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GLI ASPETTI METODOLOGICI DELLA
PREGHIERA
DEL CUORE

IL «COME»
DELLA PREGHIERA DI GESÙ
(di Marcello Brunini)
La
Preghiera di Gesù consiste nel rimanere con il cuore alla presenza del Signore.
In questo senso si
confonde semplicemente con la preghiera cristiana che si caratterizza come
un
cuore a cuore tra l'uomo e Dio.
Gli autori contemporanei, inserendo la via del
Nome nell'orazione della grande Chiesa, tendono giustamente a minimizzare gli
aspetti tecnici legati alla tradizione della Preghiera del cuore. Anche per
questo l'invocazione del Nome cessa di essere
prerogativa del monaco per divenire una via alla portata di tutti i cristiani.
Una strada che può rendere la preghiera quotidiana maggiormente immersa nella
interiorità personale e più capace di rendere il cuore del credente vigile,
attento e cosciente della comunione senza confini con il Dio Trinità, e
responsabile della compassione verso i fratelli.
SEMPLICITA' E FLESSIBILITA'
La Preghiera del cuore domanda prima di tutto semplicità. Il vangelo richiama tutti a rimanere bambini nel cuore. Ciò vale soprattutto nel cammino della preghiera. Chi presume rischia di allontanarsi dal Verbo vivente. Colui che vuole aprirsi alla Preghiera di Gesù è importante che cominci con semplicità!
Il principiante inizi ripetendo adagio, sottovoce e con calma il Nome potente e dolce del Signore Gesù, esprimendo sentimenti di amore, di adorazione, di pentimento, di supplica. L'attenzione va progressivamente spostata dalle parole della formula alla persona stessa di Gesù. […]
Proprio per questa ragione non è richiesta la fissità della formula. Il Pellegrino Russo prega dicendo: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me. Tuttavia la regola non è l'uniformità. «Sia nel monachesimo del deserto, sia nell'esicasmo sinaita e athonita è possibile incontrare una diversificata pluralità di formule» (A. Rigo).
Come afferma il vescovo Kallistos:
«La formula
verbale può essere abbreviata; possiamo dire: Signore Gesù Cristo, abbi pietà
di me, oppure, Signore Gesù, o semplicemente Gesù, anche se
quest'ultima forma è meno comune. Di tempo in tempo la formula delle parole può
essere ampliata con l'aggiunta di me peccatore allo scopo di sottolineare
l'aspetto penitenziale.
Possiamo dire, richiamando la confessione di Pietro
sulla strada di Cesarea di Filippo: Figlio del Dio vivente...
Qualche
volta si può inserire un'invocazione alla Madre di Dio o ai santi.
Il solo
elemento essenziale e invariabile è l'inclusione del Nome divino
Gesù.
Ognuno è libero di scoprire, attraverso la propria esperienza personale, la
formula particolare delle parole che risponde nel modo più adatto alle sue
necessità. Si può naturalmente variare qualche volta la formula precisa che
viene usata, purché tale cambiamento non avvenga troppo spesso».
La Preghiera di Gesù inoltre va accolta e praticata in maniera flessibile. Il vescovo Kallistos distingue due modalità d’uso dell’invocazione del Nome: un modo libero e un modo formale. Afferma il vescovo Kallistos:
«Per modo "libero" si intende la recita della preghiera mentre siamo impegnati nelle nostre attività abituali lungo tutta la giornata. Può essere recitata, una o più volte, nei momenti sparsi che in altro modo sarebbero spiritualmente sciupati: quando si è impegnati in alcuni lavori abituali e semiautomatici, come vestirsi, lavarsi o ripulire il giardino; quando si cammina o si guida l'auto; in attesa del bus o bloccati per il traffico; in un momento di calma prima di qualche incontro particolarmente doloroso o difficoltoso; quando non si riesce a dormire o prima del pieno risveglio. Parte del valore caratteristico della Preghiera di Gesù sta esattamente nel fatto che, a motivo della sua radicale semplicità, può essere recitata in condizioni di confusione quando sono impossibili formule più complesse. Essa è particolarmente utile nei momenti di tensione e di grave ansietà».
