
Era incompiuto il mondo prima
che lo guardassi e fermo il divenire.
cede al suo volere: è una sposa
(Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore, Libro primo)
La
preghiera non annulla la distanza che ci separa dell’Inaccessibile, ma ci mette
nella sua scia
che si distende sino a noi. L’unica forma che ci è data per partecipare
in qualche modo a questo sfolgorio è la Preghiera del Cuore, pratica ed
esercizio antichissimo che tuttavia non può solo ridursi ad un mero tecnicismo
della preghiera calata in formule soggette alla iterazione. La preghiera scava
nel profondo dell’animo umano, convoca l’interezza della sua persona, del suo
corpo fisico, delle sue energie mentali e spirituali. Il corpo visibile diventa
l’epifania di una corporeità spirituale, di una consustanziazione che
passa e si installa in noi.
Un libro scritto a due voci (Olivier Clement-
Jacques Serr, La Preghiera del cuore, ‘Ancora Editrice, Milano,
1998) ci rimanda alla tematica della preghiera colta nella sua scaturigine
profonda di Preghiera del cuore o Preghiera di Gesù, le cui
origini storiche risalgono in Russia alla metà del XIV secolo. Ma ancor più
lontanamente, secondo un testo della Philokalia, questa forma di
preghiera va rintracciata nell’esperienza degli Apostoli stessi. Essa si
configura come “preghiera senza interruzione”, come un flusso incessante che va
al di là delle forme codificate, pur non prescindendo da quelle. Profondamente
praticata ed esercitata nel monachesimo russo, la Preghiera di Gesù è
tuttavia soltanto una corrente della spiritualità orientale e consiste in una
invocazione incessante del nome di Gesù come punta emergente visibile ed udibile
di una complessa articolazione spirituale e corporea che coinvolge tutto l’uomo.
Le parole della formula (Kyrie eleison, per esempio) possono anche
variare, ma non alterano e modificano la sorgente della preghiera monologica.
La monologia è un tendere all’unità, alla semplificazione, alla
trascendenza del molteplice per concentrarsi nell’Uno. La vocalità della
Preghiera di Gesù, il suo depositarsi in formule e rituali è tuttavia solo
un mezzo, un viatico verso la preghiera interiore che si scandisce sul ritmo
della respirazione, sul vibrare del soffio, sul pneuma, sulla percezione
della circolazione del sangue, della sostanza vitale. Articolata e modulata sul
ritmo respiratorio, la preghiera conduce lo spirito all’approdo della pace, si
libera dal movimento caotico delle passioni, oltrepassa la molteplicità e la
dispersione che contraddistinguono il mondo esterno. Svolge così la Preghiera
di Gesù una funzione purificatoria e catartica, di igiene interiore, che
prescinde dalla quantità delle recitazioni; richiede invece “attenzione” e
“vigilanza” nel soggetto, proprie di chi si accinge a svolgere su di sé un
lavoro spirituale.
La Preghiera di Gesù è
chiamata anche Preghiera del cuore. Il cuore nella tradizione
orientale non va inteso come dicotomicamente contrapposto all’ambito del
mentale, del logico, del cerebrale. Saltando questa distinzione, il cui
mantenimento può diventare fuorviante, il cuore (a sua volta sottratto alla mera
riduzione all’affettivo e al sentimentale) designa un centro ontologico
in cui si incrociano l’anima e il corpo, attorno a radici che appartengono
coessenzialmente all’una e all’altro. Il cuore è così l’essenza pensante e
agente del soggetto umano, qualcosa di prossimo alla stessa Sorgente della vita.
Il ritmo della Preghiera di Gesù è discendente dal cervello al
cuore; poiché la conseguenza principale della caduta è per l’uomo la
disgregazione e dispersione del suo centro vitale, abbandonato al turbinio del
molteplice, solo la riscoperta del cuore vitale consente un recupero
dell’armonia andata perduta e smarrita e dell’interazione tra intelligenza e
cuore.
