
| La questione dell'esicasmo | L'opera di san Gregorio Palamas | In difesa dei santi esicasti | Come i cristiani debbano pregare |
La
preghiera di Gesù era legata ad un metodo che si era sviluppato e definito
gradualmente nel corso dei secoli.
Sembra che la sua pratica fosse divenuta, presso molti monaci, un po' meccanica
e formale. E' intorno a tale questione e alla dottrina della visione della luce
increata che si scatenò l'accesa polemica tra Barlaam di Seminara, detto il
Calabrese (m. 1348) e san Gregorio Palamas, monaco dell'Athos
(1296-1359).
Barlaam, originario
della Calabria, si stabilì a Costantinopoli verso il 1330. I suoi meriti di uomo
erudito e di filosofo gli conferirono presto una solida reputazione. Giunto
dall'Italia, dove cominciava ad affermarsi lo spirito rinascimentale, egli aveva
coltivato la propria formazione intellettuale negli ambienti umanistici aperti
alla scuola tomista. Negli scritti dello pseudo Dionigi l'Areopagita, che lo
interessavano in particolare per 1' apofatismo, cioè per la tendenza a dire di
Dio ciò che non è piuttosto che ciò che è, egli trovò una base metafisica
per la sua riflessione sull'inconoscibilità di Dio.
Gregorio Palamas si levò
contro tale posizione e contro l'agnosticismo di Barlaam, inviandogli alcune
lettere. Barlaam, messo in difficoltà dall'avversario, cominciò a frequentare
alcuni monaci esicasti.
La sua sensibilità
umanistica e neoplatonica fu vivamente urtata dalle loro pratiche. Li accusò
apertamente definendoli omphalo'psychoi, perché si concentravano sul
loro ombelico, e nella loro pratica della preghiera costante gli parve di riconoscere
una prova di messalianismo. Egli sapeva che i messaliani (« coloro che pregano»,
in siriaco) o euchiti (lo
Credeva così di averli
smascherati: gli esicasti erano degli eretici. Per completare il quadro della
loro eresia, aggiunse che essi pretendevano di vedere la luce divina. La
polemica era innescata.
Gregorio
stesso, postosi a difesa degli esicasti, non negò i malintesi o le
approssimazioni che potevano indurre i monaci in grossolani errori e pericolose
confusioni. E ammise che Niceforo aveva composto la sua opera «in modo semplice
e senza approfondire ».
Il metodo appare così semplice,
basta fare uno sforzo di volontà per attenersi ad esso fino a quando mostra la
sua efficacia... La pretesa di vedere la luce divina increata con gli occhi del
corpo era per Barlaam motivo di scandalo: «dottrine assurde [...] prodotti di
una fallace credenza e di un'immaginazione sconsiderata» (Lettera V a
Ignazio).
L'opinione pubblica si
appassionò alla questione dell'esicasmo. Mentre l'Impero Bizantino dava sempre
più gravi segni del proprio declino, ci si abbandonava al gusto della polemica
e ci si schierava a favore o contro la possibilità di vedere la « luce
taborica».
La disputa dottrinale
scosse la Chiesa greca, e ambizioni politiche e intrighi di palazzo vi si
mescolarono. Nel 1341 si riunì un concilio in Santa Sofia sotto la direzione
del basileus Andronico III. Quest'ultimo dichiarò che soltanto i vescovi
potevano deliberare sui dogmi, e costrinse Barlaam a porgere le proprie scuse ai
monaci che aveva criticato. Sconfitto, Barlaam tornò in Occidente e morì in
Italia, vescovo di Gerace. La polemica non era conclusa e alcuni umanisti
bizantini che condividevano le posizioni del filosofo calabrese continuarono ad
opporsi a Gregorio Palamas.
Dopo la morte di Andronico III,
Gregorio venne sospettato di aver appoggiato il colpo di stato del reggente
Giovanni VI Cantacuzèno. Guerra civile, peste nera proveniente dall'Asia
centrale (1348), minacce ottomane e controversie religiose turbarono il regno di
Giovanni VI. Gregorio Akyndinos, vecchio discepolo di Gregorio Palamas, criticò
alcune affermazioni del maestro, il quale fu condannato da un concilio
presieduto dal vescovo di Costantinopoli, il patriarca Giovanni Calecas.