L'uso libero, non organizzato della Preghiera del cuore, permette di mantenere il nostro spirito vigile, attento alla presenza di Gesù nelle persone che incontriamo, nell’opera che stiamo facendo, nelle situazioni che siamo chiamati a vivere. Inoltre ci prepara a vivere con intensità i momenti espliciti della preghiera, soprattutto la lectio divina e la partecipazione al banchetto eucaristico. La recita libera della Preghiera è rafforzata dall'uso formale:
«In questo secondo caso noi concentriamo tutta l'attenzione in questa preghiera ed escludiamo ogni attività esterna. Allorché l’invocazione del Nome è parte dello specifico "tempo di preghiera" consacriamo a Dio ogni giorno. Normalmente, insieme alla Preghiera di Gesù, useremo in questo tempo anche altre forme di preghiera prese dai libri liturgici, come anche letture, suppliche e simili prese dai Salmi e in genere dalla Scrittura. Alcuni possono sentirsi chiamati a una quasi esclusiva concentrazione sulla Preghiera di Gesù, ma ciò non avviene per la maggioranza. Infatti molti preferiscono semplicemente usare questa preghiera in maniera "libera", e in questo non c'è niente d'inquietante o di sbagliato. L'uso "libero" può certamente esistere senza quello "formale"».
Il vescovo Kallistos richiama ancora a non fissarsi sulle modalità esteriori nella recitazione della formula del Nome. Sono degne di nota alcune indicazioni da lui fornite. Per quanto riguarda la posizione del corpo, ed il luogo della preghiera, egli dice:
«Non è essenziale alcuna posizione particolare. Nella pratica ortodossa questa preghiera viene recitata quasi abitualmente stando seduti, ma la si può dire anche in piedi o in ginocchio, e anche, in caso di debolezza corporale o di esaurimento, quando si è sdraiati. La si recita abitualmente in una più o meno completa oscurità o con gli occhi chiusi, oppure con gli occhi aperti dinanzi a un'icona illuminata da candele o da una lampada votiva….
L’oscurità, si sa, può avere
effetti soporiferi! Se ci coglie la sonnolenza quando ci sediamo o inginocchiamo
per recitare la preghiera, allora dovremmo alzarci qualche volta, fare il segno
di croce alla fine di ciascuna invocazione, e quindi curvare i fianchi in una
profonda prostrazione toccando il suolo con le dita della mano destra. Possiamo
anche fare una prostrazione ogni volta, toccando il suolo con la fronte.
Quando recitiamo la preghiera stando seduti, dovremmo fare in modo che la sedia
non sia troppo confortevole: preferibilmente non dovrebbe avere braccioli o
spalliera. Nei monasteri ortodossi si usa abitualmente uno sgabello basso senza
schienale. La preghiera può anche essere recitata stando in piedi con le braccia
allargate in forma di croce».
Il Ware si sofferma pure sull'uso di un rosario che favorisca il movimento delle mani:
«Una cordicella per la preghiera o rosario normalmente con un centinaio di nodi, è spesso usata in relazione con la Preghiera di Gesù, non con lo scopo di contare il numero delle volte che viene ripetuta, ma piuttosto come un aiuto per concentrarsi e per raggiungere un ritmo regolare. È un fatto accertato che, se facciamo un tantino uso delle mani quando preghiamo, ciò è d'aiuto alla quiete del corpo e a raccogliere le nostre energie nell'atto stesso della preghiera».
Il Pellegrino Russo è portato a dare molta importanza al numero esatto di volte che recita la formula. Nell’arco della giornata arriva fino a dodicimila. L'attenzione alla quantità è sicuramente fuorviante, soprattutto per coloro che non sono monaci. E’ certamente più corretto e maggiormente vicino allo spirito del Nome il consiglio di Teofane il recluso:
«Non preoccuparti per il numero delle volte che dici la preghiera. La tua unica preoccupazione sia questa: la preghiera sgorghi nel tuo cuore con una forza travolgente come una fonte di acqua viva. Espelli totalmente dalla tua mente qualsiasi pensiero di quantità».
Infine il Ware richiama alcune modalità da tenere in considerazione nella recitazione del Nome:
«La preghiera qualche volta viene recitata in gruppo, ma più comunemente da soli; le parole si possono dire a voce alta o silenziosamente. Nella tradizione ortodossa, quando viene recitata a voce alta, è parlata piuttosto che cantata; Non dovrebbe esservi nulla di forzato o di artificioso nella recitazione. Le parole non dovrebbero venire espresse con enfasi eccessiva o con violenza interiore, ma la preghiera dovrebbe permettere di stabilire un suo ritmo e una propria accentuazione, così che a suo tempo essa giunge a “cantare” dentro di noi in virtù della sua intrinseca melodia».
