Discorso di P. Emmanuel Lanne

all'occasione dell conferimento del

Dottorato honoris causa del Padre Oliviero Raquez

Giovedì 18 maggio 2000

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Carissimo Padre Oliviero,

Stasera ci troviamo ambedue in una situazione assai inattesa. Abbiamo un’amici­zia fraterna di più di mezzo secolo. Poi, durante questi dieci lustri, ci è stato dato di fare tante cose insieme! Ne rendiamo grazie al Signore.

Non potevo immaginare, invece, che mi sarebbe stato dato un giorno di presentare pub­bli­ca­mente in quest’almo Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo colui che ha tanto fatto per l’Oriente cristiano, per le Chiese orientali, per la liturgia dell’Oriente, e – diciamolo – per un patrimonio ecclesiale, troppo spesso miscono­sciu­to o ignorato, e per delle istitu­zio­ni che abbisognano di sostegno e, ancora più di rispetto e di amore. Ecco, dunque, mi è stato fatto l’onore di dire a proposito di Lei, davanti a questa eletta assemblea, tante cose che sapevo, che ammiravo, che adesso spetta a me far meglio conoscere a chi non ne fosse ancora sufficientemente consapevole.

Lei, sin dal 1943, è un monaco dell’Abbazia di Sant’Andrea di Bruges, o di Zeven­kerken, o, ancora di Sint Andries Abdij. Sant’Andrea non è un monastero bene­dettino qualunque. Certamente nessun monastero benedettino è un monastero qualunque. Pochi, però, possono vantare una vocazione così universale a servizio della Chiesa. Sant’Andrea è, sì, una comunità profondamente ecclesiale i cui orizzonti si estendono alla dimen­sione stessa del mondo. Con queste parole intendo ricordare quanti impegni, a servizio della Chiesa in varie parti della terra, la sua abbazia ha assunto, durante il secolo che sta per finire. Per un candidato alla vita monastica, scegliere di entrare a Zevenkerken, mezzo secolo fa, significava una disponibilità interiore assoluta per essere inviato come pioniere della vita monastica nelle regioni più impensate del pianeta. In effetti, il Suo abate pro tempore, Dom Théodore Nève, con una generosità veramente cavalleresca, non indietreg­giava mai davanti alle proposte di fondazioni monastiche in qualsiasi parte del mondo.

Così, tra altre iniziative in Europa, è l’Abate Nève che prima della seconda guerra mondiale ha rifondato l’Abbazia di Tyniec di cui è monaco il Padre Maciej Bielawski, il quale, mi pare, non è del tutto estraneo alla presente celebrazione…

Ma per Sant'Andrea bisogna guardare subito di là dall’Europa. Mi ricordo sempre l’impressione, anzi il fascino esercitato su me stesso dalla missione in Cina. Vedo ancora la figura del P. Abate Lou Tsen Tsiang, ex ministro degli esteri della giovane Repubblica cinese e, già prima, ex-ambasciatore dell’impero celeste alla corte imperiale di San Pietroburgo. Non posso dimenticare i momenti che, una volta, poco tempo prima della sua morte, nel 1949, ebbi il privilegio di passare presso di lui, questo grazie a Lei, P. Oliviero. Voglio anche menzionare il Padre Vincent Martin, recentemente scomparso, inviato nella fondazione di Cina nel 1937 e fervido discepolo di P. Vincent Lebbe. Due anni fa, P. Vincent Martin fece ancora un soggiorno in Cina popolare ove ebbe molti contatti, stupendo esem­­pio di fedeltà ad una vocazione.

Poi, per Sant’Andrea, c’era l’Africa. A questo proposito mi ricordo pure la visita che fece il Mwami del Rwanda a Sant’Andrea, sempre durante la primavera dello stesso anno 1949. Se non erro, questo Mwami era il primo re cattolico dell’Africa allora coloniale.

Inoltre, dopo la Cina e l’Africa è venuta l’India a chiedere aiuto per un ripristino del monachesimo, purtroppo allora scomparso, nell’antica Chiesa malabarese, di tradizione siro-orientale.

