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Con queste riflessioni,
che desidero sottoporre alla vostra attenzione, è mia intenzione cercare
di penetrare, possibilmente in profondità e nei vari meandri quella ricca
e variegata significanza che è celata dietro il termine ESICASMO, detto anche la “Preghiera del
Cuore”. L’esistenza di una mistica del Nome divino è abbastanza
conosciuta presso le varie tradizioni spirituali dei vari popoli; è a
tutti noto che il “Nome” ha un rilievo del tutto particolare nel Vecchio
Testamento, dove acquista una indiscussa funzione di “Rivelazione” e di
“Manifestazione” di tutto quello che non può essere esprimibile con il
normale linguaggio umano. Ma una vera e propria “Teologia del Nome” la
troviamo nel Nuovo Testamento, ad esempio negli Atti (2, 21 e 4, 12) ed in
S. Paolo (Rom. 10, 12-13); sembra quasi di trovarsi di fronte
all’applicazione del passo evangelico di Giovanni: “Padre glorifica il tuo
Nome” (Gio. 12, 28) che comporta una esegesi tesa ad identificarlo con il
Cristo, cioè la Rivelazione per eccellenza. La teologia del Nome è
notevolmente sviluppata nella 1 Lettera di Clemente: concedi a noi di
essere soggetti al tuo Nome onnipotente ed eccellentissimo” ed è parte
integrante ed essenziale del Pastore di Erma in cui le espressioni
“portare il Nome” oppure “ricevere il Nome” vengono accostate al rito
della “rinascita battesimale”: “se porti il suo Nome, ma non hai le sue
virtù, a nulla ciò ti gioverà, infatti le. pietre che hai visto scartare
avevano il Nome, ma non indossavano l’abito delle vergini” (Sim. IX, 13,
2- 3). È interessante notare che anche presso S. Simeone, il Nuovo
Teologo, si trova la dottrina che accosta il Nome, il “Carisma dei Santi”,
a un arcaico rituale della “vestizione” dell’abito monastico come elementi
centrali dell’antico Esicasmo. Questa dottrina si trova anche nel
Cristianesimo delle origini, dove la questione del battesimo e della
vestizione dell’abito bianco relativa alla “rinascita”, che si opera
appunto nel rito stesso, ha una particolare centralità. L’invocazione
del Santo Nome è intrinseco a tutti gli antichi movimenti spirituali, fino
al momento in cui nella cerchia dei monaci bizantini è formalmente
presente come tecnica di meditazione che prolunga l’uso rituale delle
mistiche giaculatorie dei Padri. Forse le radici dell’invocazione del
Santo Nome si ritrovano nell’interiorizzazione rituale che diventa
preghiera tra gli asceti del deserto; la preghiera, infatti, costituisce
non un semplice “atteggiamento” di adorazione, ma uno stato di ascolto, di
percezione del Nome divino che è “teologia” e “conoscenza” di Dio, che é
contemplazione dell’Ineffabile per il tramiate della Sua essenza che svela
se stessa nell’arcano del cuore umano. Evagrio ci dice: “la preghiera è
una conversazione dell’intelletto con Dio”, gli fa eco S. Macario
l’Egiziano dicendo: “l’inesprimibile ed incomprensibile Dio si è
abbassato: nella sua bontà ha rivestito le membra del corpo ed ha posto
lui stesso un limite alla sua gloria, nella sua clemenza e nel suo amore
per gli uomini si trasforma e s’incarna, si unisce profondamente ai Santi,
ai pii, ai fedeli e diviene uno stesso Spirito con essi”. L’importanza
dell’invocazione del Nome divino sta proprio in questo valore rituale,
nell’intrinseca capacità di trasformare “in interiore” il senso di tutte
le altre preghiere e funzioni sacre. La preghiera di Gesù assume un
valore direi universale per la “presenza” che essa veicola ed anche per la
“Rivelazione” divina che in essa è contenuta; il nome di Gesù assume un
carattere di Totalità perché unifica il Divino e l’umano, partecipa alla
natura dell’archetipo universale nelle sue due “dimensioni”: l’infinita e
la finita, trovando nel Cristo la sintesi misteriosa ed
ineffabile. Perciò l’invocazione del Nome permette una partecipazione
reale, metodica ed attiva dalla “essenzialità” divina, che si traduce in
un’azione creativa della Grazia unificante le “potenze” dell’orante e lo
conduce alla scoperta del “Dio in noi” testamentario, come dice S.
