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GLI ELEMENTI PECULIARI DELLA
SPIRITUALITA' ORTODOSSA
di John B. Dunlop
I parte

Premessa
“Sfogliando” le pagine
web dedicate alla spiritualità ortodossa è facile imbattersi in alcuni
articoli che affrontano tale tematica in maniera a volte riduttiva e col solo
intento “apologetico” di sottolinearne gli elementi di diversità e di “maggiore
profondità e autenticità” rispetto alla spiritualità e alla mistica occidentale.
Tali tentativi, oltre a rivelare da parte dei loro autori una superficiale
conoscenza della tradizione contemplativa e monastica dell’occidente (quando ad esempio si afferma
semplicisticamente che "la spiritualità della Chiesa latina è di tipo
precettistico-moralistico", oppure quando si paragona - come faceva E. Benz nel
lontano 1952 - la Chiesa orientale a Maria, opponendola alla Chiesa
occidentale, Marta), non aiutano purtroppo la
reciproca comprensione e il dialogo tra fratelli cristiani seriamente impegnati
nella vita di preghiera e nello sforzo di conoscenza delle altre forme e
tradizioni religiose dell’ambito cristiano.
L’articolo che presentiamo prescinde totalmente da questi infruttuosi e datati raffronti ed espone in maniera abbastanza esauriente ed equilibrata gli elementi caratteristici della spiritualità ortodossa. Con ciò riteniamo di offrire un altro piccolo contributo a favore di una concreta ed obiettiva valorizzazione del patrimonio spirituale dell’ortodossia, dell’esicasmo e della preghiera di Gesù in particolare.
Buona lettura. (Il curatore del sito: Benvenuto De Matteis).
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Secondo
il Nuovo Testamento, il cristiano deve cercare di giungere alla piena maturità
spirituale attraverso il rinnegamento di se stesso, tramite uno 'spostamento del
centro" in virtù del quale l'io umano presuntuoso è relegato alla periferia e al
centro della personalità umana viene posto Dio stesso. Questo spostamento,
vitale e vivificante, avviene soltanto a prezzo di uno sforzo (praxis)
immane; l'anima deve morire a questo mondo, per poter passare al mondo venturo,
che è già stato iniziato da Cristo e che culminerà con la sua seconda venuta.
La buona volontà da sola non basta per porre in atto questo spostamento, essendo
innumerevoli i tranelli tesi contro chi vuole rispondere alla chiamata del
Salvatore. Nel mondo è all'opera non soltanto Dio, ma anche il “nemico”
(l'espressione è di Gesù; cf., ad esempio Mt 13,39), quello spirito ribelle che
è stato precipitato dalle altezze del cielo, il "dominatore" di questo mondo,
che muove una “guerra invisibile” contro i figli della luce, cercando ogni
possibile espediente di trascinare l'anima umana nell’abisso della
non-esistenza. Il "nemico" è un antagonista scaltro e abile.
Nessun cristiano può sperare, da solo, di trionfare su di
lui. Per conseguire la vittoria il cristiano ha bisogno di un piano una
"mappa" spirituale, che lo aiuti a sottrarsi alle insidie dell’avversario. Tale
mappa gli è fornita dalla tradizione ortodossa. Le sue linee fondamentali sono
state tracciate dal Nuovo Testamento, e nei dettagli essa è stata completata dai
grandi asceti dell’'epoca patristica. La storia spirituale dell'ortodossia è, in
ampia misura, la storia di questa "mappa". Quando la mappa viene dischiusa
davanti a tutti e quando un segmento profetico della Chiesa ne segue
diligentemente le indicazioni, si ha un’epoca di fioritura spirituale: il
cristianesimo si sviluppa rapidamente fino a raggiungere una certa pienezza, e
inonda il mondo con la luce di Cristo. Quando la mappa viene ignorata o, peggio,
soppressa l'epoca è oscura e si vede il cristianesimo vacillare come un cieco
che brancola alla ricerca di una guida.
Nell’esaminare la storia e lo sviluppo di questa "mappa", dobbiamo
limitarci necessariamente a una trattazione molto rapida dell’argomento.
