuti in gran conto, perché egli insegnava agli altri solo ciò che aveva messo in pratica per tutta la sua vita, e tutto ciò che insegnava aveva sempre un fondamento o nella parola della Sacra Scrittura, o nella tradizione; e sebbene egli avesse una vita interiore spirituale intensa e molto elevata, preferiva celarla agli altri dietro un linguaggio molto semplice.(27)
Paisij Velickovskij così si rivolge a
un giovane monaco moldavo, Bessarione, che come lui non era riuscito a trovare
una guida spirituale:
Fratello tu mi costringi a dirti cose penose. Anch’io ho fatto la stessa esperienza (…). È difficile guidare qualcuno su vie che personalmente si ignorano. Soltanto chi ha sostenuto in se stesso una lunga lotta contro le passioni, ha domato con l’aiuto di Cristo la concupiscenza carnale, la collera, la vanità e l’avarizia e ha guarito la propria anima con l’umiltà e la preghiera può indicare al suo discepolo realmente, senza inganno, tutti i comandamenti e le virtù di Cristo, soprattutto in questi tempi. Quindi non abbiamo che una sola via di uscita: studiare giorno e notte la sacra scrittura e le opere dei Padri e, chiedendo consiglio ai fratelli che la pensano come noi e ai padri più anziani, imparare a mettere in pratica i comandamenti di Dio e a imitare gli asceti di un tempo. Solo così, con la grazia di Dio, riusciremo a conseguire la salvezza in questa nostra epoca.(28)
Ecco, in breve, il programma per
formare un padre spirituale: Parola di Dio e Padri, esperienza personale,
purificazione interiore, consiglio dei fratelli. Concludiamo questo schizzo
sulla figura dello starec nel monachesimo russo con due testi che ci rivelano i
tratti essenziali di questi monaci: la gioia spirituale e la carità. Ecco come
viene descritto lo starec Macario di Optino:
Il suo viso era infuocato e luminoso come quello di un angelo di Dio. Il suo sguardo era dolce, la sua parola umile e senza pretese. Ma il suo spirito era costantemente unito a Dio attraverso una preghiera interiore incessante e grazie a questa preghiera interiore senza posa, il suo viso risplendeva di gioia spirituale e irradiava di amore per il prossimo (…). Talvolta lo starec entrava in uno stato di allegrezza spirituale, soprattutto quando meditava sulle vie ineffabili della provvidenza di Dio (…) e alle volta usciva dalla sua cella e passeggiava tra le aiuole del giardino; passava da un fiore all’altro senza parlare, tuffato nell’ammirazione della grandezza del Creatore.(29)
Una esortazione di Serafino di Sarov
al superiore di un monastero descrive in modo mirabile la funzione e gli aspetti
fondamentali dello starcestvo di Serafino e focalizza, nei tratti della
dolcezza e della misericordia, la nota illuminante di tutto lo starcestvo
russo:
Sii una madre per i tuoi monaci, piuttosto che un padre (…). Una madre che ama non vive per se stessa, ma per i suoi figli (…). Deve essere indulgente verso le loro debolezze, sopporti con amore le loro malattie, fasci i mali dei peccatori con le bende della misericordia, rialzi con dolcezza quelli che cadono, purifichi nella pace quelli che si sono macchiati di qualche vizio ed imponga loro una razione supplementare di preghiera e di digiuno, li ricopra di virtù attraverso o insegnamento o esempio, li segua costantemente e protegga la loro pace interiore in modo da non dovere mai sentire da parte loro il minimo rimprovero.(30)
Conclusione
La misericordia e la compassione, la dolcezza, l’umiltà, l’amore al silenzio, la preghiera, la sequela del Cristo sofferente, la gioia dello Spirito e la presenza del Regno di Dio nel cuore dell’uomo, tutte queste dimensioni dell’esperienza monastica russa diventano appello ad approfondire la vocazione monastica al di là delle forme che essa può rivestire, fino alle sue radici ontologiche e alla sua essenza mistica. È questa, forse, una delle vie più sorprendenti che il monachesimo russo, nella sua espressione più spirituale, può indicare all’uomo moderno: è il cammino del “monachesimo del cuore”, aperto a tutti gli uomini e vissuto nel mondo.(1)
La condizione di
monaco o laico viene superata da colui che ha scoperto l’essenziale
dell’esperienza monastica: la rivelazione al mondo del volto di Cristo, in una
testimonianza del Regno dei cieli. Così Serafino fa comprendere questo mistero
al suo discepolo:
Quanto alle nostre condizioni diverse di monaco e di laico, non preoccuparti. Dio cerca anzitutto un cuore pieno di fede in lui e nel suo Figlio Unigenito, ed è in risposta a questa fede che manda dall’alto la grazia dello Spirito santo. Il Signore ricerca un cuore ricolmo d’amore per lui e per il prossimo: è questo il trono sul quale ama sedersi e manifestarsi nella pienezza della sua gloria (…). Il Signore ascolta sia un monaco che un laico, un semplice cristiano: a condizione che essi amino Dio nel profondo del cuore e abbiano una fede autentica, una “fede come un granellino di senape”.(2)
E la storia della
spiritualità russa ci dona un esempio di questa santità allo stesso tempo
monastica e laica. È la figura di Juliana Lazarevskaja (secolo XVI-XVII), che ha
raggiunto la pienezza della vita cristiana nelle condizioni ordinarie di una
madre di famiglia, in un ambiente dove regnava la violenza individuale e
sociale. Questa donna visse, nel profondo del suo cuore, l’esperienza monastica.
