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LA DOTTRINA SPIRITUALE
DELLO
STARETS PAISIJ
Nella coscienza dei discepoli e delle generazioni successive, lo
starets Paisij ha il merito precipuo di aver rinnovato la vita monastica. I
biografi glielo riconoscono come massimo titolo di lode, insieme a quello di
aver ripreso con vigore l'insegnamento dei Padri con la suaattività di
correzione e traduzione dei testi patristici; le testimonianze dei discepoli
lo sottolineano concordi. Con lui la vita monastica ritorna ad essere vissuta
come un ideale appassionante. Una citazione da una sua stessa lettera ce ne
fornisce probabilmente la descrizione più accattivante: «Un tal tipo di vita cenobitica tra tutti i fratelli riuniti nel
nome di Cristo li lega in un
amore tale che, sebbene provengano da varie nazioni e paesi, formano tutti un
unico corpo, membra gli uni degli altri, avendo tutti un solo capo, Cristo;
tutti ardenti di amore per Dio, per il loro padre in Dio e gli uni per gli
altri; mirando tutti, un'anima sola ed una sola mente, a questo unico
obiettivo: custodire e compiere con zelo i comandamenti di Dio, esortandosi a
vicenda e sottomettendosi l'uno all'altro con quell'unico pensiero in testa,
portando i pesi gli uni degli altri, maestri e servi gli uni degli altri. Con
un tal genere di amore spirituale, in unità di intenti, si fanno imitatori
della vita del Signore e degli apostoli e degli angeli, sottomettendosi in
ogni cosa con fede e amore al loro padre e istruttore in Cristo come a Dio
stesso ... ».
Quale ventata d'aria nuova ha portato Paisij al monachesimo? Come è
arrivato a giocare quel ruolo di 'rinnovatore' che assolutamente non aveva
cercato e che, anzi, quasi controvoglia ha accettato di assumere?
Paisij si è sempre visto scombinare i suoi piani dalla Provvidenza e
per questo la sua opera non si è imposta come 'sua', ma come l'opera dello
Spirito, sigillo della sua santità personale e del suo genio spirituale.
Una biografia in controluce.
Una preziosa testimonianza ci rivela i carismi specifici dello
starets Paisij:
- il dono della preghiera del
cuore ( Paisij aveva fama di maestro della preghiera del cuore).
- il dono di guidare una
moltitudine di fratelli (come starets dei monasteri di Secu e Neamt aveva
la guida di circa un migliaio di monaci).
- il dono, assai raro, di
tenere insieme i fratelli di varie nazionalità (nella comunità di Paisij
vivevano insieme monaci romeni, ucraini, russi, bulgari, serbi, greci).
A riferircelo è lo starets Giorgio di Cernica, 'paisiotul', come lo
definiscono le fonti romene, transilvano di origine e discepolo della prima
ora di Paisij. Conosceva molto
bene il suo starets per essere stato suo discepolo per 24 anni,
accompagnandolo sull'Athos, a Dragomirna, a Secu e a Neamt. Quando Paisij con
i suoi 64 monaci, nel 1763, esce dall'Athos, lui è uno dei tre fratelli della
delegazione che cerca invano dal
metropolita di Bucarest di ottenere un monastero. Sarà loro messo a
disposizione, invece, dal metropolita Gabriele di Iasi e dal voievod della
Moldavia Gregorio Calimachi, il monastero di Dragomirna con tutti i suoi
poderi e libero da ogni obbligo di imposta. La sua testimonianza è reperibile
nel Testamento, redatto nel 1785,
allorché una malattia che sembrava mortale lo induce a formulare per iscritto
una sorta di regola di vita per il nuovo cenobio che aveva fondato a Cernica
nel 1781, sul modello della comunità paisiana.
Tanto consapevole della particolarità di questi tre carismi che ritiene di
non poterseli attribuire e quindi invita i fratelli della sua comunità a
dedicarsi alla pratica della preghiera di Gesù, senza preferirla in assoluto,
almeno fin tanto che non si sia purificati da tutte le passioni; limita a 103
il numero dei fratelli della comunità e considera la possibilità che i
monaci romeni, russi e greci, vivano separatamente, senza per questo diminuire
nell'amore reciproco. In effetti l'opera di Paisij è rimasta unica nelle sue
caratteristiche precipue. Tutti si sono appellati a lui, ma nessuno ha
riprodotto il modello integralmente.
Un'altra testimonianza, benchè alquanto posteriore nel tempo, ma
degna di fede per i riscontri indiretti nelle fonti dell'epoca, mette in luce
un altro aspetto particolare di Paisij. Egli scrive sulla preghiera di Gesù,
la difende a spada tratta, invita a praticarla con zelo, ma non l'insegna
personalmente. Ci riferisce Ignazio Brjancaninov (1807-1867):
« I monaci del monastero moldavo di Neamt mi hanno raccontato che il
loro celebre starets Paisij Velickovskij, il quale era stato gratificato, al
di fuori delle vie ordinarie, del dono della preghiera del cuore per un
disegno speciale di Dio, non osava, proprio per tale motivo, insegnarla ai
fratelli e affidava quell'insegnamento agli altri padri che avevano ottenuto
la preghiera per via normale».
Credo bastino queste due testimonianze a renderci più curiosi del
nostro personaggio. E' possibile seguirlo nel suo cammino di vita e farci
un'idea della sua opera dall'interno, nel suo svolgersi? Ho indagato le fonti
dell'epoca, gli scritti e specialmente le lettere di Paisij, molte delle quali
ancora inedite, le testimonianze dei biografi (Vitalie, Mitrofan, Isaac
Dascalul, Grigorie e Platone) e dei discepoli, mettendole a confronto, nel
tentativo di cogliere il mondo interiore di Paisij, nel quale è maturato il
suo 'genio' spirituale che tanti frutti ha lasciato in eredità.