Entrato in
Costantinopoli, Giovanni Cantacuzeno fece deporre Giovanni Calecas e, favorevole
a Gregorio, convocò un concilio nel quale vennero condannati gli avversari del
monaco esicasta. Gregorio Palamas venne consacrato arcivescovo di Tessalonica.
L'adozione delle
formule di san Gregorio Palamas confermò lo scisma tra la Chiesa greca e quella
di Roma.
Per
ribattere alle critiche di Barlaam era necessario correggere alcuni precetti del
metodo esicastico e soprattutto dimostrare che la posta in gioco interna al
dibattito era di stampo prettamente teologico,
essenziale per la comprensione delle conseguenze dell'incarnazione del Figlio di
Dio. Fu Gregorio Palamas l'autore di questa fondamentale riflessione. Dal suo
eremo di San Saba, nei pressi della Grande Laura nella penisola athonita, egli
reagì agli attacchi di Barlaam redigendo le sue Triadi in difesa dei santi
esicasti.
Difesa
del metodo psicosomatico
Palamas
non nega gli equivoci. Quel che preme non perdere di vista è, secondo lui, il
coinvolgimento del corpo nella preghiera. Tale principio si basa sulla pratica
sacramentale e sulla considerazione che la salvezza in Cristo riguarda l'uomo
nella sua totalità
di
corpo, anima e spirito.
L'individuo
trova espressione nel corpo e la dualità di corpo e anima, che tanto ha segnato
il pensiero occidentale, non è né biblica né cristiana. Il cristianesimo è
la religione dell'incarnazione, la vita in Cristo non può venire disincarnata.
L'assunzione della natura corporea da parte del Verbo implica per l'uomo un
destino superiore a quello degli esseri incorporei, gli angeli. Che il corpo
possa partecipare alla preghiera costituisce una necessità, perché l'uomo è
un tutto votato obbligatoriamente ad essere riunificato.
Difesa
della visione della luce divina
«Nessuno,
uomo o angelo che sia, ha veduto Dio né mai lo vedra', poiché non vede che
attraverso i propri sensi e la propria mente [...]. Al contrario, come potrebbe,
colui che è divenuto Spirito e vede in Spirito, non contemplare ciò che è simile
alla forma della sua contemplazione [...]? Nella visione spirituale, tuttavia,
la luce trascendente di Dio non appare che ancor più nascosta» (Tnadi, Il,
3, 31).
Verso
la deificazione
Secondo
la bella espressione di sant'Atanasio di Alessandria (295-373), « Dio si
è fatto uomo perché l'uomo possa divenire Dio». La deificazione (théòsis)
rappresenta il nostro giusto destino. La struttura teologica che sta alla
base della dottrina di Palamas sulla deificazione è quella elaborata dai
concili di Calcedonia (451) e di Costantinopoli (680-681). L'interpretazione
simbolica della théosis viene rifiutata: « Quando avrai nella tua anima
lo stato divino, allora veramente possederai Dio dentro di te. Il vero stato
divino è l'amore per Dio, e si afferma solo attraverso la pratica dei suoi
comandamenti». Palamas si pone sulla linea dei padri, in particolare di Massimo
il Confessore (580-662) e di Giovanni Damasceno (?-750 ca.). La dottrina
patristica della deificazione viene in genere definita nei termini di visione di
luce, in accordo con il grande tema giovanneo del prologo, ma anche con
riferimenti al neoplatonismo. Su questo punto Palamas si trovava costretto a
difendersi dall'accusa di messalianismo.
Al fine di eliminare ogni
ambiguità e di rendere chiara la propria opposizione all'errore dei messaliani,
Palamas distingue l'essenza divina dalle sue operazioni (enérgeia). Tale
posizione dottrinale è importantissima. Distinguere senza separare, poiché in
Dio non è data alcuna dualità. L'essenza divina, sempre trascendente, è «
causa» o «origine» delle operazioni, dato che Dio resta trascendente
alla sua propria rivelazione e tali operazioni o energie rendono
partecipi le creature della vita divina.