Rinunciò a realizzare concretamente questo ideale per amore del marito e dei
suoi sette figli. Così riporta la testimonianza oculare di un figlio:
Il marito la supplicò di non abbandonarlo: egli diventava vecchio e i bambini erano ancora piccoli. Per convincerla gli lesse un passo dagli scritti dei “Santi Padri”: “L’abito nero (monastico) non ci salva se non viviamo secondo la regola monastica. E l’abito bianco (del secolare) non ci conduce alla rovina, se facciamo ciò che piace a Dio”. Juliana allora rispose semplicemente: “Sia fatta la volontà di Dio”, e decise di restare con i suoi.(3)
Juliana morì
confessando che il suo desiderio sarebbe stato di vivere la “vita angelica”
(monastica), ma che Dio, senza dubbio,non l’aveva giudicata degna a causa dei
suoi peccati. Come Juliana Lazarevskaja, molti altri laici continuano a
realizzare, in modo nascosto agli occhi del mondo, ciò che Tichon di Zadonsk
definisce “monachesimo interiorizzato”. Infatti, scrivendo alle autorità
ecclesiastiche, Tichon dice:
Non siate preoccupate di moltiplicare i monaci. L’abito nero non concede automaticamente la salvezza. Colui che porta l’abito bianco e che possiede lo spirito di obbedienza, di umiltà e di purezza, questi è un vero monaco che vive il monachesimo interiorizzato.(4)
Vogliamo chiudere
questa presentazione del monachesimo russo con un testo di Dostoevskij: esso ci
aiuta a comprendere il significato profondo del monachesimo per il popolo russo.
È un aspetto che supera qualsiasi influsso culturale o sociale. Esso tocca il
cuore dell’uomo, poiché furono gli starcy ad abituare il popolo russo a
staccarsi dal ritualismo e formalismo per vivere una vita interiore e cercare
Dio nella purezza del cuore, nell’umiltà, nel perdono e nel dominio di se
stessi. Lo starec Zosima, morente, così parla ai religiosi che lo circondano:
I monaci non sono uomini diversi dagli altri, ma appena come tutti dovrebbero essere sulla terra. Soltanto allora il nostro cuore si intenerirà di un amore infinito, universale, ignaro di sazietà (…). Non odiate neppure chi vi respinge (…). Non odiate gli atei, i maestri del male, i materialisti, neppure i cattivi, non dico già i buoni, perché anche fra loro ci sono molti buoni, soprattutto al nostro tempo. Ricordateli nella preghiera così: “Salva, Signore, tutti coloro per i quali non c’è nessuno che preghi, salva anche quelli che non ti vogliono pregare” (…). Amate il popolo di Dio, non date il gregge a badare agli stranieri, perché se vi addormenterete nella pigrizia e nello schizzinoso orgoglio, e peggio nella cupidità, verranno da tutti i paesi e vi toglieranno il vostro gregge. Spiegate il vangelo al popolo, senza posa (…). Non amate, non serbate l’argento e l’oro. Abbiate fede e tenete alta la bandiera. Levatela in alto!.(5)
Note:
1.
Ammonio, Lettera 12: Patr. Or. 10/6,
p. 603.
