GRANDI STARTSI



Partenio rimase molto impressionato da Arsenio e Nicola e dal loro modo di celebrare la Messa e riferì:
«Mentre l'uno sta in lacrime davanti al Trono di Dio e, per il copioso pianto non può quasi pronunciare parola, l'altro, davanti al leggio, piange egli pure»

 


Startsi del XIX secolo


 

Teofilo Gorenovskij

 

Nella Laura di Kiev vissero due uomini di spiritualità elevata, Paisio Yarockij (1821-1893) e lo ieroschimonaco Teofilo Gorenovskij (1788-1853), ambedue «pazzi per Cristo».  

La vita di Teofilo Gorenovskij è così piena di miracoli che potrebbe apparire come una leggenda medioevale se non fosse così vicina nel tempo e così ben suffragata da documenti e testimonianze irreprensibili. Alcune sue profonde considerazioni conservano piena attualità:

 

«La nostra vita è tempo di commercio e dobbiamo affrettarci ad acquistare quanto più possiamo. Chi va al mercato recando soltanto degli zoccoli ed altre modeste cose non si mette a sedere con le mani in mano ma si dà da fare per trovare dei compratori e vendere ogni cosa per acquistare per sé ciò di cui abbisogna. Esamina bene te stesso e non tarderai a scoprire quel che possiedi e quel che puoi guadagnare in cambio di ciò che hai... Al momento del terribile Giudizio ti sarà chiesto conto di tutto: Avevi le mani? Come le hai adoperate e che vantaggio ne hai tratto? Con il tuo cervello e le tue labbra che cosa ti sei procurato? E non riceverai ricompensa per qualsiasi cosa tu abbia ottenuto, ma soltanto per ciò che avrai guadagnato in modo acconcio».

 

Parlando della semplicità Teofilo così disse:

 

«Dio vede la mia semplicità. Io celebro la Liturgia secondo le rubriche, leggo tutte le preghiere prescritte e venero il primo concelebrante come mio superiore, ma quando incomincio a meditare sul sacramento che si sta compiendo dimentico me stesso ed ogni cosa intorno a me. Durante il servizio liturgico vedo un raggio a forma di croce che discende dall'alto e illumina il primo celebrante e gli altri intorno a lui, ma non sempre tutti; vedo un qualcosa simile a rugiada che scende sui Santi Doni e luminosi angeli che volano sopra l'altare dicendo: "Santo, Santo, Santo è il Signore Dio degli eserciti e i cieli e la terra traboccano della Sua Gloria". Il mio essere è allora ineffabilmente rapito e non trovo forza per staccarmi da così dolce visione».  

 

La descrizione della morte di Teofilo con i fenomeni che l'accompagnarono e che i presenti attestarono, è di per sé degna di studio.

 

 

Lo starec  Arsenio

 

Negli anni dal 1840 al 1850 il famoso pellegrino ieromonaco Partenio, più tardi abate di Guslicy, visitò San Panteleimone e vi trovò 200 monaci. I russi al loro arrivo a San Panteleimone erano stati ricevuti dall'abate Gerasimo, un macedone di lingua slava, ed avevano, al pari di tutti gli altri monaci russi dell'Athos, come confessore e direttore spirituale Padre Arsenio, una bella figura di uomo e di mistico, nativo di Balachna in provincia di Niznij Novgorod.

Arsenio, al secolo Alessio, aveva per tempo abbandonato la casa paterna alla ricerca della perfezione e dopo aver visitato parecchi monasteri era finalmente entrato al celebre Pesnosskij, nei pressi di Mosca, e vi era rimasto per tre anni. Disgustato infine per il gran numero di visitatori che venivano dalla vicina capitale, Alessio aveva poi deciso di recarsi in Moldavia e, accompagnato dall'amico suo Nicete, originario di Tula, era giunto all'austera skete moldava di Balasev e qui aveva fatto professione con il nome di Abele e ricevuto gli ordini, mentre Nicete professava col nome di Nicandro.

Sempre alla ricerca della vera solitudine, dopo qualche tempo i due amici abbandonarono la skete di Balasev e si diressero verso il monte Athos. In occasione della guerra d'indipendenza greca i Turchi presidiavano allora la santa montagna e la maggior parte dei monasteri erano abbandonati o a malapena sopravvivevano. Abele e Nicandro si stabilirono dapprima al monastero Iviron e, appena la situazione migliorò ed i monaci presero a ritornare sui luoghi, si ritirarono in un eremo, risolvendo il problema del sostentamento fabbricando e vendendo cucchiai di legno.