Ma Sant’Andrea era anche l’abbazia del celebre Dom Gaspard Lefebvre con i suoi otti­mi messalini tradotti in non so quante lingue: era il movimento liturgico messo alla portata d’innumerevoli cattolici.

Quando P. Oliviero è entrato a Sant’Andrea vi era già un monaco un po’ più anziano di lui che sarebbe diventato uno dei grandi specialisti della Bibbia, il Padre Jacques Dupont. Padre Dupont che è stato un amico caro di Padre Oliviero, ha contribuito a dare a Sant’Andrea una dimensione nuova. Tutti sanno quanto egli ha fatto durante il Vaticano II.

E’ questo avvincente quadro dell’Abbazia di Sant’Andrea che Lei, Padre Oliviero, ha scelto per consa­crar­si al Signore. Lei è entrato a Sant’Andrea – è vero – durante la guerra, anzi durante i durissimi tempi dell’occupazione bellica. I contatti dell’abbazia con il mondo esterno erano ridotti a quasi niente. Invece, è questo ideale di apertura verso le promesse della Chiesa di domani che l’hanno sedotto.

Tra le molte possibilità offerte ad un monaco di Sant’Andrea, non si presentava spontanea, di certo, il dedicarsi all’Oriente cristiano. Era un’eventualità – non esclusa, è vero –  tuttavia poco verosimile né probabile in quel momento. Un concorso di circostanze durante l’anno 1954 ha fatto sì che il P. Oliviero sia stato inviato al Collegio Greco di Sant’Atanasio di Roma come padre spirituale. Sin dall’inizio, Lei si è impegnato interamente in una cono­scenza profonda delle Chiese che inviavano i loro studenti, futuri sacerdoti, a questo Collegio Greco. Inoltre, Lei si è iscritto poco dopo al Pontificio Istituto Orientale per acquisire una panorami­ca più completa dell’insieme del cristianesimo orientale. Ivi, Lei ha avuto come maestri degli studiosi che hanno lasciato un’impronta come Padre Alfonso Raes o soprattutto il Padre Irénée Hausherr, un pioniere nelle ricerche di spiritualità bizantina. Al Padre Raes si devono, tra altre, ottime pubblicazioni di liturgia siriaca. Con lui, molti anni più tardi, Lei ha preso in mano la compilazione dell’Antho­loghion greco, un’opera unica nel suo genere. Questa sintesi in quattro volumi dell’ufficio attraverso l’intero anno liturgico bizantino fa onore alle edizioni della Con­gre­gazi­one per le Chiese Orientali nonché alla tipografia della Badia di Grottaferrata. Tuttavia, questo Anthologhion fa onore, anzitutto al Padre Raquez che ne ha pensato e seguito l’esecuzione durante lunghi anni. Alludo, ad esempio, all’inserimento tanto travagliato della festa di san Gregorio Palamas nel volume del Triodion.

Ma questo ci porta già, negli anni del dopo Concilio. Bisogna risalire alla venuta del P. Oliviero al Collegio Greco. Mi pare che, nel 1954, secondo l’intenzione dei suoi superiori, Lei vi fu inviato soltanto per un anno. E questo anno romano è diven­tato quasi mezzo secolo! Lei è stato nominato padre spirituale del Collegio e lo è rimasto fino al rientro dell’anno scolastico 1963, cioè durante quasi dieci anni Lei ha avuto la possibilità di formare alla vita interiore del ministero una generazione di futuri sacerdoti, per le due diocesi italo-albanesi di Lungro e di Piana, e per la Grecia.

Di fatto, in quegli anni in cui Lei ha iniziato la sua permanenza a Roma gli alunni del Collegio Greco sono diventati più numerosi con l’aggiunta dei canditati provenienti delle diocesi latine dell’Ellade. Fin dal 1956 Lei ha insegnato la liturgia bizantina agli alunni, immedesimandosi con le tradizioni liturgiche più au­tentiche del rito di Bisanzio. Lei ha saputo mostrare a questi giovani il legame di natura tra la celebrazione comunitaria delle ufficiature divine e l’intensa vita spirituale che, ad un tempo, ne scaturisce e che vi si alimenta, fondata sulla dottrina della Sacra Scrittura e dei Padri. Essendo venuto al Colle­gio due anni dopo di Lei, posso testimoniare quanto impegno, quanta pazienza, quanto cuore, quanta compe­tenza Lei metteva in questa formazione dei seminaristi. Anche coloro destinati a servire la Chiesa latina – e ci fu un tempo in cui mi pare che i Greci di rito latino erano quasi la metà degli studenti del Collegio – questi hanno potuto, grazie a Lei, assaporare le ricchezze spirituali di questi testi liturgici greci radicati nella Bibbia e nei Padri.

