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ALTRI DETTI DI AMMA TEODORA

La beata Teodora diceva: «Se vogliamo percorrere la strada nostra vita, che ci è stata predestinata, portando verso , l'anima e il corpo privi di piaghe vergognose, per ricevere poi la corona della vittoria, dobbiamo essere prudenti tanti piaceri meschini, attraversarli il più velocemente senza lasciare che la mente ne venga sedotta, ma da trarre vantaggio per non perdere Cristo».
La beata Teodora raccontava che a una vergine, vecchia d'età, e timorata di Dio, aveva chiesto la causa del suo allontanamento dal mondo. Con un sospiro essa le aveva risposto: «Mio padre fu un uomo dall'anima mite e mansueta e dal corpo molto debole. Per gran parte della sua vita era stato malato e se l'era passata a letto. Nei giorni in cui stava bene lavorava umilmente in un campo di grano, raccogliendo tutto ciò che serviva per la casa. Visse in solitudine e parlò poco con la gente del paese, amò il silenzio cosicché tanti, che non lo conoscevano, lo ritenevano sordomuto. Mia madre fu decisamente il suo opposto, fu spropositatamente curiosa nel suo villaggio e anche fuori. Quando parlava sembrava che tutto il suo corpo si concentrasse nella lingua, litigava dovunque e con tutti, alzava il gomito, girava per la campagna, si dava alla vita dissoluta e finì col mandare in rovina la casa. Lei però non si ammalò mai, fu sempre in buona salute. Un giorno mio padre, sfibrato dalle malattie continue, mori. Quel giorno il cielo diventò scuro, si alzò un vento forte, piovve a dirotto e scoppiarono dei temporali. Per tre giorni non si è potuto seppellirlo. La gente del paese scuoteva la testa dicendo: "Che male occulto si è scoperto tra di noi. E vero che qui vaga un nemico di Dio che ci impedisce di interrarlo". Lo seppellirono, con grande fatica, sotto la pioggia e la tempesta. Mia madre, essendosi venuta a trovare totalmente libera, si diede ancora di più, se possibile, alla vita dissoluta. Il giorno della sua morte il tempo fu calmo, il cielo fu chiaro e sembrava che la natura la aiutasse a essere seppellita tranquillamente. Io, ragazzina, rimasi sola. Dopo aver lasciato l'età dell'ingenuità, parecchie passioni iniziarono a crescere nel mio cuore disturbandolo e, una sera, mi immersi nelle riflessioni sul cammino della vita futura. Sarebbe stato giusto intraprendere la via di mio padre: una vita umile, onesta e sincera? Però, che vantaggio aveva avuto dalla vita trascorsa in tale atteggiamento? Fu pieno di dolori, di malattie e neanche la terra lo aveva voluto prendere indietro nel suo seno. Se la sua vita fosse stata gradita a Dio non avrebbe dovuto sopportare mai tante sofferenze. Pareva che la strada di mia madre fosse preferibile: aveva vissuto la sua vita secondo i desideri del cuore, era stata sempre sana e si era meritata una sepoltura luminosa. Riflettevo su tutto ciò e, mentre veniva la notte, mi addormentai e feci un sogno. Vidi davanti a me un tale, alto di statura e spaventoso a vedersi, che mi domandò con una voce orrenda: "Che pensieri trattieni nel tuo cuore?". Tremai dalla paura, non potei guardarlo e lui insistette: "Che pensieri trattieni nel tuo cuore?". Disperata per la paura risposi: "Niente, non ricordo nulla". Allora mi fece ricordare tutto ciò a cui avevo pensato. Quindi aggiunse: "Vieni a guardare che destino hanno ora i tuoi genitori e poi scegli il tuo cammino". Mi fece entrare in un giardino di bellezza superiore a ogni immaginazione, pieno di alberi vari con frutti maturi. Raggiungemmo il suo centro, ci venne incontro mio padre che mi abbracciò chiamandomi figlia prediletta. Volevo rimanergli a fianco ma rispose: "Non è possibile, però se tu mi seguissi ci potremmo rivedere presto". Io insistetti ma l'angelo che mi accompagnava disse: "Ora vai a guardare dove si trova tua madre". Entrammo in una casupola buia, piena di miasmi e l'angelo mi mostrò un forno infuocato, colmo di catrame bollente. Ceffi orrendi circondavano il forno. Gettai lo sguardo giù e vidi mia madre, stritolata da denti e piena di vermi, fino al collo nel rogo. Mi vide e urlò: "Povera me, figlia mia! Povera me, sto soffrendo di un gran dolore per le azioni malvagie. Non mi aspettavo di essere punita per la mia fornicazione e intemperanza. Ho sempre sorriso della tua purezza morale. Ora devo subire le pene eterne dell'inferno per un attimo di piacere. Aiutami, figlia mia! Ricorda che ti ho partorito e ti ho curato da bambina!". Per pietà volevo tendere le mani verso di lei, ma il fuoco mi bruciò le palme. Gridai per il forte dolore e mi svegliai. Al mio grido accorsero tutti quelli che erano a casa e mi domandarono del motivo del mio spavento. Raccontai loro il sogno e, ringraziando Dio, scelsi il cammino che aveva percorso mio padre». Ecco, che cosa mi raccontò quella onesta monaca! Allora, sapendo delle pene eterne dell'inferno che spettano ai peccatori e del bel soggiorno che tocca a tutti quanti seguono la strada dell'insegnamento di Dio, proponiamoci sinceramente in cuor nostro di fare il bene e allontanarci dal male. In questo modo, per la grazia di Dio, riceveremo in eredità la vita eterna.
La beata Teodora disse:«Ama il silenzio più della conversazione, perché il silenzio è il tesoro dei monaci, la conversazione lo consuma».
La beata Teodora disse: «Noi che abbiamo preso i voti monastici, dobbiamo salvaguardare la nostra castità. I laici, a volte, possono anche custodire la purezza, ma per loro la castità riguarda il corpo, invece per noi è il valore integrale del corpo e dell'anima. I loro sentimenti sono privi della purezza».
