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STATUTI DELL'ORDINE CERTOSINO
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Prologo
La grazia del
Signore nostro Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito
Santo siano con tutti voi. Amen.
A lode della gloria di Dio,
Cristo, Verbo del Padre, per mezzo dello Spirito Santo, si scelse fin dal
principio degli uomini per condurli nella solitudine e per unirli a sé in
intimo amore. Seguendo tale chiamata, nell'anno 1084, Maestro Bruno entrò
con sei compagni nel deserto di Certosa e vi si stabilì. Qui essi e i loro
successori, rimanendo sotto la guida dello Spirito Santo, formarono
gradatamente, con l'aiuto dell'esperienza, una propria consuetudine di vita
eremitica, che veniva tramandata ai posteri, non per mezzo di scritti, ma
con l'esempio.
Per ripetuta richiesta di altri
eremi, fondati ad imitazione della Certosa, Guigo, quinto priore di Certosa,
mise per iscritto le consuetudini di quella vocazione, che tutti accettarono
per seguirle ed imitarle, come regola delle loro osservanze e vincolo di
carità della nascente famiglia. E poiché i priori certosini sollecitavano
con insistenza i priori e i fratelli di Certosa di poter tenere nella
medesima casa un Capitolo comune, sotto il priorato di Antelmo, si riunì il
primo Capitolo Generale al quale si affidarono in perpetuo tutte le case e
la stessa casa di Certosa. In quel tempo anche le monache di Prébayon
abbracciarono di spontanea volontà la vocazione certosina. Questa fu
l'origine del nostro Ordine.
Da allora in poi, con l'andar del
tempo, il Capitolo Generale, mentre adattava la forma della vita certosina
secondo gli insegnamenti suggeriti dall'esperienza o dal sopraggiungere di
nuove circostanze, fissava sempre meglio e sviluppava le nostre istituzioni.
Ma, poiché per tale continuo ed accurato adattamento delle nostre
consuetudini la mole delle ordinanze era andata gradatamente aumentando,
nell'anno 1271 il Capitolo Generale, riunendo in un unico testo tutto il
materiale desunto dalle consuetudini di Guigo, dalle ordinanze dei Capitoli
Generali e dagli usi di Certosa, promulgò gli Antichi Statuti. A
questi, nel 1368, si unirono altri documenti, detti Nuovi Statuti; i
testi poi aggiunti nel 1509 sono chiamati Terza Compilazione.
Le tre compilazioni allora in
vigore, in seguito al Concilio Tridentino, furono rielaborate in un sol
corpo chiamato Nuova Collezione degli Statuti, la cui terza
edizione fu approvata in forma specifica dalla Costituzione Apostolica
Iniunctum Nobis del Papa Innocenzo XI. Infine una nuova edizione,
riveduta un'altra volta e adattata alle prescrizioni del Codice di diritto
canonico allora vigente, venne nuovamente approvata in forma specifica dal
Papa Pio XI con la Costituzione Apostolica Umbratilem.
Per ordine del Concilio Ecumenico
Vaticano II è stato intrapreso un adeguato rinnovamento del nostro genere di
vita in conformità ai decreti del medesimo Concilio, nel pieno rispetto
della nostra separazione dal mondo e degli esercizi propri della vita
contemplativa. Il Capitolo Generale del 1971 ha pertanto approvato gli
Statuti Rinnovati, riveduti ed emendati con la collaborazione di tutti i
membri dell'Ordine.
Perché poi fossero conformi al
Codice di diritto canonico promulgato nell'anno 1983, gli stessi Statuti
sono stati di nuovo riveduti e divisi in due parti, di cui la prima, che
comprende i libri primo, secondo, terzo e quarto, contiene le Costituzioni
dell'Ordine. Noi, pertanto, umili fratelli, Andrea, priore di Certosa, e gli
altri membri del Capitolo Generale dell'anno 1989, approviamo e confermiamo
i presenti Statuti.
Non vogliamo tuttavia che gli
Statuti precedenti, specialmente i più antichi, cadano in oblio, ma che
permanga il loro spirito nella presente
osservanza,
sebbene
essi
non
conservino
più
forza
di
legge.
