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Certosini di Farneta:
vita certosina, l'ambiente, vita eremitica, vita
cenobitica, vita di penitenza, lo spirito certosino, la formazione del certosino

VITA CERTOSINA L'AMBIENTE VITA EREMITICA VITA CENOBITICA VITA DI PENITENZA LO SPIRITO CERTOSINO LA FORMAZIONE DEL CERTOSINO I certosini di
Farneta

L'ordine certosino ha avuto
origine da San Bruno (1030-1101), il quale nel 1084 fondò un monastero nei
monti della Certosa presso Grenoble. Chiamato in Italia da Urbano il suo
discepolo, fondò un altro monastero nelle selve della Calabria, dove morì
e fu sepolto il 6 ottobre 1101.
La caratterisrica della Certosa è la
solitudine e il silenzio: "il nostro principale studio e dovere - si legge
nelle antiche Consuetudini - è la custodia del silenzio e l 'impegno alla
solitudine della cella". Chi vive in Certosa non ha altra attività che
quella di disporsi incessantemente ad attuare un'intima unione con Dio, la
più perfetta possibile quaggiù, secondo il grado di grazia concesso a
ciascuno.
"Cercare Dio più ardentemente, nel proprio intimo, trovarlo
più prontamente e possederlo più perfettamente" è il fine che gli Statuti
assegnano al Certosino. Mentre sembra disinteressarsi del mondo per
occuparsi unicamente di Dio, il Certosino, nella misura in cui vive di
Colui che con la sua azione creatrice riempie tutto l'universo, e di
Cristo che ha dato il Suo Sangue per vivificarci, esercita un
"eccellentissimo apostolato", trasfondendo nelle anime, in virtù della
Comunione dei Santi, la Vita divina che lui stesso attinge
sovrabbondantemente alla sorgente. La sua funzione nel Corpo Mistico di
Cristo che è la Chiesa è quella delle arterie che, silenziose e nascoste,
trasmettono incessantemente il sangue vivificante a tutti gli
organi.
Alcuni brevi cenni sull'ambiente, le occupazioni e lo spirito
del Certosino daranno un'esatta idea della sua vita, che è una mirabile
fusione di vita eremitica e cenobitica.
La Certosa è formata da un
chiostro, nel mezzo al quale v'è un giardino e il cimitero. Attorno sono
allineate le celle dei monaci.
La cella in cui il Certosino trascorre
la sua esistenza è un vero romitaggio: una casetta di più vani con attiguo
giardinetto. In ogni casetta si trova: un corridoio con lo sportello in
cui il Fratello dispensiere depone ogni giorno le vivande, una prima
stanza che serve da studio, detta "Ave Maria", perché ogni qualvolta il
monaco entra nella cella recita in ginocchio un'Ave, la cella propriamente
detta, chiamata "cubicolo", che serve sia da oratorio - per la recita
degli Uffici divini e per l'orazione privata - sia da refettorio e camera
da letto, una legnaia e un laboratorio con banco da falegname e sovente un
tornio.

La solitudine è l'elemento
caratteristico della vita del Certosino. Essa è il mezzo principale di cui
egli dispone per giungere all'unione con Dio, all'intimità con Cristo e
per divenire un vero contemplativo. "Nulla, più della solitudine, è atto a
favorire la soavità delle salmodie, I'applicazione alle letture, il
fervore nelle orazioni, le penetranti meditazioni e l'effusione di
lagrime" (Consuetudini di Guigo 80,11).
Nella solitudine del suo
romitaggio, infatti, il Certosino passa la maggior parte del suo tempo
intento all'orazione mentale, alla recita dell'Ufficio canonico unitamente
a quello della Madonna, alla lettura spirituale e allo studio. Queste
occupazioni, tutte ordinate all'unione con Dio, sono convenientemente
intercalate, per due o più ore il giorno, da lavoro manuale, il cui scopo
è di assicurare al monaco il riposo mentale e l'esercizio fisico necessari
per conservare la salute e poter attendere meglio al fine proprio della
sua vocazione.
Il lavoro manuale consiste per lo più nella pulizia
della cella, nella coltivazione dell'orticello, in piccoli lavori di
falegnameria e di tornitura, nel segare e spaccare la legna da ardere,
ecc.
La vita di solitudine,
sebbene offra grandi vantaggi, non è però esente da pericoli: "Guai a chi
è solo, dice la Scrittura, perché cadendo non ha chi lo sollevi" (Eccle.
4,10). Questo non è il caso dei Certosini, poiché una notevole parte di
vita comune o cenobitica viene ad attenuare e ad arricchire il rigore
della loro solitudine, e permette al monaco di vivere la rinunzia a se
stesso e l'amore del prossimo, senza del quale non si dà vera unione con
Dio.
La vita cenobitica raggiunge la sua più alta e più pura
espressione negli Uffici conventuali. La preghiera e il canto liturgico,
infatti, attuano in modo visibile e ufficiale la fusione della vita
d'azione di ciascun monaco con quella dei suoi confratelli. La vita
liturgica comprende la Messa conventuale quotidiana, cantata e talora
concelebrata, e l'Ufficio divino di cui, ogni giorno, Mattutino, Lodi e
Vespri vengono per intero cantati conventualmente. Le domeniche e in certi
giorni di festa si cantano parimenti in chiesa le Ore minori. Le parti
dell'Ufficio, non cantate in coro, sono recitate in cella nei tempi
indicati dal suono della campana, e sempre col medesimo cerimoniale che si
osserva in chiesa. L'Ufficio divino esprime così anche in cella il suo
carattere di preghiera ufficiale e comunitaria.
Oltre alla liturgia, la
domenica e in certi giorni festivi ci sono alcuni momenti di ricreazione
in comune, e una passeggiata settimanale di circa quattro ore fuori del
monastero. I monaci vi s'intrattengono familiarmente e vi trovano un
efficace sollievo fisico, come anche un'ottima occasione di edificazione e
di sprone reciproco.

