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La vita di padre Paisio
Padre Paisio, nel mondo
Arsenio Eznepidis, da Farassa di Capadocia (Asia Minore), nacque il 25 luglio
del 1924, nel giorno di S. Anna.
Suo padre si chiamava Prodromos. Era l'intendente di Farassa e nutriva amore e
venerazione per sant’Arsenio. Per questa venerazione annotava in un quaderno
qualunque miracolo che vedeva o ascoltava sul santo come aiuto spirituale per se
stesso e per la sua famiglia.
La madre di padre Paisio si chiamava Eulampia, proveniva da una famiglia di nove
fratelli e sorelle.
La comunità greca e cristiana dei Farassioti si trovò obbligata a partire per la
Grecia, destino che accomunò diverse altre comunità. Il 7 agosto di 1924, una
settimana prima della partenza dei Farrassioti, sant’Arsenio di Capadocia
battezzò tutti i bambini che non erano ancora stati battezzati. Prodromos
Eznepidis portò, anche lui, a battezzare suo figlio. Cominciò il Sacramento, e
nel momento di dare il nome al bambino, Prodromos nominò quello del nonno,
Cristo, secondo la tradizione per cui al primo maschio di una famiglia veniva
dato il nome del nono paterno. Il geron Arsenio però non fu d’accordo, poichè
desiderava dare il suo nome a quel bambino. Dirigendosi alla madrina, disse:
“Chiamalo Arsenio!”
San Arsenio, possedendo il dono della chiaroveggenza, aveva sentito la vocazione
dal bambino che dal seno di sua madre era destinato ad essere uno degli eletti
dello Spirito Santo. Cinque settimane dopo il battesimo del piccolo Arsenio, il
14 settembre del 1924, secondo il vecchio calendario, nel giorno
dell’Esaltazione della Croce, dopo una traversata difficile, l'imbarcazione dei
fuggitivi si avvicinò al porto greco san Giorgio del Pireo. Dovettero aspettare
3 settimane in quarantena e dopo proseguirono per l’isola di Corfù, e si
stabilirono nel paese di Castra. .
Sant’Arsenio, come aveva profetizzato, visse 40 giorni in quell'isola, ed il 10
di novembre del 1924, secondo il nuovo calendario, all’eta di 83 ani, morì
lasciando un degno erede dei suoi beni spirituali, un nuovo Arsenio, il futuro geron Paisio.
Il piccolo Arsenio cresceva e possedeva un grande amore per Cristo e per la
Madre di Dio, nutriva anche il desiderio di farsi monaco. I suoi genitori gli
rispondevano che solo quando gli sarebbe cresciuta la barba, gli avrebbero
permesso di coronare il suo desiderio.
Gli piaceva anche andare nel bosco a pregare con una croce che si era fatto egli
stesso.
Nel paese di Koniza in Epiro finì la scuola primaria. Arsenio diventò un esperto
falegname, come nostro Signore. Un esempio che dimostra la bontà della sua anima
e questo essendo falegname, se gli toccava di costruire una bara, la faceva
gratis, compatendo la famiglia e partecipando al loro dolore.
Nel 1945 Arsenio fu chiamato nell’esercito, dove si distinse per valore e per
virtù.
Chiedeva sempre di essere inviato nelle missioni più pericolose, preferendo,
trovarsi in pericolo lui piuttosto che uomini sposati con figli. Diceva: "Hanno
moglie e bambini piccoli che li aspettano, io, sono libero”.
Dopo il servizio militare, Arsenio andò sul Monte Athos, deciso a condurre una
vita monastica. .
Per alcuni mesi visse nel Giardino della Madre di Dio, come è chiamata la Sacra
Montagna del Athos, ma il pensiero che le sue sorelle non erano sistemate non lo
abbandonava. Così, decise di ritornare al mondo per il periodo necessario e dopo
un anno, nel 1950, tornò di nuovo sul Monte Athos.
La prima notte la passò come ospite nella skiti di san Giovanni il Teologo che
si trova nelle vicinanze di Karies. In seguito si diresse al monastero di san
Pantaleone, dove si trovava un virtuoso confessore, il padre Cirillo, asceta,
originario della città di Arginio. Padre Cirillo lo inviò al monastero" Esfigmenos “, era il 1950.