Giovanni Crisostomo: “persevera senza sosta nel Nome di Nostro Signore
Gesù, affinché il tuo cuore beva il Signore e che il Signore beva il tuo
cuore, e cosi i due diventino uno”. È facile capire che cosi articolata
la preghiera di Gesù, nell’ambito della élite esicasta, rappresenta un
vero e proprio aspetto “realizzativo del sacramento eucaristico”, quando
si hanno tutte le condizioni indispensabili fra le quali la trasmissione
regolare da parte di un Maestro della formula sacra, la cui invocazione
acquista una “impronta” non presente in una semplice funzione sacra. La
tradizione esicasta permane in seno al Cristianesimo Orientale non
certamente per un caso fortuito, bensì è il frutto di una precisa azione
“provvidenziale”, può considerarsi il vero “cuore” del monachesimo
ortodosso. Questa tradizione è rintracciabile nei Padri del deserto che
attraverso S. Gregorio giunge fino a S. Giovanni Climaco che sul Sinai
attesta lo stretto legame tra il Nome ed il respiro; custodita, poi, tra
gli asceti del Monte Athos troverà in S. Gregorio Palamas colui che darà
una precisa ed articolata “teologia” esicasta”, nella quale molti monaci
hanno ritrovato il vero significato della propria silenziosa
esperienza. D’altra parte il termine “hesychia” in greco significa
quiete, si allude cioè a quella quiete che è “silenzio”, cessazione di
ogni tensione, che è “apertura e disposizione” a farsi permeare
dall’influsso dello Spirito di Dio. Questo stato di quiete designa
contemporaneamente due diverse esperienze: la prima è relativa a chi tende
ad abbandonare il mondo e allude ad una uscita dal transeunte, la seconda
è il raggiungimento della meta stessa, cioè la pace
interiorizzata. Questa designa il grado di partecipazione “eucaristica”
del monaco, è il “punto” in cui egli ha trasformato il rituale e la vita
culturale in ritmo interiore, nel quale “vive” il Nome stesso del
Creatore, cioè la Sua Misericordia resa “operante” dal simbolo
pentecostale. La condizione idonea perché possa realizzarsi lo “status
operandi” è sempre stata indicata nella fuga, in altre parole è il
distacco anche fisico dalle apparenze illusorie del mondo che, non va
dimenticato, condizionano tutta la vita interiore in maniera, direi,
determinante. È una fuga, un distacco dagli uomini, addirittura dalla
stessa comunità monacale che si spinge fino al rifiuto di avere discepoli,
la stessa, sul piano interiore è una fuga da se stessi, da ciò che è
ancora umano, personale ed egoistico. È quindi una tensione
costante alla ricerca dell’incontro con Dio che è unità, è la scoperta del
mistero della condizione di “Figli di Dio”, ed i simboli evangelici del
“deserto” e della “montagna” qui esprimono come apparente
contrapposizione: “morte e rinascita”, “dispersione ed unità”. È
comunque vero che se il ritiro nel deserto prefigura la “morte”, la
sparizione dell’individualità profana, esso è solo la proiezione vissuta
di una condizione interiore del monaco, nella quale egli mette a tacere
oltre alle tensioni e conseguenti reazioni, che fanno percepire il mondo
nella sua apparente dualità e molteplicità, anche tutti gli stati psichici
che danno origine alle suddette contrapposizioni. Tutto quel vasto ed
articolato complesso di sensazioni che si esprimono nella sfera della vita
psichica, causa determinante per ogni uomo della sua specificità ed
individualità, viene “abbandonato” rifiutato in quello stato di
solitudine. Questa solitudine, infatti, interiormente si esprime con il
silenzio, con il ridurre tutto all’essenzialità di ogni gesto
comunicativo, alla cessazione di ogni tensione espressiva. Ma questa
solitudine, questo silenzio, non ha solo l’aspetto “negativo” ma rivela
anche una dimensione positiva ed attiva se viene “usato” dall’esicasta
quando vuole annullare un’altra contrapposizione:
“soggetto-oggetto”. Il silenzio diventa cosi un precetto di
raccoglimento, di unificazione, dove gli stessi rapporti logico-mentali,
nei quali la preghiera costituisce l’oggetto da meditare, diventano
