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Le prime ore della
giornata
La giornata del fratello
comincia in cella, luogo privilegiato della sua occupazione principale:
la quiete e il godimento di Dio nella solitudine. Il fratello resta in
cella da quando si alza sino alla messa comunitaria; resta in pace nella
sola stanza che gli serve da soggiorno e da oratorio. Situata nel corpo
dell’edificio, fuori dalla zona del chiostro, in genere non ha altre
stanze né giardino. Là, il fratello si occupa fruttuosamente a leggere o
meditare, e dedica tutto il tempo che gli è possibile alla preghiera,
per conoscere sempre meglio e incontrare Gesù. Recita anche l’ufficio
divino a cui è tenuto.
All’ora della messa
incontra in chiesa tutti i membri della comunità, monaci del chiostro,
conversi e donati. Offre al Padre il sacrificio di lode, dilata il suo
cuore e attinge alla sorgente la vita di Gesù glorificato, che gli dona
le forze necessarie per condurre la sua vita monastica. Il fratello può
partecipare attivamente alla celebrazione svolgendo alcune funzioni
liturgiche o impegnandosi nel canto; può anche prendervi parte con una
preghiera libera e silenziosa.
Tornato in cella, il
fratello recita l’ufficio previsto per quell’ora. Può scegliere sia di
seguire i salmi proposti dai libri liturgici, sia di limitarsi più
semplicemente ad un certo numero di «Padre Nostro» e di «Ave Maria».
Il lavoro
Il resto del mattino lo
consacra al lavoro. I compiti sono molteplici e ogni fratello deve
spesso passare da un’attività ad un’altra nel corso della stessa
giornata. Ci sono prima di tutto i lavori domestici: cucina, lavanderia,
sartoria, pulizia, ecc. Il fratello lavora sia all’interno che
all’esterno dell’edificio, ma sempre nei limiti della clausura, salvo
rare eccezioni; il più possibile lavora da solo.
Un buon equilibrio umano e
il senso di responsabilità che il lavoro aiuta a mantenere sono il
fondamento sul quale può innalzarsi una autentica relazione
soprannaturale con Dio.
Con il cuore illuminato
dalla fede, il fratello tende a dedicarsi ai diversi compiti che deve
assolvere in spirito di obbedienza, sull’esempio di Cristo fedele alla
volontà del Padre. Trasforma così le sue diverse attività in una fonte
di intima unione con Gesù. Questa comunione può essere continuamente
approfondita e rinnovata in relazione ai diversi lavori da fare: alcuni
portano del tutto naturalmente a glorificare il Padre nelle opere della
creazione; i lavori più pesanti e faticosi invitano piuttosto a
partecipare all’opera della redenzione. Eseguendo i suoi compiti come un
servizio, nell’oblio di sé, il fratello si lascia modellare secondo
l’immagine di Cristo venuto per servire e non per essere servito.
Per il fratello certosino,
lavorare in unione a Gesù nella sua vita povera e nascosta di Nazaret è
un’opera contemplativa. L’impiego del corpo e delle mani diventa
facilmente, per chi ne ha la grazia, come un’ancora che permette al
cuore di fissarsi in Dio e di rimanere nel suo amore. Può anche
facilitare una preghiera assolutamente semplice, un dialogo familiare
quasi incessante con l’Ospite interiore.
Le inevitabili
preoccupazioni e difficoltà che il fratello incontra nell’assicurare il
buon andamento della sua obbedienza lo mantengono in una disposizione di
confidente dipendenza verso il Padre e lo invitano spesso ad una umile
preghiera di domanda.
Così il lavoro diventa di
per sé una preghiera dai vari aspetti, che prolunga e insieme prepara i
momenti più specificatamente consacrati alla lode liturgica o al
silenzio interiore nella cella.
Bisogna tuttavia aggiungere
che il lavoro, per sua natura, rischia di essere causa di dissipazione.
Tanto più che il fratello, fuori di cella, vede la sua solitudine
esteriore meno protetta di quella del monaco del chiostro. Per questo
deve vigilare con cura per mantenere il silenzio. Astenendosi da parole
inutili, rinvigorisce la sua solitudine e favorisce il raccoglimento, il
che contribuisce ad un lavoro regolare e calmo, in continuità con la
calma più profonda della cella. Così, durante i lavori domestici, spesso
assorbenti, «egli si applichi con tutto il cuore, sostenuto dalla grazia
della vocazione, ad avere sempre Dio presente nello spirito».
A mezzogiorno, ritorno
in cella
L’Angelus di mezzogiorno
segna la fine della mattinata. Dopo aver preso il portavivande con il
suo pranzo, il fratello ritorna in cella come ad un porto tranquillo e
sicuro. Si ristora e dice l’ufficio divino.
Si dedica alla cella,
perseverando nella preghiera. Giacché il fratello non deve crearsi o
accettare occasioni per uscire, oltre quelle previste dalla regola o
volute dall’obbedienza. La natura, infatti, desiderosa di distrazioni,
cerca talvolta qualche lavoro più piacevole che permetta di evadere dal
silenzio, dalla solitudine e dal riposo contemplativo.