Da quanto detto l'invocazione del Nome appare una preghiera per tutte le stagioni. «Può essere usata da tutti, in ogni luogo e in ogni tempo. È adatta per il "principiante" come per chi ha più esperienza; può essere offerta a Dio in compagnia con altri o da soli; è ugualmente appropriata nel deserto come nella città, negli ambienti di una raccolta tranquillità o in mezzo al massimo chiasso e all'agitazione. Non è mai fuori posto».

IL METODO PSICOFISICO
Durante il medioevo bizantino, in
particolare tra i monaci dell'Athos, alla Preghiera di Gesù vennero connesse
delle indicazioni tecniche per agevolare 1'orante nella ripetizione del Nome e
nella concentrazione.
Seppure le opinioni sul metodo psicofisico siano ancora oggi aperte, è tuttavia
possibile cogliere un percorso evolutivo riscontrabile in tre tappe:
- l’affermarsi della tecnica fisica in ambiente athonita,
- la semplificazione operata dagli autori moderni,
- la lettura simbolica dei contemporanei.
Le tecniche
athonite
Intorno al secolo XIV, emergono nell’ambiente bizantino degli scritti e degli autori, quali lo Pseudo-Simone, Niceforo, Gregorio il Sinaita, che propagano alcune tecniche fisiche per facilitare la concentrazione durante la invocazione del Nome.
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- la posizione del corpo. Le tecniche athonite invitano l'orante a sedersi su di un basso sgabello, a poggiare il mento sul petto, rallentando in questo modo la respirazione e a dirigere lo sguardo verso l’ombelico; Tutto ciò per favorire la concentrazione della mente uscendo dalla molteplicità e dalla dispersione dei pensieri - la respirazione. Gli esicasti del medioevo consigliano la pratica di due diverse forme dì respirazione La prima invita l’orante a ritenere il respiro per disciplinare l’intelletto e discendere nel cuore Quindi dopo aver trovato il luogo cuore invocare il dolce Nome. Un altra corrente domanda la ritmizzazione della respirazione. Infatti quando la formula della preghiera viene ad unirsi al ritmo della inspirazione e della espirazione il respiro stesso rallenta;
-
far discendere 1’intelletto nel cuore.
È comune convinzione, che solo nel luogo del cuore, l'uomo, decentrato e
disperso nel mondo a causa del peccato, possa ritrovare se medesimo e rivolgersi
al Signore Gesù con la pienezza del suo corpo, della sua anima, del suo
spirito. |
La semplificazione dei moderni
Le tecniche psicofisiche dei
monaci dell'Athos vennero sottoposte a semplificazione dagli autori del
Settecento e dell'Ottocento. La maggior fluidità e scioltezza del metodo fu
favorita sia dall'allargamento dei fruitori della via del Nome oltre la cerchia
monastica, sia dal crescere delle perplessità e dalla diffidenza per alcune
tecniche.
A questo proposito sono significative due testimonianze. La prima di
Nicodimo Aghiorita (1749 1809) che
riassumendo la tradizione pone 1'accento sulla ritenzione del respiro, in
connessione con la discesa dello spirito-intelletto nel cuore:
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1. La ritenzione regolata della respirazione tormenta ed angustia il cuore, che non riceve l'aria che la sua natura reclama. Lo spirito, invece, grazie a questo metodo, si raccoglie più facilmente e ritorna al cuore a motivo sia della sua pena e del suo dolore e sia del piacere che nasce da questo ricordo vivo e ardente di Dio... 2. Il ritenere misurato della respirazione affina il cuore duro e ottuso. E gli elementi umidi del cuore, convenientemente compressi e riscaldati, divengono più teneri, più sensibili, più umili, meglio disposti alla compunzione. e maggiormente atti a versare facilmente le lacrime. Anche il cervello si affina e nello stesso tempo l'atto dello spirito diviene uniforme, trasparente, più idoneo all'unione che l'illuminazione soprannaturale di Dio procura. 3. Siccome questa ritenzione misurata della respirazione comprime e fa soffrire il cuore, questa pena e questo dolore gli fanno vomitare l'esca avvelenata del piacere e del peccato che egli aveva inghiottito.