un’unità liturgica che è orazione continua, è ritmo e salmodia nella quale
non vi è più il monaco che desidera pregare, ma vivendo la condizione
dello “status orandi” è una fusione impersonale del sovrannaturale
(l’orazione) con l’elemento umano (il monaco). Questi monaci si possono
considerare veri e propri “pellegrini in terra”, si sentono cittadini del
“Regnum”, la loro presenza nel mondo si può assimilare a quella degli
antichi profeti, incarnazioni viventi della misericordia di Dio, vera e
propria carità che veicolata per il loro tramite nel mondo mediante una
testimonianza che in realtà è una “offerta sacrificale” per la redenzione
del mondo. Essendo creato ad immagine e somiglianza di Dio, l’uomo è
quel microcosmo che sintetizza in sé tutti i piani dell’essere del mondo,
della manifestazione. Il punto di equilibrio spirituale, il centro di
questo universo è il cuore, esso non va confuso con la sede degli impulsi
e delle emozioni, anzi nell’esperienza esicasta si ha la vera percezione
del “cuore” quando si è raggiunto un grado di purificazione delle
limitazioni umane sufficiente a delimitare in un ristretto ambito le
percezioni sensoriali. Con l’appellativo di “altare di Dio”, il cuore è
la naturale sede della Presenza divina nell’umano, è quindi l’organo per
eccellenza della conoscenza spirituale, è il punto di confluenza e di
unione del sovrannaturale con il naturale. È possibile percepire la
presenza del “Padre tuo che è nel segreto” come dice Matteo, quando nel
centro spirituale dell’uomo apertosi sul cuore, si trova il nome di Gesù
in virtù di una costante preghiera della quale quel Nome, appunto,
costituisce il centro e la vera ragion d’essere. Incentrata sulla
ripetizione ritmica della formula “Signore Gesù, figlio di Dio, abbi pietà
di me” questa preghiera tende a focalizzare nel cuore l’attenzione
dell’orante, “svegliando” dentro di sé i contenuti dogmatici presenti in
essa. È’ un vero e proprio “ricordo” di una condizione metafisica, che
abolisce ogni condizionamento temporale e fa “agire”, svegliandole, le
Virtù divine che il Nome veicola. Come ci fa notare Evdokimov,
l’invocazione del Nome contiene tutti gli elementi costitutivi della
tradizione cristiana, per cui il riconoscimento della signoria del Cristo,
la filiazione divina e la Sua incarnazione, permettono la giusta
“apertura” escatologica e quindi la percezione del mistero trinitario che
è l’essenzialità più profonda e misteriosa. Un altro aspetto
dell’invocazione è di pertinenza della creatura, la quale rinuncia ai suoi
limiti umani, riconosce il proprio stato ed implora il perdono
misericordioso di Dio. È con questa predisposizione che può comprendere
il principio e la fine della creazione, pertanto è, con gli elementi che
costituiscono l’invocazione, che si riuniscono il Creatore e la creatura
riscattata e ne configurano la Gloria trasfigurante. Non va dimenticato
quanto asserisce S. Gregorio Palamas a proposito de1 corpo che non
costituisce una oscura e, certamente, non gratificante prigione dello
spirito, ma anzi è il ricettacolo del divino, il quale “poiché è confuso
in noi ed esiste in noi, illumina l’anima proprio dal di dentro”. Nella
quotidiana esperienza umana il fluire delle sensazioni, delle percezioni
logico-mentali, determina una continua mobilità ed agitazione del corpo
che vive nel disordine del continuo divenire, che altera l’equilibrio
delle potenze dell’anima. L’esicasta, pertanto, tende ad instaurare nel
proprio corpo una condizione di quiete che è l’equivalente della “fuga” in
precedenza citata, è necessario ricondurre il corpo alla stasi, ad una
condizione di cessazione dei moti psicofisici per trovare l’equilibrio che
“ferma” le correnti animiche che si esprimono nel continuo movimento del
corpo. In realtà questo placarsi del continuo divenire è già insito
nella posizione dell’orazione, imprimendo una condizione ieratica simile a
quella delle sacre icone, la quale “ferma” un archetipo e fa nascere
nell’orante l’impronta eterna di Dio. Dai diversi testi, si può
apprendere che il monaco orante deve ritirarsi in un luogo appartato,