Prenderemo in considerazione anzitutto il periodo bizantino dell'evoluzione
della nostra mappa, un periodo che culmina nelle formulazioni teologiche di
Gregorio Palamas. Quindi tratteremo la
storia della mappa in Russia, prestando particolare attenzione a due personaggi
cruciali, Nil Sorskij e
Paisij Velickovskij.
Infine tratteremo della storia del monastero di Optina Pustyn’, nel quale è
fiorita una linea carismatica di starcy che culmina nel ministero di
Amvrosij.
Scrivendo sulle origini
della spiritualità cristiana, Pierre Pourrat ha osservato che "non c'erano due
spiritualità, una per coloro che si erano ritirati dal mondo e l'altra per i
semplici fedeli. Esisteva una sola spiritualità: la spiritualità monastica"
(questa affermazione è per molti versi discutibile – il
curatore del sito). E John Meyendorff ha scritto che "la chiesa
d'oriente riconobbe nei monaci i suoi autentici portavoce. Adottò la loro
liturgia, la loro spiritualità, il loro tipo di santità".
É ai monaci, pertanto, che dobbiamo guardare per la nostra "mappa", poiché sono
loro che, cercando la piena crescita spirituale, hanno scoperto le dimensioni
fondamentali dell'anima umana, nella quale Dio e il diavolo conducono
un'interminabile lotta per la supremazia.
Quando nel IV secolo l'imperatore Costantino adottò il cristianesimo
stringendolo a sé con il suo forte abbraccio imperiale, la chiesa venne a
trovarsi improvvisamente in una posizione ambigua. Come ha scritto Georgij
Florovskij, "dopo tanti decenni di sofferenza e di persecuzione, sembrò che
'questo mondo' si fosse aperto alla conquista cristiana. La prospettiva di
successo era piuttosto radiosa. Ma coloro che fuggirono nel deserto non
condividevano tali attese. Essi non nutrivano alcuna fiducia nell’”impero
cristianizzato”, anzi diffidavano dell'intero progetto. Essi abbandonarono il
regno di questa terra, indipendentemente da quanto potesse essere effettivamente
'cristianizzato', per costruire il vero regno di Cristo nella nuova terra
promessa, 'al di fuori delle mura', nel deserto. La fuga nel deserto fornì lo
sfondo per lo sviluppo di quella che sarebbe stata nel tempo, ed è tuttora,
la spiritualità fondamentale della chiesa ortodossa.
Nel simbolismo cristiano primitivo il deserto è il
luogo in cui abita Satana, il quale nonostante ogni suo evidente interesse per
gli affari umani, di fatto preferisce starsene da solo. L'esodo dei primi monaci
nel deserto fu una sfida portata direttamente a lui.
Antonio, il
padre di tutti i monaci, scelse di abitare nientemeno che tra i sepolcri e di
sfidare Satana nel suo regno di morte. Fu nel deserto che questi uomini
incredibili iniziarono a integrare nei dettagli la “mappa” che era stata
trasmessa loro dagli scritti degli apostoli e conservata grazie alla morte dei
martiri.
Le passioni e le tentazioni che assalgono inevitabilmente ogni cristiano furono
smascherate e descritte con precisione quasi scientifica. L’orgoglio,
la vanagloria, la lussuria, il piacere dei sensi: ogni
passione fu isolata e catalogata.
Questa mappa dell'anima cristiana venne trasmessa quindi da una generazione
all'altra di asceti , e ciascuna generazione seppe trarre profitto dalle
scoperte delle generazioni precedenti. Ma non ci si limitò a smascherare le
passioni e le tentazioni che affliggono l'anima. Per combatterle venne
sviluppato un intero "sistema". Più tardi questo sistema diventerà noto come
esicasmo o
"preghiera del cuore".
Gli scritti di san Macario furono di
importanza estrema per lo sviluppo di questa scienza
della salute spirituale. Macario sosteneva che la vocazione cristiana
consiste nel conseguire la padronanza del cuore:
"Il cuore, infatti, dirige e governa l'intero corpo, e quando la grazia si è
impossessata dei pascoli del cuore regna su tutte le membra e sui pensieri".