Al geron Paisio piaceva studiare la vita dei Santi, il Patericon e i
consigli di Abba Isaac, del quale non si separava mai, e durante il sonno li
teneva sotto il cuscino. Quando il giovane Arsenio finiva la sua dovuta
obbedienza, non andava a riposare in cella, anzi aiutava gli altri fratelli a
finire i loro lavori, poichè non si sentiva capace di riposare mentre gli altri
lavoravano fino tardi. Tentava sempre di aiutare i deboli e i malati. Amava
tutti i padri, non facendo differenza, ubbidiva a tutti umilmente, e si
considerava ultimo di tutti.
Arsenio non dava valore al suo pensiero, bensì umilmente, senza volontà propria
alcuna, domandava tutto al suo confessore, pregando Dio che l’illuminasse per
poter insegnare secondo la volontà Divina.
Viveva permanentemente nell’amore a Dio, originato nella gratitudine per tutte
le Sue elargizioni. Il suo unico fine e desiderio era di corrispondere, anche in
misura misera, alle beneficenze Divine.
Il giovane Arsenio considerava, come unica causa di tutte le cose buone, la
Grazia Divina, e di tutte le cose brutte, per profonda umiltà, metteva come
causa se stesso.
Per esempio, se vedeva un fratello caduto in peccato, o non pentito, o con fede
vacillante, diceva fra sé: ” La colpa di questo è mia, perche se io facessi
tutto quello che ordina Cristo, Dio ascolterebbe la mia supplica, e mio fratello
non si troverebbe in questo stato, dove rimane a causa della mia crudeltà.”.
Cosi pensava e prendeva come propri i problemi dei fratelli pregando Dio, senza
interruzione, affinchè aiutasse tutto il mondo, secondo il Suo volere.
E Dio, che promise di ascoltare gli umili, ascoltava sempre le preghiere di
Arsenio che uscivano dal suo cuore, riscaldato con la pietà e l’umiltà.
Piaceva molto ad Arsenio visitare i grandi maestri spirituali e i padri,
portatori dello Spirito, per ricevere la loro benedizione ed ascoltare i loro
consigli spirituali. Tutto quello che sentiva da questi "bei fiori" del giardino
della Madre di Dio, la sua anima pura lo prendeva senza vacillare nè dubitare.
Credeva con semplicità di cuore ai consigli dei suoi padri spirituali e non
sottometteva mai questi consigli al suo proprio giudizio, ma li realizzava con
pienezza di fede, dicendo che verificare la cosa spirituale era come tentare di
afferrare l'aria con le mani.
Nell' età giovanile si sottomise a molti padri, e come un'ape raccolse il
nettare spirituale per poi produrre il miele spirituale che alimentò molti
bisognosi di guarire dalle loro passioni. Nel 1954 egli si spostò al sacro
monastero di " Filotheou " e si sottomise al geron Simeon. Nel 1956 padre Simeon gli impose il nome di Paisio, in
onore del metropolita di Cesarea, Paisio II, col quale era conterraneo di
Farassa di Cappadocia.
Nel monastero di " Filotheou ", padre Paisio segui lo stesso modo di vivere del
monastero di Esfigmenos. Esercitava l'amore per il prossimo ed aiutava i
fratelli con tutte le sue forze. Il seguente fatto ci indica la sua anima buona
e il suo preoccuparsi per il prossimo : uno dei fratelli caduto in un gran
peccato aveva vergogna di confessarsi. In conseguenza si rinchiuse in se stesso
e, disperato, nutriva l'idea del suicidio. Padre Paisio, che stava attento per
aiutarlo, essendo da soli, cominciò a raccontare che aveva diversi peccati e tra
questi nomino il peccato del fratello caduto, ricordando che l’unico rimedio era
il pentimento e la confessione. Sfortunatamente, questo fratello non aveva
pensieri buoni, ed ascoltando le parole del geron, esse non furono per lui di
aiuto, e non seppe diresse la sua anima alla confessione, ma comincio a
diffondere la voce tra i monasteri che Paisio non meritava rispetto ed amore e
che aveva molti peccati. Naturalmente, padre Paisio non si giustificò. Ma i
padri compresero in questo un atto di pienezza d’amore e loro stessi lo
giustificarono e lo elogiarono.