Parlavo poc'anzi di piani scombinati dalla Provvidenza. Il supremo
desiderio di Paisij, fin da giovanissimo, è stato quello di entrare nel
monachesimo. E lo dico a due titoli: lasciare il mondo per entrare in un
monastero e vivere la grazia del monachesimo in tutta la sua potenza, come dirà
molto bene il suo biografo Mitrofan:
« ... nei tempi in cui il monachesimo si era tanto illanguidito e
mostrava solo il suo aspetto esteriore, [Paisij] fece conoscere cosa fosse il
monachesimo, quale fosse il mistero dell'obbedienza, quale grande profitto
arrecasse al novizio l'avanzare nell'intelligenza spirituale, quale fosse
l'azione e la contemplazione, la preghiera mentale del cuore, quella compiuta
dalla mente nel cuore ...»[5].
Sognava di trovare una guida spirituale per godere del dono divino
dell'obbedienza e confessa di non averla mai trovata :
«Non sono più riuscito in nessun posto a pormi sotto l'obbedienza
di un qualche padre spirituale. Come devo ora riconoscere, la mia
predisposizione interiore da giovane era molto incline a mettersi sotto
l'obbedienza, ma non sono stato degno, misero qual sono, di ricevere un tale
dono divino ».
Probabilmente, se l'avesse trovata così come era nelle sue
intenzioni, noi non conosceremmo uno starets Paisij!
Si era solennemente ripromesso che non sarebbe mai vissuto in grandi
monasteri dove sono di casa agi e onori e finisce per vivere nel monastero più
grande e rinomato di tutta l'Ortodossia ai suoi tempi.
Non intendeva assolutamente diventare sacerdote, evitando perfino di
recarsi a Poiana Marului, dove risiedeva lo starets Basilio, 'il suo starets'
come lui lo chiama
e più tardi riparando all'Athos, proprio per evitare tale eventualità. Ma
pochi anni dopo dovette accettare l'ordinazione su pressione dei fratelli che
si erano riuniti attorno a lui.
La sua vita è un continuo rinnovarsi di solenni e 'definitive'
decisioni che di lì a poco sono superate dagli stessi eventi. Sull'Athos,
dopo essersi arreso all'idea di accogliere qualche fratello a condividere il
suo stesso ritmo di vita, esteriore e interiore, si accorge presto che si deve
esporre a continue fatiche nell'illusione di trovare quella pace che però non
viene mai. Le celle non bastano mai, i lavori non sono mai finiti, sempre alla
ricerca di nuovi spazi per il crescente numero dei fratelli, all'Athos come in
Moldavia. Appena trovata la quiete a Dragomirna, alla conclusione della guerra
russo-turca (1768-1774), allorquando il monastero passa sotto la giurisdizione
austriaca con tutta la Bucovina, temendo vessazioni da parte del governo
cattolico, deve partire per Secu. Ma le celle non bastano e per aver chiesto
sovvenzioni al principe Costantino Moruzi, si vede pervenire l'ingiunzione di
spostarsi , del tutto controvoglia, a Neamt. Eppure, sarà proprio a Neamt,
nonostante le riserve dei suoi biografi, che la sua opera lascerà i segni più
duraturi e di maggiore risonanza.
Voglio attirare l'attenzione su di un punto particolare, sul fatto cioè
che Paisij dice di non aver mai trovato una guida spirituale e che per questo
ha incominciato a prendere come guide spirituali la stessa Scrittura e i
Padri. Come interpretare questa confidenza? Forse che vuole insinuare che i
suoi tempi sono così grami che non esistono uomini ripieni dello Spirito e
quindi capaci a loro volta di aprire i cuori all'azione di quello stesso
Spirito? Si tratta forse di una semplice ammissione retorica, una specie di
cliché obbligato? In effetti le parole di Mitrofan suonano piuttosto
perentorie:
« ... lui è stato istruito da Dio e dalla dottrina dei santi Padri
tramite la lettura e la traduzione dei
loro testi. I santi Padri antichi hanno avuto modelli che risplendettero nei
vari luoghi con la luce delle loro vite gradite a Dio e della loro retta
dottrina. Ebbero anche maestri dai quali poter imparare, restando presso i
quali fin dalla giovinezza e contemplando le loro vite senza macchia e il loro
insegnamento come pilastri viventi, diventarono a loro volta essi stessi
pilastri viventi e si fecero così luce, pilastri e maestri della vita
monastica di tipo cenobitico e di quella esicasta in solitudine. Il nostro
beato padre, invece, non ebbe un simile maestro; lo cercò, ma non gli fu
possibile trovarne uno. Lavorò con fatica illuminato dalla grazia divina,
scavò con l'umiltà e le lacrime e trovò nel suo cuore una sorgente di acqua
zampillante, che servì a dissetare se stesso e gli altri in abbondanza; anzi,
più se ne attingeva, più abbondantemente sgorgava ».
Dobbiamo pensare che Paisij fu autodidatta?
Quando Paisij nella sua lettera del 1766 a Demetrio, amico di gioventù
e compagno di scuola a Kiev, illustra i tre tipi della vita monastica, ha già
aderito alla scelta impostagli dalla Provvidenza.