2. Queste parole sono tratte da una catechesi di Teodosio di Kiev, riportata in
Povest’ vremennych let.
Anno 1074: Pamjatniki Litertury,
XI-nac. XI v., p.
197; tr. it., p. 105.
3. Kievo-Pecerskij Paterik, p.
82.
4. Ib., p. 82 (il testo è presente anche in Povest’ vremennych let.
Anno 1091).
5. Cirillo vescovo di Turov, il
Crisostomo russo, come è chiamato (+ prima del 1182), ci ha lasciato tre
discorsi sulla vita monastica. Il testo riportato è tratto dallo Skazanie o
cernoriz’c’stem’ cinu, ot vetchogo zakoma i novogo: in K. Kalajdovic,
Pamjatniki rossijskoj slovesnosti XII veka, Mosca 1821, p. 107.
6. Nil Sorskij, Predanie: cfr. tr. francese in Saint Nil Sorkij
(1433-1508), (= Spir. Or. 32) Bellefontaine, 1980, pp. 33-34.
7. Sullo ‘starcestvo’ e la direzione spirituale in Russia: I. Smolitsch,
Russisches Mönchtum, pp. 470-529 (pp. 37-43, bibl. soprattutto sugli
starcy del sec. XVIII-XIX);
Id., Studien zum Klosterwesen Russlands.
I. Der Werdegang des russischen
Starzentums, in
Kyrios 2 (1937), pp. 95-112; M. J. Rouet de Journel, La direction
spirituelle dans la Russie Ancienne, in Revue des Etudes Slaves 38
(1961), pp. 173-179; Id., Le père spirituel aux premiers temps de la Russie
chrétienne, in Vie Spir.: Suppl.
15 (1955), pp. 277-288; V.
Lossky-N. Arseniev, La paternité spirituelle en Russie aux XVIII et XIX
siècles, (= Spir. Or. 21), Bellefontaine, 1977 (articoli apparsi in
diverse riviste); E. Behr Sigel, Gli staretz russi, in Concilium
1968/7, pp. 72-92.
8. V. Lossky-N. Arseniew,
La paternité spirituelle en Russie, p. 107.
9. Pervyj velikij
starec optinskij, ieroschimonach Leonid, 186 (cfr. S.
Bolshakoff, I mistici russi, Torino, 1962, p. 186).
10. Testo riportato in I. Smolitsch, Santità e preghiera, ed.
Gribaudi, Torino, 1984, p. 104. Per lo starec Makarij esiste una vita scritta da
Leonid (Kavelin), Skazanie o ûizni i podvigach starca Optinoj pustyni
ieroschimonacha Makarija, Mosca, 1861 (rist.: a cura della St. Herman of
Alaska Brother hood, Platina/Calif., 1975). Le sue lettere ai monaci sono state
raccolte e pubblicate a Mosca, 1862-1863 (cfr. tr. inglese: Russian letters
of Direction 1834-60, ed.
J. De Beausorbe, Westminster,
1947).
11. Questo ritratto dello starec
Amvrosij si trova in E. Poseljanin, Russkije podvizniki 19-go veka
(Asceti russi del 19 sec.), Petersburg, 1910, p. 350. Uno studio recente è
quello di J. B. Dunlop, Lo staretz Ambroise d’Optino, (= Spir. Or.
34), Bellefontaine, 1982.
12. Cfr. cit. in Behr Sigel, Preghiera e santità, p. 125.
13. Cfr. N. Serebrjanskij, Ocerki po istorii monastirskoj iûni v’ Pskovskoj
zemle, (= Ctenija 1908), pp. 561-568; per una traduzione italiana
cfr. I. Smolitsch, Santità e preghiera, pp. 50-54 (cfr. anche I.
Smolitsch, Russisches Mönchtum, pp. 265-266).
14. Testo della istruzione dello starec Nazario di Valaamo (pubblicata a Mosca
nel 1853) che si trova tradotto in francese in S. Tyszkiewicz-T. Belpaire,
Ascètes russes, Namur, 1957, pp. 57-58; tr. it. T. Spidlik, I grandi
mistici russi, pp. 178-179.