Disse ancora: «Come un fortissimo veleno caccia via gli animali velenosi, così la preghiera, l'esichia e il digiuno cacciano via tutte le intenzioni impure».
La beata Teodora disse: «Un leone è un'apparizione orribile per gli asini selvaggi, così come un monaco che pratica l'esichia e il silenzio lo è per i pensieri lussuriosi».
Disse ancora: «Il digiuno per il monaco è come le briglie per un cavallo. Basterebbe renderle meno rigide e nel cavallo si risveglierebbe lo stallone».
Disse ancora: «Il corpo di un monaco smagrito dal digiuno tira l'anima fuori dagli abissi delle passioni e prosciuga i torrenti della lussuria».
Disse ancora: «Il monaco casto, venerato sulla terra, sarà coronato di gloria nei cieli davanti al Signore».
. Disse una volta: «Il monaco che non riesce frenare la lingua, nel momento della morte conoscerà tutta la sua vergogna».
Disse inoltre: «Il peccato di gola è padre della lussuria. Chi sa imbrigliare il ventre potrà fermare la lingua, tutte le passioni e la concupiscenza».
La beata Teodora decise di non bere acqua per quaranta giorni. Quando faceva caldo, dopo aver lavato la tazza, vi versava l'acqua e la metteva davanti a sé. Melania una volta le domandò: «Perché fai questo?». Teodora rispose: «Per resistere con maggior ardore, pur avendo sete, e quindi per ricevere dopo dal Signore un riconoscimento più grande».
Disse ancora: «La ricchezza dell'anima è composta dall'esichia, dal silenzio e dal digiuno. Cerchiamo di acquistare queste tre virtù per salvare l'anima nostra».
La beata Teodora fu molto turbata dal demone della lussuria e lottò contro di lui, giorno e notte, come contro un fuoco ardente per sette lunghi anni. Lo affrontava con il digiuno, la veglia, l'esichia, la preghiera. Passati sette anni il demone, grazie a Dio, la lasciò per non tornare mai più.
Riguardo al pensiero della lussuria la beata Sincletica disse: «Vuoi salvarti senza fare niente, stando sdraiata sul letto? È inutile, devi chiuderti nell'esichia, vegliare, digiunare e piangere. Così, forse, Dio ti potrà perdonare. Perché senza sotto-porti a un lavoro duro qui, avrai sicuramente i travagli là, nel fuoco eterno insieme con i demoni».
La beata Teodora disse: «L'esichia, il silenzio, il liberarsi dalle cose del mondo e la lettura degli insegnamenti della Sacra Scrittura generano il timore di Dio e la castità. Ma l'insegnamento divino è la preghiera continua: «Signore mio, Gesù Cristo, rimetti i miei peccati, perdonami! Figlio di Dio, aiutami!».
La beata Teodora disse a una monaca: «Sappi, figlia mia, che se una monaca facesse amicizia con i laici e anche con i monaci, perderebbe quel legame di cordialità che la lega a Dio e finirebbe dalla parte dei demoni. La monaca si chiama monaca perché va da sola all'incontro con Dio, ama solamente Dio».
Una volta una monaca andò dalla beata Teodora e le domandò la sua opinione sull'esichia. La beata, in lacrime, sospirò: «O sorella mia! Stai facendo una domanda sulla vita degli angeli! Vivere nell'esichia significa passare l'esistenza nella cella avendo sempre il cuore spezzato e il timore di Dio, preservando l'anima dall'odio e dalla vanità. Essa genera le virtù e come uno scudo protegge dalle frecce rapide dei nemici». Poi sospirò di più e continuò: «O esichia e silenzio, origini dell'afflizione! O esichia e silenzio, sorgenti del pentimento! O esichia e silenzio, specchio dei peccati! O esichia e silenzio, libertà delle lacrime e del pianto! O esichia e silenzio, fonti dell'umiltà! O esichia e silenzio, luci dell'anima! O esichia e silenzio, genitori della mitezza! O esichia e silenzio, interlocutori degli angeli! O esichia e silenzio, introduzione alla pace! O esichia e silenzio, guida per il discernimento! O esichia e silenzio, spettatori dei pensieri e assistenti della ragione! O esichia e silenzio, principi del digiuno, briglie della lingua, sbarramenti al ventre! O esichia e silenzio, fondamenta della preghiera, della sacra lettura, nascondiglio insuperabile dei pensieri quieti! O esichia e silenzio, dolce giogo e leggerissimo peso che calmano chi li pratica! O esichia e silenzio, gioia dell'anima e allegria del cuore! O esichia e silenzio, prove incessanti e cure instancabili del continuo dialogo con Cristo: essi porgono, giorno e notte, la morte davanti ai nostri occhi! O esichia e silenzio, che giorno e notte aspettano Cristo e proteggono la nostra inestinguibile speranza! Amando il Signore, cantagli sempre: "Il mio cuore è pronto, mio Dio, il mio cuore è già pronto!". O esichia e silenzio, sicari della lussuria che fanno piangere, e non ridere, tutti quanti cercano i piaceri! O esichia e silenzio, nemici di ogni vergogna e di ogni prepotenza! O esichia e silenzio, ospitali con Cristo! O esichia e silenzio, briglie delle passioni! O esichia e silenzio, luogo divino, albero della vita con i frutti del bene! E ora, cara sorella mia, vedi come sono grandi e meravigliose le opere della sincera esichia e del sincero silenzio?». La monaca, con tutto il viso bagnato di lacrime, s'inginocchiò davanti a Teodora e rispose: «Vedo e mi meraviglio della saggezza che ti è stata data da Dio e della forza delle tue parole. La mia anima, che ora guarda alla strada diritta verso Dio, tu me l'hai salvata». La beata disse ancora: «Bene, cara sorella mia! Se vuoi salvare la tua anima, devi acquistare queste due virtù e, conoscendo la generosità del nostro Dio, del nostro Salvatore, che fu crocefisso per noi, credo che tu ti salverai. Però senza queste virtù l'opera della salvezza non sarà facile. Sarebbe come se qualcuno con la preghiera cercasse di fermare il sole, sarà difficile nonostante abbiamo pronunciato i voti monastici».