Delle tre vie, quella eremitica, quella 'regale', quella cenobitica, Paisij
vive ormai la vita cenobitica. Ma non era stato questo il suo sogno, come già
ho detto. Era espatriato proprio alla ricerca di un eremitaggio dove vivere in
povertà, con qualche fratello, sottoposto all'obbedienza di un padre
spirituale sperimentato. Nella Muntenia, a Traisteni, Dalhauti, Cîrnul, dove
sperimenta per la prima volta la grazia del monachesimo, nella scia di quel
rinnovamento spirituale che fa capo allo starets Basilio di Poiana Marului,
incontra piccole comunità, il cui ritmo di vita si definisce meglio con il
tipo 'regale' che con quello cenobitico. All'Athos, non trovando nessuno
disposto ad accoglierlo, finisce per decidere di vivere solitario, ma non se
ne sente all'altezza, non gli è congeniale. Risale a questo periodo il suo
leggere le Scritture ed i Padri con uno scopo tutto particolare o, perlomeno,
con una forza tutta particolare:
« Non trovando un posto dove vivere in obbedienza [...] ho pensato
che avrei potuto vivere secondo la via regale, con un fratello cioè che fosse
un'anima sola ed un'unica mente con me. Al posto di un padre, avere come
maestro Dio stesso e l'insegnamento dei santi Padri; sottometterci in
obbedienza l'uno all'altro, servirci l'un l'altro, avere un'anima sola ed un
cuore solo e usare di ogni cosa in comune per le nostre necessità, sapendo
che, stando ai Padri, tale genere di vita è fondato sulla Sacra Scrittura ».
Dopo aver ricordato che si è unito a lui Visarion, venuto dalla
Moldavia, continua:
« Allora, per la grazia di Cristo, la mia anima ha potuto trovare in
parte una certa consolazione ed il riposo tanto desiderato. Così io,
miserabile, ho avuto l'opportunità di costatare almeno un poco il vantaggio
della santa obbedienza, che ci davamo l'un l'altro tramite la rinuncia alle
nostre volontà, avendo al posto di un padre e di una guida l'insegnamento dei
nostri santi Padri, sottomettendoci l'un l'altro nell'amore di Dio ».
Dopo Visarion, che però non accetta come discepolo, ma solo come
fratello (in questo senso il riferimento alle Scritture e ai Padri fa da perno
all'obbedienza reciproca), si aggiungono altri fratelli
fino a costituire un piccolo cenobio di dodici fratelli. Paisij passa come
naturalmente, benché come costretto, dalla via regale a quella cenobitica.
Sarà proprio questo passaggio che gli permetterà di far confluire i carismi
della via regale nel cenobio. Paisij non restaura, non riforma il monachesimo;
egli lo rivitalizza, gli dà modo di attingere nuovamente alla sua grazia
specifica. In questo si rivela il suo genio spirituale.
Il mistero
dell'obbedienza.
Centrale nella visione di Paisij è il mistero dell'obbedienza. Un suo
biografo riassume così l'esperienza dei tre anni passati nelle skiti della
Muntenia:
« Da quei padri ha compreso cos'è la vera obbedienza, da cui nasce
la vera umiltà, nella quale si arriva a far morire la propria volontà e la
propria opinione personale, anche nei confronti di tutte le cose di questo
mondo, fatto che costituisce l'inizio e la fine interminabile della vera opera
monastica; che cos'è l'attenzione e la vera pace della mente, la preghiera
attenta compiuta soprattutto nel cuore».
Ma le parole del biografo non sono che l'eco delle parole stesse
dello starets:
« Non c'è altro genere di vita che favorisca il progresso di un
uomo più della vita cenobitica, vissuta con scienza nella benedetta
obbedienza. Lo libera in breve tempo da tutte le passioni dell'anima e del
corpo a motivo dell'umiltà che nasce appunto dalla beata obbedienza, lo
conduce al primitivo genere di vita allorquando l'uomo era veramente ad
immagine e somiglianza di Dio proprio come era stato creato agli inizi.
Permette al dono di Dio ricevuto nel santo battesimo di risplendere al di
sopra di ogni altro dono di cui possa essere favorito il vero novizio
attraverso la sua genuina umiltà, per grazia divina, come potrà sentire lui
stesso molte volte nella sua anima per mezzo del suo senso spirituale».
L'immagine più adatta a comprendere la dinamica interiore della
comunità paisiana mi sembra quella dell'obbedienza come di un triplice albero
piantato prima nei cieli, dove solo gli angeli obbedienti vivono nella visione
di Dio, poi nel paradiso terrestre, dove Adamo gode della gioia di Dio finché
rimane nell'obbedienza ed infine sulla terra, dove il Cristo, servo
obbediente, raduna gli apostoli, dai quali si stacca solo Giuda per la sua
disobbedienza. I monaci sono idealmente gli eredi degli apostoli per voler
vivere lo stesso mistero dell'obbedienza, vale a dire l'osservanza di tutti i
comandamenti di Cristo. Sono anche i nuovi 'martiri', nel senso di testimoni
dell'obbedienza al Cristo fino alla fine della loro vita, fino allo stremo. La
differenza, nell'ordine monastico, tra gli anacoreti ed i cenobiti, si risolve
nell'intensità del vissuto dell'obbedienza, nel senso che un anacoreta è un
con-crocifisso con Cristo, accompagna il Cristo sulla croce, mentre il
cenobita è un 'con-patente', accompagna il Cristo nel suo cammino di passione.
Sarebbe questo il motivo per cui non è possibile scegliere la vita
anacoretica prima di essere passati per la vita cenobitica. Sarebbe
presuntuoso desiderare di essere con-crocifissi con Cristo prima di essergli
stati compagni nella sua passione.
Si riportano spesso le parole di Paisij: «Quando vedo i fratelli, non
fratelli, ma angeli li reputo».
Non sono parole generiche, sentimentali. Paisij è consapevole del fatto che
è più sicuro ed agevole osservare i comandamenti divini, rinunciando alle
proprie volontà, formando un cuor solo con tutti, portando i pesi gli uni
degli altri, se ci si è affidati anima e corpo a un padre in Cristo,
all'unico padre in Cristo per tutta la comunità. Così, vedendo i suoi figli
pieni di zelo nell'osservare i comandamenti di Dio, li vede angeli per il dono
dell'obbedienza, dono di cui lui si sente privo:
« Guardando i fratelli come angeli di Dio, tutti decisamente dediti
alla santa obbedienza, mi giudico incapace di seguire le loro orme,
considerandomi privo di tale grazia divina, vale a dire della santa obbedienza».