Infine esortiamo tutti i professi
e novizi del nostro Ordine, e vivamente li preghiamo, in nome della
misericordia e bontà divina, che ognuno, secondo la vocazione e il proprio
compito, si sforzi di corrispondere con la maggior gratitudine possibile a
tanto paterna liberalità e benevolenza di Dio, nostro Signore, il quale con
così grande clemenza si è degnato di favorire, guidare e proteggere la
famiglia certosina dalle origini fino ai nostri giorni, elargendoci
abbondantemente tutti i mezzi atti a condurci alla salvezza e alla
perfezione. Adempiremo tale dovere, se ci applicheremo all'osservanza
regolare, raccomandata da questi Statuti, con tanta fedeltà e zelo, che,
rettamente e debitamente istruito e formato secondo tale osservanza il
nostro uomo esteriore, più ardentemente cerchiamo Dio stesso nel nostro uomo
interiore, più prontamente lo troviamo e più perfettamente lo possediamo.
Così potremo pervenire, con la grazia del Signore, alla perfezione della
carità, che è il fine della nostra vocazione e di tutta la vita monastica, e
conseguire l'eterna beatitudine. Elogio di Guigo della vita solitaria
I monaci che hanno lodato la
solitudine hanno voluto dare una testimonianza del mistero di cui avevano
sperimentato le ricchezze e che in verità solo i beati conoscono pienamente.
Qui si compie un grande mistero: quello di Cristo e della Chiesa, di cui la
Vergine Maria è un esempio eminente; tale mistero sta nascosto tutto anche
in ogni anima fedele ed è rivelato più profondamente dalla stessa forza
della solitudine.
Perciò nel presente capitolo,
tratto dalle Consuetudini di Guigo, si devono ricercare come delle scintille
sfavillanti dall'anima di colui che lo Spirito incaricò di formare le prime
leggi del nostro Ordine. Infatti queste parole del quinto priore, mentre
interpretano la Sacra Scrittura secondo l'antica allegoria, con esatto senso
attingono la sublime verità che ci unisce ai nostri padri nella fruizione
della medesima grazia.
Nel tessere l'elogio della vita
solitaria, alla quale siamo chiamati in modo speciale, diremo poche parole,
perché sappiamo che è stata grandemente lodata da molti santi e sapienti di
così grande autorità, che non ci sentiamo degni di seguirne le orme.
Sapete infatti che nell'Antico e
soprattutto nel Nuovo Testamento quasi tutti i più grandi e profondi segreti
furono rivelati ai servi di Dio non nel tumulto delle folle, ma quando erano
soli. Gli stessi servi di Dio, tutte le volte che li accendeva il desiderio
di meditare più profondamente qualche verità o di pregare con maggiore
libertà o di liberarsi dalle cose terrene con l'estasi dello spirito, quasi
sempre evitavano gli ostacoli della moltitudine e ricercavano i vantaggi
della solitudine.
È per questo, tanto per farne
qualche breve accenno, che Isacco esce da solo nella campagna per meditare,
e dobbiamo credere che ciò non fosse per lui occasionale, ma abituale; così
anche Giacobbe, mandati innanzi tutti gli altri, rimasto solo, vede Dio a
faccia a faccia, ed è favorito simultaneamente della benedizione e del
cambiamento del nome in uno migliore, conseguendo più in un attimo di
solitudine che non in tutto il tempo della vita trascorso in compagnia degli
uomini.
La
Scrittura
attesta
quanto
anche
Mosè,
Elia
ed
Eliseo
amino
la
solitudine
e
quanto
per
essa
progrediscano
nella
conoscenza
dei
divini
segreti;
come
tra
gli
uomini
si
trovino
frequentemente
in
pericolo,
e
come
invece,
mentre
sono
soli,
vengano
visitati
da
Dio.