Quando la Preghiera di Gesù diventa Preghiera del cuore essa apre
le porte alla illuminazione. La teologia della luce,
caratteristica nella vita della Chiesa d’Oriente, implica una liturgia
della luce che richiede anche una sapiente distribuzione e collocazione
delle fonti di luce e dell’ordine cromatico che si manifesta durante la
celebrazione. L’insistenza sulla illuminazione distingue il rito orientale dal
quello occidentale raccolto sul centro cromatico e ideale delle "notti oscure”
di S. Giovanni della Croce. L’illuminazione tuttavia, di cui l’aspetto
cromatico è solo la cornice visibile, si raggiunge solo con una fatica, un
laborioso itinerario e una lunga pena. L’attesa della luce
contraddistingue questa fase nella quale il cuore è ancora la sede del peccato,
delle tenebre, ma tende a liberarsi, a purificarsi e a farsi centro di una nuova
condizione. Avviene così una metamorfosi, una trasformazione. Anima e corpo si
riconciliano attorno ad un’armonia andata perduta e questo riconciliarsi
rappresenta la deificazione (in greco theosis) che è tuttavia
opera non dell’uomo ma della grazia. La grazia rivela innanzitutto la nostra
spaventosa caduta, ci ricorda l’abisso in cui l’uomo è caduto partecipando al
peccato di Adamo; poi dà luogo ad un intenerimento del cuore mediante la
preghiera, creando le condizioni perché le parti separate e scisse del
recipiente tornino a riunirsi, a combaciare. Questa azione dall’alto, il cui
operare resta sconosciuto e che agisce per vie improvvise, rinsalda
intelligenza, cuore e corpo che si erano drammaticamente separati, ricostituendo
una unità totale. E’ opportuno qui notare come la tradizione cristiana orientale
insista sulla condizione del vuoto che va ricostituito entro noi perché
il cuore torni ad essere il luogo che raccoglie (il recipiente) e
conservi l’azione della grazia. La deificazione è così non un attentato a
Dio da parte dell’uomo, ma un partecipare in qualche modo al suo disegno.
Il tema della deificazione è molto complesso anche teologicamente e
concettualmente, perché implica il superamento di un contrasto e di un dubbio su
come sia possibile e come avvenga che l’essenza impartecipabile che è Dio
incontri i partecipanti finiti e circoscritti che sono gli uomini. Viene qui
introdotta la dottrina delle “energie” divine paragonabili ai raggi del sole che
emanano luce e calore sulla fredda oscurità del mondo, senza essere il sole
nella sua essenza ma solo una sua emanazione. L’essenza non viene scalfita e
spezzata in questo suo esibirsi e ritrarsi, protendersi e dileguare, ma le
energie che da essa provengono ne danno un’immagine per via di somiglianza, di
seppure imperfetta analogia. Attraverso queste onde energetiche Dio si dona
all’uomo senza cessare di trascenderlo. L’uomo illuminato diventa così
teoforo, veicolo, portatore di Dio. L’illuminazione che trasfigura anche i
corpi (vedasi l’iconografia dei santi ove il volto orante è come attraversato da
una luce di rinascita) va vissuta come una anticipazione, un caparra della
risurrezione. La luce ci fa cogliere le primizie, i segni anticipatori della
pienezza. Qui corpo terrestre e corpo spirituale si incontrano in un legame
chiasmatico ove non è più possibile leggere i confini dell’uno e dell’altro.
Siamo davanti ad un’unità, ad una sostanza nutriente che amalgama l’uno e
l’altro. La Risurrezione del corpo e la Risurrezione dello spirito si
compenetrano in un atto comune. La Preghiera del cuore è così il simbolo
della nostra condizione futura, la precorrenza della Risurrezione.
La Preghiera di Gesù affonda le sue radici in una natura profonda,
personale e singolare, ma non isola e non separa l’individuo dal comune tessuto
interumano e cosmico perché fa riferimento ad un cuore battezzato. L’acqua
è l’elemento della purificazione, il lavacro a cui si abbandona l’intero
corpo; l’immersione, rito consolidato nella tradizione cristiana
orientale, a differenza della infusione e della aspersione ove
l’acqua sfiora soltanto la carne, prevede una cessione globale all’elemento, un
darsi senza riserve. Il cuore così bagnato diventa simile al pozzo profondo
della samaritana dove scorre ininterrottamente un’acqua viva e limpida e il
corpo materiale, fragile e ontologicamente provvisorio, soggetto alla
corruzione, entra in una dimensione nuova. L’acqua battesimale segna un
ingresso, apre una porta. Ecco perché la Preghiera di Gesù, nel suo
manifestarsi in noi nel tempo e nello spazio della condizione finita, rifrange
in sé quell’introito, quell’atto di esordio che è lo specchio originario sempre
fungente e segretamente operante in ogni anello dell’incessante preghiera.