Occorre, tuttavia, vedere più lontano che non l’utilità immediata degli alunni del Collegio Greco. Molto presto Lei ha capito la posizione unica di questo istituto nella Città dei Papi. Il Collegio di Sant’Atanasio, è stato creato nel 1576, per volontà del papa Gregorio XIII, per venire in aiuto ai cristiani “ della Grecia e di altre Provincie e luoghi ” del Medio Oriente, assoggettati sotto il giogo ottomano. É sta­to, sin da allora, una presenza orientale a Roma. Fin da quando fu affidato ai benedettini, più di un secolo fa, esso è diventato un focolare di riflessione sulla tradizione delle Chiese orientali e sul problema della quasi millenaria divisione tra le cristianità greche e latine.

Tra coloro che hanno capito questo ruolo ecclesiale del Collegio Greco posso nominare, a titoli diversi e ciascuno con il proprio carisma: il Padre Placido de Meester, monaco di Maredsous, che è stato anche lui al Collegio per quasi mezzo secolo ; il Padre Cipriano Vagaggini, della stessa Sua abbazia di Sant’Andrea, il quale in pochi anni ha acquisito una conoscenza seria dell’Oriente cristiano, greco, ma anche russo, prima di passare a Sant’Anselmo ove è stato uno dei più brillanti maestri; il Padre Pietro Dumont, un’ellenofilo di Chevetogne, che in sei anni di rettorato ha creato un clima di apertura verso il mondo ortodosso della Grecia. Ma già sin dal periodo dopo la prima guerra mondiale, il Collegio Greco è stato un luogo di autentica e profonda riflessione sulla presenza orientale a Roma e sulle possibilità di contatti diretti con il mondo ortodosso. I nomi citati sopra vogliono soltanto indicare una continuità nell’interesse per l’Oriente cristiano. Tale inte­resse, non sempre ben compreso da parte delle autorità nel passato, è stato incoraggiato, di certo, col Concilio Vaticano II e con le iniziative dei papi Giovanni XXIII, Paolo VI, e Giovanni Paolo II.

Il P. Oliviero Raquez è venuto ad inserirsi in tale continuità e a svilupparla. Mi ricordo che nel 1962 egli fece un viaggio nel Vicino Oriente che gli aprì nuovi orizzonti. Al ritorno me ne parlò con entusiasmo. Dopo l’indispensabile approfondito studio delle realtà orientali sui libri, il contatto vivo con le Chiese dell’Oriente consente di situare nel suo contesto vitale quanto si è acquisito nell’insegnamento ricevuto e nella ricerca personale.

Per decenni il Padre Oliviero ha insegnato la liturgia orientale agli studenti del Collegio Greco. Ma ben presto la sua competenza è stata messa a profitto in ambienti molto più ampi di varie istituzioni romane. Egli ha tenuto un corso di liturgia orientale nell’Istituto pastorale della facoltà teologica del Laterano, diventata Università appunto in quegli anni. Egli ha insegnato questa materia anche alla Pontificia Università Gregoriana e pure nel nostro Ateneo Sant’Anselmo. Dovrei menzionare anche l’Istituto Regina Mundi o ancora l’Anno Integrativo Orientale.

