Lucio Coco
 

Le Madri del deserto

 

 

 

 

Uno sguardo sul monachesimo

 

A partire dal III e soprattutto dal IV secolo il monachesimo rappresenta uno degli aspetti più caratteristici e originali nella storia del cristianesimo. Sulla strada dei primi asceti cristiani, in quanto una forma aurorale e primitiva di ideale monastico esisteva già prima, si innesta l'azione di innovazione e di rifondazione intrapresa da Antonio il Grande, il padre dei monaci e il modello per tutti coloro che sceglievano la vita solitaria.

Nel 357, un anno dopo la sua morte, Atanasio ne aveva scritto la Vita, «un importante documento della prima epoca monastica», che era servita da traccia a molte generazioni di asceti che, come lui, avevano preso la via del deserto. Ed è per questo motivo che Gregorio di Nazianzo può definire il libro «una regola sotto forma di racconto».

Contemporaneamente all'esperienza di Antonio, dopo il 320, il monaco Ammone aveva impiantato a sessanta miglia a sud di Alessandria i monasteri di Nitria e delle Celle. Dieci anni più tardi, Macario era sciamato verso Scete «in un deserto vastissimo, a un giorno e a una notte dai monasteri di Nitria» e quando, nel 340, venne ordinato presbitero, era già numerosa la popolazione dei soli­tari raccolti attorno a lui. Il deserto di Nitria, l'insediamento delle Celle e la lontanissima Scete costituivano il nucleo origi­nario del monachesimo eremitico di ispirazione antoniana. Ancora più a sud, nella regione della Tebaide, si era sviluppato, più o meno negli stessi anni il modello monastico cenobitico, che prevedeva la vita in comune dei religiosi. Nel 323 Pacomio aveva fondato a Tabennisi, un villaggio a 50 chilometri da Tebe, il suo primo monastero, e successivamente altri dieci cenobi, due dei quali di donne.

Fin dal IV secolo queste fondazioni monastiche sarebbero divenute meta di tanti pellegrini che sarebbero passati senza lasciare traccia o che dei loro viaggi avrebbero scritto una cro­naca, come nel caso, proprio in quello stesso volgere di anni, della Storia Lausiaca di Palladio, della Storia dei monaci di Rufino, delle Conferenze spirituali di Giovanni Cassiano e del Pelle­grinaggio  di Egeria, altra testimone della compresenza in Terra Santa di monasteri maschili e femminili. Ma è proprio Palladio, nella Storia Lausiaca, a fornire maggiori dettagli sulla struttura dei monasteri femminili della congregazione pacomiana. Riferendoci in particolare che in essi valevano le stesse regole e lo stesso modo di vita di quelli maschili, fatto salvo il modo di vestire, egli ci conferma una vitalità di vocazioni che trova un riscontro stupito e ammirato anche in un commento di Giovanni Crisostomo: «Il cielo che si ammanta di stelle non è così splendido come il deserto d'Egitto che mostra dappertutto le tende dei monaci», esso è «più bello di ogni giardino, migliaia di cori angelici con sembianza di uomini, un popolo di martiri e assemblee di vergini». Il Crisostomo nello stesso passo ci offre una descrizione che, nella prosa avvincente che lo caratterizza, serve a dare un'idea più precisa e dell'ampiezza dell'importanza spirituale che aveva assunto il monachesimo femminile delle origini:

 

Per tutta questa regione è possibile vedere l'esercito di Cristo, il gregge reale e la comunità delle virtù celesti. E questo non lo si riscontra solo per gli uomini, ma è valido anche per le donne. Infatti non meno degli uomini si danno alla vita ascetica; non imbracciano scudi e non cavalcano come vorrebbero gli accigliati legislatori e pensatori greci, ma danno vita a un'altra battaglia molto più dura, combattendo insieme agli uomini una comune guerra contro il diavolo e le potenze delle tenebre. In nessun modo la debolezza del sesso diventa un impedimento in questo conflitto, perché un tale combattim­ento viene deciso non in base alla forza del corpo ma alla determinazione dell'anima. In questo senso le donne hanno combattuto spesso con più impegno degli uomini e hanno conseguito trofei più splendidi.

 

 

Madri nel deserto

 

Fin dai primi secoli del cristianesimo le donne hanno sviluppato, non diversamente dagli uomini, analoghi modelli di vita solitaria, come autorevolmente afferma Antonio Quacquarelli: «la concezione che si aveva della sequela Christi non poteva non coinvolgere l'uomo e la donna nella stessa misura». In corrispondenza infatti dei primi asceti cristiani, che hanno preceduto i monaci, esse sono dette «vergini», perché «della stirpe che non viene dalla fecondità corporale»  e perché loro attributo specifico è «la verginità, che si adorna di ogni altra virtù».  