Ma forse fu di importanza persino più grande la
Scala del paradiso
di Giovanni Climaco verso la fine
del VI secolo. In tale opera la “mappa” è presentata in una forma molto
dettagliata. La Scala è un’opera spiritualmente geniale, che sorprende
grandemente per la conoscenza che denota della psicologia umana. La sua validità
era tale, che alla fine del XIX secolo lo starec
Amvrosij non esitò ad adottarla di sana pianta come manuale
dell’anima umana. Nella Scala è possibile scoprire in forma embrionale
tutta quanta la dottrina dell'esicasmo.
Dunque, sin dal
primissimo periodo del monachesimo cristiano si sviluppò
una "tradizione" che trattava delle passioni e indicava i metodi per affrontarle.
Fra tutti i metodi che furono usati dai primi monaci, i due principali sembra
siano stati:
1. la fiducia totale in un superiore, a cui aprire il
cuore fino al punto di rivelargli anche i pensieri più reconditi;
2. l'obbedienza perfetta".
Sicché sin dagli albori della spiritualità monastica troviamo la figura dello
starec (in
greco: ghéron, nelle lingue moderne: anziano), al quale il monaco
rivela i propri pensieri e presta un obbedienza assoluta. Alcune volte lo
starec poteva essere un personaggio a cui era stato conferito un ben preciso
incarico nel monastero, come l'igumeno, altre volte poteva essere un eremita al
quale monaci meno esperti si recavano per chiedere consiglio; altre volte ancora
poteva essere un semplice monaco del monastero, al quale era riconosciuto il
carisma della direzione spirituale. Indipendentemente dalla sua posizione, il
suo compito consisteva nel dirigere coloro che andavano a lui e nel guidarli
lungo la via verso la piena maturità spirituale.
Per secoli la chiesa orientale ha fatto tranquillamente ricorso a questa
"mappa". Attraverso l'obbedienza assoluta, la
manifestazione dei "pensieri" e la preghiera mentale, molti furono
guidati ai vertici della vita spirituale. Quindi, nel tardo X secolo e agli
inizi dell'XI, fece la sua comparsa un monaco bizantino che seppe dare
espressione alla "tradizione" - che era andata sviluppandosi continuamente per
nove secoli - in una vigorosa composizione lirica:
"Dio è luce, e coloro
che egli rende degni di vederlo, lo vedono come luce; quelli che l'hanno
ricevuto, l'hanno ricevuto come luce". Costui era
Simeone il Nuovo Teologo,
la cui ardita affermazione di aver visto Dio come luce innescò un entusiasmo che
culminò dopo più di due secoli nella teologia di Gregorio Palamas.
La questione cruciale che la teologia palamita cercò di risolvere era:
"L'uomo può davvero incontrare Dio te, sulla terra?
L'uomo incontra Dio, veramente e realmente, nella sua attuale vita di
preghiera? Oppure, non si tratta d’altro che di una azione a distanza?".
La distinzione palamita tra essenza ed energie forniva una
soluzione a questo problema. L’uomo comunica con Dio tramite le
energie divine, che sono veramente Dio, e che
tuttavia non costituiscono la sua essenza trascendente,
la quale invece “abita una luce inaccessibile”. La teologia palamita, dunque, ha
posto il sigillo su quello che i monaci ortodossi avevano continuamente
dichiarato di esperimentare. La teologia di Gregorio era una spiegazione teorica
della divinizzazione reale (théosis) di cui i monaci avevano fatto
esperienza come testimoni della luce divina. Fu la pratica dell’esicasmo, nonché
la sua giustificazione teologica, che più tardi Nil
Sorskij e Paisij Velickovskij
avrebbero cercato di introdurre in Russia.
A questo punto ci preme dare uno
sguardo più diretto al "sistema" sin qui elaborato.