Molti teologi del XIV secolo (Gregorio Sinaita, Gregorio Palamas, Nicola
Cabasilas) hanno sottolineato con forza il carattere non personalistico della
Preghiera, il suo non essere una mera tecnica individuale, in quanto inscritta
in una rete sacramentale, in una tessitura di simboli e di atti sacrali. Come
l’acqua battesimale dà la vita, così il pane eucaristico è il vero nutrimento
del cuore. Un cuore assetato e affamato è un cuore disperato. La disperazione
che è isolamento e solitudine, è la negazione della Preghiera del cuore
in quanto negazione della sorgente e sottrazione del nutrimento. Nella Chiesa
Ortodossa l’eucaristia viene celebrata con il pane e il vino, i fedeli accedono
sotto le due specie, assumono il pane imbevuto nel vino diluito con acqua
tiepida, diventando Teofori, “portatori di Dio”. Il cuore è così una
dimensione ecclesiale, cosmica, un’apertura che pur presupponendo l’io
dell’individuo, non lo abbandona ad un arido solipsismo. Tutto converge verso un
centro pulsante, rito, sacramento, liturgia sono forme che rivestono l’essenza
del mistero, intimamente connesse come la scorza ad un guscio, la pelle ad un
corpo. La Preghiera del cuore è sempre profondamente corale, anche se
scaturisce dalle energie del singolo, contiene nella sua natura il segreto di
complesse connessioni, di antiche relazioni. Nella Preghiera del cuore
non siamo mai soli, ma è sempre presente l’insieme dell’ecclesia,
compresente in ogni atto singolo, in ogni voce individuale. La parola dell’io
riverbera sempre l’ampiezza dell’assoluto. E’ questo il tema della preghiera
ininterrotta che travalica la scansione dello spazio-tempo, che non è mai
ripetizione, incardinata nel prima ma protesa nel dopo. La
Preghiera del cuore è ricomprensione e ricapitolazione nel presente,
nell’istante, dell’incessante soffio del cuore che taglia trasversalmente ogni
epoca protendendosi inesauribile nel futuro. Il cuore che prega partecipa così
ad una sorta di trasfigurazione, convocando la partecipazione di tutti
gli esseri, degli animali e delle cose.
Nei Racconti di un pellegrino russo si parla spesso della filocalia
come chiave che apre le porte alla “conoscenza del linguaggio della creazione”;
la Preghiera del cuore ricongiunge tutte le fibre del creato, gli uomini,
gli alberi, le piante, gli animali, tutta la concertazione della natura vivente
si riversa, precipita in quell’atto interiore, in una sintesi fulminea ove tutto
è immediatamente presente. Il mondo nuovo, rinnovato e riacceso nella preghiera,
annuncia la Parusia, la risurrezione. Il mondo futuro, la “seconda
venuta” è precorsa e anticipata in ogni frammento della orazione. Un legame
profondo congiunge il passato al futuro attraverso la mediazione del presente,
che è incontro di due moti destinati ad incontrarsi e a intrecciarsi.
La Preghiera di Gesù si presenta così come esicasmo, forma del
silenzio monastico, della pace che traccia l’unione con Dio. L’hesichia è
la pace nel profondo cui si accede solo dopo aver annullato ogni condizionamento
del nostro ego. La tradizione cristiana d’Oriente è profondamente filocalica
per la rilevanza che attribuisce alla liturgia della bellezza come “cielo sulla
terra”, icona del Regno. La preghiera asseconda questo movimento di discesa e
salita mediante il ritmo della respirazione; corpo e cuore diventano una cosa
sola. Il corpo stesso è veicolo di questa ascesi, di questo esercizio che assume
anche le forme e le cadenze di una metodica, di una raffinata esecuzione, come è
stata canonizzata nelle varie Filocalie succedutesi nei secoli. Ma la
Preghiera di Gesù è accessibile anche nella forma umile e anonima della
dimensione quotidiana, tutte le volte che corpo e cuore si riconciliano e si
ricongiungono. La preghiera è così superamento della grande scissione, della
disperante frattura che continuamente si riproduce nella vita e che si riapre
come cifra della nostra condizione. Questa frattura ontologica, che non
abbandona mai l’esistenza dell’uomo, è paradossalmente la fonte della
Preghiera di Gesù come superamento e trascendimento della scissione.