15. E. Behr Sigel, Preghiera e santità, p. 187.
16. I. Gorainoff, Serafino di Sarov. Vita, colloquio con Motovilov, scritti
spirituali, ed. Gribaudi, Torino, 1981, p. 57. Non è mai stata fatta una
accurata valutazione dei documenti ed una ricostruzione della personalità e
della figura del santo con spirito critico. È ciò che ha tentato di fare
recentemente P. V. Rochcau in una serie di articoli riuniti in uno studio col
titolo: Saint Séraphim.
Sarov et Divéyevo. Etudes et
Document, (= Spir.
Or. 45), Bellefontaine, 1987. Per
una presentazione sintetica della spiritualità di Serafino di Sarov, cfr.: T.
Spidlik, Serafino di Sarov, in La Mistica. Fenomenologia e riflessione
teologica, I, ed. Città Nuova, Roma, 1984, pp. 621-644.
17. Testo citato da I. Smolitsch, Santità e preghiera, p. 116.
18. V. Lossky-N.
Arseniew, La paternité
spirituelle en Russie, p. 108.
19. Questa descrizione, tratta dal
libro di E. Poseljanin, Russkije podvizniki 19go veka, Petersburg, 1910.
pp. 239-240, è riportata da S. Bolshakoff, I mistici russi, p. 188.
20. V. Lossky-N.
Arseniew, La peternité
spirituelle en Russie, pp. 132-133.
21. Da una lettera del 1 aprile 1882;
cfr. J. B. Dunlop, Le starets Ambroise d’Optino, p. 114.
22.Questo testo si trova nella testimonianza di V. Cebotarev-I. Jefimov, Vita
di san Tichon di Sadonsk, ed. Morcelliana, Brescia, 1963, p. 41. Più che di
una vita, si tratta di piccoli ‘quadri’, con cui i due discepoli del santo ci
descrivono le abitudini, la giornata, il carattere di Tichon di Zadonsk; questi
‘Ricordi’ sono inseriti nel quinto volume che raccoglie l’Opera omnia di
Tichon (cfr. Tichon Zadonskij, Socinenija, I-XV, Mosca, 1899, III ed.).
Il pensiero spirituale di Tichon è raccolto in omelie, lettere ed in alcuni
trattati. Per una presentazione della vita e della sua dottrina cfr.: I.
Kologrivov, Santi russi, pp. 343-396; E. Behr Sigel, Preghiera e
santità, pp. 139-168.
23. I. Goraïnoff, Serafino di Sarov, pp. 208-209.
24. B. Dunlop, Le starets
Ambroise d’Optino, p. 80.
25. Ib., p. 141.
26. Evagrio Pontico, Centuria IV, p. 90: ed. Patrologia Orientalis
28/1, p. 175.
27. I. Kologrivov, Santi russi, p. 421.
28. T. Spidlik, I grandi mistici russi, p. 161.
29. N. Arseniew, La piété
russe, pp. 133-135.
30. I. Goraïnoff, Serafino di Sarov,
p. 73.
Note alla conclusione
1. Sul monachesimo “del
cuore”, cfr. il capitolo Il monachesimo interiorizzato in P. Evdokimov,
Le età della vita spirituale, ed.
Il Mulino, Bologna,
1968, pp. 137-159; cfr. anche I. Hausherr, Vocation chrétienne et vocation
monastique selon les Pères, in Etudes de spiritualité orientale (=
Or. Chr. An. 183), Roma, 1969, pp. 405-485.
2. I. Goraïnoff, Serafino di Sarov, pp. 182-184.
3. Cfr. il
capitolo che riguarda Julianija di Lazarevskoe (+1604) in E. Behr Sigel,
Preghiera e santità, pp. 115-119. È una delle poche rappresentanti della
santità femminile che siano state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa russa,
ed è l’unica santa ‘veramente’ laica. Il racconto che narra la vita di questa
santa fu scritto da suo figlio in uno stile fresco e singolare che si discosta
dai modelli stilizzati delle ‘Vite’ dei santi. È stato edito da M. O. Skripil,
Povest’ ob Oulijanii Osor’inoj, in Trudy otdela drevnerusskoj liter,
VI, Mosca-Leningrado, 1948, pp. 256-323 (tr. inglese in S. A. Zenkovsky,
Medieval Russian Epics.
Chronicles and
Tales,
New York, 1963).
4.
A. Gippius, Sv.
Tichon Zadonskij,
s.d., p. 15.
5. F.
Dostoevskij, I fratelli Karamazov, ed. Garzanti, Milano, 1974, p. 176.