L’Anno Integrativo è stato istituito dalla Congregazione per le Chiese orientali, per la volontà molto lungimirante del cardinale Achille Silvestrini, prefetto di questo dicastero. Il suo scopo è di offrire un contatto con la realtà storica, teologica, spirituale e canonica dell’Oriente cristiano nella sua varietà e nella sua ricchezza, durante un anno scola­stico intero. Esso è destinato a tutti gli studenti delle Chiese orientali che vengono a Roma per seguire il cursus completo della formazione specializzata nelle varie università romane. In questo Anno Integrativo Padre Oliviero insegna ancora quest’anno e ho il piacere d’incontrarvelo come collega. Ecco dunque un maestro che ha trasmesso durante oltre quattro decenni non solo la sua ottima conoscenza della liturgia bizantina, ma insieme con essa il rispetto e l’amore dell’Oriente cristiano nelle sue tradizioni spirituali fondate sulla Parola di Dio e sui Padri della Chiesa orientale.

Ma il Padre Oliviero Raquez ha anche trasmesso queste conoscenze tramite gli scritti. Abbiamo la dimostrazione davanti a noi nel bel volume di miscellanea che si è potuto produrre con la diligente e amorosa raccolta fatta dal Padre Maciej Bielawski. Sin dalla funzione di padre spirituale nel Collegio Greco, poi nell’insegnamento dispensato in diversi contesti universitari romani, Padre Oliviero ebbe l’opportunità di approfondire moltissimi aspetti dei riti liturgici. Questo approfondimento è stato dal Lei trasmesso con articoli apparsi in varie riviste, dai modesti quaderni della rivista ciclostilata del Collegio Greco, chiamata per l’appunto Sant’Atanasio, fino a pubblicazioni specializ­zate come la Rivista liturgica o quella Assemblées du Seigneur, che veniva dalla sua Abbazia di Sant’Andrea di Zevenkerken.

Molti di questi articoli, sempre ben documentati, sono apparsi all’occasione delle varie feste dell’anno liturgico latino per far conoscere i tesori celebrativi delle Chiese orientali i quali rischiaravano e anche arricchivano la meditazione dei testi di tradizione latina. Così il lettore latino si apriva al mondo eucologico orientale, complemento necessario di qualunque formazione liturgica veramente cattolica. Questi contributi abbrac­ciavano l’anno liturgico, la celebrazione della domenica, o le grandi feste di Natale, dell’Epifania – le Teofanie nella tradizione dell’Oriente – la quaresima, la Pasqua, l’Ascen­sione, il tempo pasquale e la Pentecoste, la festa di Tutti i Santi, la memoria dei Concili ecumenici, la quale occupa un posto rilevante nel culto di Bisanzio, poi la Trasfigurazione il 6 agosto o la Dormizione di Maria, la Teotokos, che corrisponde alla festa dell’Assunta dei Latini, il 15 agosto. Quindi tutto l’anno liturgico è stato presentato nelle sue caratteristiche orientali, in legame con gli scritti della tradizione patristica.

Ciò che chiamiamo la “ divina liturgia ”, cioè la celebrazione eucaristica nel rito greco (per usare il vocabolario di un tempo), è stata l’oggetto di varie sue pubblicazioni. Il suo interesse si estendeva a tutto quanto circonda la celebrazione del culto in Oriente: l’edificio, le vesti liturgiche, le icone, e lo stesso il rituale dei sacramenti.

Aggiungerei, sempre per rimanere nel campo liturgico ma in tempi più recenti, il cospicuo apporto recato dal Padre Oliviero alla redazione della Istruzione per l’applica­zione delle prescrizioni liturgiche del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali. Questo codice orientale è stato promulgato da Papa Giovanni Paolo II nel 1990. Esso contiene molte indicazioni che riguardano un genuino rinnovamento delle usanze liturgiche delle Chiese orientali, troppo spesso contaminate da abusivi influssi occidentali. La Congre­ga­zione per le Chiese orientali ha voluto che fossero concretate le implicazioni pratiche di tale rinnovamento per tutte le famiglie liturgiche orientali. Il testo di questa Istruzione fu pubblicato nel 1996 sotto la firma del cardinale prefetto Achille Silvestrini e del segretario di questo dicastero, S. E. Mons. Miroslav Marusyn. Per il concepimento del documento, la sua struttura, il contenuto, la precisione delle indicazioni, ma soprattutto per l’apertura ecumenica e l’evidente amore dell’Oriente che dimostra, non penso commettere un’indiscrezione rive­lan­do che essa deve moltissimo al Padre Oliviero Raquez. Questa Istruzione, che merite­reb­be di essere meglio conosciuta, apprezzata e messa in pratica, abbraccia tutta la vita liturgica delle Chiese alle quali essa si rivolge.