La natura è essenzialmente partecipazione dell’immagine di Dio,
aspirazione all’infinito, speranza. Essa celebra ai vari gradi della scala
dell’esistere, l’unione con Dio; questa impronta sonnecchia nella pietra, sogna
nella pianta, si risveglia nell’animale, diventa cosciente nell’uomo. Assistiamo
qui ad una complessa indivisione pur nel cangiamento delle forme della
presenza, al sorpassamento del sensibile e dell’intelligibile come sfere
divise, dicotomiche. L’antropologia dell’esicasmo è unitaria, aspirante alla
sintesi. Essa converge sui due ritmi fondamentali della nostra esistenza
psicosomatica, quello della respirazione e quello del cuore. Il primo è
volontario e scandisce la nostra temporalità vissuta, la nostra struttura
corporea, mentre quello del cuore coordina la spazio-tempo attorno ad un nucleo,
ad un centro che è abissale, non geometrico e che si apre verso la trascendenza,
una sorta di “caverna del cuore” di cui si parla anche nella tradizione arcaica
dell’India, luogo vuoto, pronto a raccogliere e contenere ciò che discende e si
riversa in esso.
Esiste quindi un legame di analogia-partecipazione tra lo Spirito in quanto
Soffio vivificatore di Dio e la respirazione come soffio vitale che scandisce
la vita del corpo-uomo. Il rapporto analogico salda intimamente natura umana e
natura divina dell’uomo in un’unità inscindibile. Le forme della corporeità e
della fisicità ritornano anche nel tema del sangue che altro non è che un’acqua
pneumatizzata, portatrice del mistero della vita che appartiene solo a Dio. Le
acque simboleggiano invece la vibrazione originaria del creato sotto il soffio
suscitatore di vita. Ci stiamo avvicinando quindi, partendo dallo strato delle
corporeità e della fisicità, allo scaturire di una intelligenza del cuore
spirituale che non coincide con il cuore fisico; si tratta di una
intelligenza del cuore che non è solo cerebrale e non appartiene solo alla sfera
della razionalità, così come essa giunge a noi attraverso la tradizione
filosofica. Ma anche il sentire che dà luogo alla forma della
sensazione, non è solo del cuore organico e delle viscere. Siamo davanti ad
un cuore-spirito attraverso il quale l’uomo intero trascende se stesso e
si trasfigura.
La Preghiera di Gesù è legata al mistero del Nome. Il nome in tutte le
religioni e ancor prima nella magia, è stato sempre avvertito come espressione
della presenza e designazione della cosa, dell’oggetto, di un dio che
tuttavia resta insondabile, inaccessibile. Gesù svela invece il nome proprio di
Dio per es-propriazione in quanto esce dalla sua trascendenza e
inaccessibilità e appare a noi sulla croce. In questa kenosi e
spogliamento egli ci rivela il suo vero nome. Il nome svelato sulla croce
innalza un cuore cosciente che è unificazione dell’uomo e presa di
coscienza della consostanzialità in Cristo di tutti gli uomini.