L'abba Antonio disse alla beata Teodora: «Avendo sempre il timore di Dio davanti ai nostri occhi, ricordiamo continua-mente la morte, odiamo il mondo e tutto ciò che a esso appartiene, odiamo ogni piacere del corpo, rinunciamo alla stessa vita per vivere in Dio perché questo egli ci chiederà di dimostrare nel giorno del giudizio. E per questo praticheremo l'esichia e il silenzio, veglieremo, digiuneremo, piangeremo, ci metteremo a dura prova per sapere se potremo sperare di essere meritevoli della grazia di Dio. Ameremo il dolore, rinunceremo al nostro corpo, così cercheremo Dio e verranno salvate le nostre anime».
La beata Teodora domandò ad Antonio il Grande: «Spiegami, padre, come potrei salvarmi io, una donna?». Il vecchio rispose: «Solo Dio sa chi sarà salvato. Semplicemente oserei dire che non soltanto le donne, ma anche gli uomini, se non rinunceranno a tutte le cose del mondo e se non si immergeranno nell'esichia, non si salveranno mai. Se vuoi ascoltarmi, ti dirò che è meglio che torni nella tua cella e pensi alla morte, al tuo corpo privo di ogni segno di vita. Mettiti al lavoro, rinunciando al mondo, veglia, digiuna, prega e spero che con queste virtù possa incontrare Cristo. Non dimenticare mai l'inferno, cerca di immaginare come stanno lì le anime peccatrici! Che travagli subiscono, che grida e orrori, quale infinita inutile attesa! Ricorda incessantemente tutto ciò che succederà nel terribile giorno del giudizio, rifletti sempre sull'infamia che portiamo davanti a Dio, agli angeli e a tutti gli uomini! Ricorda continuamente il buio che scenderà, il fuoco ardente che si accenderà, i vermi che non hanno pace, le grida e lo stridore di denti che riempiranno il mondo. Non dimenticare, inoltre, il bene che è riservato agli uomini giusti i quali vivono in pace con Dio, con gli arcangeli e gli angeli, con i santi, con le potenze. Ricorda che tutto ciò un giorno verrà qui: il regno celeste con i suoi doni meravigliosi, il mondo indicibile della pace e del bene immenso. Serba nel tuo cuore il ricordo della sorte dei peccatori, dei loro lamenti e dei loro pentimenti, cerca di non perdere mai il timore dell'anima per non finire tra di loro. Gioisci e rallegrati nel ricordo della sorte dei giusti! Mantieni l'anima e il cuore ardenti per la voglia di raggiungere il bene e sfuggire il male! Ti prego, tutto ciò non è da dimenticare! Rimanendo nella cella, pregando nella chiesa, camminando per la via, conserva continuamente questi ricordi, riempine il tuo cuore per non lasciare mai posto a vani e cattivi pensieri».
La beata Teodora domandò alla beata Sarra: «Dimmi che cosa posso fare, sono disturbata da tantissimi pensieri!». La beata Teodora rispose: «Non lottare contro tutti ma contro uno solo, perché la totalità di essi ha sempre un'idea come suo fondamento. Rivolgiti contro questa idea principale e le altre preoccupazioni si calmeranno. La battaglia contro i pensieri che ci disturbano comprende come mezzi l'esichia, il digiuno, gli inchini, il superamento del sonno nella preghiera notturna, la lettura della Sacra Scrittura, il pianto, il percuotersi il petto e l'umiltà. Queste armi costituiscono l'arsenale per combattere il pensiero principale che ti infastidisce! Con l'aiuto di Gesù Cristo e con questo armamentario potrai domarlo. Non esiste altra possibilità»
Disse ancora: «Finché l'anima ama il suo corpo non può amare Dio, perché il Signore diceva: "Chi avrà trovato la sua vita, la perderà e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà"».
Una monaca domandò alla beata Teodora: «Non so che cosa devo fare, signora mia, la mia lingua mi fa disperare, non riesco a trattenerla mentre mi trovo fra la gente!». La beata rispose: «Se non sei in grado di fermare la tua lingua, cerca di stare in solitudine e, avendo scelto l'esichia, conserva la tua mente nel timore di Dio. Loda il Signore nel silenzio! Soltanto facendo tutto ciò potrai imbrigliare non solo la lingua, ma anche tutte le passioni, in questo modo, per grazia di Dio, ti salverai!».
La beata Teodora disse: «Ricorda il bene e così sarai disposta a farlo. Il pensiero dell'uomo non sfugge a Dio, perciò il tuo pensiero sia sempre privo di ogni male».
Disse ancora: «Il monaco deve digiunare con fatica, salmodiare con intelligenza, pregare con il pensiero limpido, supplicare Dio con timore! Il monaco non deve fare niente che sia del mondo, ma impegnarsi soltanto nelle cose spirituali. Prima di tutto però deve tacere continuamente. Questo è il monaco!».
Disse inoltre: «Il monaco ogni mattina e ogni sera deve rendersi conto di quello che Dio avrebbe voluto, ma che lui, invece, non ha fatto e ugualmente di tutto ciò che lui ha fatto di quello che a Dio non sarebbe piaciuto. Facendo così, nell'esichia e nel ripensamento, sarà visto da Dio che notando i suoi sforzi buoni, gli darà la forza e la capacità di frenare le passioni. Dio rimane per sempre con chi resta nell'esichia».
La beata Teodora disse: «Chi perde oro o argento, può ritrovarne altro, ma chi perde il tempo alla ricerca delle cose vane di questo mondo non lo ritroverà mai più. Nell'ora della morte saranno tanti i rimorsi, perché il tempo è stato sprecato con i demoni».
Disse ancora: «Nessuno può offendere il re che gli sta vicino. Così neanche satana può fare nulla contro chi per sempre mantiene il ricordo di Dio nel suo cuore. Perché Dio diceva: "Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi". Quando lasciamo le nostre celle per disperderci in chiacchiere vuote e girare a destra e a sinistra, il nostro nemico non dorme e non perde tempo: sta rubando il nostro spirito e le nostre anime, sta rovinando la nostra vita. Chi resiste alle seduzioni del diavolo e rimane nella cella nell'esichia e nella preghiera, sfuggirà, con la grazia di Dio, alla ragnatela del maligno».