Non chiedeva niente a Dio, poichè capiva bene che il Signore, attraverso il
santo battesimo gli aveva concesso già la grazia dello Spirito Divino. Per quel
motivo non aveva invidia dei doni elargiti agli altri padri. In quel modo
purificava la sua anima, togliendo ogni pensiero malizioso e tentando di avere
solo buoni pensieri. Chiunque poteva notare come, senza sforzo e per la Grazia
che aveva, allontanava dalla sua anima pensieri cattivi anche in circostanze
avverse come nel seguente esempio: in un monastero un fratello raccontava ai
pellegrini cose che si potevano considerare scandalose. I pellegrini che
l'ascoltarono una volta domandarono a padre Paisio: “In tale
monastero un fratello dice tali e tali cose. Che c'e ?"
Padre Paisio rispose loro senza esitazione: “guardatevi in voi stessi e non
giudicate. Questo fratello è venerabile, ma quando nel monastero ci sono visite,
simula essere "ignorante" per ricevere la ricompensa Divina.”. Cosi i pellegrini
si calmarono.
Quando si trovava nel monastero di Filotheou in visita dal padre Cirillo gli
chiedeva consigli in distinte occasioni. Il padre Cirillo, per la grazia di Dio,
l'aiutava in tutto, e spesso risolveva i problemi di padre Paisio, prima che
glieli avesse detti.
Nel 1966 padre Paisio cadde malato e fu internato per molti mesi nell'ospedale "Papanicolau"
dove gli tolsero parte dei polmoni.
L'Isicastirio di san Giovanni il Teologo
La Provvidenza Divina aiutò padre Paisio a conoscere le sorelle
del sacro monastero di s. Giovanni il Teologo in Suroti, a circa 20 km. da
Salonicco in Macedonia. Nel periodo della malattia di padre Paisio, nel 1966, il
sacerdote del tempio di santa Sofia in Salonicco, padre Policarpo Madzaroglu,
sapendo dell’anziano malato, quando ricoverarono quest’ultimo in ospedale per
operarlo, chiese alle sorelle che si trovavano sotto la sua direzione spirituale
di aiutare il Geron in tutto quello che necessitava durante la sua permanenza in
ospedale.
Nel monastero " Stavronikita" il padre Paisio arrivò nel 1968.
Nella cella della Santa Croce, non lontana da" Stavronikita," era confessore il
papa Tikhon, nato in Russia nel 1884. Aveva molti doni spirituali e compiva
grandi imprese monastiche. Il padre Paisio andava spesso da lui per chiedergli
consigli, ed aiutarlo nella Divina Liturgia come cantore. Molte volte il
servizio si interrompeva perche padre Tikhon entrava in trance di contemplazione
spirituale che poteva durare fino a mezz'ora. In questo periodo il padre Tikhon chirotonò padre Paisio nel grande skima monastico. Dieci giorni prima di morire,
il padre Tikhon chiese al padre Paisio di aiutarlo nelle sue ultime ore.
L’anziano servì il moribondo con grande spirito di carità, offrendo tutto
l'aiuto che gli necessitava.
La malattia di padre Paisio
Il problema serio con la salute di padre Paisio cominciò nel
1969. Soffriva di una malattia respiratoria con febbre alta, forte tosse con
secrezioni che lo debilitarono molto. I medici fecero una diagnosi sbagliata; la
presenza di tubercolosi. Necessariamente il padre Paisio dovette cosi prendere,
molti rimedi contro la tubercolosi, i quali lo debilitarono molto per le reazioni collaterali.
Per le continue visite di pellegrini, con il loro carico di angosce e problemi,
il Padre si stancava molto ed il preoccuparsi per loro l'esauriva. Inoltre egli
lasciava pochissimo tempo per il suo riposo notturno, poiché pregava anche di
notte.
Padre Paisio imparò a fare alcune piccole immagini metalliche che egli stesso
ritagliava. Queste icone (Crocifissi, la Vergine, san Arsenio di Cappadocia) le
distribuiva come" benedizione" tra i pellegrini. Questo lavoro aggravava la sua
situazione di salute stancandolo molto.
Ebbe anche un ernia addominale e nonostante il dolore viveva con pazienza questa
infermità.
Anche in questo stato di salute, durante le sue visite all’eremo di san Giovanni
restava fermo per molte ore, mentre dava la benedizione alla gente. Diventava
pallido e sudava dal dolore, ma non si sedeva mai mentre passava la fila quasi
infinita di fedeli.
Intorno al 1988 sorse un'altra difficoltà all'intestino di padre Paisio, con
forti diarree che nonostante il trattamento prescritto dai medici, non
cessavano.