L’Istruzione per la Liturgia, pubblicata dalla Congregazione per le Chiese Orien­tali, dà l’occasione di segnalare che da vari decenni il Padre Oliviero è consultore di questo dicastero. Certo, egli è consultore per la liturgia. Ma mi pare che egli è anche consultato per tante altre questioni riguardo le Chiese orientali. La sua profonda cono­scenza delle persone e delle istituzioni delle varie Chiese d’Oriente, acquisita in un mezzo secolo, gli consente di dare un giudizio competente ed equilibrato per aiutare le autorità ad affrontare i vari problemi che sono sottoposti alla Santa Sede.

Nell’ambito del Collegio Greco, il Padre Oliviero ha preso varie iniziative che vanno adesso menzionate. Egli non si è accontentato di dare per decenni un insegnamento liturgico radicato nel più profondo della vita spirituale. Egli ha anche curato che le ceri­mo­nie fossero eseguite secondo norme genuine della tradizione liturgica greca. Ma inse­gna­mento ed anche funzioni liturgiche richiedono un quadro idoneo che coinvolga tale insegnamento e tali celebrazioni. Così il vecchio fabbricato cinquecentesco del Collegio e la chiesa attinente sono stati rinnovati pian piano nel decorso degli anni. Penso in modo speciale alla chiesa di Sant’Atanasio non solo rinnovata e abbellita nelle pareti e stuccature, nell’iconostasi e nel mobilio liturgico, ma arricchita di icone varie dei santi e in modo speciale di due grandi immagini di san Giovanni Crisostomo e di san Cirillo di Alessandria, corrispondenti a quelle seicentesche già esistenti di san Basilio e di sant’Atanasio. Queste due grandissime icone sono state dipinte nello stesso stile delle due esistenti ; tutte quattro fanno così, nel centro dell’edificio, ove si svolgono le funzioni liturgiche, un quadro omogeneo per le celebrazioni in rito greco.

Nella cappella interna del Collegio, dedicata a san Benedetto, opera del primo Abate Primate dell’ordine benedettino, dom Ildebrando de Hemptine, Padre Oliviero ha messo anche delle icone che servono per le varie feste dell’anno liturgico e ha fatto dipingere da Mons. Michel Berger due affreschi, uno per l’altare della protesi ed un altro nell’abside centrale. Questi affreschi consentono al celebrante, che vi sta di fronte, di riportare più facilmente il suo pensiero nella realtà celesti di cui egli fa il memoriale.

Nel Collegio stesso colui che ne è stato rettore per oltre ventisette anni ha voluto che la sua opera fosse inserita nella memoria del passato. Così egli ha fatto restaurare i ritratti delle celebrità che hanno onorato questa venerabile istituzione, ha acquisito varie incisioni legate alla storia del Collegio, ha molto ampliato e aggiornato la biblioteca, ha sfruttato e risistemato l’archivio, in una parola egli ha fatto sì che i componenti del Collegio Greco di oggi fossero consapevoli di essere eredi di un nobile e prezioso passato. Sulla medesima scia vanno segnalate le pitture e gli affreschi con cui egli ha fatto decorare il salotto più bello del pianterreno del Collegio. Al centro c’è la Santa Sofia di Costantino­poli, l’Haghia Sofia, la madre del rito bizantino, il simbolo della Chiesa di Gregorio Nazianzeno, di Giovanni Crisostomo, di san Germano; poi, attorno a Santa Sofia, c’è in vari quadretti Ottranto, San Marco di Rossano, Grottaferrata, e la nostra chiesa di Sant’Atanasio del Collegio Greco. Questo con vari temi dei primi tempi del Collegio come i grotteschi di Castel Sant’Angelo che vi sono raffigurati, e sotto questi dipinti le incisioni e dipinti di ritratti dell’epoca in cui incontriamo alcuni illustri Greci come il cardinale Bessarione.