Disse inoltre: «Satana è come un tessitore, fa la sua tela con i fili che tu gli porti». Questo affermò a proposito delle tentazioni. E continuò: «Se smettiamo di pensare alle cose del mondo, il diavolo ci danneggia, ma un po' di meno».
La beata Teodora disse una volta: «Se per Dio hai rinunciato alle cose della carne, perché continui a sentirti turbata da esse così fortemente? Davvero non senti la parola del Signore che dice: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me". Per chi non sarà degno di Cristo, il suo destino sarà l'inferno insieme con i diavoli. Guai a quest'uomo!».
Disse inoltre: «Ci sono due cose grandi e importanti da fare, chi riuscirà a compierle, con la grazia di Dio, si libererà da tutte le passioni». Tutto ciò disse a proposito dell'esichia e della preghiera.
La beata Teodora una volta domandò a santa Sincletica: «Come si comincia a lavorare sull'anima?». La santa rispose: «Secondo me, l'anima si forma attraverso l'esichia e il silenzio, con il tacere, con il digiuno. Chi riuscirà a suscitare insieme queste potenze gloriose, con la grazia di Dio, si arricchirà di tutte le virtù».
La beata Teodora disse ancora: «L'esichia, il silenzio e la preghiera risanano bene e con rapidità la mente. Come non si può vedere il riflesso del viso, anche se è bello, sulla superficie dell'acqua torbida, lo stesso vale anche per l'anima della quale non si vedono i peccati senza l'esichia, il silenzio e il digiuno. E non c'è possibilità di salvezza».
Disse un'altra volta: «Come non si può costruire una nave senza i chiodi, così non ci si salva senza l'esichia, il silenzio e l'umiltà».
La beata Teodora, un giorno, domandò a santa Sincletica: «Perché la lotta dei demoni contro di noi è così forte?». Perché a volte siamo deboli in quello che è il principio di tutte le virtù, cioè l'esichia unita al silenzio e alla perseveranza».
La beata Teodora domandò alla beata Matrona: «Indicami, per favore, una virtù tale per cui potrei acquistare e seguire tutte le altre virtù e salvare la mia anima!». La beata Matrona rispose: «Se pratichi l'esichia e il silenzio, sfuggendo a ogni legame con l'uomo, e rimani in questa sorta di privazione, pregando per ottenere la grazia di Dio, nel giorno del giudizio l'anima tua sarà salvata». La beata Teodora fece un'altra domanda: «Sarebbe bene, se io smettessi di mangiare il cibo e bere il vino che mi piacciono?». Rispose la beata: «Sì, sarebbe molto bene. Davvero non hai sentito che i grandi padri gloriosi si cibavano soltanto di pane e acqua e in questo modo vinsero le passioni e diventarono santi? Come osi tu, giovane donna, continuare a bere vino e a saziare il ventre? Va', fanciulla, e fa' quello che hai ascoltato».
La beata Teodora disse: «La croce di Cristo si vede, leggiamo delle sue sofferenze, però non siamo in grado di sopportare neppure un piccolo insulto.
Una monaca disse alla beata Teodora: «Vorrei salvare la mia anima». La beata rispose: «Come possiamo salvare l'anima, se teniamo aperta la porta della nostra lingua? Non potremmo mai riuscire a salvarci se non ci costringessimo al silenzio e alla preghiera».
Disse anche: «Da una brutta abitudine, soprattutto se vecchia, ci si libera con grande fatica. Chi riuscirà a sradicarla per sempre per mezzo dell'esichia e del silenzio, si salverà. Se sarà sconfitto, si distruggerà. Guai a quest'anima!».
Raccontò una volta: «Uno dei padri santi diceva che c'era, nei tempi antichi, un monaco che praticando l'esichia e il silenzio, pregava continuamente senza fare niente di più, però ogni sera trovava sulla tavola per la refezione il pane, lo mangiava e poi tornava a pregare, ringraziando Dio. Un giorno gli si avvicinò un monaco che sedutosi al suo fianco andava avanti con il lavoro manuale. Anche il nostro asceta questa volta si mise a lavorare insieme con lui. Arrivò la sera e il monaco non trovò più il pane sulla tavola, come era sempre successo, se ne rattristò e andò via affamato. Nella notte udì una voce che diceva: "Mentre tu ti occupavi di me, io ti nutrivo. Ora, dopo aver iniziato a lavorare, soddisfa i tuoi bisogni tramite il lavoro". Sapendo tutto ciò, care sorelle, madri e figlie, pratichiamo l'esichia e il silenzio e la preghiera, salviamo così le nostre anime dalle frecce del maligno».
Una monaca disse alla beata Teodora: «Cara signora, la mia anima cerca la morte!». La beata rispose: «Questo perché sfuggi alla fatica della virtuosa esichia e non ti rendi conto che il futuro travaglio e il dolore saranno di gran lunga più pesanti. Persevera nell'esichia e nel silenzio, nell'astinenza e nel lavoro per ottenere ogni virtù perché la consolazione di Gesù dolcissimo si sta avvicinando. Per questo i demoni ti assalgono con più veemenza cercando di stancarti in modo tale che tu distruggi l'opera tua già fatta. Guai a te se tu andrai incontro alla fine della tua vita, resa così debole e pigra». Da queste parole la monaca trasse una grande edificazione e se ne andò glorificando Dio e ringraziando la beata.