Allo stesso modo Geremia siede
solitario, perché è penetrato dalle minacce di Dio; anzi, domandando che sia
data acqua al suo capo e una fonte di lacrime ai suoi occhi per poter
piangere gli uccisi del suo popolo, chiede anche un luogo dove poter
compiere con maggiore libertà un'opera così santa dicendo: Chi mi darà
nella solitudine un rifugio di viandanti?, come se non potesse dedicarsi
a questo in città; in tal modo indica quanto la presenza di altri uomini
precluda il dono delle lacrime. Egli afferma ancora: È bene attendere nel
silenzio il soccorso del Signore; attesa che riceve sommo aiuto dalla
solitudine, e aggiunge: È bene per l'uomo sottoporsi al giogo fin
dall'adolescenza, parole queste che sono di grandissimo conforto a noi
che quasi tutti abbiamo abbracciato questa vocazione fin dalla giovinezza.
Il profeta dice infine: Siede solitario ed in silenzio per poter elevarsi
sopra di sé, indicando così quasi tutto ciò che vi è di meglio nella
nostra vocazione: la quiete e la solitudine, il silenzio e il desiderio dei
beni celesti.
Il profeta poi mostra quale
trasformazione opera una tale disciplina in coloro che vi si sottomettono,
dicendo: Porgerà la guancia a chi lo schiaffeggia e sarà saziato di
obbrobri. Nel primo caso rifulge una somma pazienza, nell'altro una
perfetta umiltà.
Anche Giovanni Battista, di cui,
secondo l'elogio del Salvatore, nessuno è sorto più grande tra i nati di
donna, mostra con evidenza quanta sicurezza e utilità procuri la
solitudine. Egli, non stimandosi sicuro né per gli oracoli divini che
avevano predetto che, ripieno di Spirito Santo fin dal seno materno, sarebbe
stato il precursore di Gesù Cristo con lo spirito e la forza di Elia, né per
la sua mirabile natività, né per la santità dei suoi genitori, fuggì la
compagnia degli uomini come piena di pericoli e scelse come sicura la
solitudine del deserto; e finché dimorò solitario nell'eremo, non conobbe né
pericoli né morte. L'aver battezzato il Cristo e affrontato la morte per la
giustizia dimostrano quanta forza e quanti meriti vi abbia acquistato. La
solitudine infatti lo rese il solo degno di battezzare il Cristo che tutto
purifica e di non indietreggiare né davanti al carcere né davanti alla morte
per la verità.
Lo stesso Gesù, Dio e Signore, la
cui virtù non poteva essere aiutata dalla solitudine né impedita dalla
presenza degli uomini, tuttavia per giovare a noi col suo esempio, prima di
predicare e di compiere miracoli, volle nel deserto essere sottoposto alle
tentazioni e ai digiuni come ad una prova. Di lui la Scrittura dice che,
lasciata in disparte la folla dei discepoli, saliva da solo sul monte a
pregare. E nell'imminenza della Passione lascia gli apostoli per poter
pregare da solo, insegnandoci soprattutto con questo esempio quanto la
solitudine giovi all'orazione, perché non vuole pregare insieme con altri,
fossero pure suoi compagni gli apostoli.
Non possiamo passar qui sotto
silenzio un mistero che merita tutta la nostra attenzione: lo stesso Signore
e Salvatore del genere umano si degnò di darci nella sua persona il primo
modello vivente del nostro Ordine, col dimorare solo nel deserto, attendendo
alla preghiera e agli esercizi della vita interiore, macerando il corpo con
digiuni, con veglie e altre pratiche di penitenza, e vincendo le tentazioni
e il nostro avversario con le armi spirituali.
Ed ora considerate voi stessi
quanto profitto spirituale nella solitudine trassero i santi e venerabili
padri Paolo, Antonio, Ilarione, Benedetto e innumerevoli altri, e avrete la
prova che nulla, più della solitudine, può favorire la soavità della
salmodia, l'applicazione alla lettura, il fervore della preghiera, le
penetranti meditazioni, l’estasi della contemplazione e il dono delle
lacrime. Né vi bastino questi pochi esempi che vi abbiamo citato a lode della vocazione abbracciata, ma piuttosto voi stessi raccoglietene altri, attingendo sia dall’esperienza quotidiana, sia dalle pagine delle Sacre Scritture.