Le proprietà
costituiscono il modo in cui la natura divina palesa la sua esistenza pur
rimanendo trascendente. Dio è completamente presente e attivo in ciascuna di
esse, che non sono degli intermediari, delle emanazioni tra il Creatore e le
creature. La distinzione tra il Creatore e le creature è mantenuta al livello
dell'essenza e delle proprietà, ma in Cristo c'è unione ipostatica: nella
persona del Verbo, l'increato e il creato si uniscono senza confondersi: «Con
la sua grazia, Dio rende dèi sempiterni coloro che partecipano delle proprietà
e che agiscono in comunione con esse »(Apologia).
(tratto da H-P. RINCKEL, La preghiera del cuore - ed. Paoline).
APPROFONDIMENTI:
San Gregorio Palamas, arcivescovo di Tessalonica
IN DIFESA DEI
SANTI ESICASTI
Domanda: Essi (certi
professionisti della cultura profana) pretendono che noi abbiamo torto a voler
rinchiudere lo spirito nel corpo: dovremmo piuttosto espellerlo a ogni costo. I
loro scritti maltrattano alcuni dei nostri, col pretesto ch'essi consigliano ai
principianti di portare i loro sguardi su se stessi e di introdurre, per mezzo
della inspirazione, il loro spirito nel loro interno. Lo spirito, essi dicono,
non è separato dall'anima; come può introdurre in sé ciò che non è
separato, ma unito? Essi aggiungono che alcuni dei nostri parlano di introdurre
la grazia in loro per le vie nasali. Io so che questa è una calunnia (perché
io non ho mai inteso cose simili nel nostro ambiente), una malignità aggiunta
alle altre. A colui che deforma costa poco inventare. Spiegami dunque, padre
mio, perché noi applichiamo tutte le nostre cure a introdurre in noi il nostro
spirito e non abbiamo torto alcuno a rinchiuderlo nel nostro corpo...
Risposta di Gregorio: "Il
nostro corpo non ha niente di cattivo: esso è buono per sua natura; condannabile
è solo lo spirito carnale, cioè il corpo prostituito al peccato). Il male non
viene dalla carne, ma da ciò che la abita.Non è male che lo spirito abiti nel
corpo, ma piuttosto che si eserciti nelle nostre membra la legge opposta alla
legge dello spirito. Ecco perché noi insorgiamo contro la legge del peccato e la
cacciamo fuori dal corpo per introdurvi il dominio dello spirito. Grazie a
questo dominio, noi stabiliamo la legge per ogni potenza dell'anima e per ogni
membro del corpo: a ciascuno secondo ciò che gli conviene. Per i sensi, la
natura e il limite del loro esercizio: questa legge porta il nome di temperanza;
per la parte passionale dell'anima, procuriamo l'abitudine più nobile: la carità;
resta la parte razionale, che noi cerchiamo di migliorare rigettando tutto ciò
che si oppone all'ascesa dello spirito verso Dio:
La nostra anima è un' essenza fornita di potenze multiple e ha per
organo il corpo che essa vivifica. La sua potenza - lo spirito, come noi lo
chiamiamo - opera per mezzo di alcuni organi. Chi ha mai supposto che lo spirito
possa risiedere nelle unghie, nelle palpebre, nelle narici o nelle labbra? Tutti
sono d'accordo a porlo nel nostro interno. I pareri divergono quando si tratta
di designare l'organo interiore. Alcuni collocano lo spirito nel cervello come
in una specie di acropoli; altri gli attribuiscono la parte centrale del cuore,
quella che è pura da ogni soffio animale. In quanto a noi, sappiamo con
certezza che la nostra anima ragionevole non è dentro di noi come in un vaso -
poiché è incorporea - né all'esterno di noi - perché è unita al corpo -, ma
che è nel cuore come in un organo.