Il pomeriggio
All’inizio del pomeriggio
il fratello torna al lavoro, spesso diverso da quello del mattino,
soprattutto in estate. A poco a poco, con l’aiuto della perseveranza,
riesce sempre meglio a fare del lavoro una vera preghiera. Impara che
l’unione della sua volontà al Padre nel lavoro si attinge nella
contemplazione solitaria. Se resta fedele a quei momenti d’intimità più
profonda con il Padre, come faceva Cristo stesso durante il suo
ministero, si opera gradatamente in lui una semplificazione, nel senso
di una più grande unione tra la vita di cella e quella di lavoro. La sua
relazione filiale con il Padre si approfondisce e gli permette di
provare qualcosa della gioia e della sovrana libertà dei figli di Dio.
La fine della giornata
Alla fine del pomeriggio il
fratello rientra nuovamente in cella. Chiusa la porta, si sforza di
lasciar fuori ogni pensiero e preoccupazione, per rendersi tutto
disponibile a Dio solo, nel riposo e nella pace del cuore. Dopo la
celebrazione dei Vespri in coro, può prendere un pasto leggero, tranne
in Avvento e in Quaresima. Dopo aver recitato l’ultimo ufficio della
giornata, si corica senza tardare troppo per essere ben disposto alla
levata notturna.
A mezzanotte il fratello si
alza per partecipare all’ufficio di mattutino. Durante questa veglia, la
sua preghiera, approfittando della calma e dell’oscurità, sviluppa al
massimo la sua dimensione contemplativa. Queste lunghe ore di preghiera
notturna possono diventare un momento privilegiato di intimità con il
Signore.
Secondo le circostanze
partecipa o no alle Lodi, poi ritorna in cella e si corica. Si alza una
seconda volta qualche ora più tardi. Approfittando della tranquillità
del mattino, s’impregna, dal far del giorno, di quella calma che
avvilupperà tutta la sua giornata.
La domenica
La domenica e le solennità
i fratelli stanno maggiormente in cella. Sono anche per loro momenti
forti della vita comunitaria: partecipano con i padri a tutti gli uffici
in chiesa, al pranzo in refettorio e alla ricreazione comune. Infine,
ogni mese hanno uno spaziamento.
In queste occasioni di
incontro, come nelle relazioni quotidiane o nei rapporti di lavoro, la
fraternità fiorisce ed emana il profumo della carità. Essa è veramente
per ciascuno la pietra di paragone della sua unione con Dio e della sua
capacità di accoglienza nei confronti dei suoi compagni di vita. Così
l’amore di Dio e del prossimo tende ad illuminare dall’interno tutta la
vita del fratello.
Il procuratore
Nella certosa, i fratelli
formano un gruppo molto unito attorno ad un monaco chiamato procuratore.
Infatti, fin dall’origine dell’Ordine, uno dei monaci è specificatamente
incaricato dei fratelli: assegna loro il lavoro secondo le necessità
della casa e le attitudini personali; esercita la sua autorità in
spirito di servizio, in modo da manifestare a quelli che dipendono da
lui l’amore con cui Dio li ama. Il procuratore può essere sia un padre
sia un fratello converso.
Il procuratore ha pure il
compito dell’amministrazione temporale del monastero, con l’inevitabile
conseguenza di contatti con l’esterno; tuttavia, appena può, torna
continuamente alla sua cella come ad un porto tranquillo e sicuro. Pone
anche attenzione a non diffondere nella casa i rumori del mondo, poiché
il suo compito ha appunto lo scopo di permettere ai monaci di tendere
liberamente al riposo della contemplazione.
S. Bruno e i primi
fratelli
S. Bruno nutrì un grande
affetto per i primi fratelli. Nella lettera che scrisse qui verso la
fine della sua vita, una pagina intera è direttamente indirizzata ai
conversi, per felicitarsi della loro obbedienza, della loro carità e del
loro spirito di preghiera:
«Di voi, miei dilettissimi
fratelli laici, dico: L'anima mia magnifica il Signore, poiché
contemplo la magnificenza della sua misericordia su di voi, secondo
quanto mi riferisce il vostro priore e padre amantissimo, che è molto
fiero e contento di voi. Gioisco anch'io poiché, sebbene non abbiate la
scienza delle lettere, il Dio, che è potente, col suo stesso dito
incide, nei vostri cuori, non solo l'amore, ma anche la conoscenza della
sua legge santa. Con le opere infatti mostrate che cosa amate e che cosa
conoscete. Giacché praticate con tutta l'attenzione e con tutto lo zelo
possibile la vera ubbidienza - che consiste nel compimento dei precetti
di Dio, che è la chiave e il sigillo di ogni disciplina spirituale, che
non può mai esistere senza una grande umiltà ed una pazienza non comune,
a cui sempre si accompagna il casto amore del Signore e la vera carità».
Benché scritte in un
contesto culturale differente, queste righe sono portatrici di un ideale
sempre attuale. Esse indicano ai fratelli certosini di oggi come a
quelli di ieri il cammino sicuro che, anche se spesso è lungo e
tortuoso, li conduce a Dio
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