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I monaci del chiostro
Coloro che furono i padri del
nostro Ordine seguivano il lume dell'oriente, ossia di quegli antichi monaci
che, ardenti d'amore per il ricordo del Sangue del Signore versato di
recente, popolarono i deserti per professarvi la vita solitaria e la povertà
di spirito. Bisogna quindi che i monaci del chiostro, calcando le loro orme,
dimorino come essi in eremi sufficientemente remoti dalle abitazioni degli
uomini e in celle al riparo dai rumori sia del mondo, sia della casa stessa;
ma soprattutto bisogna che si rendano essi stessi estranei anche alle
preoccupazioni mondane.
Chi dimora stabilmente in cella
e da essa è formato, mira a rendere tutta la sua vita un'unica e incessante
preghiera. Ma non può entrare in questa quiete, se non dopo essersi
cimentato nello sforzo di una dura lotta, sia mediante le austerità nelle
quali persiste per la familiarità con la Croce, sia mediante quelle visite
con le quali il Signore lo avrà provato come oro nel crogiolo. Così,
purificato dalla pazienza, consolato e nutrito dall'assidua meditazione
delle Scritture, e introdotto dalla grazia dello Spirito nelle profondità
del suo cuore, diverrà capace non solo di servire Dio, ma di aderire a lui.
È anche necessario dedicarsi a
qualche lavoro manuale, non tanto per la piacevole distensione che esso
apporta momentaneamente all'animo, ma piuttosto perché, col sottomettere il
corpo alla comune legge degli uomini, esso conservi ed alimenti il gusto
degli esercizi spirituali. Perciò al monaco sono concessi in cella gli
utensili necessari, affinché non sia costretto ad uscirne. Infatti ciò è
lecito solo quando ci si raduna nel chiostro o in chiesa, o per le occasioni
generalmente stabilite. Tuttavia, quanto più austera è la vocazione che
abbiamo abbracciato, tanto più siamo obbligati alla povertà in tutte le cose
che sono di nostro uso. È necessario infatti che seguiamo l'esempio di
Cristo povero se vogliamo aver parte alle sue ricchezze.
Riuniti dall'amore del Signore,
dalla preghiera e dal desiderio ardente della solitudine, i padri si
mostrino veri discepoli di Cristo non tanto di nome quanto di fatto;
coltivino con ardore l’amore reciproco, avendo i medesimi sentimenti,
sopportandosi a vicenda, perdonandosi scambievolmente se qualcuno abbia di
che lamentarsi nei riguardi degli altri, affinché con un solo animo e una
voce sola rendano gloria a Dio.
I padri inoltre abbiano sempre
dinanzi alla mente l'intimo legame che in Cristo li unisce ai fratelli.
Riconoscano di dipendere da essi per poter offrire al Signore una preghiera
pura nella quiete e nella solitudine della cella. Ricordino che il
sacerdozio, del quale sono stati insigniti, è un servizio reso alla Chiesa,
specialmente verso i membri che sono loro più vicini, ossia verso i fratelli
della propria casa. Gareggiando nello stimarsi a vicenda, padri e fratelli
vivano nella carità che è il vincolo di perfezione, il fondamento e il
culmine di ogni vita consacrata a Dio.
È dovere del priore mostrarsi a
tutti i suoi figli, monaci del chiostro e fratelli, come segno dell'amore
del Padre celeste, e unirli in Cristo in modo tale che formino un’unica
famiglia e ognuna delle nostre case, secondo l’espressione di Guigo, sia
veramente una chiesa certosina.
Quest'ultima ha la sua origine
e il suo cardine nella celebrazione del sacrificio eucaristico, che è il
segno efficace dell'unità. Esso è pure il centro e l'apice della nostra vita
e il cibo del nostro esodo spirituale, grazie al quale, nella solitudine,
per il Cristo ritorniamo al Padre. Anche in tutta la liturgia Cristo prega
per noi come nostro Sacerdote, e in noi come nostro Capo, tanto che possiamo
riconoscere le nostre voci in lui e la sua in noi.