Non lo sappiamo da un uomo, ma da Colui che
ha plasmato l'uomo. Egli ci ha detto: «Non quello che entra nella bocca rende
impuro un uomo, ma quello che ne esce... perché è dal cuore che vengono i
cattivi pensieri» (Mt 15,11,19). E il grande Macario non parla in modo diverso:
«Il cuore presiede a tutto l'organismo. Quando la grazia si è impadronita dei
pascoli del cuore, essa regna su tutti i pensieri e su tutte le membra, perché
è là che si trovano lo spirito e tutti i pensieri dell'anima». Il nostro
cuore è dunque la sede della ragione ed è il suo principale organo corporeo.
Se vogliamo applicarci a sorvegliare e raddrizzare la nostra ragione mediante
un'attenta sobrietà, non c'è modo migliore di sorvegliarla se non raccogliendo
il nostro spirito disperso al di fuori delle sensazioni e ricondurlo dentro di
noi fino allo stesso cuore che è la sede dei pensieri. Per questo Macario
prosegue un po' più avanti: «E' dunque là che bisogna guardare per vedere se
la grazia vi ha impresso la legge dello spirito». Dove là? Nell'organo
direttivo, il trono della grazia, dove si trovano lo spirito e tutti i pensieri
dell'anima, in breve, nel cuore. Vedi subito perciò la necessità, per quelli
che hanno deciso di sorvegliarsi nella quiete, di ricondurre e rinchiudere lo
spirito nel loro corpo e soprattutto nel suo centro che noi chiamiamo cuore...
Se «il Regno dei
cieli è dentro di noi» (Lc 17,21), come non si escluderebbe dal regno colui
che deliberatamente si applica a far uscire il suo spirito? Dice Salomone: «Il
cuore retto cerca il senso» (Pro 27,2ì), quel senso che altrove chiama «spirituale
e divino» (Pro 2,5) e del quale i Padri ci dicono: «Lo spirito
interamente spirituale è avvolto da una sensibilità spirituale; non cessiamo
mai di ricercare questo senso a un tempo in noi e fuori di noi»
Comprendi allora che,
se uno vuole levarsi contro il peccato, acquistare la virtù e la ricompensa del
combattimento virtuoso, o più esattamente, se vuole la caparra di questa
ricompensa, il sentimento spirituale, è necessario che riconduca lo spirito
nell'intimo del suo corpo e di se stesso. Voler far uscire lo spirito, non dico
dal pensiero carnale, ma dal corpo stesso, per andare incontro a spettacoli
spirituali, è il colmo dell'errore greco (= pagano)... Quanto a noi rimandiamo
lo spirito non solo nel corpo e nel cuore, ma in se stesso. Quelli che affermano
che lo spirito non è separato, ma unito, possono opporre:
«Lo spirito - dice san Basilio - che non si spande al di fuori (dunque
egli esce e deve perciò rientrare!) ritorna a se stesso e si eleva da sé a Dio
per un cammino infallibile». Dionigi, l'infallibile contemplatore del mondo
spirituale, ci dice che questo movimento dello spirito non potrebbe ingannarsi.
Il padre dell'errore e della menzogna che non ha mai cessato di voler sviare
l'uomo... ha trovato dei complici, se è vero che certi individui compongono
trattati in questo senso e persuadono molti, anche coloro che hanno abbracciato
la vita superiore della quiete, che è meglio, durante la preghiera, tenere il
loro spirito fuori dal corpo. E questo lo fanno a dispetto della definizione di
Giovanni Climaco, il quale, nella sua Scala celeste, dice: «L'esicasta
è colui che si sforza di circoscrivere l'incorporeo nel corpo». I nostri
Padri spirituali ci hanno insegnato tutti la stessa cosa...