sedere su uno sgabello abbastanza basso, appoggiare il mento sul petto con
tutto il corpo curvato in avanti ed in quella posizione portare tutta la
sua attenzione sull’ombelico; infatti ci dice Simeone il Giovane: “il
mento ti si configga bene al petto, volgi il tuo occhio sensibile con la
intera tua mente al mezzo della tua pancia, all’ombelico”. Questa
posizione, forse un po’ strana, è presente in altre forme religiose: come
nello sciamanesimo cinese, nella mistica ebraica della merkavà e nella
tradizione talmudica; queste ultime forse sono il perpetuarsi e
l’esplicitarsi delle pratiche che hanno il loro archetipo nella preghiera
del profeta Elia sul monte Carmelo, profeta che, certamente, rappresenta
una figura di primo piano del monachesimo esicasta. Concentrare il
pensiero e gli stessi occhi sull’ombelico è condurre la volontà alla
ricerca del “centro” del corpo, il centro è l’asse da cui si diparte
l’equilibrio dell’uomo; bisogna tuttavia distinguere questo “centro” da
quello del cuore dove viene a scoprirsi, come si è già detto, l’ “altare
di Dio”. L’ombelico infatti è da intendersi come il centro più
propriamente psichico dell’essere umano; portare in modo costruttivo la
propria attenzione in esso, propizia l’acquietarsi fino alla cessazione
della sete di divagazione e dispersione, è lo spegnimento del fuoco che
alimenta le passioni, è la riconversione della loro potenza in fiamma di
amore e conoscenza di ordine superiore. È necessario ed insostituibile
affinare il metodo che mira a non annullare in modo coercitivo le
passioni, bensì a trasformare quella forza neutra ed abissale che è alla
base di esse in potenza, che l’asceta durante la meditazione utilizza per
la sua purità in un mondo di pure potenze interiori. È scoprire la
forza pura dell’intelletto, che dissolve la nebbia dell’attaccamento alle
cose, agli esseri, alle proprie illusioni oltre che a se stessi e fa
scoprire la cristallina gioia di una contemplazione pura, in un
particolare rapporto di conoscenza, non più mediata dalle costruzioni
logico-mentali. Un altro aspetto molto importante è la regolarizzazione
del respiro che porta a ottenere lo stato adatto a propiziare la
“scoperta” prima detta. A dare una chiara indicazione sull’esistenza di
precise tecniche di controllo del respiro è S. Giovanni Climaco, che cosi
ci dice: “che il ricordo di Gesù sia unito al tuo respiro, e allora
capirai l’utilità della solitudine”. Questa tecnica del controllo del
respiro non è una mera ginnastica fisiologica, bensì un mezzo per
realizzare quella sinergia con le stesse parole della invocazione del
Nome, fino al punto in cui la sacra formula viene essa stessa respirata
scandendone i ritmi con le pulsazioni del cuore, cioè il centro spirituale
dell’uomo. Cosi attestano i racconti di un pellegrino russo: “sentii
che la preghiera passava direttamente nel mio cuore, ossia che il cuore,
battendo regolarmente, in qualche modo si metteva egli stesso a recitare
le parole sante ad ogni battito”. Tutto questo presuppone il
superamento della “realtà” corporea, l’apertura dell’occhio della mente
rivolto alla parte più interna
dell’uomo che si attua grazie ed in virtù di quei legami strettissimi che
esistono fra la respirazione, la circolazione del sangue ed i processi
“animici” che si sviluppano nell’essere umano. Per dirla con E. Zolla:
“la respirazione esicastica riproduce, in senso opposto ed ascensivo,
l’attività cosmologica divina: quando espira, Dio crea il mondo, lo
plasma, lo trae in essere; quando inspira riassorbe il mondo, lo
riprende.” L’esicasta, secondo quanto è detto nella parte finale della
giaculatoria, dovrà perciò inspirare per ricevere il Nome di Gesù ed
espirare per cacciare il peccatore. L’esperienza quotidiana è
impregnata di una quantità di percezioni e di sensazioni che si mescolano
alle immagini insorgenti dalla vasta area dell’affettività, determinandone
l’attività vitale, coerente, ovviamente, con le “tendenze” di colui che
percepisce una tale esperienza. Queste “tendenze” sono messaggere di