Partenio riferisce che ad un certo momento i due monaci erano riusciti col loro lavoro a mettere da parte 2.000 levas con cui pensavano di comprare cose di immediata necessità. Venne da essi in quei giorni un greco di Chio il quale raccontò loro che i Turchi gli avevano fatto prigionieri la moglie e i figli e pretendevano 5.000 levas per il riscatto; egli era già riuscito a raccoglierne 3.000 e percorreva adesso la santa montagna questuando o chiedendo preghiere. Al disgraziato, pieno di stupore e felicità, Abele consegnò subito tutti i risparmi. Partitosene l'uomo, Nicandro prese a rimproverare l'amico: «Che hai fatto, Padre? Perché hai dato via tutto il denaro? Abbiamo lavorato per quattro anni per poterci procurare l'indispensabile ed eccoci da capo». Ed Abele: «Oh, Padre Nicandro! Quando ci decideremo ad essere veri monaci? Il Signore ci ha tratti fuori da un mucchio di guai e tu sei ancora tentennante.  Il   Signore che si è preso cura di noi in momenti difficilissimi, sarà incapace di farlo ancora? Grazie a Dio, il lavoro adesso ci rende; lavoreremo ancora e il guadagno che ci avanzerà lo depositeremo presso Dio. A che pro accumulare il denaro ricevuto? Il quale, per di più, ci allontana dal Signore perché, quando ci mettiamo a pregare, abbiamo il pensiero al denaro ed il Signore ha detto: "Dov'è il vostro tesoro ivi è il vostro cuore" (Mt., 6, 21). Lascia che il nostro denaro se ne vada con Dio e il nostro cuore terrà dietro». Nicandro, al colmo della commozione, s'inginocchiò davanti all'amico, pianse e chiese perdono.

Dopo dieci anni trascorsi alla skete di San Giovanni il Precursore, dipendente dal monastero Iviron, Abele e Nicandro, divenuti frattanto i megaloskemi Arsenio e Nicola, andarono a ritirarsi nel lontano eremo di San Giovanni Crisostomo per vivervi in solitudine completa. Essi rimisero in ordine la cappella del loro eremo dove l'abate Partenio doveva poi a suo tempo far professione.

A mezzanotte i due monaci si alzavano per recitare un lunghissimo ufficio e quando avevano il pane e il vino celebravano la Messa; ciascuno di essi fabbricava dieci cucchiai al giorno ed il restante tempo lo spendevano in preghiere e meditazione. Partenio rimase molto impressionato dal loro modo di celebrare la Messa e riferì: «Mentre l'uno sta in lacrime davanti al Trono di Dio e, per il copioso pianto non può quasi pronunciare parola, l'altro, davanti al leggio, piange egli pure».

Nel 1836 Padre Anikita, al secolo principe Sichmatov, si preoccupò di organizzare il pellegrinaggio dei due amici in Terra Santa.

Nicola morì nel 1841 e Arsenio nel 1846.

 

 

 

Padre Gerolamo Solomencev

 

Padre Gerolamo Solomencev, un grande mistico egli pure, fu il vero riorganizzatore della vita monastica dei russi sul monte Athos. Figlio del ricco mercante Paolo e della di lui moglie Marta, più tardi monaca e reclusa, Giovanni Solomencev nacque il 28 giugno 1803 a Stami Oskol nella provincia di Kursk. Nella famiglia Solomencev si contavano quindici membri entrati in religione e fra essi abati, badesse, reclusi e starec. Il primogenito del mercante Paolo si fece monaco, la figlia morì badessa nel 1886 e Giovanni, per non abbandonare il padre solo con l'ultimo figlio in giovane età, attese il ventisettesimo anno per seguire la sua vocazione. Visse quindi alcuni anni come oblato in vari monasteri russi, insieme all'amico suo Nicola e nel 1836 egli e l'amico andarono a stabilirsi sull'Athos presso Padre Arsenio. Fatta professione nelle mani di Arsenio con i nomi rispettivamente di Joannikij e Nikita, essi si ritirarono in solitudine e, dopo la precoce morte dell'amico divenuto frattanto il megaloskemo Nicodemo, Joannikij incominciò a raccogliere attorno a sé dei discepoli mentre Padre Arsenio veniva assai spesso a celebrare la Messa per la piccola comunità.

Fallito, per l'incomprensione regnante fra Grandi Russi e Ucraini, il tentativo fatto nel 1836 da Padre Anikita di riunire i monaci russi alla skete di Sant'Elia che Paisio Velickovskij aveva fondato, i Russi vissero dispersi sull'Athos fino al 1839 allorché Gerasimo, abate di San Panteleimone, li invitò a venire nel suo monastero garantendo loro come confessore Padre Paolo, già abate di Sant'Elia, e acconsentendo a che avessero la loro propria cappella e celebrassero gli uffici in Slavonico, mentr'egli sarebbe stato tanto abate loro che dei Greci. I Russi, accettato l'invito con l'approvazione di Padre Arsenio, si stabilirono a San Panteleimone il 20 novembre 1839 ed a Paolo, morto poi il 2 agosto 1840, successe Joannikij, ordinato prete e nominato confessore della comunità russa il 23 novembre dello stesso anno.

Nel 1841 Joannikij fece professione di megaloskemo col nome di Gerolamo e la sua fama attirò ben presto al monastero una folla di postulanti nonché l'attenzione di numerosi benefattori.

 Sotto la guida di Padre Gerolamo il monastero di San Panteleimone diede inizio alla sua attività editoriale pubblicando fra l'altro quasi tutti gli scritti di Teofanio il Recluso. A Gerolamo, organizzatore su vasta scala di attività assistenziali, si deve inoltre la fondazione del magnifico monastero caucasico del Nuovo Athos.

Gerolamo morì il 14 novembre 1885 dopo essere stato per quarantacinque anni confessore dei monaci russi.

 

Tratto da Serge Bolshakoff: INCONTRO CON LA SPIRITUALITA' RUSSA - Ed. SEI