[La beata Teodora] Disse inoltre: «Guai a te, corpo mio, se, dopo aver conosciuto una volta quello che ti disonora e ti corrompe e che merita il fuoco infernale, cioè il saziare il ventre, tu continuerai a cercarlo. Guai a te, corpo mio, se non imbrigli la lingua! Guai a te, anima mia, se, dopo aver commesso il peccato e offeso Dio, nel momento m cui e necessario piangere incessantemente e addolorarsi, tu continui a vivere in modo gioioso e spensierato! Guai a te, anima mia, che, pur passando i giorni, dici sempre a Dio: "Mi pentirò domani", non sapendo neanche se domani sarai ancora viva. Guai a te, anima mia! Quante volte Dio voleva perdonarti e condurti sulla strada giusta, ma tu continuavi a opporti! Quante volte Dio ti illuminava, ma tu ti ribellavi! Quante volte ti consolava nel silenzio, ma tu continuavi a sentirti annoiata! Quante volte ti dava forza, ma tu ritornavi alla pigrizia! Quante volte ti ammaestrava, ma tu non ascoltavi! Quindi, povera anima, se ora non ti pentissi completamente, faresti di te un ricettacolo del fuoco eterno!». In questo modo la beata Teodora sempre si angustiava e feriva la sua anima.
Disse ancora: «Se vuoi fare dite una serva di Dio con il tuo corpo, come fanno le specie incorporee, devi pregare continuamente nel tuo cuore, devi amare fortemente l'esichia e il silenzio, così l'anima tua ancora prima della morte sarà come un angelo di Dio. Però, se vagherai fuori della tua cella e riderai qua e là, presto, credimi, ti raggiungerà la grande ira di Dio. Guai a te, povera, se sarai costretta a subirla perché insieme con il diavolo sarai condannata al fuoco eterno!».
Disse di nuovo: «E molto bene protendere le mani su, in alto, durante la preghiera e supplicare Dio perché l'anima, dopo aver lasciato il corpo, oltrepassi tutti gli ostacoli che cercheranno di impedirle il raggiungimento della sfera celeste».
Disse inoltre: «Il digiuno modera il corpo, la veglia purifica il discernimento, la preghiera ci collega a Dio».
La beata Teodora disse a tutte che andassero da lei. «Diamo inizio, care sorelle madri» esortò «non alla solita resistenza ai pensieri cattivi, ma facciamo loro una guerra vera e propria! Quando cadremo in terra, ci rialzeremo subito! Esistono tuttavia quelli che sempre sconfiggono i demoni e li mettono in fuga. Chi batte le passioni colpirà i demoni, ma chi si sottomette alle passioni sarà deriso dai maligni.»
Disse ancora: «Colei che vuole preservare il suo corpo nella castità e presentare a Dio la sua mente pura, deve passare i suoi giorni nella beatitudine dell'esichia, rimanendo sempre nella cella senza avere nessun contatto e nessun colloquio con gli uomini. Soltanto in questo modo si può raggiungere l'autentica esichia. Anche io, all'inizio del mio cammino spirituale, per tre anni sono stata assalita dal demone della lussuria che mi induceva alla visione di un uomo con cui ero costretta a parlare. Ogni giorno rimanevo, per questo motivo, nel dolore e nell'afflizione. Però affrontavo il maledetto diavolo con la preghiera, il digiuno, l'esichia e, alla fine, grazie a Dio, ho cancellato ogni ricordo di quell'uomo e del suo volto. Vi sto raccontando tutto ciò, care madri e sorelle, affinché vi guardiate dal maligno e difendiate le vostre anime. Sono forti le insidie del diavolo che odia il bene».
Disse inoltre: «Ascoltatemi, sorelle mie, non compensate la carenza di cibo con un sonno abbondante. Questo atteggiamento non è ragionevole. Siano le nostre virtù sempre unite alla discrezione!».
Disse una volta. «Chi seguirà tutta la legge divina, ma si sottometterà a una passione soltanto, cederà a tutte le altre passioni».
Disse inoltre: «L'anima che non conosce la pigrizia fa arrabbiare i demoni e con l'accrescimento delle battaglie si moltiplicano, per di più, le corone della gloria. Chi non ha combattuto duramente contro il diavolo come potrebbe sperare di essere glorificato dal Dio dei cieli con il diadema eterno della purezza? I demoni cercano ogni occasione per sconfiggerci, bramano, secondo le parole del Signore, di "vagliarci come il grano" o di colpirci "con una piaga maligna", come con Giobbell4 o di allettarci con cattivi pensieri, con l'ascolto di voci maligne, con la lingua e gli sguardi malvagi. Fanno tutto ciò soltanto per assoggettarci alla loro volontà e indurci al peccato davanti a Dio. Questo succede a noi, poveri, appena ci indeboliamo e diventiamo indolenti nel nostro cammino spirituale che è digiuno, esichia, silenzio, veglia, lettura della Sacra Scrittura e ricordo continuo di Dio».
La beata Teodora disse: «L'esichia migliora i nostri costumi e i nostri sentimenti, ci rende buoni, ci insegna a realizzare ogni virtù con cura e attenzione. Chi cerca l'esichia è amato da Dio che diventa il suo rinforzo nelle virtù e il suo potente e costante difensore. Invece su chi sfugge a essa non c'è nulla da dire, se non che prende la parte dei demòni e finirà nei guai nel giorno del giudizio!».
Disse una volta: «L'esicasta padroneggia il discernimento, non dà nessuna opportunità alla sua mente di errare con pensieri vani e desideri sgradevoli. L'esicasta è una visione angelica sulla terra. Chi pratica l'esichia per amor di Dio, desidera sempre la lettura, la salmodia, il silenzio, la preghiera e con queste virtù strappa la sua anima alla pigrizia e alla pusillanimità. L'esicasta grida nell'anima sua in direzione di Dio: "Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore". L'esicasta dice: "Io dormo, ma il mio cuore veglia"».
La beata Teodora disse ancora: «Chi ha voglia di praticare l'esichia per Dio, chiudendo la porta della cella, deve anche chiudere la mente e la bocca per non pensare e non parlare di cose vane. Deve, per amore di Dio, accettare e patire tutti i dolori. Chi non lavorerà bene e non lotterà contro lo spirito della malinconia, non potrà liberarsi mai dalla tristezza. Stando nella cella, sorveglia i tuoi pensieri, così saprai come, da dove e quando arriveranno e in quanti saranno i ladri che cercheranno di portare via tutte le virtù che tu hai raccolto. Se rimani ferma nell'esichia, le cose per te andranno bene, se la tua mente si rivolgerà a qualcosa del mondo, perderai tutto. Che vantaggio ne avresti? Chi vuole rimanere nell'esichia deve sfuggire a tutti, ai suoi e agli estranei».