Evidentemente, man mano che gli anni passano e la comunità si
ingrossa, Paisij sa che i fratelli guardano a lui come alla loro guida, al
loro padre, al loro maestro. Ma l'importanza che annette all'esercizio di tale
compito è direttamente proporzionale alla capacità di indirizzare le anime
sulla via dei comandamenti, basandosi esclusivamente sulle Scritture e
sull'insegnamento dei Padri. Ciò che occorre al superiore del cenobio non è
che l'intelligenza spirituale, più l'umiltà e la dolcezza, non altro.
Perché il contesto in cui opera il superiore non può essere che questo:
« Là [=Dragomirna] avevo riunito la comunità dei fratelli che
desideravano esercitarsi per il Signore nella santa obbedienza, formando
un'anima sola. Erano un centinaio di monaci, più i novizi. Ci accomunava
tutti un unico desiderio: combattere la battaglia spirituale davanti a Dio,
custodendo gelosamente i suoi divini comandamenti».
Il mondo interiore di una comunità.
Se nella visione di Paisij centrale è il mistero dell'obbedienza, ci
si può allora chiedere come si cercasse di vivere nella sua comunità, quali
erano le accentuazioni caratteristiche del suo insegnamento in proposito. Io
sintetizzerei l'esperienza di vita della comunità paisiana in sei punti :
1) Anzitutto l'ambiente, il contesto in cui si viene
a costituire la comunità. In un'epoca in cui una fondazione monastica veniva
spesso subordinata coi suoi averi alla giurisdizione di un altro monastero che
poteva vantare diritti sulle sue proprietà e al quale dovevano essere
devoluti una parte dei suoi proventi a titolo di usufrutto, la cosiddetta 'inchinarea',
Paisij sceglie decisamente l'indipendenza
insieme alla povertà che la custodisce :
« Quanto al luogo dove condurre tal genere di vita non sia una skite,
ma un monastero, in qualunque posto esso sorga, evitando di dover versare un
qualsiasi tipo di tassa o imposta. Non essendo sottomesso né 'inchinato', ma
sovrano e indipendente, sarebbe veramente possibile, con una guida siffatta
secondo Dio, costituire una comunità cenobitica ...».
Anzi, la povertà è vissuta prima come garanzia di autonomia nei
confronti di ogni interferenza esterna alla comunità che come sigillo della
sequela di Cristo. E a salvaguardia di tale autonomia, anche organizzativa,
Paisij si adopererà presso le autorità politiche e religiose per far
spostare le famiglie dei contadini che abitavano nelle vicinanze del
monastero, non volendo che vi entrassero donne. Così ha fatto a Secu e poi a
Neamt. Non solo, ma voleva che tutti i lavori fossero svolti dai fratelli,
senza l'ausilio di esterni. A Dragomirna e poi a Secu Paisij lavorava con i
fratelli; invece a Neamt, a causa della vecchiaia e della malattia, stava
quasi sempre ritirato in cella.
Se l'indipendenza costituiva il requisito esteriore della povertà,
aveva la massima importanza soprattutto la sua dimensione interiore. La povertà,
ricorda Paisij, è la prima condizione della vita comune già secondo Basilio
Magno. Il primo articolo della sua Regola, ancora inedita,
in vigore a Dragomirna, è proprio quello in cui si dice che nessuno può dire
mio o tuo nulla, che nessuno possegga in proprio qualcosa, che nessuno tenga
per sé la sia pur minima cosa:
«Nella nostra comunità tale regola è stata così scrupolosamente
osservata che a nessuno dei fratelli veniva nemmeno in mente di desiderare di
possedere qualcosa di personale, perché sapevano che così si era comportato
Giuda il traditore. Perciò chiunque domandava di abitare nella nostra comunità
deponeva ai piedi miei e dei fratelli ciò che possedeva, qualora fosse stato
padrone di qualcosa e tutte le sue cose, anche le minime. Le rimetteva al
Signore, impegnandosi, anima e corpo, nella santa obbedienza fino alla morte.
Diversamente, non era possibile che venisse accettato nella nostra comunità».
La povertà è condizione essenziale per vivere nell'obbedienza. Più
accentuato è il mistero dell'obbedienza, più radicale la condizione di
povertà. E su questo Paisij non transigeva; ne andava di mezzo l'ideale
stesso della vita comunitaria. Delle sue decisioni giovanili, quella di vivere
in povertà l'ha sempre mantenuta con rigore,
insieme ad un'altra che vedremo tra poco.
Altro aspetto significativo di questa spoliazione totale rispetto
alle cose è l'uguaglianza tra i fratelli, tutti ricevendo ciò che attiene
alle proprie necessità dall'unico padre in Cristo di tutti.
2) C'è poi un clima particolare che caratterizza la
pratica dell'obbedienza nella comunità paisiana: l'obbedienza come
sottomissione ai fratelli, l'obbedienza in umiltà. E' il carisma specifico
della cosiddetta via regale che trapassa nel cenobio. Nelle sue esortazioni
Paisij insiste molto di più sull'obbedienza vicendevole che sull'obbedienza
al superiore. Credo che il fascino della comunità paisiana derivi in gran
parte da tale clima di obbedienza che permette di vivere, un cuor solo e
un'anima sola, la tensione che tutti accomuna, quella di praticare fino in
fondo tutti i comandamenti del vangelo.
«Con le parole della Scrittura insegnava ai fratelli che di
qualsiasi obbedienza fossero incaricati, si sforzassero di compierla con umiltà,
obbedendo l'uno all'altro e chinando il capo l'uno verso l'altro».