In quale modo tutti questi elementi
- la conoscenza del meccanismo delle passioni,
l'obbedienza, la manifestazione dei "pensieri", la preghiera del cuore, la
visione della luce divina - si combinano concretamente tra di loro? In
quale modo essi vengono sintetizzati? E che cos'è la
"preghiera del cuore"? Come funziona? Come la si consegue?
Diamo uno
sguardo attento anzitutto all'uomo "normale" di questo mondo, vale a dire
all'uomo decaduto. La sua condizione spirituale consiste essenzialmente nel suo
rapporto con i vari "pensieri (pomysly)" che vagano nella sua mente.
Nella letteratura questo fenomeno ha finito con l'essere conosciuto come
"monologo interiore". James Joyce lo ha reso famoso nelle pagine conclusive del
suo Ulisse, nelle quali descrive come l'eroina del romanzo, Marion
Bloom, s'addormenti quasi cullata dai "pensieri" che vanno e vengono nella sua
mente cantandole la ninna nanna. I "pensieri",
scrive il vescovo e padre spirituale russo Teofane il Recluso (Feofan
Zatvornik), "si accavallano l'un l'altro come zanzare che
sciamano, e le emozioni seguono i pensieri". Che questa condizione
dei pensieri vaganti sia molto favorevole al "nemico", è ovvio. Come abile
mercante, questi è in grado di allettare il nostro occhio spirituale
presentandogli una merce dietro l'altra. Quando incominciamo a desiderare una di
tali merci, non appena per così dire allunghiamo la mano per afferrarla, eccoci
incamminati lungo il sentiero dell'autodistruzione.
In quale modo, allora, il cristiano combatte contro
questi pensieri? Come può respingerli? In certa misura può respingerli,
ovviamente, con lo sforzo della volontà. Ma soltanto in certa misura. Come dice
Paolo nella Lettera ai Romani, “c'è in me il desiderio del bene, ma non la
capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che
non voglio” (Rom 7,18-19).
Finchè ci limitiamo a combattere questi pensieri o queste
tentazioni soltanto con la mente, non possiamo che fallire.
Ma il centro dell'uomo non è la mente, bensì il
cuore.
Il Nuovo Testamento insegna che il cuore è l"'organo principale della vita
psichica e spirituale, e quindi la parte dell'uomo in cui Dio si manifesta". Il
cuore è sinonimo di "persona", termine che nella teologia cristiana denota la
profondità dell'essere di un uomo, l' “io” che lo rende assolutamente distinto
per quanto concerne i tratti "essenziali" (vale a dire la mente, la memoria,
ecc.) che egli possiede in comune con tutti gli altri uomini. Secondo Boris
Vyseslavcev, il cuore "è il centro non soltanto della
coscienza ma dell'inconscio, non soltanto dell'anima ma dello spirito, non
soltanto dello spirito ma del corpo, non soltanto
di ciò che è comprensibile ma di ciò che è incomprensibile; in una parola, è il
centro assoluto (dell'essere umano)"
Qual’è dunque, potremmo
chiederci, il rapporto che lega la mente al cuore? "Il tratto straordinariamente
caratteristico del cristianesimo orientale", scrive Vyseslavcev, "consiste nel
fatto che per esso la mente, l'intelletto o la ragione, non è mai la base
ultima, il fondamento della vita; la riflessione intellettuale su Dio non è una
percezione religiosa autentica. I padri della chiesa orientale e gli
starcy russi forniscono la seguente
direttiva per vivere un'esperienza religiosa genuina: “Bisogna stare con la mente nel cuore”.