Ecco perché la Preghiera del cuore è preghiera incessante, inserita in un
continuum dentro il quale non siamo mai soli. E’ preghiera interiore,
come spiega al Pellegrino russo uno dei suoi interlocutori; essa, in quanto atto
non solipsistico, è comunione profonda dell’universo e della vita. Ogni destino
è un pellegrinaggio verso il “luogo del cuore”; lo stesso cammino nello spazio,
con tutte le sue tortuosità e insidie, è simulazione del pellegrinaggio
interiore. Ogni cammino è essenzialmente una ricerca esposta al vuoto,
all’indefinito. Il Pellegrino russo cerca instancabilmente e tutte le tappe del
suo cammino e le persone che incontra nel suo viaggio non sono mai quella
decisiva, finchè non si imbatte in uno starec, un “vecchio”, nel senso
spirituale della parola, di una bellezza che sale dal cuore e in cui le svariate
età della vita si armonizzano in una bianchezza candida che ha occhi di
fanciullo. Nella tradizione cristiana orientale, il monaco che ha maturato in sé
il frutto dell’ascesi attraverso i passaggi dell’età, è chiamato il “bel
vecchio” che trasmette al Pellegrino il flusso incessante della Preghiera del
cuore: essa si dispiega in ogni luogo e in ogni tempo, non conosce
sosta e requie, ma penetra anche attraverso il sonno. E’ come un’onda che
avvolge da ogni lato chi ad essa si abbandona.
L’itinerario verso il “luogo del cuore” si dispiega attraverso tre tappe tra
loro connesse anche se non in senso cronologico. La metanoia,
l’unificazione estatica dell’uomo nel fuoco della grazia, la partecipazione alla
luce taborica, nel regno dello Spirito. La metanoia, che è a fondamento
delle altre due, è il pentimento, forma di praxis che attuando una
trasformazione, si incarna nella preghiera. La preghiera è azione che non
va intesa come opposta alla contemplazione. La metanoia è la
“rivoluzione copernicana” che fa ruotare il mondo non più attorno all’io ma
sull’asse del principio del Dio-Amore. Lo “stato metanico” si distingue così
dalla philautia, principio generatore di tutte le passioni perché
inglobato nella gabbia dell’ego, nella ipseità, che rinchiude il mondo
nella propria finitudine.
La metanoia introduce una condizione attraverso la quale l’uomo prende
coscienza dello stato di separazione, della grande frattura entro cui giace ed è
posto, della “vita morta” della propria coscienza che è il riflesso della
universalità e generalità della separazione. Cristo lo ricorda luminosamente
nelle parole che rivolge all’adultera: “Quelli che non hanno mai peccato,
scaglino la prima pietra”, con ciò richiamando l’universalità dello stato di
separazione e di caduta che determina la condizione dell’uomo. In molti testi
della teologia apofatica dell’Oriente cristiano (le Omelie sulla
incomprensibilità di Dio di San Giovanni Crisostomo o i Capitoli gnostici
di San Massimo il Confessore) si rintraccia l’istanza di adorare il Dio vivente
andando sempre al-di-là delle immagini, dei concetti e dei nomi (Hipertheos)
che designano il riferimento a Dio. Lo “stato metanico” radicato nel pentimento
radicale e nell’avvertimento del proprio molteplice nulla, convoglia la nostra
intelligenza verso l’Inaccessibile. Lo “stato metanico” si svela così come una
anamnesi, una memoria della morte non intesa come morte biologica
in sé, ma stato spirituale che la morte simboleggia; la memoria della morte è la
scoperta che fin da ora siamo nella morte e si capovolge nella resurrezione.
Siamo davanti alla grande antinomia apofatica per cui dalla morte si
genera la resurrezione, Dio si rivela nel sangue del Crocifisso e il Crocifisso
sconfigge la morte e il sangue. Dalla ferita aperta sul costato di Cristo
sgorgano acqua e sangue, il battesimo e l’eucaristia. La tragica memoria della
morte si trasforma in memoria di Dio.
Inizia qui il risveglio suscitato dalla memoria di Dio, nepsis
è lo stato di coscienza, di vigilia attuata e sollecitata perché la nostra
esistenza è torpore, nebbia. Il “neptico” esercita la “custodia del cuore”,
tiene aperta la via perché il santuario interiore non venga sempre di nuovo
ricoperto dalla coltre del mondano.
La notte tuttavia, come condizione temporale, si rivela propizia all’esercizio
di discernimento e di chiarificazione, di autentica metamorfosi che è la
nepsis. Lo stato neptico, proprio dell’esperienza monastica, può essere
vissuto e praticato anche nella normale vita quotidiana, perché il risveglio
va sempre recuperato e rivissuto contro le forze del sonno e del buio.