Scrivendo ai padri rimasti a Dragomirna, dopo lo spostamento della
comunità a Secu, Paisij raccomanda soprattutto di stare mansueti e umili
verso tutti, imitando la mansuetudine e l'umiltà di Cristo, sottomessi l'uno
all'altro.
Anche in altre lettere riprende lo stesso ammonimento:
«Soprattutto, non seguite le vostre volontà, rinunciate al vostro
giudizio, non resistete l'uno all'altro; tutte azioni, queste, invise a Dio e
quanto avverse e disgustose per me e per tutti i fratelli».
«Allo stesso modo, umiliatevi l'uno davanti all'altro; preferite
l'altro a voi stessi e abbiate amore secondo Dio tra di voi. Allora ci sarà
in voi un'unica anima ed un unico cuore nella grazia di Cristo».
E' proprio in rapporto a tale clima che Paisij vede la maturità dei
suoi discepoli. Ne parlano anche i biografi, ma sulla base di una lettera del
loro starets. Se dovessi tradurre con un'immagine mia le sue parole, direi che
si può definire così il livello di maturità dei suoi discepoli. Ci sono
fratelli, e costituiscono il maggior numero, che sono contenti quando ricevono
schiaffi; sono quelli che hanno fatto morire la loro volontà propria. Ce ne
sono altri, e non sono pochi, che riescono con fatica a non rispondere quando
ricevono uno schiaffo; sono coloro che hanno fermamente deciso di far morire
la loro volontà propria, ma sono ancora combattuti. Ce n'è poi un piccolo
numero che ha ancora bisogno di carezze; sono quelli che senza la misericordia
e l'amore dei fratelli non riuscirebbero a resistere. Tutti però sono
accomunati dal desiderio di voler osservare i comandamenti del Signore.
3) L'obbedienza
non è fine a se stessa; essa tende come tutta l'ascesi all'intimità della
preghiera e, come quest'ultima, esige un lungo lavorio del cuore:
« ... e soprattutto cercate di ottenere nei vostri cuori un pensare
umile, per mezzo del quale potrete spegnere ogni freccia infuocata del diavolo
...».
« Per imparare l'umiltà, non esiste apprendimento più conveniente
di quello che possiamo effettuare nel segreto del nostro cuore: ognuno biasimi
se stesso, si ritenga sotto i piedi di tutti, si pensi polvere e cenere ...
L'istruzione che agisce nell'intimo, insieme alla lettura, è casa dell'anima
dove non ha accesso l'avversario, è pilastro incrollabile, porto tranquillo,
senza agitazione e senza scosse, che salva l'anima. I demoni in effetti si
agitano grandemente e si arrabbiano molto quando il monaco si premunisce con
le armi di questo lavorio interiore di istruzione e con l'incessante
invocazione: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me,
peccatore", insieme ad una lettura conveniente ».
Con questo 'lavorio del cuore', unito alla preghiera incessante,
Paisij dà un respiro 'esicasta' alla vita del cenobio. Il silenzio, che i
monaci sono invitati a custodire sempre e dovunque, non serve che a favorire
questo lavorio del cuore unito alla preghiera. Ma il vero silenzio non sorge
che rinunciando totalmente alla volontà propria. La lotta che Paisij dichiara
alla vita idioritmica, che pure ha radici solide nella tradizione, parte
appunto dalla convinzione che non si può arrivare al silenzio interiore se si
vive secondo la volontà propria, poiché dalla volontà propria non possono
che provenire illusioni.
Qui tocchiamo il nucleo del mistero dell'obbedienza monastica, che non è
altro se non il mistero del pentimento:
«Molti hanno lavorato e lavorano, anche per tanti anni, ma senza lo
zelo infuocato del cuore per le fatiche del pentimento, così restano privi
della purità e non diventano partecipi dello Spirito Santo».
Paisij definisce così l'opera per eccellenza del monaco:
«Similmente, leggi con diligenza e con solerte attenzione,
scrutandoli, i libri dei Padri sulla preghiera che si compie con la mente nel
cuore, la quale è l'opera per eccellenza del monaco, la più gradita a Dio».
Ma Paisij ha sempre temuto la presunzione di accedere a questa stanza segreta del cuore senza la pratica dell'obbedienza. La sua resistenza alla pubblicazione del Dobrotoljubie è dovuta appunto al timore che si possa presumere di arrivare alla preghiera del cuore senza la vera obbedienza, dalla quale fiorisce l'umiltà. Con Paisij -e questa è una vera rivoluzione!- la 'vita comune', scuola impareggiabile della vera obbedienza, giunge ad essere il vero luogo della pratica esicasta, senza cui si finirebbe per fraintenderla. In sostanza, il principio rinnovatore basilare che Paisij adotta è quello di ancorare la pratica ascetica all'intelligenza spirituale, concependo il fare in funzione del contemplare, l'agire, esteriore e interiore, in funzione del vedere spirituale. Come riportavo più sopra citando un testo di Mitrofan: « [Paisij] fece conoscere cosa fosse il monachesimo, quale fosse il mistero dell'obbedienza, quale grande profitto arrecasse al novizio l'avanzare nell'intelligenza spirituale, quale fosse l'azione e la contemplazione ... ». La forza di Paisij sta nel mettere in mano ai suoi discepoli la chiave per comprendere dall'interno ciò che li esorta a praticare.
Oltre alla lettura delle Scritture e dei Padri, che tratteremo nel
punto seguente, due sono le pratiche su cui fa leva il nostro starets per
indurre i suoi figli spirituali a questo lavorio del cuore: la confessione
quotidiana dei pensieri e la preghiera di Gesù. Della prima è detto
espressamente nella sua Regola in nove punti, scritta a Secu sintetizzando la
precedente in diciotto punti di Dragomirna:
«Tutti i fratelli, specie i novizi, si confessino ogni giorno e
manifestino al proprio padre spirituale qualunque cosa, tutti i segreti del
proprio cuore, senza nascondergli nulla. In effetti, senza confessione non è
possibile arrivare a indirizzare bene la propria anima e condurla sulla via
del Signore».