Il padre sospettò allora che qualcosa di quello che usava tutti i giorni gli
facesse male, probabilmente l'acqua. Andò ad ispezionare la fonte d’acqua,
quella che tirava fuori con una canna, ed osservo che la fonte era molto sporca.
La ripulì e le diarree cessarono.
Dopo un tempo apparve una lieve emorragia nel retto, la quale aumentava.
Nonostante le indicazioni dei medici, egli non voleva fare gli esami I medici,
senza analisi, supponevano che si trattasse di colite, o emorroidi, o un tumore
canceroso. Proponevano diverse cose e davano differenti consigli, ai quali il
padre non dava attenzione, poiché sapeva per esperienza che tutti i rimedi
avevano effetti secondari. Diceva: “non disprezzo le medicine, ma non le prendo,
perche coi rimedi copriamo un buco e ne apriamo un altro, cosi non si finisce
mai. Cristo vede il mio stato e se lo volesse guarirei, se questo fosse bene per
noi. Nell’intestino c'e un tumore: allora sarà meglio non toccarlo per non
peggiorare questo stato. Tutto il mondo soffre di tre cose: cancro, malattie e
divorzi. Ogni settimana ricevo molte lettere dove mi scrivono su questi
problemi. Disordini seri non ne ho,” diceva sorridendo, “neanche ho qualcosa a
che fare con divorzi e distribuzione di beni, allora per lo meno ho il cancro,
affinché il mondo si consoli. Quando qualcuno ha il cancro o grandi problemi, e
nonostante ciò non si preoccupa per se stesso, bensì chiede a Dio per gli altri,
Dio si commuove! Cosi, in ogni caso, l'uomo ha l'opportunità di dire a Cristo:
“io non mi interesso di me stesso e non chiedo niente, ma ti prego aiuta agli
altri." E Dio aiuta. Per questo motivo, padre mio, non ti preoccupare molto per
me”.
In questo stesso periodo della Grande Quaresima del 1993, avendo frequenti
emorragie, la sua emoglobina era molto bassa e sveniva frequentemente. Ma non si
scoraggiava. Alla malattia contrapponeva molta pazienza, e sopportazione
Nella meta di aprile l'operarono per ricostruire il retto. Dopo alcuni giorni la
tomografia dimostrò che le metastasi si era estesa al fegato e ai polmoni.
I medici avvisarono che la prognosi era funesta e che sarebbe vissuto ancora
quattro mesi. Ascoltando ciò, padre Paisio disse sorridendo: “Bene, non sarò
morto prima? Devo aspettare cosi tanti mesi?"
Padre Paisio era deciso fermamente di ritornare al Monte Athos ed il giorno 13
di giugno, preparò tutto per il viaggio, ma gli salì la febbre, e dovette posporre
il viaggio. Lo stato della sua salute peggiorava continuamente. I medici
avvisarono che gli rimanevano 2-3 settimane di vita. Il padre accettò di
ricevere visitatori ed incominciò a prepararsi per il gran viaggio. L'11
Luglio, il giorno di santa Eufemia, il padre Paisio si comunicò per l'ultima
volta, in ginocchio di fianco al letto. Le ultime 24 ore fu molto tranquillo,
benché soffrisse molto, ma con rassegnazione sopportava tutto.
La notte tra il lunedi 11 ed il martedi 12 luglio fu un martirio per l’anziano
monaco. Cominciarono ad infiammarsi le sue estremità e diventare cianotiche, gli
mancava la respirazione, ma il cuore lavorava ancora bene. Alla mattina si
abbassò la pressione arteriosa e la respirazione si fece molto lenta. Divenne
chiaro che la fine si avvicinava. Vennero le sorelle dal convento per ricevere
l'ultima benedizione. Il martedi 12 Luglio consegnò la sua anima beata,
umilmente, con calma al Signore che amava.
Padre Paisio fu seppellito nel
monastero
di san Giovanni il Teologo in Suroti.
INSEGNAMENTI
E DETTI DI PADRE PAISIO

Padre
Paisio insegnava:
La tua meta che sia
la purificazione dell'anima e la totale sottomissione della mente alla Grazia
Divina.
Per questo, prega sempre,
impara ed umilmente recita la preghiera di Gesù.
