Mosè, abate di Optina Pustyn'


 

Non si può parlare degli starcy di Optino senza dire qualche parola sull'archimandrita Mosè, il "rinnovatore" del monastero, il fondatore dello skit, l'abate esemplare sotto il cui governo lo starcestvo mise le radici a Optino. Senza essere stato, pro­priamente parlando, uno starec, l'abate Mosè presiedette agli inizi della grande dinastia degli starcy che costituirono la gloria del suo monastero. In questo senso, lo si può considerare come il fondatore della tradizione spirituale di Optino.

L'archimandrita Mosè, al secolo Timoteo Putilov, nacque nel 1782 a Borisoglebsk, nel dipartimento di Jaroslavl'. Suo padre, piccolo funzionario del fisco, era di una pietà austera; la madre, una donna semplice e illetterata, aveva diversi religiosi tra i familiari.

La vocazione monastica dei piccoli Putilov si fece sentire fin dalla giovane età. Inviati a Mosca per entrare nel commercio, i due fratelli Timoteo e Giona, di diciannove e quattordici anni, subiscono l'influenza di una celebre reclusa, la madre Dositea. Tramite lei, entrano in relazione con due starcy del monastero di Novospasskij, i quali erano discepoli, per corrispondenza, dello starec Paisij, il rinnovatore dello starcestvo.

Nel 1804, i due fratelli Putilov informano il padre di aver preso la risoluzione di lasciare il loro impiego per entrare al servizio di un altro Padrone. Senza dare altre spiegazioni, si recano entrambi a Sarov, dove vengono ricevuti come novi­zi. Giona doveva restarvi per sempre; egli prese l'abito sotto il nome di Isaia e, più tardi, divenne abate di Sarov. Per quanto riguarda Timoteo, lo si trova verso il 1811 nelle foreste di Ro­slavl’, in compagnia di alcuni starcy, discepoli di Paisij, venuti dalla Moldavia per portare nella loro patria il tesoro della pre­ghiera spirituale. Con il fratello minore Alessandro, che era venuto un pò più tardi a raggiungerlo nella solitudine, Timoteo emette i voti monastici. Mosè e Antonij (questi erano i nomi dei due fratelli in religione) rimarranno nelle foreste di Roslavì' fino al 1821, allorché la volontà di un vescovo li dirigerà verso Optino.

I dieci anni passati nelle foreste di Roslavì' sotto la direzione degli starcy della cerchia di Paisij hanno formato la personalità di padre Mosè, il quale ha acquisito la concentrazione, il silen­zio, il dono della preghiera incessante. Egli ha dovuto soprat­tutto reprimere gli impulsi collerici della sua natura ardente e irascibile. Alcuni appunti che egli ci ha lasciato, una specie di diario, testimoniano di questi anni di lavorio interiore. Ecco un passo che ci rivela le disposizioni d'animo del futuro abate di Optino:

 

15 dicembre 1819. Durante il pranzo ho capito improvvisamente quale sia l'atteggiamento da tenere nei confronti dei miei fratelli con i quali conduco vita comunitaria. Tutti i peccati che essi confessano o che io noto, bisogna che li prenda su di me e che ne provi pentimento come se fossero mie proprie colpe. Ciò per evitare assolutamente di giudicar­li con severità e di cedere alla collera. Gli errori, i peccati e i difetti dei miei fratelli saranno su di me.

 

Accompagnato dal fratello Antonij e da due eremiti di Ro­slavl’, Mosè si recò a Optino, dove lo attendeva il compito di fondare un nuovo skit. Aiutati da alcuni operai, i monaci ab­batterono i pini, sradicandone i ceppi, spianarono il terreno, costruirono la chiesa e le celle. Nel 1822 il vescovo di Kaluga venne a visitare Optino per benedire l'eremo creato su suo spe­ciale ordine. Mosè chiese al prelato l'autorizzazione a prendere il grande abito monastico (il "megaloschema"), ma la risposta del vescovo fu negativa: "L'ora non è ancora venuta". Per con­tro, Filaret propose a Mosè l'ordinazione presbiterale. Per sei settimane Mosè resistette. Alla fine, il vescovo fece ricorso a un argomento estremo: "Se non cedi - disse -, io testimonie­rò contro di te davanti al Signore, nel giudizio finale". Il 22 dicembre 1822, Mosè fu ordinato prete e nominato cappellano di Optino. Egli continuò a organizzare lo skit, intraprendendo nuove costruzioni che comportarono grandi spese. Nel 1825 dovette recarsi a Mosca al fine di ottenere le sovvenzioni ne­cessarie per continuare la sua opera. Fu in quel momento che egli venne eletto abate.

Mosè aveva quarantatré anni allorché divenne abate di Opti­no, e rimase in quella carica per trentasette anni. Durante quel periodo il numero dei monaci crebbe prodigiosamente. I beni del monastero raddoppiarono rispetto a prima. Le grandi man­drie di mucche, i frutteti, i laboratori, un mulino contribuiro­no ad aumentare le rendite economiche di Optino. Vennero co­struite due chiese, un refettorio, sette corpi di fabbricati con celle, foresterie, stalle, scuderie e altri servizi, e infine la cinta esterna imbiancata a calce. L'abate creò una biblioteca ricca di opere di spiritualità ed esaltò la solennità degli uffici liturgici.