Alla pratica della preghiera di Gesù è dedicato il paragrafo sesto
della sua Regola di Dragomirna:
«Nelle celle i fratelli, secondo la tradizione dei Padri, devono
stare con timor di Dio, preferendo ad ogni altro esercizio ascetico la
preghiera mentale (evye. vjkbnde), poiché con la mente nel cuore l'amore
divino, fonte delle virtù, giunge a perfezione, come insegnano molti padri
teofori, quali Giovanni Crisostomo, Callisto II patriarca di Costantinopoli,
Simeone metropolita di Tessalonica, Diadoco di Fotica, Esichio di Gerusalemme,
Nilo Sinaita, Giovanni Climaco, Massimo Confessore, Pietro Damasceno, Simeone
Nuovo Teologo, Gregorio Sinaita. Tutti questi e altri padri teofori insegnano
tale pratica spirituale, cioè la preghiera mentale».
Quello che è importante sottolineare è il fatto che la confessione dei pensieri e la preghiera di Gesù sono dati come gli strumenti ideali per la battaglia spirituale, nella lotta per custodire tutti i comandamenti del Signore. Con tali strumenti impariamo a vedere l'estensione dei comandamenti e quanto siamo distanti dal custodirli nell'intimo e in verità; ci provocano al pentimento, il quale ci schiude all'obbedienza, la quale, nell'umiltà che le tiene dietro, ci apre alla visione. In sostanza Paisij riprende l'insegnamento del suo starets Basilio di Poiana Marului, come ancora da lui riprende la distinzione tra lo stadio 'pratico' della preghiera, quello di invocare senza posa il nome di Gesù, accessibile a chiunque, fin dai primi passi nella via spirituale e lo stadio 'contemplativo', quello della preghiera 'nel cuore' o 'del cuore' o 'dal cuore', dono esclusivo della grazia divina e riservato ai perfetti secondo come piace a Dio. Il punto in cui Paisij si discosta dal suo maestro è costituito dalla 'tecnica' che nella tradizione spesso accompagna l'insegnamento della preghiera di Gesù. Basilio la scarta a favore di una propria intuizione, quella di pregare fissando l'attenzione 'sopra il cuore' (suggerimento che ha goduto particolare fortuna nella tradizione spirituale romena), mentre Paisij l'accoglie, seppur con riserva e sebbene non se ne faccia maestro e senza annettervi grande importanza.
Queste due pratiche sono strettamente abbinate alla lettura attenta e
amorosa delle Scritture e dei Padri, perché l'unico vero pericolo da evitare
è di cadere nell'illusione che proviene dal pensare e dal condursi scondo
modi propri, secondo modi umani. Tanto che per la persona del padre spirituale
Paisij non spende molte parole, se non queste, e tassative: non deve insegnare
nulla di testa sua, ma tutto secondo le Scritture e i Padri. A questo lui
stesso si è rigorosamente attenuto. Ha una tal forza questa convinzione che
resterà come l'eredità specifica dell'opera paisiana, con tutto quel lavorio
di correzione e traduzione di testi patristici che ha comportato.
4) L'obbedienza
è fondata sulla Scrittura e sui Padri.
E' il desiderio di vivere il mistero dell'obbedienza che dà vigore
all'esigenza di leggere Scrittura e Padri per non cadere vittima
dell'illusione di seguire idee proprie. Lo scrutare, giorno e notte, le
Scritture e gli scritti patristici, è la risposta di Paisij alla mancanza di
guide sperimentate. Lo studio dei testi patristici, unito allo sforzo di
tradurli in slavonico ed in romeno, è diventato poco a poco l'attività
principale del nostro starets, il fondamento, il punto di forza della sua
opera.
Il percorso di Paisij è lineare. Appassionato lettore fin da giovane
della Scrittura
(di tutta la Scrittura, Nuovo come Antico Testamento, Cantico dei
Cantici compreso, come ricorda il suo biografo Mitrofan, commiserando i suoi
tempi in cui certi libri della Scrittura sono proibiti!),
pieno di fede e di amore per i testi dei Padri in cui trovava il nutrimento
conveniente al suo zelo spirituale. Quando si rassegna all'idea di non poter
trovare una guida spirituale per vivere nel modo che aveva sognato, si affida
per la sua istruzione alla guida delle Scritture e dei Padri, che va
ricercando con sempre maggior determinazione. Trovandosi poi controvoglia alla
guida di altri fratelli, non fa che estendere anche a loro quello che ha
imposto a se stesso: ora che non ci sono più uomini che vengano illuminati
direttamente da Dio, è necessario affidarsi alla Scrittura e all'insegnamento
dei Padri,
per non cadere nell'illusione della propria sapienza.
A Dragomirna la sua occupazione principale consisteva nel 'servizio della
parola' - espressione che usano i suoi discepoli!-, nel preparare cioè i
capitoli serali per la comunità, alternativamente in romeno e in slavonico,
dove leggeva e spiegava i testi che andava traducendo insieme ai suoi più
stretti collaboratori. A Neamt, ormai malato, nonostante il peso della guida
di una comunità tanto numerosa, non si risparmiava in questo lavoro di studio
e traduzione dei testi patristici (dal suo soggiorno athonita si era abituato
a dormire molto poco, in genere seduto al tavolo), arrivando a costituire una
vera e propria scuola di traduttori.