Constata,
fratello mio, come alle considerazioni spirituali si aggiunge la ragione per
mostrare la necessità, quando uno aspira a possedersi veramente e a divenire
vero monaco secondo l'uomo interiore, di far rientrare e mantenere lo spirito
all'interno del corpo. Non è dunque fuori posto invitare soprattutto i
principianti a sorvegliare se stessi e a introdurre il loro spirito in se stessi
con il soffio. Quale spirito sensato distoglierebbe colui che non è ancora
pervenuto a contemplare se stesso, dall'usare certi procedimenti per ricondurre
a sé il proprio spirito? E un fatto che in coloro che hanno appena iniziato il
combattimento, lo spirito è appena raccolto che subito sfugge; per cui devono
metter la stessa ostinazione nel ricondurlo dentro. Ancora novizi, essi non si
rendono conto che niente al mondo è più restio all'esame di se stesso né più
pronto a disperdersi. Ecco perché certuni raccomandano loro di controllare il
viavai del soffio, rallentandolo un poco in modo da trattenere anche lo spirito,
mentre restano sulla loro inspirazione nell'attesa che, con l'aiuto di Dio,
abbiano fatto progressi, abbiano purificato lo spirito, gli abbiano interdetto
il mondo esterno e possano ricondurlo perfettamente in una concentrazione
riunificatrice
Ognuno può costatare che questo è un effetto spontaneo
dell'attenzione dello spirito: il viavai del soffio si fa più lento in ogni
atto di riflessione intensa, e ciò particolarmente in coloro che praticano la
quiete dello spirito e del corpo. Essi celebrano veramente il sabato spirituale;
sospendono tutte le opere personali, sopprimono, in quanto possibile, l'attività
mobile e mutevole, fiacca e molteplice delle potenze conoscitive dell'anima
assieme a ogni attività dei sensi, in breve, ogni attività corporale che
dipende dal nostro volere. Quanto a quelle che non dipendono interamente da noi,
come la respirazione, essi la riducono al minimo. Questi effetti si verificano
spontaneamente e senza pensarci in coloro che sono progrediti nella pratica
esicasta; si producono necessariamente e spontaneamente nell'anima perfettamente
concentrata e raccolta.
Presso i principianti questo non si compie senza dolore. Usiamo un
paragone: «La pazienza è un frutto della carità; la carità infatti, sopporta
tutto» (1Cor 13,7); ora, non ci insegnano a usare tutti i mezzi per ottenerla e
così pervenire alla carità? Qui si tratta dello stesso caso. Tutti coloro che
hanno esperienza se ne ridono delle obiezioni dell'inesperienza; il loro maestro
non è il ragionamento, ma lo sforzo e l'esperienza che lo genera. L'esperienza
che porta un frutto utile e che rovescia i propositi sterili di coloro che
cavillano inutilmente.
Un grande dottore ha scritto che «dopo la trasgressione l'uomo
interiore si modella sulle forme esterne». Perciò, colui che vuole concentrare
il suo spirito e imporgli, invece del movimento longitudinale, il movimento
circolare e infallibile, non trarrebbe un grande profitto piuttosto che
lasciare andare il suo spirito qua e là
a calarlo sul suo petto o sul suo ombelico? Raccogliendosi
esternamente come in cerchio, egli imita il movimento interiore dello
spirito e con questo atteggiamento del corpo introduce nel suo cuore la potenza
dello spirito che la vista spande al di fuori. Se è vero che la potenza
della bestia interiore ha la sua sede nella regione dell'ombelico e del ventre,
dove la legge del peccato esercita il suo dominio e gli fornisce il pascolo,
perché non porre in quel luogo l'arma della preghiera, la legge che si oppone
alla prima? Questo per impedire che lo spirito malvagio, scacciato col bagno
della rigenerazione, non ritorni con sette spiriti peggiori di lui e vi si
installi una seconda volta e la nuova situazione sia peggiore della prima.«Bada
bene a te stesso» ha detto Mosè (Dt 15,9).