La vita del Certosino
comprende necessariamente l'ascesi che è comune ad ogni cristiano: lotta
contro i difetti e pratica delle virtù. Comporta inoltre un'ascesi
particolare, imposta dalla Regola e sapientemente studiata in vista del
fine da conseguire e del genere di vita proprio dell'Ordine.
Mai,
neppure in caso d'infermità, il Certosino si nutre di carne. Al mattino
non prende nulla e, durante i due terzi dell'anno, alla sera si accontenta
d'una cena molto frugale: pane e un pò di vino annacquato. Durante
l'Avvento e la Quaresima gli sono vietati il latte, il formaggio e il
burro. Un giorno la settimana, generalmente il venerdì, se la salute
glielo consente, fa astinenza a pane e acqua. Al contrario, il pasto che
viene consumato poco prima delle ore undici è abbondante e ben preparato,
in modo che chi possiede uno stomaco buono ha il necessario "poiché non
conviene che il corpo debilitato diventi di peso per l'anima" (Sap.
9,15).
Nel cuore della notte il Certosino s'alza per cantare le lodi
del Signore. La veglia dura circa tre ore, una parte della quale trascorsa
in cella e una parte, ancora più lunga, in chiesa.
Nondimeno il tempo
di sonno necessario è largamente assicurato, poiché la sera si va a letto
abbastanza presto, verso le ore 19, e l'alzata al mattino non avviene
troppo di buon'ora. Il certosino riposa su di un letto formato da un
pagliericcio, con coperte e lenzuola di lana.
E' uno spirito di
semplicità che permette a Dio di invadere l'anima, sì che Egli vi domini
sovrano; è un frutto della solitudine, senza la quale nessun distacco
effettivo dalle creature può essere totale.
Il suo pieno sviluppo
avviene in un ambiente di "verginità spirituale", in cui l'anima non si
occupa d'altro che di Dio e non desidera aderire che
a lui solo, affinché Cristo possa attuare in lei, in una profondissima
intimità, il piano della Redenzione.
In seno alla pace contemplativa
della solitudine, intento all'adorazione e alla lode di Dio, il Certosino
non diserta la famiglia umana, ma aiuta tutti gli uomini suoi fratelli,
nelle profondità nascoste del Corpo Mistico, a trovare l'equilibrio, la
pace e la vera vita che non ha fine.
"Pertanto se aderiamo veramente a
Dio, non ci trinceriamo in noi stessi, ma al contrario la nostra mente si
spande e il cuore si dilata tanto da poter abbracciare in tutta la loro
ampiezza l'universo e il mistero salvifico di Cristo. Segregati da tutti,
siamo uniti a tutti, per stare in nome di tutti al cospetto del Dio
vivente". (Statuti Rinnovati 34, 2).

Le tappe della
formazione certosina sono il Postulato, il Noviziato, la Professione
temporanea e quella solenne.
Il Postutato dura tre mesi e può essere
prolungato fino a sei. Durante questo tempo il Postulante veste gli
indumenti che ha portato con sé; vive in una cella, e
pratica gli esercizi della Comunità, sotto la direzione del Maestro dei novizi. Dopo questa prova, se il voto
della Comunità è favorevole, è ammesso al Noviziato.
Il Noviziato è di
due anni. Durante questo periodo il novizio vive sotto la stessa regola
dei religiosi professi e indossa l'abito certosino, che si compone di una
tonaca di lana bianca con cintura, di una cocolla della medesima stoffa
che scende fino ai ginocchi e di una cappa nera, che egli mette solo per
gli atti conventuali.
Al termine del Noviziato, se i suffragi della
Comunità gli sono favorevoli, il novizio pronunzia
all'altare i voti semplici temporanei. Questa prima
Professione è emessa per tre anni, nei quali il giovane professo rimane
ancora sotto la direzione del Maestro dei novizi.
Allo scadere del triennio è presentato nuovamente alla Comunità la quale delibera sulla sua ammissione a trascorrere due
anni con i professi di voti solenni, sotto l'immediata direzione
del P.Priore. Nel caso che anche quest'ultima prova
sia positiva, è finalmente ammesso alla Professione
solenne, che lo incorpora definitivamente nell'Ordine
certosino.