Disse ancora: «Ecco i segni tramite cui si può sapere se un monaco percorre il cammino di esicasta nella maniera giusta: il discernimento che si compie nell'esichia, la brama di Dio, il ricordo continuo della morte e dei travagli, il pensiero che non si stacca mai da Dio, la morte per il mondo, la vittoria sul peccato di gola, l'amore per la lettura e la salmodia, le lacrime copiose, la fuga dalla verbosità, la profondità del silenzio, la forza della veglia. Tutto questo, care madri e sorelle, testimonia la volontà sincera della persona che sceglie l'esichia per Dio e per la remissione dei suoi peccati. Chi cerca l'esichia avendo, nello stesso tempo, qualche piccolo svago, illude e inganna se stesso».
Un giorno vennero sette monache dalla beata Teodora per domandarle il suo parere sui pensieri cattivi e sconvenienti. La beata si mise a piangere e disse: «Avete sentito le parole di Dio: "Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contare I capelli sono i pensieri, il capo è la mente. Ogni pensiero legato al godimento e alla disposizione al male è soggetto al giudizio. Il Signore incrimina la brama della donna come lussuria, l'ira come omicidio, l'odio come assassinio, perciò dice: "Chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio" e "chiunque odia il proprio fratello è omicida". Allo stesso modo anche il grande Paolo dice: "Venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori" e ancora: "Di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio". Dunque, non dite, care mie sorelle, che i pensieri non ci rovinano perché è giusto ritenere i propri pensieri come azioni compiute». Dopo aver udito queste meravigliose parole, le monache restarono stupefatte e resero grazie a Dio per l'opportunità data loro di ascoltare il benedetto discorso della beata Teodora e poi, ringraziando-la, se ne andarono avendo ricevuto una grande edificazione.
La beata Teodora raccontò: «C'era in una città una meretrice che da ragazza era stata data da sua madre a servizio del diavolo. Un giorno venne da me, confessò il peccato in cui viveva e domandò: "Potrebbero essere rimessi i miei peccati?". Le raccontai della meretrice del Vangelo che fu salvata dal Signore Dio nostro. Si addolorò del mio racconto e disse: "Potrei salvarmi con il tuo aiuto?". Acconsentii e lei, dopo essere tornata subito alla città, diede fuoco ai tutti i suoi beni, pari a cinquecento chili d'oro, ottenuti col peccato di lussuria, e ritornò da me e chiese una cella. Prima di aver chiuso la porta della cella mi disse soltanto una frase: "Signora mia, per amor di Dio, vorrei che nessuno sapesse niente di me fino alla mia morte". Si dedicò al lavoro per il suo sostentamento e non parlò mai con nessuno, non vide mai nessuno, né uomini, perché quel luogo per loro non era raggiungibile, ma neanche donne. Si mise duramente alla prova. In cinque giorni mangiava sei once di pane e beveva una misura d'acqua. Chi può raccontare la storia vera delle sue lacrime, del suo pianto e dei suoi dolori? Perché piangeva giorno e notte, si batteva il petto e si straziava in ogni modo. Passati così nella cella quindici anni, se ne tornò a Dio e Dio nel momento della sua morte fece molti miracoli. Ci salvino le sue preghiere, salvino noi così fragili e sbattuti dalle onde di questa vita turbolenta!».
Un'altra volta raccontò: «Una ragazza nobile dopo aver visto un bel giovane se ne infiammò di una brama diabolica e gli si concesse. Qualche giorno dopo però, tornata in sé, ci ripensò, si rammaricò del suo peccato e se ne andò in segreto dalla sua città, vestita con un abito da uomo. Venne da me, dopo un cammino difficile e faticoso e chiese una cella. Gliela diedi con piacere e lì si rinchiuse. Mangiava una volta ogni due giorni, eccetto il sabato e la domenica. In quei giorni avevamo intimi colloqui. Non vide mai nessun'altra persona e si sottomise a una prova così dura che soltanto la voce la faceva riconoscere come un essere umano. Passati vent'anni, sotto i miei occhi indegni, se ne andò a Dio in pace».
La beata Teodora raccontava dell'abba Isaia: «Un giorno venne da lui un monaco. Dopo aver avuto un colloquio con lui, si mise a lavargli i piedi. Poi gettò un pugno di lenticchie nella pentola, la posò sul fuoco e subito la ritirò portandola in fretta al monaco, il quale gli disse: "Abba, ma non sono ancora cotte!". L'abba Isaia rispose: "Non ti basta che abbiano visto solo una fiammata? Non è già una non piccola consolazione!"».
Raccontò inoltre: «Una volta l'abba Isaia, avendo in mano un ramo d'ulivo, andò con i suoi discepoli nell'aia di un contadino e disse: "Padrone, dammi un po' di grano!". Il contadino domandò: "Hai forse mietuto pure tu?". "No", rispose l'abba. Il contadino disse: "Allora come osi chiedere del grano senza aver mietuto?". L'abba Isaia domandò: "Davvero chi non miete non riceve nessuna ricompensa?". Il contadino rispose: "Non hai sentito mai le parole del Signore che 'l'operaio ha diritto al suo nutrimento. E tu, abba, non avendo lavorato stai pretendendo una ricompensa?". Dopo queste parole il vecchio si ritirò. I suoi discepoli, visto l'accaduto, in ginocchio gli domandarono: "Perché hai agito in tal modo?". Il vecchio rispose: "Figli miei, ho fatto così per il vostro bene, per darvi un esempio che vi faccia capire che se non lavorate ora, nel futuro non potrete sperare in una ricompensa dal giusto giudice". Vi avverto, che nessuno vi illuda di poter ottenere aiuto da qualcuno nel giorno della morte. Ognuno di voi porterà con sé i frutti del suo lavoro nell'ora dell'addio al suo corpo. Perciò fino a che potete lavorare resistete al maligno e non scoraggiatevi mai, così esso sarà sconfitto e fuggirà».