4. Per
questa
ritenzione misurata della respirazione, tutte le altre potenze dell' anima si
riuniscono e ritornano allo spirito e da esso a Dio: cosa ammirabile a
dirsi. Così l'uomo, secondo Gregorio di Tessalonica, offre a Dio tutta la natura
sensibile e intellettuale di cui egli è il legame e la sintesi». |
La seconda testimonianza è
tratta da
Teofane il recluso (1815-1894). Egli scrive:
«I vari metodi prescritti dai Padri - stare seduti, fare prostrazioni e le altre tecniche usate quando si recita questa preghiera - non vanno bene per tutti: anzi senza una personale direzione sono realmente pericolosi ed è meglio non cercare di usarli. C'è un solo metodo obbligatorio per tutti: rimanere con l'attenzione nel cuore. Tutto il resto è accessorio e non conduce all'essenziale»
Lo stesso Teofane dunque, semplifica il metodo invitando 1'orante a preferire e favorire l'attenzione del cuore per rimanere in amicizia con la persona dolcissima del Signore Gesù.
La lettura simbolica dei contemporanei
Gli autori contemporanei, in
prevalenza, tentano di rileggere il metodo esicasta nella sua valenza
simbolica. Vengono sicuramente sottolineate alcune indicazioni tecniche, ma per
evidenziarne la portata profondamente simbolica, che svela ulteriori ricchezze,
contenute nell'involucro esteriore del metodo.
In definitiva tutto, nella via
del Nome, è orientato a condurre l'orante nel suo centro personale per
sperimentare consapevolmente la grazia increata dello Spirito, che dal cuore
inonda l'intelletto, l'anima e il corpo e si espande nell'incontro trasformante
con Gesù e con il Padre suo. Ma consideriamo qualche aspetto della lettura
simbolica del metodo.
Viene evidenziato anzitutto il posto del corpo nella Preghiera del Nome. La visuale biblica insiste sull'uomo unificato. Egli è una totalità psicosomatica e spirituale aperta al Dio trascendente e relazionata ai fratelli. In questa architettura il corpo non può essere un ostacolo, ma anch'esso è chiamato a farsi preghiera. Afferma Ware:
«Il cuore, è stato detto, è l'organo principale dell'essere umano, il centro sia della costituzione fisica sia della sua struttura psichica e spirituale. Poiché il cuore ha questo duplice aspetto, nello stesso tempo visibile e invisibile, la Preghiera del cuore è preghiera del corpo e nello stesso tempo preghiera dell'anima: se si include il corpo, può essere realmente preghiera dell'uomo totale. Un essere umano, nella visuale biblica è una totalità psicosomatica: non un' anima imprigionata in un corpo e alla ricerca della fuga, ma un'unione armonica dell'anima e del corpo. Il corpo non è solo un ostacolo da abbattere, una massa di materia da ignorare, ma ha una sua parte positiva da svolgere nella vita spirituale ed è dotato di energie che possono essere utilizzate per l'esercizio della preghiera.»
Queste considerazioni valgono in particolare per la Preghiera del cuore. Essa infatti si rivolge al Verbo eterno fatto carne. Nel Dio-uomo il corpo umano si fa portatore di Spirito. Ecco perché gli esicasti antichi escogitarono delle indicazioni fisiche per l'invocazione del Nome. Come sottolinea il vescovo Kallistos:
«Essi compresero che ogni attività fisica ha ripercussioni a livello psichico e a livello fisico: dipendentemente dal nostro stato intimo diveniamo caldi o freddi, respiriamo più celermente o più lentamente, il ritmo dei battiti del cuore accelera o rallenta e così via. Viceversa, ogni alterazione nella nostra condizione procura una reazione negativa o positiva nell' attività psichica. Se allora possiamo imparare a controllare e regolare alcuni dei nostri processi fisici, tale tecnica può essere usata per rafforzare la nostra concentrazione interiore nella preghiera»
Il corpo dunque, nel momento
della preghiera è invitato a rimanere nella pace e nel riposo. In questo modo
può far trasparire l'energia trasformante che lo Spirito dona all’uomo tutto
intero.