stati di coscienza, associazioni di idee, relazioni logiche, e tutte
insieme formano la normale vita psicomotoria dello uomo odierno. In
questo articolato caleidoscopio psico-percettivo, è necessario inserire
ancora quelle inclinazioni ed eredità connaturate, che la “memoria”
gelosamente custodisce e conserva, ottenendo come risultante da tutta
questa congerie quel pensiero che, come una scimmia impazzita, non è
possibile “fermare” e controllare. Il pensiero cosi strutturato crea
dei “nodi” che presiedono alle formulazioni logiche, ingabbia ogni
pensiero unificato e non permette cosi all’essere umano di sottrarsi a
quella rete di catene mentali che riducono la creatività fino ad
annullarla. Ne consegue che ogni giudizio è necessariamente “legato”,
quindi il suo nascere è già condizionato dalla stessa condizione
percettiva che mette in moto altre associazioni e giudizi, facendo nascere
ulteriori “coaguli o nodi” secondari, che a loro volta determinano dei
giudizi di valore, tali da rendere del tutto impossibili ogni vera
attenzione ed ulteriore concentrazione. Credo, comunque, che tutto
questo “stato depressivo” e teso all’esteriore sia il risultato di un
subdolo condizionamento che il nostro corpo mentale riceve dalla nostra
struttura psichica. Per poter uscire da questo stato “errante” è
necessario che il nostro pensiero ritorni in quella “zona” nella quale non
si produce più associazioni, rapporti logici o pseudo tali; si tratta di
svincolarlo da ogni attaccamento, riportandolo a quella “nudità” ed
essenzialità che lo rende puro pensiero, il quale unifica il campo della
coscienza dispersa. L’azione sul pensiero non è solo frutto di una
attitudine ascetica, ma è basata su una precisa dottrina della “teoria
della Parola” e scaturisce dalla riflessione sulla teologia del
Verbo. Verbo che trova nel pensiero e nella parola umana il suo pallido
riflesso senza luce e senza calore, che si cristallizza nell’articolazione
della logica e dei suoni. Questa teoria ha la sua origine mistica,
ancora una volta, nella dottrina del Nome divino quale “incontro”
dell’Infinito con il finito, dell’Eterno con il temporale ed
umano. Questa particolare, articolata e continua invocazione del Nome
di Gesù non è certamente frutto di un atteggiamento episodico ma,
piuttosto, una concreta e completa dottrina trasmessa dai Padri; infatti
presuppone un “metodo”, cioè una particolare disciplina sempre identica a
se stessa, seppure adottata ad ogni orante, che i maestri spirituali hanno
trasmesso, attraverso i secoli, per vie non sempre coincidenti con la
normale prassi sacramentale. Infatti S. Simeone, il Nuovo Teologo,
parla esplicitamente di rito con “imposizioni delle mani”, che è il mezzo
veicolante, da maestro a discepolo dell’influenza divina cioè della
presenza dello “Spirito Santo”. Questo rito si distingue da quello del
battesimo e acquista uno spessore iniziatico perché va ricordato che una
tale trasmissione, non elargita indistintamente a tutti i monaci, è fatta
risalire ad una catena ininterrotta di “Dispensatori di Grazia”, di Santi
Uomini Illuminati. L’essere esicasta comporta pertanto due modalità,
due momenti: il ricevere la trasmissione della Santa Grazia con le
rispettive giaculatorie ed il loro uso “tecnico” per il concreto risveglio
interiore del monaco. Questa tecnica si basa sulla conoscenza
fisiologica occulta dell’uomo, nel corpo del quale vengono riconosciuti
alcuni “centri” sui quali la particolare attenzione agisce come mezzo per
staccare il pensiero da ogni forma di attaccamento, quindi intervenendo
direttamente sui “nodi” che presiedono la sua attività e sulle sue
formulazioni. L’esicasta, per svincolare il pensiero da ogni
attaccamento, porta la sua attenzione su quattro particolari centri
occulti che sono: Regione cerebro-frontale, Laringe, Splenica, Cardiaca;
ognuno di questi punti è l’espressione di uno “status” intellettuale e di
purificazione a cui l’esicasta si porta. L’asceta cosi facendo è in