Disse la beata Teodora che l'abba Isaia le aveva raccontato: «All'origine il diavolo faceva con Adamo proprio quello che oggi sta facendo con noi. Quando, dopo il peccato, intendiamo volgerci al pentimento, il diavolo sussurra alla nostra anima: "Non avrai mai la salvezza nel tuo Dio!". Guai a chi gli crederà! Il maligno fa di tutto per allontanare il nostro pensiero da Dio e dal ricordo della morte, per divorare, al pari di una fiera famelica, la nostra mente e la nostra anima. Perciò non dovete staccare mai la vostra mente da Dio e dal ricordo della morte. Nell'ascesa del discernimento verso Dio la mente si illumina con la luce che esce da lui finché non diventa dimora di Dio. Da quel momento il diavolo non ci potrà fare alcun male, ma non perché ha paura dell'uomo, ma per timore di Dio che si fa presente nell'uomo. Come disse il Salvatore: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui". Se lavoriamo qui, cara signora mia, là, nel regno di Dio, avremo una grande gioia e pace! E io, dal canto mio ho fatto un lavoro faticoso, sorelle, con tutte le mie forze, senza volerle risparmiare, secondo le parole del mio abba, la cui preghiera santa sia sempre con noi!».
Disse ancora: «Una volta i ladri entrarono nella cella dell'abba Isaia. Due di loro gli bloccavano le braccia e il terzo gli rubava tutto ciò che il monaco aveva. Ma appena ebbero cominciato a portar via anche i libri, l'abba disse: "Tutto quello che c'è nella cella potete prenderlo, ma - vi prego - lasciatemi i libri". I ladri si rifiutarono. Allora l'abba scosse le sue braccia e gettò giù i ladri come fossero fuscelli di paglia e disse: "Andate in pace!". Ed essi galopparono via impauriti! ».
Disse inoltre: «L'abba Isaia raccontò di un grande vecchio che prima di intraprendere la via dell'esichia aveva visto un orribile ragazzo in uno stato di estrema frenesia, con il viso bruciante più del sole, che lo aveva preso per mano e gli aveva detto: "Avanti, ti sta aspettando una forte lotta" e lo aveva introdotto alla visione di una folla di gente, una parte vestita in bianco e l'altra in nero. Appena si fu avvicinato al luogo della lotta, vide davanti a sé un uomo, un etiope, terribile e alto, la cui testa raggiungeva le nuvole. L'angelo che lo teneva per mano disse: "Devi lottare contro di lui". Guardando quell'or-rendo essere, egli tremava e chiese al suo custode di sottrarlo a quella sciagura dicendo: "Chi tra di noi mortali riesce a confrontarsi con questo essere?". L'angelo di Dio rispose: "Provaci, partecipa semplicemente alla lotta con tutta la determinazione, perché se avrai coraggio, ti aiuterò e ti consegnerò la corona della vittoria". È vero, appena iniziarono il combattimento, l'angelo gli si avvicinò e lo aiutò a sconfiggere l'etiope. Gli altri etiopi, borbottando, subito sparirono e un coro di angeli cantò gloria all'angelo che lo aveva aiutato e gli aveva regalato la vittoria. Ebbene, care madri e sorelle, dobbiamo abbandonare le cose materiali e, con la grazia di Cristo, combattere coraggiosamente contro lo scuro etiope, cioè il diavolo che è padre di tutte le passioni. Se cederemo alle sue seduzioni, saremo facile preda del nostro nemico maligno, perché il grande apostolo Paolo ha scritto: "Non sapete voi che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale servite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell'obbedienza che conduce alla giustizia"? Dio ci diede la ragione e il discernimento per avere la capacità di distinguere il bene dal male e per prendere la parte del bene».
La beata Teodora raccontava: «Il mio abba Isaia disse dell'ultimo giorno di ogni cristiano: "Quale paura, quale brivido proveremo quando l'anima si separerà dal corpo!". Le forze dell'oscurità, i signori dell'ombra e i padroni del male ci assalteranno, cercando di prendere la nostra anima, accusandola dei peccati compiuti, consapevolmente e inconsapevolmente, nella gioventù. Di fronte alle forze del male ci saranno gli angeli di Dio, che testimonieranno il pentimento e le opere di bene. Pensa ora che paura e tremore proverà l'anima, stando in mezzo a queste forze fino alla conclusione del giudizio e all'emissione della sentenza definitiva! Se l'anima sarà riconosciuta giusta, i demoni verranno sconfitti e gli angeli di Dio la porteranno su, nel regno celeste, verso la gioia eterna, secondo quanto scritto: "Riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli". Allora si realizzeranno le parole della Santa Scrittura: "Gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto"134 e l'anima entrerà, lasciando indietro la paura, nella gloria eterna, nella gioia, secondo la volontà del grande giudice. Se risulterà che l'anima è vissuta nel peccato, allora, saranno guai e si sentirà una voce orribile che dirà: "La via degli empi andrà in rovina". Verrà per quest'anima il giorno dell'ira, del travaglio, della sventura; verrà il giorno di cui Davide diceva: "Beato l'uomo che ha cura del debole, nel giorno della sventura il Signore lo libera". L'anima invece che ha passato la vita nel peccato, non sarà liberata nel giorno della sventura, ma sarà portata nel buio più profondo, nel fuoco eterno dove sarà tormentata per sempre. Così mi diceva l'abba Isaia, essendo addolorato in cuor suo e tra tante lacrime».
La beata Teodora disse che una volta aveva interrogato l'abba Isaia circa le parole dell'apostolo: «Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi, profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi». Ed egli aveva risposto: «L'apostolo ci istruisce sul negozio spirituale e cioè: ti toccherà il tempo degli insulti? Riscattalo, riscattalo con l'umiltà e la pazienza! Verrà il giorno del disonore? Riscattalo con la bontà e ne trarrai un profitto. Verrà il momento che sarai accusata ingiustamente? Compensalo, ripagalo con la mansuetudine e la speranza. Così tutto ciò che ci va contro potrà essere riscattato e ci darà profitto».