Non è tuttavia possibile stabilire esattamente l'epoca in cui si compie questa transizione per cui da associazioni spontanee, e per lo più domestiche, di vergini si passa a un monachesimo femminile organizzato. Rimane tuttavia significativo che la maggior parte delle testimonianze ricolleghi il fenomeno a delle relazioni di parentela o di filiazione spirituale. Antonio dà in consegna la sorella a un parthenon nel momento in cui comincia la sua vita di eremita. In base alla testi­monianza di Atanasio infatti egli, dopo aver rinunciato e venduto tutto quello che aveva: «Affidò la sorella a delle vergini fidate e che ben conosceva, affinché fosse educata in base al loro modo di vita».  

Pacomio, il primo fondatore di cenobi femminili, verso il 330, lascia alla sorella Maria la direzione del monastero di Tabennisi. E per restare ancora in ambiente familiare, è il caso di ricordare la comunità di Annesi, sulle sponde del fiume Iris, voluta e organizzata nel 355-360 da Macrina, sorella maggiore di Basilio il Grande e di Gregorio di Nissa, che nella sua biografia, La vita di Macrina, ci ha lasciato un documento destinato a diventare, oltre che il testamento spirituale della santa, anche il manifesto del monachesimo femminile in area microasiatica.

Anche solo da questi esempi è evidente che il modello monastico che le donne preferiscono e verso il quale si indirizzano è quello cenobitico. Questa tendenza è accertata anche tra i circoli ascetico-domestici romani. Per esempio la casa di Marcella sull'Aventino si trasformò (dopo il 373) «in quello che possiamo chiamare un cenacolo ascetico». Mentre in area palestinese la nobile Paola, che pure aveva partecipato all'asceterio di Marcella, aveva fondato a Gerusalemme (nel 386) un doppio Convento maschile e femminile sotto la guida rispettivamente di Girolamo e, alla sua morte (404), della figlia Eustochio.

Per evidenti ragioni meno marcata risulta invece la tendenza all'eremitismo femminile. Poche sono le donne che scelgono

la via dell'anacoresi, anche se i loro profili si inseriscono in una tradizione altamente edificante. Allora alla Vita di Antonio si affianca La vita di Sincletica, due bioi che «godono di una tessa autorità, quella di Atanasio». È questo un testo magi­strale sulla condotta e sugli obblighi della vergine cristiana.

Appartenente a una nobile famiglia macedone trasferitasi ad Alessandria, Sincletica visse nel IV secolo. Alla morte dei genitori rinunciò alla ricca eredità, preferendo ritirarsi con la sorella cieca in una caverna. Come per evidenziare l'autorevolezza del suo insegnamento, i ventotto detti di Sincletica, quasi tutti tratti dalla Vita, sono stati trasmessi e inseriti, insie­me a quelli di altre madri, nella collezione alfabetica a pettine tra i Detti dei padri del deserto, testimonianze discrete e uniche esistenze spesso sfumate, a fronte di una decisa maternità spirituale, capace di generare i propri figli alla fede. Disse una volta Sincletica, in un apoftegma che è presente anche nel Meterikon:

 

Viviamo sulla terra, come in un altro grembo della madre, per rinascere alla vita celeste. Come i neonati, dopo essere maturati nel seno materno, escono alla luce, così i santi si perfezionano sulla terra con l'impegno faticoso e con la grazia di Dio per poi passare al mondo celeste. I peccatori, invece, sono come i feti morti nel grembo, passano da un buio all'altro. Muoiono sulla terra per il veleno dei vizi e, dopo la morte, proseguono verso il buio infernale.

 

Talvolta in queste biografie prevale l'iperbole di certi atteggiam­enti. Di Teodora (dieci detti in Alph.) infatti si dice che lasciò il marito per abbracciare la vita monastica e, per non essere seguita da lui, si vestì da uomo ed entrò in un monastero a diciotto miglia da Alessandria (l'Oktodecaton). Solo alla sua morte si scoprì che si trattava di una donna. Questa circostanza è narrata in un apoftegma della serie alfabetica. Formidabile è il commento dell'abba Bessarione che aveva ritrovato il corpo della donna e ne aveva scoperto il segreto: «Ecco come le donne trionfano su Satana e noi invece ci disperdiamo nel mondo». Di Sarra (nove detti in Alph.), di cui non si sa nulla e che tuttavia è rimasta famosa per la sua lotta durata decenni contro il demone della lussuria, quasi si favoleggia che fosse vissuta per sessant'anni sulle sponde del fiume Nilo senza mai alzare lo sguardo per vederlo, come recita un notissimo apoftegma che ci restituisce intatta l'immagine della sua forza di carattere.

 

Tratto da: METERIKON, I detti delle Madri del deserto - ed. Mondadori a cui si rimanda per l'approfondimento