Ciò che ora ho segnalato per il Collegio Greco P. Oliviero lo fa anche per il collegio Pio Romeno sin da quando ne ha preso in mano la direzione. Per le cose che so io, penso alla biblioteca, alle icone nella chiesa, ma anche al grande quadro ove stanno insieme il Papa Giovanni Paolo II e il patriarca Teoctisto di Bucarest, pegno di una comunione da ritrovare integra tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa..

Voglio anche ricordare altre iniziative del Padre Oliviero nella stessa prospettiva. Egli, infatti, ha organizzato nel Collegio delle mostre aperte al pubblico come quella dei parati liturgici bizantini ed altre supelletili per il culto, non solo greche ma anche di vari riti orientali. Un’altra mostra è stata pure allestita da lui sulle edizioni della liturgia eucaristica di San Giacomo che si celebra solitamente una volta l’anno per la festa del santo, il 23 ottobre. Queste due mostre, come tante altre iniziative sue, hanno avuto come scopo di far apprez­zare i tesori delle tradizioni celebrative orientali ad un pubblico esterno, sì, che li conosceva poco, ma soprattutto a coloro che devono viverne nella loro esistenza di ogni giorno, gli studenti e ex-studenti del Collegio Greco.

Nella medesima linea, ma in collegamento più diretto con la ricerca scientifica, vorrei dilungarmi un po’ di più su due iniziative del Padre Raquez che dimostrano quanto desiderava che quell’istituto di formazione sacerdotale, ad un tempo romano e orientale, potesse irraggiare anche negli ambienti scientifici internazionali i valori di tradizione e di apertura ecumenica di cui intende essere latore. Queste due iniziative sono il Convegno di studio riunito nel 1977 per il IV centenario dalla fondazione del Collegio greco e il Sim­po­sio internazionale sulla Filocalia che si tenne nel medesimo Collegio in novembre 1989.

In occasione del Convegno per il IV centenario del Collegio è stato pubblicato un importante volume di ricerche sugli alunni, sulla direzione e sull’attività dell’istituto in questi quattro secoli. La raccolta è stata curata e pubblicata, nel 1983, dal Prof. Antonis Fyrigos, ex-alunno del Collegio. Si tratta di un insieme di una quindicina di articoli presentati da storici di cui alcuni furono presentati in quel convegno, altri invece sono ripresi da pubblicazioni anteriori. Insieme danno un ottimo quadro di questi quattrocento anni di vita di Sant’Atanasio.

 Purtroppo uno dei contributi più importanti offerti in quella dotta assemblea non ha potuto essere integrato in tempo nel volume ed è apparso a parte. Si tratta dello studio del prof. V. Peri sulle origini dell’iniziativa di papa Gregorio XIII quando creò il Collegio. Tra gli studi più documentati in quel libro va menzionato quello del Prof. Claude Soetens su “ Le Primat de Hemptine et les Bénédictins au Collège Grec: 1897-1912 ”. Notiamo, tra parentesi, che sui quattro secoli dell’esistenza del Collegio, i benedettini vi sono stati ormai per più di un secolo e che, in questo secolo, il Padre Oliviero vi è stato per oltre quarant’anni. Ci sarà dunque un giorno un importante capitolo da aggiungere a quella storia di Sant’Atanasio. Per essere giusti, tuttavia, bisogna rilevare che i gesuiti ci sono stati ancora più a lungo, cioè oltre centosessanta anni. E’ stato conveniente che nel volume conce­pito dal P. Oliviero il contributo più ampio, con quello del Prof. Soetens, sia stato incluso quello del P. Jan Krajcar sui problemi incontrati nei cinque decenni della metà del Seicento da parte dei rettori della Compagnia di Gesù. Diversi contributi del volume ricordano che il Collegio Greco non fu soltanto “ greco ”, ma ospitò degli studenti ucraini, bianco-ruteni, romeni e anche russi negli anni 20 del ventesimo secolo, dopo la rivoluzione bolscevica. Non erano ancora stati creati alcuni dei collegi orientali di Roma e sotto il nome di “ Greci ”  venivano tutti gli eredi del rito greco o, come oggi si dice, del rito bizantino.