Valenza simbolica e quasi
sacramentale acquistano le posizioni del corpo nell’invocazione del Nome.
Afferma Clement:
«Queste posizioni hanno un senso
nel quale si esprime la realtà simbolica o "sacramentale" del corpo. Esse
manifestano, e perciò assecondano, la concentrazione di tutto il composto umano
sul cuore, in un movimento che, essendo scomodo (a differenza della facilità sovrana
ricercata dallo yoga ) non è di padronanza ma di offerta. "Così, nota Nicodimo
Aghiorita, l'uomo offre a Dio tutta la natura sensibile e intellettuale, di cui egli
è il legame
e la sintesi
Gli esicasti si riferiscono a questo riguardo al movimento
circolare del l'anima" di cui parla
Dionigi nei
Nomi divini 4,9: "Il movimento
circolare dell'anima e il suo entrare in se stessa mediante il distacco dagli
oggetti esteriori e la mobilitazione unificante delle sue potenze"».
La posizione circolare assunta
dall'esicasta mostra la disponibilità al dono della grazia increata, che
mettendo in comunione con il Dio tre volte santo, fa ritrovare il centro di se
stessi, favorendo l'unificazione della dispersione personale.
Lo sguardo concentrato
sull'ombelico, ha esso pure una portata simbolica. E' ancora Clément a
sottolinearlo:
«Allo stesso modo, la fissazione
dello sguardo sull'ombelico, sul centro vitale dell'uomo (qui si imporrebbe tutto uno studio per sapere se si può
proporre un raffronto con lo hara giapponese), non
è un semplice
artificio di concentrazione, ma significa che tutta la forza vitale dell'uomo, trasmutandosi nel "cuore cosciente" deve anch'essa farsi offerta. Dio
può così fare sua, dice san Gregorio Palamas, la "parte concupiscibile" dell'anima, può
"ricondurre il desiderio alla sua origine", cioè all'eros per Dio di cui parlano cosi
profondamente san Giovanni Climaco e
l'Apocalisse, che lancia il suo appello all' "uomo del desiderio"».
Gli autori contemporanei riprendono a il legame tra Preghiera del cuore e
controllo del respiro. Così si esprime Ware:
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Respirare il Nome di Gesù è
lasciarsi invadere dalla sua dolce presenza. Il respiro calmo e armonioso è fonte
di apertura e di pace interiore. Dio ci pervade con il suo venticello leggero,
ci conduce
nel suo Sabato e ci dona il suo divino riposo.
Padre
Spidlìk così si esprime:
«Unire il Nome di Gesù ad ogni respiro significa avvertire come la realtà di Cristo penetra e dà vita a tutto
ciò che esiste. La regolarità del respiro
coordinata con il pensiero è un esercizio naturale per chi non desidera altro
che gustare le parole della preghiera nel ritmo della propria vita, del suo
cammino sulla terra. La respirazione che conserva il suo ritmo calmo in mezzo a
tutti gli incontri della vita è un simbolo dell'hesychia vera,
della pace con Dio in mezzo alle tribolazioni...
Il respiro comporta tre fasi: aspirare, ritenere, inspirare. Chi aspira vive la sua
dipendenza dalla vita del
mondo. Unire questa fase con la Preghiera a Gesù significa sentire la dipendenza
da lui, che è la Vita del mondo nel senso spirituale. Espirare è un sollievo di chi si
sente in pieno possesso della medesima vita da poterla donare».
Indicazioni molto preziose.
Il
cristiano è colui che respira lo Spirito, quindi respira più profondo
del ritmo di questo mondo. Respirando, in compagnia dello Spirito, il Nome di
Gesù, l'orante può raggiungere, liberare ed esprimere il gemito sofferto di tutta la
creazione che desidera ardentemente di essere avvolta nella gloria del Verbo
eterno. E così il cristiano investito dal
vento dello Spirito è reso per grazia signore del creato, vittima obbediente, sacerdote adorante, profeta mite e umile
del Regno dei cieli.