Il padre Mosè intraprendeva sempre grandi opere senza ave­re i mezzi necessari e contando unicamente sull'aiuto di Dio. All'inizio di ogni nuova impresa, le persone "pratiche" gli do­mandavano: "Avete il denaro, padre?". L'abate, sorridendo, mo­strava quindici o venti rubli. "Ma è una cosa insensata.  Le vo­stre costruzioni vi costeranno migliaia di rubli". Il padre Mosè rispondeva: "E Dio, l’hai dimenticato? Se non ho denaro io, lui ne ha sempre". Sovente capitava che avesse solo pochi quat­trini al momento in cui gli operai reclamavano la loro paga. Al­lora il padre Mosè chiedeva loro di aspettare un po', e le som­me necessarie arrivavano per posta, un giorno o due dopo. Se il denaro non arrivava, allora chiedeva prestiti senza esitare e saldava i debiti quanto prima. Si può dire che l'attività econo­mica del padre Mosè si basasse totalmente sull'evangelo: non preoccuparsi affatto del domani, mai accumulare denaro, farlo sempre circolare e non lasciarlo inattivo; rendere a Dio i tesori terreni attraverso le mani dei poveri.

A volte intraprendeva grandi lavori unicamente per sovveni­re alle necessità della popolazione. In un periodo di carestia, durante il quale in monastero mancava il pane, Mosè assunse i contadini dei dintorni per una serie di nuove costruzioni. I mezzi non vennero meno, mentre l'abate comperava il pane a prezzi elevatissimi e dava da vivere alla gente. Qualcuno intorno a lui osò rimproverarlo per le spese esagerate. L'archi­mandrita, abitualmente riservato e taciturno, rispose indigna­to, con le lacrime agli occhi: "Cristo ci ha dunque predicato in­vano l'amore per il prossimo? Queste non sono parole da avere solo sulle labbra. Possiamo noi lasciar morire di fame il popolo che implora il nostro aiuto in nome di Cristo? Lavoriamo, dia­mo, dal momento che Dio non ha trattenuto per noi la sua ma­no generosa. Se egli ci elargisce dei beni, non lo fa perché li mettiamo da parte, ma perché possiamo rendere al popolo i frutti delle sue fatiche. E’ il prossimo il nostro sostentamento".

Sempre pronto a venire in aiuto di coloro che erano nel biso­gno, il padre Mosè pagava sovente un prezzo più alto di quello che gli veniva richiesto. Un commerciante gli vendette, un giorno, un barile di aringhe, "di primissima qualità, ma un pò guaste". Il fratello economo constatò che il pesce era inutiliz­zabile e che bisognava renderlo al venditore. Ma l'archimandri­ta obiettò: "E lui, come pensi che lo utilizzi? Bisogna ben che se ne sbarazzi ricavandone il suo profitto". E tenne per sé le aringhe. Il medesimo economo voleva licenziare un fumista che l'aveva ingannato parecchie volte. Il fumista, un povero con­tadino, implorava il suo perdono, promettendo di correggersi. "Non si correggerà mai, padre - diceva l'economo - è un ma­scalzone di prim'ordine!". L'abate montò in collera: "Come, un uomo vuole correggersi e tu lo tratti da mascalzone? Ma­scalzone sei tu!".

Nella foresteria del monastero, dove alloggiavano i pellegrini e i visitatori, ognuno pagava ciò che voleva, depositando il de­naro in una cassetta per le elemosine. Un ricco commerciante fece notare al padre Mosè che rischiava, in tal modo, di ospi­tare una folla di persone che non avrebbero pagato niente per il loro soggiorno in monastero. "Novantanove non pagheranno nulla, ma Dio manderà la centesima persona che pagherà per tutti gli altri", rispose l'abate.

Nella sua attività esterna, l'archimandrita Mosè ha saputo trovare e mettere in pratica i principi di un'economia cristiana. Nessuno come lui sapeva "far arrivare il denaro", e tuttavia, nel medesimo tempo, desiderava al di sopra di tutto la pover­tà cristiana. "Preferisco morire di fame piuttosto di possedere qualcosa", diceva. Somme molto consistenti passavano per le sue mani, ma senza mai restarvi un momento senza impiego. Dopo la sua morte, quando fu aperta la cassa dove teneva il denaro, non vi si trovò che un pezzo da due soldi in una fessu­ra, tra due assi. "Senza dubbio il padre non l'ha notata - si dis­se -, altrimenti l'avrebbe spesa.