Bada a tutto te stesso, non a quello o a questo soltanto. In che
modo? Mediante lo spirito. Non esiste altro mezzo per sorvegliarsi. Metti questa
guardia davanti alla tua anima e al tuo corpo; essa ti libererà facilmente
dalle passioni cattive dell'anima e del corpo... Non lasciare senza sorveglianza
nessuna parte della tua anima e del tuo corpo: cosi supererai la zona delle
tentazioni inferiori e ti presenterai con sicurezza a Colui che «scruta le reni
e i cuori», perché tu stesso li avrai già scrutati prima. «Giudichiamoci da
noi stessi e non saremo giudicati» (iCor 11,31). E avrai parte alla felice
esperienza di Davide: «Le tenebre per te non saranno più oscure e la notte è
chiara come il giorno, perché sei tu che hai creato le mie viscere» (Sal
138,12-13). Tu non hai solamente fatta tua tutta la parte concupiscibile della
mia anima, ma se restava nel mio corpo qualche focolaio di questo desiderio, tu
l'hai ricondotto alla sua origine e con la forza stessa di questo desiderio esso
ha preso il volo verso di te, si è unito a te. Coloro che si attaccano ai
piaceri sensibili della corruzione, esauriscono nella carne tutta la potenza del
desiderio della loro anima e divengono interamente carne. Lo Spirito non
potrebbe dimorare in essi. Contrariamente accade a coloro che hanno elevato il
loro spirito a Dio, stabilito la loro anima nell'amore di Dio; la loro carne,
trasformata, partecipa al volo dello spirito e si congiunge a lui nella
comunione divina. Diviene essa stessa proprietà e dimora di Dio, non accoglie
più l'inimicizia divina né ha più desideri contrari allo spirito.
Qual luogo più
indicato allo spirito della carne che sale in noi dal basso? Lo spirito o la
carne? Non è forse la carne che non ospita niente di buono, ci dice l'Apostolo,
finché non abita in essa la legge della
Le
persone di cui tu mi riporti i discorsi, mi sembra che condividano il male del
fariseo... Essi disdegnano l'atteggiamento della preghiera giustificatrice del
pubblicano ed esortano gli altri a non imitarlo nella loro preghiera. «Egli non
osava nemmeno alzare gli occhi su se stesso». Quelli che danno loro il
soprannome di «onfalopsichici», calunniano i loro avversari - chi mai ha
situato l'anima nell'ombelico? - e si comportano inoltre da detrattori di
pratiche lodevoli e non come raddrizzatori di torti. Infatti, non è la causa
della vita esicasta e della verità che li spinge a scrivere, ma la vanità. Non
è il desiderio di condurre alla sobrietà, ma di allontanare da essa. Essi si
adoperano con tutti i mezzi per rovinare l'opera di coloro che vi si dedicano
con zelo. Essi
potrebbero allora ugualmente chiamare «chiliopsichico» colui che ha
detto: «Il mio ventre freme come una cetra» (Is 16,11) e avvolgere nella
stessa calunnia tutti coloro che rappresentano, nominano e perseguono le realtà
invisibili per mezzo di simboli corporei...
Tu conosci la vita di Simeone il Nuovo
Teologo, i suoi scritti... e Niceforo l'Aghiorita... Essi insegnano chiaramente
ai principianti ciò che alcuni - come dici tu - combattono. E perché limitarmi ai santi
del passato? Alcuni uomini ai quali la potenza dello Spirito Santo ha reso
testimonianza, ci hanno insegnato questo con la loro bocca: Teolepto, vescovo di
Filadelfia, Atanasio il Patriarca. Tu li senti tutti, e altri prima di loro, con
loro e dopo di loro, invitare a conservare questa tradizione che i nostri
nuovi maestri in esicasmo si applicano a disprezzare, deformare e rovinare senza
vantaggio per coloro che li ascoltano. Noi stessi abbiamo vissuto con alcuni dei
santi sopraddetti; essi furono i nostri maestri. Come non faremo conto di coloro
che l'esperienza congiunta alla grazia ha formato, per limitarci a seguire
coloro che non hanno altro titolo per ingannarci che il loro orgoglio? E'
impossibile; questo non deve avvenire.
Fuggi quelle persone e di' saggiamente a te stesso, sull'esempio di
Davide: «La mia anima benedica il Signore e tutto ciò che è in me benedica
il suo santo nome.» (SaI 102,1). Ascolta docilmente i Padri, e ascoltali
quando ti consigliano il modo di far rientrare lo spirito.
Del modo con cui i cristiani debbano sempre pregare
Miei fratelli cristiani, vi esorto ancora, per la salvezza dell'anima vostra, non trascurate la pratica di questa preghiera [la preghiera di Gesù o preghiera del cuore]...