Secondo la tradizione della chiesa orientale, dunque,
l'obiettivo della vita spirituale è quello di far
discendere la mente nel cuore. Altrimenti essa resta "decaduta",
disperatamente incline al peccato. Nella sua introduzione all'edizione inglese
del libro di Caritone di Valamo L'arte della preghiera,
Kallistos Ware offre una descrizione meravigliosa di questa "discesa":
Usando la propria mente l'asceta, nel migliore dei casi, arriverà a conoscere qualcosa su Dio, ma non conoscerà Dio. Giacché non vi può essere conoscenza senza un amore straordinariamente grande, e tale amore deve provenire non dalla mente soltanto, bensì da tutto quanto l'uomo, ossia dal cuore. E’ necessario dunque che l'asceta discenda dalla testa nel cuore. Non gli si chiede di abbandonare le proprie capacità intellettuali - anche la ragione è dono di Dio - ma di discendere con la mente nel cuore. Egli quindi discende nel cuore - nel suo cuore naturale anzitutto, e da lì fino al cuore "profondo" - in quella "cella interiore" del cuore che non è più della carne. Qui, nelle profondità del cuore, egli scopre anzitutto lo "spirito simile a Dio" che lo Spirito santo ha impiantato nell'uomo al momento della creazione, e con tale spirito arriva a conoscere lo Spirito di Dio, che abita nell'intimo di ogni cristiano fin dal giorno del suo battesimo, anche se la maggior parte di noi è inconsapevole della sua presenza. Da un certo punto di vista, l'intero scopo della vita ascetica e mistica è la riscoperta della grazia battesimale. L'uomo che si incammina lungo la via della preghiera interiore è in tal modo condotto a "tornare in se stesso" per trovare il regno dei cieli che è dentro di lui, attraversando così la misteriosa frontiera che separa il creato dall'increato.
Facendo riferimento a questo processo, il vescovo Teofane scrive: "Quando la mente è nel cuore, abbiamo quell'unione di mente e cuore che rappresenta la reintegrazione del nostro organismo spirituale"
Ma come otteniamo questa unione? Qui arriviamo all'ascesi e all'uso della
cosiddetta "preghiera
di Gesù".
La lotta ascetica contro le passioni è necessaria prima che possa aver luogo la
discesa che abbiamo descritto. La mente, che è divisa contro se stessa e va
dietro a ogni "pensiero" che penetra in lei, in nessun modo può ottenere la
concentrazione necessaria per la discesa nel cuore. Si comprende dunque perché
l'obbedienza, assoluta e incondizionata, e la "manifestazione" dei pensieri a
uno starec, siano discipline necessarie per raggiungere l'autocontrollo.
La volontà umana ribelle deve essere infranta, e ciò può
accadere solo se ci si consegna a un direttore spirituale. Il ciclo
monastico di liturgie e di preghiere prestabilite aiuta anch'esso a plasmare il
monaco, a formare in lui l’habitus della concentrazione spirituale. Tutte
queste misure, tuttavia, sono soltanto propedeutiche.
La principale spada spirituale che il monaco usa
nella sua battaglia per giungere a una piena vita spirituale è la preghiera.
I padri del deserto erano familiari con
la pratica del ricorso a brevi preghiere per
raggiungere la concentrazione spirituale.
La preghiera breve, rispetto a quella lunga, non offre alla mente l'opportunità
di inseguire gli innumerevoli pensieri che cercano di penetrare in essa.
I primi monaci, dunque, privilegiavano preghiere brevi
incentrate sul "nome" di Gesù, scelta nient'affatto casuale. Lo
stesso Nuovo Testamento attribuisce grande importanza al
"nome" del Salvatore, così come l'Antico Testamento mette l'accento in
modo marcato sui "nomi" di Dio.
Si svilupparono perciò in antico molte forme della preghiera di Gesù, e nessuna
di esse può rivendicare il diritto di precedenza sulle altre, anche se la forma
più diffusa di tale preghiera è: "Signore
Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore".
Questa versione deve la sua popolarità all'armonioso equilibrio in cui l'umanità
e la divinità di nostro Signore sono in essa combinate con una sincera
contrizione del cuore e con l'invocazione della misericordia divina.
Per questo, tramite la preghiera di Gesù, la mente che ripete continuamente tale
preghiera discende nel cuore. Come spiega
Elisabeth
Behr-Sigel:
Non è tanto questione di mettere in moto un meccanismo
psicologico, quanto piuttosto di liberare la propria spontaneità spirituale, una
breve preghiera del cuore che pronunciando il nome santo metta Cristo alla
nostra presenza come acqua zampillante. Il nome di Cristo, chiaramente, è
qualcosa di più di un semplice simbolo, o piuttosto è tale soltanto se c'è un
rapporto reale fra lo strumento e la realtà stessa.