Nella Prefazione del volume, il P. Raquez indica chiaramente il significato di questa commemorazione del IV centenario nonché della pubblicazione. Di questi quattro secoli trascorsi egli scriveva, infatti: “ Secoli che non vanno visti con sguardo compia­ciuto, come un glorioso passato: non come una semplice e fortuitamente acquisita ‘garan­zia’ per il futuro, ma come viva e vivificante, perenne e nel contempo atemporale, testimonianza della Provvidenza: che malgrado le innumerevoli e umanamente insormon­ta­bili difficoltà e vicissitudini, talvolta di portata mondiale, fece sì che questo Collegio potesse comunque sopravvivere, tanto da potersi oggi a buon diritto riproporre come punto d’incontro e di convergenze, non solo ecclesiali, tra Roma e l’Oriente cristiano ” (pp. IX-X).

La commemorazione del IV centenario del Collegio era una iniziativa opportuna e necessaria per richiamare l’attenzione di coloro che s’interessano alle imprese della Santa Sede per l’Oriente Cristiano, su una delle istituzioni romane più cariche di storia.

Si poteva pensare, forse, che andava da sé che i quattro secoli del Collegio fossero pubblicamente ricordati, studiati, documentati e commentati. Invece, non andava da sé organizzare, nell’ambito del Collegio Greco, un simposio sulla Filocalia. Prima del Concilio Vaticano II, presso alcuni studiosi ed apologeti cattoli­ci, l’opera di Nicodemo l’Agiorita e di Macario di Corinto che porta il nome di Filocalia, – l’amore del bello – ed anche la Filocalia slava di Paissy Velickovsky, poi quella russa di Teofano il Recluso – la Dobrotoljubie – apparivano poco compatibili con una sana spiritualità, anzi con una retta fede cristiana. Invece, in questi ultimi decenni, è stato riconosciuto che la Filocalia dei Padri Neptici, nelle sue varie versioni (pensiamo anche a quella romena) è una delle chiavi per capire la spiritualità bizantina ed anche, aldilà, la spiritualità dell’Oriente cristiano.

Tra gli intervenuti a questo simposio del novembre 1989 c’era uno degli specialisti della Filo­ca­lia greca, il vescovo ortodosso, Mons. Kallistos Ware, che rispose alla questio­ne: esiste una spiritualità filocalica? Dal canto suo, dom Michel Van Parys trattava della Filocalia russa, e P. Tomás. Spidlík parlava dell’attualità della Filoca­lia. Altri contri­buti dovuti, tra altri, ad Antonio Rigo, Enrico Morini, Samir Khalil Samir con­senti­vano di situare questo monumento della preghiera del cuore in un contesto storico spirituale più largo. Per presentare gli Atti del simposio al lettore, il Padre Oliviero Raquez iniziava con una citazione del decreto sullo Ecu­me­nismo del Vaticano II che ricorda “ le ricchezze delle tradizioni spirituali che si trovano in Oriente ” e “ raccomanda caldamente ai cattolici di accedere a queste ricchezze dei Padri orientali perché trasportano tutto l’uomo alla contem­plazione delle cose divine ” (UR 15). Più in là nella sua presentazione P. Oliviero giustificava ancora così questa iniziativa: “ Al Collegio Greco, istituzione romana del lontano ’500, dedito per nascita a tutti i valori dell’Oriente cristiano, è sembrato opportuno interessarsi a questa sorgente di vita spirituale e contribuire a una sua migliore comprensione e utilizzazione ”.

Con queste parole il Padre Oliviero Raquez non ha soltanto indicato lo scopo di quel simposio del 1989 sulla Filocalia, ma ha anche fatto conoscere quale sia stato uno degli intenti del suo interesse, del suo insegnamento universitario, di tutte le sue pubblicazioni: contribuire ad una migliore comprensione e utilizzazione di tutti i valori dell’Oriente cristiano come sorgente di vita spirituale e di conseguenza come nutrimento indispensabile dell’attività pastorale.

Chi è vissuto nella sua amicizia da oltre mezzo secolo può dire pubblicamente quanta gratitudine gli dobbiamo per il magnifico lavoro compiuto.

Emmanuele Lanne, o.s.b.