Una volta il mio affettuoso padre disse: «Cerca di entrare dalla porta stretta. Come gli alberi non danno frutto senza passare per l'inverno e la pioggia, così anche noi non possiamo compiere le opere che ci fanno meritare il regno celeste, se non attraversiamo i dolori e gli affanni. Che vantaggio c'è per noi, se dopo aver passato la vita nell'appagamento e nei piaceri, anche se a cent'anni, finiremo per sempre, secondo la parola del Signore, nel travaglio del fuoco ardente?».
La stessa beata Teodora raccontava: «Un monaco domandò all'abba Isaia: "Come mai la gente del mondo che non digiuna, non prega, non veglia, che è priva di ogni modestia, che mangia in abbondanza e fa l'amore, sbranandosi reciprocamente, giurando e spergiurando, senza confessarsi che ha peccato, come mai non finisce nei guai e non cade, mentre noi, monaci, che digiuniamo, vegliamo, preghiamo, mangiamo poco e non beviamo vino, essendoci privati di ogni piacere del corpo, tra le lacrime gridiamo: 'Abbiamo rovinato le nostre anime, abbiamo perso il regno celeste, siamo degni del travaglio!'. Davvero la legge divina e i comandamenti ci sono dati allo stesso modo?". il mio padre affettuoso, sospirò e con le lacrime agli occhi disse: "Dici molto bene, figlio mio, quelli del mondo non si pentono e non cadono, perché cadranno una volta per tutte in una orribile e aspra rovina da cui non si può andare ancora più giù. Non si rialzeranno mai! Il diavolo non si preoccupa di costoro che già sono sdraiati sotto i suoi piedi e non hanno nessuna idea di ribellarsi. I monaci, invece, vincendo e perdendo, attaccando oppure subendo aggressioni, si contrappongono al diavolo. La gente del mondo, per colpa della stoltezza o dell'ignoranza, dell'amore del mondo e delle sue cose, non vede e non sa che è già rovinata e rimane nella corruzione, addirittura, fin dalla prima caduta. Dico tutto ciò per farti capire meglio che non soltanto noi, piccoli monaci, dobbiamo piangere, ma anche i grandi padri, i monaci veri, gli anacoreti, piangevano sempre. Ascolta ancora il Signore che dice: 'Non vi è verità in lui [nel diavolo]. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. Il Signore considerò lo sguardo rivolto verso la donna uguale alla lussuria, l'ira pari all'assassinio e rivelò che di ogni parola vana dovremo rendere conto. Ma dove possiamo trovare uno che non è stato macchiato dalla menzogna, dal desiderio della donna, uno che nella sua vita non è mai stato arrabbiato con i vicini, che non ha detto mai una parola smodata, che può dire di non avere nulla di cui pentirsi? Tutti siamo peccatori, tutti abbiamo perso la grazia di Dio. Sappi, il monaco o il laico, il vescovo o il re, se non sceglieranno la croce, cioè se non si daranno al faticoso lavoro della saggia umiltà, non potranno essere veri cristiani. Il Signore nostro, Gesù Cristo, Dio nostro, diceva a quelli che si sono impegnati in questo difficile compito: 'Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Non ha detto ricchi, ma poveri. E poi: 'Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati ... Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Dunque, dove saranno quelli che hanno nelle loro mani il potere, il cibo delizioso, che vivono nel peccato e nella lussuria, e tra le risate consumano tutto ciò a sazietà? Dove saranno loro che oggi non hanno nessun timore di Dio? Certo, si può incontrare gente che ha scelto il mondo che dice: 'Il digiuno, la lotta faticosa, la sofferenza e i dolori sono imposti ai monaci, ma per noi, laici, vanno bene il godimento delle cose del mondo e i suoi piaceri. Stolti con il cuore di pietra! Non avete sentito le parole del Signore che ha detto: 'Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati ’ e: 'Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione e: 'Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!'. La via che conduce alla vita giusta è stretta e pochi sono disposti a percorrerla. Queste parole erano rivolte dal Signore non a noi, monaci, perché in quel tempo i monaci non esistevano ancora, ma ai laici che duravano in una vita colma di brama per le cose del mondo e dei piaceri vani. Se il Signore avesse indirizzato le sue parole soltanto ai monaci, avrebbe significato che i laici sarebbero stati trattati come animali a cui non servono affatto né i comandamenti, né il bene spirituale. Ma la legge divina è comune per tutti gli uomini, perciò ci è comune il giogo e il piacere, il giudizio e l'inferno". Il monaco, dopo aver sentito quanto l'abba aveva detto, stupefatto, si inginocchiò davanti al padre e, traendo un sospiro profondo, disse: "Padre santo, mi aspettano tanto lavoro, sudore e lotta. Prega per me, padre". L'abba lo benedisse e lo lasciò andare in pace».
La beata Teodora disse ancora: «Il mio abba Isaia mi ripeteva:
"L'uomo prudente invece tace". È bene che i giovani lo sappiano.
Perciò, sappi, figlia mia, che appena uno decide di darsi all'esichia, subito
arriva il diavolo con la sua ciurma per appesantire l'anima dell'esicasta con la
malinconia, lo sconforto, i cattivi e sordidi pensieri; egli colpisce il fisico
con la fatica, la debolezza delle mani e dei piedi, nell'intento di fiaccare le
forze dell'anima e del corpo. Ora chi ha scelto l'esichia inizia a sentire il
sussurro del suo pensiero, è il diavolo che tramite le sue meditazioni gli
suggerisce: "Lascia stare, sei indebolito, non riesci a seguire le regole
monastiche, non hai la forza neanche di fare i dovuti inchini". Se tu però
vigilassi, questi suggerimenti svanirebbero subito. Ti racconto di un saggio
monaco. Una volta, cominciando la preghiera secondo la regola, senti nella testa
un gran rumore e fu assalito ora da caldo e ora da freddo. Allora disse a se
stesso: "Prima di morire mi alzo e recito le preghiere". Con questa idea si
impose di fare tutte le orazioni secondo la regola. Appena ebbe finito di
pregare, i fastidi lo lasciarono. Da quel giorno il monaco ricorreva sempre
alla preghiera per vincere i disturbi»