Nella veglia notturna il nostro
Ufficio, secondo l'antico uso, si protrae abbastanza lungamente; tuttavia
non supera i limiti della discrezione. Così la pietà interiore viene
alimentata dalla salmodia, in modo tale che possiamo, d’altra parte,
dedicarci alla preghiera segreta del cuore, senza che ne nascano tedio o
stanchezza.
Secondo una nostra antica
consuetudine, ogni monaco del chiostro, per mirabile degnazione della divina
misericordia, è destinato al sacro ministero dell'altare. Si manifesta così
in lui quell'armonia che, secondo l'affermazione di Paolo VI, intercorre tra
la consacrazione sacerdotale e quella monastica; infatti ad imitazione di
Cristo, egli diventa contemporaneamente sacerdote e vittima di soave odore
per Dio, e per l’unione al sacrificio del Signore partecipa alle
imperscrutabili ricchezze del suo Cuore.
Essendo il nostro Ordine
totalmente dedito alla contemplazione, è necessario che conserviamo in modo
assolutamente fedele la nostra separazione dal mondo. Ci asteniamo perciò da
qualsiasi ministero pastorale, pur nell'urgente necessità di apostolato
attivo, per adempiere nel Corpo mistico di Cristo la nostra funzione
specifica. Eserciti Marta il suo servizio certamente degno di lode, ma non privo di affanni e agitazione; tuttavia sopporti la sorella che, calcando le orme di Cristo, quieta e disponibile, lo contempla nella sua divinità; che scruta il proprio intimo, aprendo il suo cuore alla preghiera e ascolta quel che interiormente le dice il Signore, pervenendo così nella debole misura che le è possibile, come in uno specchio e in maniera confusa, a gustare e vedere quanto egli è buono, e pregando sia per Marta che per tutti coloro che, come lei, sono impegnati nel lavoro. Essa non ha solamente il più giusto giudice, ma anche il più fedele avvocato, cioè lo stesso Signore, che si degna non solo di difenderne la vocazione, ma anche di farne l’elogio, affermando: Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta; con tali parole la dispensò dall’immischiarsi negli affanni e nelle inquietudini, per quanto caritatevoli, di Marta.
Il nostro impegno e la nostra
vocazione consistono principalmente nel dedicarci al silenzio e alla
solitudine della cella. Questa è infatti la terra santa e il luogo dove il
Signore e il suo servo conversano spesso insieme, come un amico col suo
amico. In essa frequentemente l'anima fedele viene unita al Verbo di Dio, la
sposa è congiunta allo Sposo, le cose celesti si associano alle terrene, le
divine alle umane. Tuttavia lungo è il cammino attraverso brulla e riarsa
strada prima di arrivare alle fonti d'acqua e alla terra promessa.
Conviene
perciò
che
l'abitatore
della
cella
badi
con
diligente
sollecitudine
di
non
inventare
o
accettare
occasioni
di
uscirne,
eccettuate
quelle
che
sono
generalmente
stabilite,
ma
piuttosto
stimi
la
cella
così
necessaria
alla
sua
salvezza
e
alla
sua
vita
come
l'acqua
ai
pesci
e
l’ovile
alle
pecore.
Se,
invece,
avrà
preso
l'abitudine
di
uscire
di
cella
con
frequenza
e
per
futili
motivi,
ben
presto
gli
diverrà
odiosa,
secondo
quel
detto
di
sant’Agostino:
Per
gli
amici
di
questo
mondo
niente
è
più
affannoso
che
non
affannarsi.
Al
contrario,
quanto
più
a
lungo
dimorerà
in
cella,
tanto
più
lo
farà
volentieri,
purché
tuttavia
sappia
occuparvisi
con
ordine
e
utilmente
a
leggere,
scrivere,
salmodiare,
pregare,
meditare,
contemplare
e
lavorare.
Abbia
frattanto
familiare
quel
tranquillo
ascolto
del
cuore
che
lascia
entrare
Dio
da
tutte
le
porte
e
da
tutte
le
vie.
Così,
con
l'aiuto
del
Signore,
eviterà
i
pericoli
che
non
rare
volte
insidiano
il
solitario,
cioè
di
seguire nella cella la
via più comoda, e di essere annoverato tra i tiepidi.