"Ricco di povertà", com'era solito dire, il padre Mosè non esigeva mai alcuna dote nell'accogliere nuovi monaci o novizi. Egli amava ricevere nella sua comunità persone malate, cieche, persone "inutili" dalle quali il monastero non poteva trarre al­cun profitto materiale. Senza mai far sentire il suo potere, l'ar­chimandrita dirigeva la vita del monastero con mano ferma. Collerico per natura, aveva saputo acquistare una grande dol­cezza nei suoi rapporti con i fratelli. Se sentiva che stava per andare in collera, si rinchiudeva in casa e non si faceva vedere finché non avesse ritrovato, nella preghiera, la serenità di spiri­to. Pur notando ogni cosa, il padre Mosè evitava di reagire sot­to l'impulso del momento, allorché si trattava di rimproverare qualcuno dei suoi monaci. Lasciava passare del tempo e, più tardi, ricordava semplicemente al fratello l'errore da lui com­messo. Prima di ammonire un monaco, l'abate di Optino pre­gava a lungo per lui e si assicurava che il fratello si trovasse nel­la disposizione d'animo necessaria per capire bene. Aveva una fiducia Illimitata nella buona volontà degli uomini e ripeteva spesso le parole di Giovanni Crisostomo: "Solo i peccatori che si trovano nell'inferno con i demoni possono far dubitare del­la possibilità del loro pentimento". Evitava le misure di severi­tà nei confronti dei suoi fratelli, dicendo che bisogna sempre aspettare che il Signore tocchi il cuore dell'uomo.

Pur possedendo tutte le qualità di un grande direttore spiri­tuale, il padre Mosè si limitava, nell'esercizio della sua carica abbaziale, al mantenimento della disciplina esteriore, dell'ob­bedienza e della buona condotta dei fratelli. In tutto ciò che riguardava le questioni puramente spirituali si metteva da parte con umiltà e cedeva il posto agli starcy. Di tutto ciò che l'abate Mosè fece per Optino nel corso della sua vita laboriosa, questo ritrarsi in silenzio di fronte all'autorità carismatica dei grandi padri spirituali fu l’opera più rimarchevole. È grazie a lui che i primi due starcy di Optino, Leonid e Makarij, vennero a stabi­lirsi nello skit da lui creato per ricevere i religiosi votati intera­mente alla vita di preghiera. Se lo starcestvo è divenuto l'anima stessa di Optino, fu ancora merito dell'abate Mosè che, in tut­ta umiltà, subordinò la sua volontà alla direzione degli starcy. Tutta la vita spirituale del monastero era sottomessa alloro giu­dizio illuminato dalla grazia.

Ma i monaci non erano i soli a giovarsi di queste elargizioni divine: come faceva con le ricchezze materiali, il padre Mosè cercò di estendere lontano l'irradiamento spirituale degli star­cy, al di fuori della cinta del suo monastero. Ciò gli attirò pa­recchie difficoltà da parte delle autorità ecclesiastiche che non volevano accettare che le porte di un chiostro si aprissero trop­po alle necessità e alle preoccupazioni del mondo esterno.

Co­me ogni fenomeno nuovo e insolito, lo starcestvo passò attraver­so un periodo di persecuzione. Fu necessario difenderlo con fermezza, tanto davanti ai prelati quanto di fronte all'opinio­ne pubblica. Grazie al metropolita Filaret di Kiev, Optino alla fine la spuntò. Tuttavia, nel difendere l'opera che egli stimava al di sopra di tutto, l'abate di Optino dovette subire per an­ni ogni sorta di prove: incomprensione, rimproveri da parte dei superiori, intrighi, malcontento di alcuni dei suoi fratelli che andarono persino a denunciarlo ai poteri ecclesiastici come un innovatore pericoloso. Il padre Mosè sopportò tutto con un'u­miltà via via più grande. Verso la fine della vita, non cessava di ripetere: "Adesso so di essere veramente l'ultimo di tutti".

A ottant'anni, pur soffrendo di un doloroso ascesso nella schiena, l'archimandrita Mosè non diminuiva la sua attività. Continuava a dirigere la vita del monastero, entrandovi in tutti i suoi dettagli, persino quando l'idropisia l'obbligò a mettersi a letto definitivamente. E’ sul suo letto di morte che egli ricevette finalmente il "megaloschema", il grande abito monastico al quale aspirava fin dalla giovane età e al quale aveva dovuto rinunciare per obbedienza, per seguire una via diversa dalla contemplazione. Nel periodo in cui dovette restare a letto, si co­municava ogni giorno e non cessava di istruire i suoi fratelli, parlando con loro dello starcestvo, sorgente di grazie prodigio­se. Circa quattromila persone vennero a sfilare davanti al suo letto per ricevere la sua benedizione. Due giorni prima della morte fece portare via dalla cella tutti gli oggetti, salvo un'icona di san Tichon di Voronez, che fu posta davanti a lui.

Morì il '6 giugno 1862, alle dieci del mattino, nel momento in cui veniva letta alla sua presenza la parola dell'evangelo: "Poi­ché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con gli angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni" (Mt 16,27).

 

 

Tratto da N. ARSENIEV, V. LOSSKY, Padri nello Spirito - ed. QIQAJON COMUNITA' DI BOSE  a cui si rimanda per l'approfondimento.