grado di sperimentare la conoscenza da cui scaturisce e si articola il
pensiero e di liberarsi da tutte le sue implicazioni, nonché dalla sua
tensione comunicativa. Le esperienze che l’esicasta prova localizzando
la sua attenzione sui quattro centri sono le seguenti: 1) Regione
cerebro-frontale: è la sede nella quale il pensiero agisce spontaneamente
ed astrattamente, qui ogni spunto meditativo viene insidiato, minacciato
dalle associazioni logiche, reso vago dal movimento del pensiero che si esaurisce in una continua e
sfuggente mobilità inafferrabile. L’attenzione è molto difficile, passiva
e discontinua, il pensiero lavora su se stesso, ma è ancora muto. 2)
Laringe: è il centro in cui il pensiero tende a formularsi e ad
esprimersi, si tratta però ancora di una dimensione non espressa della
parola, di un suono non vocalizzato che, tuttavia, ha una notevole
autonomia e forza anche se legandola alle immagini riflesse si disperde
nella discorsività. Qui il pensiero può essere fermato con la preghiera
articolata su un tema trascendente e rivelato bloccandone cosi la
divagazione, purificando al contempo le forze psichiche che vi si
esprimono. 3) Regione Splenica: a questo punto l’esicasta giunge ad un
bivio: restare nel “movimento del proprio mentale” e delle emozioni ad
esso legate, oppure andare oltre superando tutte le articolazioni ed
associazioni ascoltando la sua intensità. È questo il centro della
trasformazione del pensiero, della contemplazione di esso come unità; la
sua purificazione è abbastanza facile perché è stato staccato dagli
attaccamenti per cui non ci sono più molteplicità di espressioni.
L’attenzione non è più rivolta al molteplice, alle emozioni ed al
divenire, ma cambia polarità dirigendosi verso il mondo
intellettuale. 4) Regione Cardiaca: il pensiero è ormai libero da ogni
attaccamento, è fisso e vigile affinché non vi siano più perturbamenti.
Ogni percezione o analisi sarà considerata alla luce di questo stato di
calma, vista nel suo significato più profondo e vero, perciò riconvertita
alla luce spirituale da cui essa ha avuto origine. In questo “centro”
la preghiera non presenta più dissonanze fra il pensiero, la parola ed il
gesto: essa “si recita”, utilizza i mezzi vocali ed intellettuali
dell’asceta per fondersi con i suoi ritmi interiori, con lo stesso battito
cardiaco che scandisce la vita quotidiana. È facile capire che i metodi
appena descritti non possono essere oggetto di un’improvvisazione
spontanea ed individuale, perché essi presuppongono la figura di un
Maestro il quale già possiede quella “impronta” divina che permette di
trasmettere all’orante la Presenza Divina e la benedizione necessaria a
sostenere l’arduo lavoro interiore. La difficoltà a trovare oggi
Maestri qualificati per una simile opera è, semplicemente, perché essi si
sono per cosi dire “ritirati”, non trovando più nel mondo l’adeguata
“materia” su cui intervenire e plasmare. È comunque opinione di molti
che esistono ancora dei Maestri di questa speciale via spirituale,
attraverso i quali si è conservato l’antico rito delle imposizioni delle
mani, che, come si è visto, è una caratteristica peculiare del vero
Esicasmo e costituisce una via di trasmissione spirituale con caratteri
sacramentali che è risalente al periodo apostolico ed è il veicolo
specifico della discesa dello Spirito Santo. È in quella ristretta
élite sempre più inavvicinabile che bisogna cercare quei “Mediatori e
Dispensatori della Grazia”, essi hanno la stessa “ricchezza” delle sacre
Icone venerate nel mondo ortodosso, anzi costituiscono delle vere e
proprie “Icone Viventi”, essi sono dispensatori di una Grazia senza la
quale il mondo non sarebbe che il fuggevole bagliore di una fiamma che si
spegne. La straordinaria vitalità della teologia mistica orientale
trova la propria ragion d’essere nell’esistenza di simili monaci che, se
anche hanno lasciato frammenti e aforismi, hanno tuttavia vivificato “dal
di dentro” quella tradizione spirituale, rendendola viva fino ai nostri
giorni.
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