Chi l'ha sperimentato, sa quale
frutto porti il silenzio. Benché nei primi tempi tacere possa essere una
fatica, gradualmente, se saremo stati fedeli, dallo stesso nostro silenzio
nascerà in noi l'attrattiva verso un silenzio ancora maggiore. Per ottenerlo
è stato stabilito che non possiamo parlare gli uni con gli altri senza il
permesso del presidente.
Il primo atto di carità verso i
nostri fratelli consiste nel rispettare
la
loro
solitudine;
e
se
abbiamo
il
permesso
di
parlare di qualche
faccenda, la nostra conversazione sia, per quanto è possibile, breve.
Dio ci ha condotti nella
solitudine per parlarci al cuore. Sia perciò il nostro cuore come un altare
vivente dal quale salga perennemente al cospetto di Dio una preghiera pura;
di essa tutte le nostre azioni devono essere come impregnate.
Il monaco del chiostro,
soggetto secondo lo spirito della propria vocazione alla legge divina del
lavoro, fugge l'ozio che secondo gli antichi è nemico dell'anima. Perciò si
applica umilmente e con gioia a tutte le occupazioni richieste dalle
necessità della sua vita povera e solitaria; in modo tale tuttavia che ogni
cosa sia ordinata al servizio della contemplazione di Dio alla quale è
totalmente consacrato. Infatti, oltre ai diversi generi di lavori manuali,
costituiscono la sua opera giornaliera tutti i doveri che il suo stato
richiede, principalmente quanto riguarda il culto divino e lo studio delle
scienze sacre.
In primo luogo, per non
trascorrere inutilmente in cella il tempo della vita religiosa, con solerzia
congiunta a discrezione, il monaco del chiostro deve applicarsi agli studi a
lui adatti, non per smania di imparare o di pubblicare libri, ma perché la
lettura, sapientemente regolata, dà una formazione più solida all'anima ed
offre il fondamento alla contemplazione delle realtà celesti. Infatti,
sbagliano coloro che credono di potersi facilmente innalzare ad un'intima
unione con Dio se hanno trascurato in antecedenza lo studio della sua Parola
o se l'hanno abbandonato in seguito. Perciò, più attenti alla sostanza del
pensiero che alla spuma delle parole, dobbiamo scrutare i divini misteri con
quel desiderio di conoscere che nasce dall'amore e l'amore accende.
Con il lavoro manuale il monaco
si esercita nell'umiltà e riduce in schiavitù tutto il suo corpo per meglio
conseguire la stabilità dello spirito. Perciò nei tempi stabiliti, è lecito
dedicarsi a lavori manuali che siano veramente utili. Infatti non conviene
perdere in occupazioni superflue o inutili il tempo prezioso che è concesso
a ciascuno per glorificare Dio. Ma da questo tempo non è esclusa l'utilità
della lettura e della preghiera; anzi si può ricorrere sempre, durante il
lavoro, almeno a brevi orazioni giaculatorie. Talvolta può anche accadere
che il peso del lavoro si debba porre come un’ancora all'agitarsi dei
pensieri, così che il cuore può rimanere continuamente fisso in Dio, senza
che la mente si stanchi.
Il lavoro è un servizio per cui
ci uniamo a Cristo che non venne per essere servito ma per servire. Meritano
lode tutti coloro che di propria iniziativa hanno cura della suppellettile,
degli strumenti e degli altri oggetti che usano in cella, in modo da
risparmiare, per quanto è possibile, lavoro ai fratelli. Peraltro, è dovere
di tutti tenere la cella in ordine e pulita.
Il priore può sempre ordinare
ad un padre qualche lavoro o servizio di comune utilità; questi lo accetta
volentieri e con gioiosa carità, perché nel giorno della sua professione ha
chiesto di essere ricevuto come il più umile servo di tutti. Quando però si
affida qualche lavoro a un monaco del chiostro, esso sia sempre tale da
garantire la libertà dello spirito mentre lo si compie, e da non far sorgere
affannosa inquietudine per motivi di lucro o per scadenze fisse in cui
terminare il lavoro. È infatti necessario che il solitario, attento non
tanto a ciò che fa, quanto al fine per cui agisce possa custodire sempre
vigile il cuore. Perché poi il monaco possa rimanere quieto e sano nella
solitudine, sarà spesso opportuno che goda di una certa libertà
nell'organizzare il proprio lavoro.