Se agisci cosi, a tempo debito arriverà la grazia di Cristo. Prega affinché in
qualche modo possa dimostrare al nostro Cristo amore ed umiltà poiché solo con
questo egli concede la sua grazia. Bisogna tentare di assomigliargli nei nostri
pensieri ed atti. Senza questo, saranno inutili genuflessioni, rosari e digiuni.
Per l'illuminazione dell'anima leggi tutti i giorni il Nuovo Testamento.
Preoccupati ogni giorno di purificare la tua anima.
Aspira alla verità Divina e non alla logica, basata su argomenti mentali,
poiché, solo dalla verità Divina viene la grazia di Cristo.
In tutto quello che ti proponi di fare rifletti in primo luogo, se lo vuole
Cristo, e cosi agisci secondo la volontà del Signore.
La tua parola che sia"si" se si, e"no" se e no.
Preoccupati sempre di fare il bene al tuo prossimo, e non a te stesso.
Non guardare quello che fanno gli altri, e non li sottomettere a prove, per non
condannare.
Non secondo la giustizia umana ma secondo quella Divina.
Alla domanda che cosa sia la giustizia Divina, il padre Paisio rispose coi
seguenti esempi.
"Diciamo, che due persone sono a tavola e stanno mangiando. Hanno a disposizione
un piatto con dieci frutti. Se uno dei commensali per gola ne mangia sette e
lascia all'altro tre, è ingiustizia. Se quello dice: guarda, siamo due, ci sono
dieci frutti. Ad ognuno corrispondono cinque. Mangerò cinque, e gli altri cinque
li lascerò per l'altro agisce in forma giusta , cioé secondo la giustizia
umana. Per difendere i suoi diritti umani, la gente molte volte prende avvocati
e giudica gli altri.
Invece, se l'uomo vede che all'altro piacciono i frutti, simulando che non gli
piacciono, mangerà uno o due, e dirà all'amico" Fratello, mangia i restanti,
poiché non mi piacciono troppo",in questo caso agisce secondo la giustizia
Divina.
Raccontò un altro esempio per una migliore comprensione di quello che è la giustizia
Divina: supponiamo che venga un fratello e mi dice: “Gheronta, questa cella è
mia”! Per questo motivo gliela lascerò e mi metterò a cercare un'altra se mi
oriento con la giustizia Divina, arrivando anche a ringraziarlo umilmente per
avermi permesso di vivere nella sua cella. Invece, se agisco secondo la
giustizia umana, non accetterò le sue richieste, comincerò a discutere a
irritarmi ed insultare, arrivando a dimostrare in un giudizio che ho ragione e
che la cella era mia .
Un cristiano vero non deve ne giudicare, ne arrabbiarsi, ne litigare con altri,
anche se lo spoglino dei suoi beni. Poiché esiste solo una differenza tra veri
cristiani e i non credenti: i cristiani seguono la legge della giustizia Divina
con umiltà e cedono, mentre i non credenti seguono la giustizia umana, basata
nell'amore proprio. La giustizia umana ha poco valore davanti alla giustizia Divina.
Nostro Signore. Gesù Cristo fu il primo che realizzo la giustizia Divina. Quando
l'accusavano, non si giustificava e quando gli sputavano, non protestava, quando
lo martirizzavano, non minacciava, tutto sopportava con pazienza,
silenziosamente. Egli non si difese quando gli tolsero i suoi vestiti e
l'appesero senza vesti sulla croce davanti alla moltitudine. Ed in questo
esempio di umiltà, non solo non cercava la difesa della legge, bensì
giustificava i suoi persecutori davanti al Suo Padre Celeste e pregava per
loro: "Padre, perdonali, perche non sanno quello che fanno" (Luca 23:34).
Per nostra vergogna, non prendiamo l'esempio del nostro Salvatore, Dio, e non
cessiamo di giudicare gli altri ed anche a discutere per qualunque piccolezza.
Il risultato è che la nostra" giustizia umana porta ad un gran errore. Se noi,
lasciando da parte la preghiera e la purificazione del cuore, cominciamo a
conversare con la gente, portarla nei tribunali, si vedrà chiaramente che gli
oggetti sono più importanti della nostra propria salvezza. Quello che è più
orribile ancora, li mettiamo al di sopra dello stesso comandamento di
Cristo, (Luca 6:26-29).