La realtà trascendente di Dio diventa nota e viene trasmessa attraverso questo
nome (di Gesù) e domina l'intero essere della persona,
finché il battito stesso del cuore diventa preghiera e
glorifica il Signore. Fino a quando questa
preghiera resta meccanica e mentale, il suo obiettivo non è ancora stato
pienamente raggiunto. L'anima deve immergersi nella preghiera, che deve
assorbirla finché la luce del santo nome non raggiungerà le profondità stesse
del nostro essere per illuminarlo. E’ quanto intendono gli starcy quando
dicono ai loro discepoli di scendere dalla mente nel cuore. Non è questione di
una semplice comprensione intellettuale del significato delle parole,
accompagnata da una certa quantità di calda emotività.
Quando è pronunciato, il nome di Gesù realizza
effettivamente la presenza di Dio.
Vediamo qui l'importanza della
teologia palamita, già preconizzata dall'affermazione fatta da
Simeone il Nuovo Teologo di aver visto la
luce divina. La presenza di Dio nella forma della
sua grazia increata entra di fatto nel cuore umano. E tramite questo
avvento della grazia l'essere umano è divinizzato; la sua persona è elevata al
di sopra della propria natura creata e diventa partecipe della divinità. Il
fatto che molti santi ortodossi siano stati visti risplendere di una luce "non
di questo mondo" è la logica conseguenza di questa analisi. Essi hanno ricevuto
in se stessi la medesima luce che emanava dal nostro Signore Gesù Cristo sul
monte della Trasfigurazione.
È nella preghiera di Gesù che il comando che Paolo rivolge ai suoi di
pregare incessantemente (cf. 1Ts 5,17) può
essere effettivamente messo in pratica. Un'espressione lirica di questo dato è
fornita dall'anonimo pellegrino russo del XIX
secolo, i cui Racconti sono divenuti
estremamente popolari ai nostri giorni:
Così fino a oggi vado in giro e ripeto incessantemente
la preghiera di Gesù, la cosa più preziosa e
dolce che esista per me al mondo. A volte percorro
in un solo giorno sette e più verste senza neppure accorgermi di camminare,
tutto concentrato sulla mia preghiera. Quando soffro per il freddo pungente
comincio a recitare più velocemente la preghiera e subito mi riscaldo. Se la
fame mi assale, invoco più spesso il nome di Gesù Cristo e dimentico di aver
voglia di mangiare. Quando mi sento male, mi duole la schiena e le gambe, se mi
concentro maggiormente sulla preghiera non sento più il dolore. Sono divenuto
una specie di folle, non ho più né preoccupazioni né affanni.
E il vescovo Teofane, in termini più teorici ma egualmente lirici, si esprime
così:
Il senso di incompiutezza e di insoddisfazione che ci turbava prima che fosse acceso nei nostri cuori il fuoco spirituale, gli inarrestabili vagabondaggi del pensiero a cui eravamo soggetti: tutto questo ora scompare. L'atmosfera dell'anima è ora chiara e sgombra da nuvole: rimane un solo pensiero e un unico ricordo, quello di Dio. C'è chiarezza in noi e fuori di noi. e grazie a questa chiarezza possiamo notare tutti i movimenti e li possiamo giudicare in base ai loro meriti nella luce spirituale che proviene dal Signore, oggetto della nostra contemplazione. Ogni pensiero e sentimento malvagio che assalga il cuore incontra una ferma opposizione non appena si avvicina, e viene respinto. Se qualcosa di male s'insinua in noi nostro malgrado, viene subito confessato umilmente al Signore e purificato tramite il pentimento interiore o la confessione esteriore, di modo che la coscienza rimane sempre pulita di fronte al Signore. Come ricompensa per questa lotta interiore, ci viene concessa l'audacia di accostarci a Dio nella preghiera che arde incessantemente nel cuore. Il calore permanente della preghiera è il vero respiro di questa vita, cosicché il progresso nel nostro cammino spirituale finisce non appena scompare questo calore, proprio come la vita del corpo finisce non appena cessa il respiro naturale.