Il risveglio è la via verso l’unificazione e la trasfigurazione, attraverso la
quale l’uomo esce da se stesso per unirsi a Dio. Quella che avviene è una
unificazione fuori dal centro, perchè in essa converge e confluisce
simultaneamente, nella forma della consostanzialità, l’esperienza di
tutti gli uomini “membra gli uni degli altri”. L’unificazione prevede il
momento del raccogliersi nel cuore e poi del protendersi, perché
la sorgente è sempre al di là. Si attua così un autotrascendimento dell’uomo che
per compirsi ha bisogno della kenosi, dello spogliarsi di sé come centro
autoreferente. Avviene una elevazione, una metamorfosi dell’eros nell’agape,
la carne sensibile trasformata, partecipa allo slancio dello Spirito,
tutta l’essenza corporea con le sue forme e le sue funzioni si inscrive in un
profilo cui aderisce totalmente e pienamente, pur restando carne della carne,
sangue del sangue. L’eros sensibile si porge come un modello del
desiderio di Dio, come prefigurazione dell’agape, scriveva S. Giovanni
Climaco, la passione è l’orma, l’impronta sensibile della Luce.
Tutto l’assunto corporeo (inspirazione, respirazione, andamento cinestetico)
partecipa al formarsi del “cuore cosciente”, il corpo preparato ed esercitato,
diventa contenitore e recettore di una calata, di una discesa. La
kenosi, lo spogliamento di sé ha così reso possibile un nuovo
riempimento, mediante una dialettica mai predeterminata ma geneticamente
enigmatica. La Preghiera del cuore elimina ogni residuo di polvere
formatasi dal permanere ed insistere delle immagini mentali, la cui
sedimentazione ostacola l’aprirsi della fotofania di Cristo, il
rispecchiamento della Luce. Va deposta ogni forma di volontà, ogni residuo della
mente e della ragione, prolungamenti della centralità dell’ego. La preghiera si
fa così discendente, solo se l’uomo s’abbandona, si rilascia, e si
spoglia di quella malattia che Heidegger chiamava la “volontà di volontà” e che
impregna in forme diverse il pensiero dell’Occidente. Bisogna quindi,
paradossalmente, non volere.
La terza tappa verso il “luogo del cuore” in quanto trionfo della Luce, consuma
il quotidiano trasformando ogni emanazione del sensibile in un’unica “sensazione
di Dio”. La Luce è increata e rimanda ad una sorgente che è inaccessibile
per essenza ma partecipabile per grazia, per dono. La Luce dà luogo ad un
incontro, una comunione. Scopriamo qui il movimento dialettico della in-stasi
/ ex-stasi che richiama per certi aspetti la nozione fenomenologica
di intenzionalità. Il ritmo inesauribile di in-stasi e di
ex-stasi formulato da S. Gregorio di Nissa, assumendo il principio paolino
del teso verso, confluisce nel temine epectasi, ove epi
designa l’in-stasi, la prossimità di Dio che si rende partecipabile e l’ex
allude all’e-stasi, la tensione infinita verso quel Deus
absconditus che è sempre distante.
Siamo davanti ad una distanza continuamente colmata e sempre al contempo
riaperta, una distanza- partecipazione che si inscrive e che ci inscrive
nel luogo e nel mistero dello Spirito, ma che esige un movimento, una
dilatazione. La conoscenza e vicinanza con Dio mi si rivela sempre più
meravigliosamente in una lontananza, cui anelo con i mezzi umani e umili
della preghiera. La nepsis non può compiersi una volta per tutte, ma
l’attesa, il disporsi all’accoglienza mi sorprendono e mi risvegliano sempre di
nuovo. Le radici della vita eterna sono rintracciabili e visibili fin da
quaggiù. Lo stato neptico non determina alcuna cancellazione del tempo
ordinario, né mira alla sua evasione. La temporalità permane in tutto il suo
spessore di condizione ineludibile comunque data e ricevuta, in qualche modo
subita. Il tempo cui si accede attraverso lo stato neptico e con l’esercizio
della Preghiera del cuore, è una temporalità propriamente
ecclesiale in cui il tempo e l’eternità si incontrano senza separazione e
senza confusione. L’orizzontale e il verticale tracciano un punto, un nervo di
incontro e di attrazione pur non cessando di essere e rimanere l’uno e l’altro
entro la propria specie. Il ritmo di questa nuova temporalità (ecclesiale,
perché convoca in comunione profonda tutte le forme del vivente) è quello della
morte-risurrezione e della croce pasquale.