Ora, l'attività di ricerca, correzione e traduzione dei testi
patristici, esicasti in special modo, procede dalla fame della parola di Dio
nella sua comunità, è finalizzata alla comunità. E' tutta la comunità ad
essere organizzata attorno alla riscoperta dei Padri, che va di pari passo con
la riscoperta della pratica della preghiera di Gesù. E' in tale contesto che
assume una straordinaria importanza per la vita della comunità l'introduzione
di quei capitoli serali in cui si affrontano i temi della battaglia interiore
sulla base dell'esegesi delle Scritture e dell'insegnamento dei Padri. Paisij
li aveva visti praticare nelle skite della Valacchia negli anni 1743-46. Li
riprende, li regola e li anima sulla base di tutto quel lavoro di traduzione e
correzione di testi patristici, soprattutto 'filocalici', che andava
organizzando. Non si dimentichi che già nel 1769, a Dragomirna, il monaco
Rafail può già raccogliere in una voluminosa antologia di 626 pagine una
serie di testi sulla preghiera di Gesù, frutto di traduzioni romene antiche e
nuove, comprendente gli autori della famosa 'Filocalia', più due autori
moderni, vale a dire l'opera di Nil Sorskij e dello starets Basilio di Poiana
Marului. I capitoli si tenevano nel periodo invernale, quando tutti i
fratelli, terminati i lavori agricoli, rientravano nel monastero e la comunità
si trovava riunita al completo. Iniziavano con il digiuno in preparazione del
Natale, il 15 novembre e terminavano la vigilia della Domenica delle Palme.
Sono valsi a Paisij il titolo di 'bocca d'oro' della Moldavia.
Potremmo sintetizzare il suo insegnamento su questo punto con flash
veloci usando le sue stesse parole.
Perché la lettura? Insieme alle
fatiche ascetiche è necessario abbinare anche la mente, la capacità di
giudizio, perché tutta la nostra vita, la nostra condotta proceda secondo la
potenza delle S. Scritture. La lettura illumina la mente e accende il
desiderio di praticare i comandamenti.
Perché i Padri? Dal momento che noi,
uomini passionali, non possiamo comprendere la luce delle Scritture, seguiamo
i Padri ai quali, per aver avuto un cuore puro, illuminato dallo Spirito
Santo, sono stati aperti i segreti del regno dei cieli, ossia la profondità
della S. Scrittura. Nella loro interpretazione delle Scritture ci svelano gli
inganni del diavolo e ci fortificano nello zelo per osservare i comandamenti.
Come leggere? Non c'è alcun
vantaggio se uno legge solamente nero su bianco e non si dà cura di conoscere
anche la potenza di quel che legge. Paisij soleva ripetere che quando fosse
venuta meno la sete della parola di Dio, cioè lo studio attento e amoroso
delle Scritture e dei Padri, sarebbero subentrate negligenza e divisioni tra i
fratelli, affievolimento dello zelo per il Signore e di conseguenza ricerca
della volontà propria e delle comodità.
Un'annotazione curiosa. Paisij aveva ottenuto l'autorizzazione a
istallare la stamperia a Neamt fin dal 1792, ma la cosa si concretizzò
soltanto nel 1807 per iniziativa del metropolita di Moldavia, Veniamin
Costachi. L'unica opera che Paisij vide pubblicata fu quindi il Dobrotoljubie
nel 1793, a Mosca. Ma la prima opera che pubblicò il suo discepolo romeno
Gherontie, inviato a Bucarest da Neamt per specializzarsi nella lingua greca,
fu il Manuale della confessione, Bucarest 1799, opera di
Nicodemo Aghiorita, ma modellata su un testo del gesuita Paolo Segneri.
5) L'obbedienza
comporta un frutto, sboccia
nell'amore. L'amore verifica la sincerità di cuore nell'obbedienza. In
effetti la rinuncia alla volontà propria tende a far spazio alla mitezza, ad
allargare il cuore all'amore verso Dio e verso i fratelli. E' la vittoria
sull'ira:
«Nessuno si irriti contro il proprio fratello, proprio contro
nessuno, perché ci si irrita contro Cristo. Ho udito una volta un tale
adirarsi contro il suo fratello e gli ho detto: "Fratello, non hai
timore, non ti spaventa il fatto di adirarti contro il tuo fratello? Non sai
che ti adiri contro Cristo?". E lui mi rispose:"Ma io non mi adiro
contro Cristo -Dio me ne guardi!- ma solamente contro il fratello".
Ditemi allora, voi che vi adirate contro gli altri: Credete al santo Vangelo?
Cosa dice il Cristo nel Vangelo? "In verità vi dico: ogni volta che
avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l'avete fatto a me" (Mt 25,40). Perciò, chiunque si adira contro il suo
fratello e non ritiene di adirarsi contro Cristo, vuol dire che non crede
nemmeno nel santo Vangelo. Di conseguenza stia attento a non venire condannato
insieme agli infedeli!».
A un fratello che si era rivolto risentito al suo starets accusandolo
di ira perché lo aveva rimproverato risponde:
«Fratello carissimo, l'ira è contraria alla vita evangelica e
chiunque odia un altro cade in rovina. Se il Vangelo comanda di amare perfino
i nemici, come potrei odiare il mio figlio spirituale? Quanto al rimproverarti
con ira, possa il Signore farti dono di tale ira. Io assumo su di me le
disposizioni d'animo di ciascun fratello: davanti ad alcuni di loro sono
indotto ad apparire arrabbiato, sentimento che, per grazia di Cristo, io non
ho mai provato; davanti ad altri, invece, sono indotto a piangere perché in
un modo o nell'altro, a destra o a sinistra, possa arrecare beneficio. Io però
non sono mai vittima della passione dell'ira ... In gioventù ho fatto questo
voto davanti a Dio: Signore, se io dovessi mai accusare il mio fratello, anche
se lo vedessi peccare con i miei occhi, mi inghiotta la terra. Ho posto un
bavaglio alle mie labbra di modo che non possa mai dire neanche una parola a
qualcuno di quanto ho visto o udito e per grazia di Cristo ho custodito questo
voto lungo tutta la mia vita finché ho incominciato a vivere con i fratelli.