È questo l'obiettivo verso il
quale siamo diretti dalla "mappa" spirituale della chiesa ortodossa. La
destinazione naturale della nostra vita spirituale è niente meno che la
partecipazione diretta e costante al Dio vivente ed eterno.
Ci si potrebbe chiedere allora: se la "mappa" ortodossa è delineata con
tanta chiarezza e se ogni cristiano può raggiungere la piena maturità
spirituale, perché i santi sono un fenomeno così raro? La risposta, ovviamente,
proviene dalla condizione della nostra umanità decaduta. E’ estremamente
difficile arrivare allo stato della preghiera incessante poiché il “vecchio
Adamo" esercita una presa tenace su tutti gli esseri umani che sono nel
mondo. Quei cristiani che scelgono di vivere nel mondo sono impediti nel
raggiungimento della "concentrazione" nella preghiera dalle molte preoccupazioni
e tribolazioni che li opprimono giorno e notte. E i monaci sono costretti a
condurre una battaglia estremamente dura e penosa con il loro io più intimo,
prima di potersi anche solo incamminare lungo la via della pienezza.
Il “lavoro ascetico di base” è lungo e arduo. Come
abbiamo visto, la letteratura ascetica ortodossa è in pratica un'enciclopedia
dei peccati e delle passioni, molte delle quali sono estremamente sofisticate e
sottili.
La condizione più elevata della preghiera mentale richiede
inoltre la guida rigorosa e avveduta di uno
starec. La consapevolezza di vivere una vita spirituale così elevata
può risultare estremamente pericolosa, persino fatale, per l'uomo che non
disponga di un'adeguata guida spirituale. Anche se gli starcy qualificati
non sono stati numerosissimi nella storia spirituale dell'ortodossia, la loro
opera è stata inestimabile. Questo perché, come ha detto
Vladimir Lossky,
“spesso si ha un'idea errata di se stessi, ci si costruisce un "io artificiale convenzionale che serve come passe-partout nelle relazioni esterne, e questa maschera finisce con il sostituire, anche per noi, la nostra vera persona così come essa è dinanzi a Dio. In simili condizioni la coscienza cieca, vincolata dal peccato che non è stato dichiarato, non riesce a liberare se stessa, a essere reintegrata attraverso il sacramento della penitenza. I cristiani non sanno come confessarsi e i loro confessori, nella stragrande maggioranza dei casi, non possono fare nulla per aiutarli.”
Al pari di Cristo, lo starec sa "che cosa c'è nell'uomo" ed è in grado di dirigere quanti vanno a lui lungo il cammino verso la salvezza. Continua Lossky:
Lo starec si rivolge sempre a una persona umana con un destino unico, una vocazione e difficoltà particolari. Grazie a un dono speciale egli vede ciascun essere come lo vede Dio e cerca il modo adeguato per aiutarlo, aprendo il senso interiore del proprio diretto senza fare violenza alla sua volontà, in modo tale che la persona umana, liberata dalle proprie catene nascoste, possa approdare alla grazia. Per compiere questa operazione carismatica non basta avere quella conoscenza profonda delta natura umana che nasce da una lunga esperienza. Occorre avere, ogni volta, una visione delta persona; e una persona non può essere conosciuta se non mediante una rivelazione.
Spesso i migliori discepoli di uno starec sono riusciti a succedere ai loro maestri nella loro funzione carismatica. Inoltre, tramite i loro scritti alcuni starcy sono stati in grado di fornire un'assistenza inestimabile alle successive generazioni di cristiani.
FINE PRIMA PARTE
SECONDA PARTE:
IL MONACHESIMO RUSSO, LO STARCESTVO E
LA PREGHIERA DI GESU'
Tratto da John B. Dunlop, AMVROSIJ DI OPTINA - ed. Qiqaion Comunità di Bose a cui si rimanda vivamente per l'approfondimento.