L’azione della preghiera ininterrotta o spontanea si dipana
nascostamente ma efficacemente. In questo stato ormai è tutto l’uomo che
prega e non più in momenti determinati e isolati. Ogni momento è preghiera
perché è avvenuta un’incorporazione del cuore cosciente all’intero
sistema corpo-intelletto-cuore-spirito fino a combaciare. E’ quella “salmodia
all’invisibile”, di cui parla Isacco il Siro e che avviene anche nella mutezza
della voce e per le vie segrete del sonno, senza più intenzione e volizione.
Così confida anche il Pellegrino russo, parlando di una condizione che si compie
senza più richiedere alcuna attività, alcuna decisione, attraversa lo stato di
veglia incuneandosi anche nelle pieghe del sonno come in una cessione totale. Lo
stato di Preghiera del cuore diventata ormai flusso continuo e
ininterrotto che più non mi abbandona, provvede ad una sapiente amministrazione
del sonno, facendo sì che il bisogno naturale dell’essere corporeo si coniughi a
quelle visioni dell’immaginifico di cui parla Henri Corbin studiando i
sogni nella Bibbia. Queste visioni dell’immaginifico, che nulla hanno più
della immaginazione individuale o collettiva, delle pulsioni e delle passioni,
sono la via che conduce alla comunicazione con Dio.
Lo stato di preghiera, ultimo stadio di una via di ascesi e di ricerca,
da non confondersi con l’atto di preghiera che ne è un momento
particolare, è la vera natura dell’uomo, dei viventi e di tutte le cose. Lo
stato di preghiera non è solo la somma degli isolati atti di
preghiera individuali cronologizzati e reiterabili. Lo stato di
preghiera, è il manto universale che tutto avvolge, Logos silenzioso e
che tuttavia ha bisogno della bocca dell’uomo per risuonare. La
contemplazione della natura unica e indivisa, è lo spettacolo che si pone
innanzi allo stato di preghiera al quale assiste e partecipa,
raccogliendo e in qualche modo pronunciando nelle forme possibili all’umano, i
logoi delle cose, le essenze immateriali che altrimenti andrebbero
disperse e cancellate e che lo stato di preghiera, senza mai
appropriarsene, restituisce a Dio. Lo stato di preghiera è così
celebrazione e liturgia del vivente e dell’ineffabile, in una dialettica
complessa tra silenzio e parola, tra contemplazione e linguaggio.
Evdokimov dice che “occorre diventare preghiera”, essere preghiera, corpo
orante. Così l’uomo diventa sacerdote del mondo, teoforo,
testimone vivente di questa ininterrotta liturgia della preghiera. Egli tende
ad una reintegrazione e riunificazione, di tutte le forme del molteplice che
giacciono nella dispersione, ad un principio di unità. L’unificazione del mondo
avviene prioritariamente nello stato di preghiera come sintesi del
particolare e dell’universale, ricomposizione del sensibile e dell’intelligibile
nell’unità dell’Inaccessibile. Nella Filocalia greca e precisamente nel
trattato Sulla unione divina e la vita contemplativa di Callisto
Catafigiote, troviamo espressioni nitide che parlano di questa tensione: “ Non
vi è cosa nell’universo che non testimoni dell’irradiazione (della gloria) e non
porti come il profumo di questo Uno creatore … ; … l’Uno è invocato da tutte le
cose, e ogni cosa tende verso l’Uno…; …è necessario che l’intelligenza sia
condotta, guidata e portata verso l’uno più alto del mondo”. Ma per chi si pone
in questo stato permanente e incessante di preghiera, tutto alla fine è
restituito in una unione profonda e in una radicale indivisione che annulla il
valico delle differenze, delle separazioni e delle disperanti fratture che
oppongono uomo a uomo e l’uomo alla terra e all’universo. Questa nuova
paternità spirituale supera, in sé integrandola, la stessa dualità sessuale.