Ora, benché controvoglia, sono diventato vostro giudice. Sono i fratelli a
permettermi di parlare loro e di coinvolgermi nei loro confronti per loro
beneficio; prima io non dicevo niente».
Segno concreto di questo amore mite tra i fratelli nella comunità è
la predilezione per i malati. A Neamt Paisij fa predisporre un'infermeria
all'interno del monastero, oltre a quella già in funzione all'esterno per i
poveri e i pellegrini. Il padre Onorie, l'infermiere, era l'unico che poteva
entrare liberamente nella cella dello starets e prendere soldi senza chiedere
alcun permesso per la cura dei fratelli ammalati.
In occasione della guerra russo-turca del 1768-1774 e quella del
1787-1791, Paisij offre asilo e svuota le dispense di Dragomirna e Neamt per
gli sfollati,
raccogliendo in monastero le donne e i bambini.
La lettera del 24 aprile 1789 alla staretsa Nazaria,
da lui invitata ad abbandonare la sua solitudine sui monti Ceahlau per
venire a costituire la comunità cenobitica di Varatec, rivela la molla che lo
anima:
«Ti prego, caccia ogni repulsione ed afflizione dalla tua anima e
con ogni zelo e gioia compi l'ufficio che ti è stato affidato dal Signore,
sapendo che tutte le molestie e le tentazioni di questo mondo sono temporanee
e passeggere, mentre la ricompensa e la gioia che ci procurano sono eterne,
non transeunti. Non dubitare che, per quanto ti ritrovi in varie forme di
agitazione e di dissipazione rispetto alla tranquillità che godevi lassù,
questo ti procuri qualche danno o diminuzione nella virtù. Trovandoti in
mezzo alle sorelle e servendole in vista della loro salvezza, non pensare in
alcun modo che tutto questo ti procuri danno, ma piuttosto una maggiore e più
larga ricompensa e una corona ancor più splendida. In effetti, come l'amore
è più grande di tutte le virtù, così anche quest'opera che ti è stata
affidata, essendo opera di amore, è più grande di tutto il resto».
6) L'obbedienza crea comunione nel
rispetto di ciascuno: è il primato
della persona sull'organizzazione. Ecco perché é così importante che la
comunità non si regga su giudizi o mire umane sia da parte del superiore che
dei fratelli; sarebbero in qualche modo sacrificate le persone. Una comunità
evangelica è sempre e sopra tutto una comunità di persone, che cresce se
ciascuno cresce. E' straordinario che Paisij, alla guida di una comunità
tanto numerosa e multietnica, non abbia mai perso di vista questo punto! «
Preferiva che andasse in rovina il monastero o qualche altra cosa di valore
piuttosto che l'anima di un fratello si perdesse e cadesse in peccato»
riporta Isaac nella sua biografia.
Voleva che i lavori fossero compiuti senza agitazione e pressione, secondo
l'energia propria di ciascuno. Conosceva bene la sua imperizia nei lavori
(basta leggere la sua autobiografia)! L'unica cosa che gli premeva e che
sapeva trasfondere nei fratelli era l'anelito a progredire spiritualmente, era
l'obbedienza di tutti, in sottomissione reciproca, a Cristo. Paisij ha saputo,
e non è certo l'ultimo titolo di merito che ha, tenere insieme una comunità
capace di promuovere una comunione ed un amore sincero tra gli uomini,
modellando senza posa l'umano e levando quell'opacità che gli impedisce di
riflettere il divino.
Paisij
e il chassidismo.
Permettete, a modo di conclusione, di considerare la grandezza della
figura del nostro starets da un'angolatura insolita. Nella sua autobiografia
Paisij rivela che suo nonno materno era ebreo.
La sua terra d'origine come i territori circostanti, l'Ucraina e la Podolia,
proprio negli anni della sua gioventù, videro sorgere il movimento chassidico
che tanto fervore ha suscitato nelle comunità ebraiche. Non ci potrebbe
essere qualche lontana forma di collegamento tra il rinnovamento chassidico e
il rinnovamento paisiano? Evidentemente non intendo nemmeno alludere alla
possibilità di un qualche collegamento diretto, d'altronde impensabile. Mi
colpisce comunque la coincidenza temporale e geografica dei due fenomeni.
Per parte mia
posso solo suggerire alcuni spunti di riflessione. Il movimento
paisiano è un movimento mistico, non riformatore, proprio come il chassidismo.
Paisij parla con tanta fede e amore della parola di Dio, dello scrutare
le Scritture, parla così insistentemente dei comandamenti che non è
difficile richiamare alla mente la devozione per la parola di Dio e per i
maestri talmudici della tradizione ebraica. Ma due punti in particolare hanno
attirato la mia attenzione.
Primo, il consiglio di Paisij di guardare ai testi dei Padri come si
ascoltassero le loro parole vive. Non bisogna tanto leggere quanto sentire,
ascoltare.
Non è forse il principio basilare della tradizione ebraica?
Secondo,
la grandezza di Paisij può essere definita allo stesso modo di uno tzaddik,
la guida spirituale della comunità, l'intercessore potente presso Dio. A
volte si firma 'paterno intercessore presso Dio'. In una sua lettera giunge a
dire che se anche fosse condannato all'eterno castigo perché privo di opere
buone, benedetto il Signore! Confida solo nella sua misericordia. Gli basterà
poter vedere che i suoi figli godranno con Cristo, nel suo regno.
E' la grandezza di un santo che si consuma nella potenza di intercessione, il
sigillo più autentico della sua funzione di guida della comunità.
Pubblicato
in N. KAUCHTSCHISCHWILI, A.-AI. N.
TACHIAOS e AA.VV., “Paisij, lo starec”, Comunità di
Bose 1997, ed. Qiqajon, p. 55-8