Sul principio vi apparirà difficoltosa, ma vi assicuro, da parte di Dio Onnipotente, che il nome del Signore Gesù invocato costantemente, vi aiuterà a superare gli ostacoli, e, quando col progredire del tempo vi sarete resi familiari a questo esercizio gusterete quanto è soave il nome del Signore. Con l'esperienza imparerete che è effettuabile e piacevole. Per questo S. Paolo che più di noi conosceva il grande bene che questo esercizio procura, ci comanda di pregare senza interruzione. Non avrebbe mai imposto quest'obbligo se fosse stato molto difficoltoso e inattuabile, in questo caso avrebbe pensato anticipatamente che non avendo la possibilità di adempirlo saremmo stati disobbedienti e trasgressori, così da incorrere nel biasimo e nella riprovazione. L'Apostolo non poteva avere questa intenzione.
Ricordiamo, per comprendere la possibilità della preghiera incessante, che il metodo consiste nel pregare con la mente. Questo lo possiamo fare ogni qualvolta lo vogliamo. Lavorando con le nostre mani, camminando, mangiando o bevendo, possiamo pregare con la mente e così praticare la preghiera mentale, l'unica gradita a Dio. Lavoriamo col corpo e preghiamo con la mente, il nostro uomo esteriore compia i suoi impegni corporali, l'uomo interiore sia del tutto dedicato al servizio di Dio, mai tralasci questo esercizio della preghiera mentale, in conformità a quanto Gesù, Dio e Uomo, ci ha ordinato: "Quando preghi, entra nella tua cella, quando avrai chiuso la porta prega il Padre che è nel segreto" .
La cella dell'anima è il corpo; le porte sono i cinque sensi. L'anima entra nella cella quando la mente cessa di vagolare qua e là, vagabondando in mezzo alle cose e agli affari del mondo, ma si stabilisce nell'interiorità, nel cuore. I sensi si chiudono e rimangono chiusi, quando li teniamo immuni dalle realtà sensibili esterne. Dio, che conosce tutte le cose segrete, vede la preghiera mentale e la ricolma in maniera percepibile con i suoi munifici doni. Vera e perfetta è quella preghiera che colma l'anima di grazia divina e di doni spirituali. Un balsamo colma col suo profumo il vaso che è accuratamente sigillato, altrettanto la preghieta quanto più è raccolta nel cuore, sovrabbonda di grazia divina.
Beati quelli che acquistano l'abitudine di questo esercizio celeste, supereranno le tentazioni dei demoni malefici, come David sconfisse l'orgoglioso Golia. Placa le disordinate passioni della carne, come i tre fanciulli spensero le fiamme della fornace. La consuetudine della preghiera interiore doma le passioni, come Daniele domò le fiere selvatiche. La rugiada dello Spirito discende nel cuore, come la pioggia invocata da Elia scese sul monte Carmelo. La preghiera della mente ascende fino al trono di Dio. ove viene riposta in fiale preziose, come profumo che si espande al cospetto dell'Altissimo. San Giovanni così le descrive nell'Apocalisse: "I ventiquattro anziani si prostrarono davanti all'Agnello, ognuno teneva in mano la cetra e delle fiale d'oro, piene di profumo, esse sono le preghiere dei santi" . La preghiera della mente è la luce che illumina l'anima dell'uomo, ne riscalda il cuore con l'amore di Dio. E la catena che unisce Dio con l'uomo e l'uomo con Dio. Cosa più che meravigliosa è il trovarsi con il corpo in mezzo agli uomini e con la mente in intimo colloquio con Dio.. . Quale dono più grande puoi desiderare di questo che ti permette di essere costantemente davanti a Dio e di conversare con Lui, conversare con Dio, senza di Lui, nessuno può esser benedetto né nella presente né nella futura vita?
Fratello, chiunque tu sia, quando avrai preso in mano questo libro e l'avrai letto e vorrai mettere in pratica i vantaggi che la preghiera della mente apporta all'anima, ti esorto ad usare l'invocazione: Signore abbi pietà, per l'anima di colui che ha lavorato alla stesura di questo libro e di chi l'ha aiutato a pubblicarlo. Essi hanno grande bisogno della tua preghiera per ottenere la misericordia divina per le loro anime, come Tu ne hai bisogno per la Tua. E così sia.
Filocalia, vol. V, p. 107-112.