Concludendo la sua spiegazione, il padre Paisio diceva: come il fieno ed il
fuoco non possono stare insieme, cosi non possono trovarsi contemporaneamente
nell'anima le due giustizie distinte: la Divina e l'umana. Colui che crede
nella giustizia Divina, non si offusca quando l'offendono e non cerca
giustificazione in caso che fosse condannato, ma riceve le false accuse, come se
fossero vere, non si preoccupa di convincere i calunniatori, ma ancora chiede
loro perdono.
"Ha detto il Ghéron":
Detti del padre Paisios del Monte Athos

IL MONACO PAISIOS DEL MONTE ATHOS
Dai detti del padre Paisios
Ha detto il Ghéron (anziano) a qualche giovane: «Non contare sulla tua conoscenza. Per poter accogliere dentre di te la conoscenza divina devi abrogare la conoscenza secondo il mondo. Diventa semplice come un bambino. Non vantarti della tua conoscenza. La conoscenza gonfia».
Ha detto il Ghéron: «Nei nostri tempi si cerca di diventare santi con poca fatica. Siamo lontani dalla tradizione. Non guardiamo ai primi dentro la pista, guardiamo agli ultimi».
Ha detto il Ghéron: «Quanto più ti sforzi [nell'ascesi], tanto più godi della grazia e dalla gioia».
Ha detto il Ghéron: «Dio potrebbe riempire il nostro cuore con tanta beatitudine e con tanto amore da farci perdere i sensi. Ma allora i monasteri verrebbero abbandonati e ci chiuderemmo nelle caverne. I laici trascurerebbero i loro affari e le loro famiglie. Per questo Dio, che è amore, non ci riempie con tanta beatitudine».
Ha detto il Ghéron: «Quando giudicate mettete sempre un punto interrogativo, perché in realtà non sapete cosa veramente succede».
Ha detto il Ghéron: «Lo sdegno ci vuole solo quando dobbiamo difendere la nostra fede, non noi stessi. Quando viene combattuta la nostra fede, allora dobbiamo indignarci. Se mi accusano, devo accettarlo, ma se accusano o lottano contro l'Ortodossia, allora devo indignarmi».
Ha detto il Ghéron: «La vita spirituale deve incominciare e partire dal cuore. Allora tutto va bene. Occorre che l'uomo capisca che ciò che ha vissuto finora era un nulla».
Ha detto il Ghéron: «Quando ospitiamo qualcuno ed è giorno di digiuno, bisogna essere attenti ai cibi. Se l'ospite vuole cibo condito, dobbiamo invitarlo a tornare il giorno dopo per offrirglielo. Dobbiamo essere attenti, noi cristiani, perché gli altri non bestemmino il nome di Dio».
Ha detto il Ghéron: «Non leggete i giornali e non guardate la TV. Spesso anche i giornali religiosi fanno male ai cristiani provocando rabbia contro altre persone e, in genere, causando confusione. Siate attenti a tutto! Leggete solo i libri dei Padri!».
Ha detto il Ghéron: «Alcune volte nella vita spirituale bisogna sforzarci. A volte soffriamo di inappetenza spirituale. Allora occorre sforzarci, magiare un boccone e così l'appetito verrà. Lo stesso facciamo con la nostra mano che ha preso una storta. Se l'accarezziamo solo non guarirà mai. Ci vuole un movimento repentino, affinché la mano possa ritornare alla sua posizione giusta. Non dobbiamo assomigliare alla tartaruga che è partita per il matrimonio ed è arrivata per il battesimo».
Ha detto il Ghéron: «Quando siamo liberi dall'angoscia, allora ogni tipo di uomo si riposa accanto a noi».
Ha detto il Ghéron: «Quando la discussione è spirituale non mi stanca. Il problema comincia quando si fanno tante domande senza senso. Se gli uomini che le fanno fossero illetterati, allora si giustificherebbero. Si tratta però di scienziati che mi chiedono, ad esempio, qual'è il rapporto tra lo spazio ultraterreno e la coscienza dell'uomo. Tira tu le conclusioni! A questi uomini di solito dico: "Ho il caffè pronto e due scatole di aspirine. Sedetevi all'ombra e a poco a poco risolveremo il problema". In questi casi occorre sia il caffè che le aspirine... Al contrario, una volta sono rimasto sveglio per tre notti di seguito: eppure non mi sono stancato. Ma quando capita qualche discussione con uomini di cultura solo esteriore, senza profondità e interessi spirituali, allora essi mi provocano il mal di testa con le loro domande. Questo è ciò che mi stanca».