La tecnica esicasta, infine, sospinge colui che invoca il Nome verso
l'unificazione
interiore. Memoria, intelligenza, volontà, tutto
è chiamato a concentrarsi
semplificandosi nel luogo del cuore. «Il contenuto della tua vita psichica,
della tua vita di sentimento, d'intelligenza, di fantasia, d'immaginazione... si riassuma, si
raccolga tutto nell'invocazione del Nome di Gesù, nell'attesa della sua presenza».
Tuttavia anche se ciò non
accadesse, il cristiano è invitato ad invocare Gesù «con tutto il proprio
amore» aderendo con semplicità e gioia alla sua persona. Così il cuore ricolmo
di Spirito vedrà "se stesso interamente luminoso", si eleverà "nell'amore e nel
desiderio di Dio", si scoprirà inondato di luce divina che irradia dal Cristo trasfigurato.
«Sorvegliamo dunque con ogni vigilanza il nostro cuore, ogni momento anche
brevissimo, dal pensieri che ottenebrano lo specchio dell'anima nel quale usa
imprimersi e fotografarsi - photeinographeinsthai - Gesù Cristo»
In definitiva è possibile affermare che il metodo psicofisico, facendo appello alla posizione del corpo, al controllo del respiro, al passaggio dei pensieri dall'intelletto al cuore, «produce la calma, armonizzando secondo lo stesso ritmo le diverse funzioni vitali: il battito cuore, la respirazione, il cammino, la preghiera vocale e i pensieri che la seguono. Tutto questo fa pensare alla pace di Dio. Potrebbe però degenerare facilmente nel quietismo, in cui uno pretende la pace senza ulteriori scopi. Dev’essere invece intesa questa armonia come la disposizione di uno che concentra tutte le sue forze per meglio ascoltare la voce di Dio e per combattere i "demoni" che vengono "da fuori" come se fosse in un castello interiore».
La via del Nome dunque, non vuole condurre al quietismo, ma all'incontro di tutto l'uomo, corpo, anima, spirito, con il Signore vivente. Una comunione che si fa parresia, ossia coraggio di rimanere alla presenza del Dio trinità e di combattere gli assalti del Divisore nel Nome di Gesù salvatore.
Critiche contemporanee al metodo esicasta
Le tecniche esicaste, fin dal
loro apparire, hanno suscitato perplessità. Soprattutto ha fatto problema
l'invito a dirigere lo sguardo verso l'ombelico. I critici del metodo chiamarono i
fautori di questo atteggiamento, omphalopsichici.
Oggi rende perplessi la posizione ricurva degli oranti nell'atto dell'invocazione. L'armonia interiore
è sicuramente agevolata dalla posizione retta
della colonna vertebrale, particolarmente durante la meditazione. E' questa la
considerazione di un autore contemporaneo:
«Una schiena diritta e una colonna vertebrale flessibile sono le condizioni essenziali per una vita sana ed una coscienza luminosa. Le vertebre formano un asse a partire dal quale tutto il corpo sta a posto, e l'importanza di questa zona a livello neurovegetativo è essenziale. La meditazione attiva deve far lavorare il dorso, raddrizzarlo, inarcarlo... La posizione retta dell'essere umano ha avuto la meglio sull'animalità e questa soluzione è evidente confrontando atteggiamenti e scheletri dei nostri lontani antenati. E la dignità di contegno che riscontriamo nelle statue del Buddha offre un'immagine ideale dell’equilibrio armonioso sereno e attento cui possiamo aspirare»
La posizione ricurva
dell'esicasta anziché aprirsi all'armonia, può favorire non il risveglio
dell’anima ma un forte ripiegamento su di sè, una fuga dalla realtà, una
ricaduta
tra le braccia della madre archetipica.
Il Leloup sembra dare un
certo credito ai rilievi critici quando afferma: «E' pur vero che 1'esicasta non
cerca un "equilibrio sereno", ma 1'unione con il Dio vivente attraverso il
pentimento, e i1 suo atteggiamento non vuole essere quello di un Buddha:
nondimeno non si può dire che queste osservazioni non siano pertinenti»
A queste osservazioni tuttavia
hanno gia risposto gli autori ortodossi quando rilevano le valenze simboliche
sottostanti alle medesime posizioni da assumere nell'invocazione del Nome di
Gesù.
Tratto da Marcello Brunini, LA PREGHIERA DEL CUORE NELLA SPIRITUALITA' DELL'ORIENTE CRISTIANO, ed. Messaggero - Padova