In via ordinaria i padri non
siano chiamati a lavorare fuori delle proprie celle, specialmente nelle
obbedienze dei fratelli. Quando però capita che dei padri siano incaricati
di attendere insieme alla stessa occupazione, possono parlare tra di loro di
ciò che è utile al loro lavoro, ma non con chi sopraggiunge. Pertanto, la nostra attività scaturisca sempre come da una sorgente interiore, sull'esempio di Cristo, che opera sempre con il Padre, di modo che il Padre, dimorando in lui, compia egli stesso le opere. Così seguiremo Gesù nella sua umile e nascosta vita di Nazaret, sia pregando il Padre nel segreto, sia lavorando al suo cospetto in spirito di obbedienza.
Fin dagli inizi fu intenzione
del nostro Ordine di esprimere e custodire la nostra totale consacrazione a
Dio mediante lo stretto rigore della clausura. Quanto grande dovrebbe essere
la necessità perché si possa uscire dalla clausura, appare evidente dal
fatto che il Reverendo Padre non esce mai dai confini del deserto di
Certosa. Perciò, dovendo essere osservata in modo uguale per tutti una sola
e medesima regola da coloro che l'hanno professata, noi che abbiamo
abbracciato la vocazione certosina, per cui siamo chiamati certosini, non
ammettiamo facilmente eccezioni; se poi qualche necessità ci obbligherà ad
uscire, dobbiamo chiedere sempre il permesso al Reverendo Padre, eccetto che
si tratti di un caso urgente e di altri previsti dagli Statuti.
Ma il rigore della clausura si
cambierebbe in farisaica osservanza, se non fosse il segno di quella purezza
di cuore cui soltanto è promesso di vedere Dio. Per conseguirla si richiede
un grande spirito di mortificazione, soprattutto della naturale curiosità
che l’uomo prova per le vicende umane. Non dobbiamo permettere alla nostra
mente di vagare per il mondo alla ricerca di novità e di chiacchiere; nostro
compito invece è di rimanere nascosti nel segreto del volto del Signore.
Dobbiamo evitare i libri
profani e i periodici che possono turbare il nostro silenzio interiore.
Sarebbe soprattutto contrario allo spirito del nostro Ordine introdurre
nella clausura, in qualsiasi modo, giornali che trattano di politica. Anzi,
i priori persuadano i monaci ad essere molto sobri nelle letture profane.
Però questa esortazione richiede un animo maturo e padrone di sé, che sappia
coerentemente abbracciare tutte le conseguenze della parte migliore che ha
scelto, quella di sedere ai piedi del Signore ed ascoltarne la parola.
La familiarità con Dio tuttavia
non restringe ma dilata il cuore, così che possa abbracciare in lui le
aspirazioni e i problemi del mondo e le grandi cause della Chiesa, delle
quali è conveniente che i monaci abbiano una certa conoscenza. Però la
sincera sollecitudine per gli uomini deve essere vissuta non soddisfacendo
alla curiosità, ma con un’intima unione con Cristo. Ascoltando nel proprio
cuore lo Spirito, ciascuno veda quel che può ammettere nella sua mente,
senza che ne sia turbato il colloquio con Dio.
Se poi, per caso, giungesse a
noi qualche notizia di quanto avviene nel mondo, guardiamoci dal
trasmetterla ad altri; ma piuttosto lasciamo i rumori del secolo là dove li
abbiamo uditi. Spetta infatti al priore dare ai suoi monaci le informazioni
che non è bene che essi ignorino, particolarmente sulla vita della Chiesa e
sulle sue necessità.
Con le persone dell’Ordine o
con altri che talvolta sono di passaggio nella nostra casa non cerchiamo di
parlare se non per una vera necessità. Infatti a un fedele amante della
solitudine e del silenzio, avido di quiete, non giova fare o ricevere visite
senza motivo.
Poiché sta scritto: Onora
tuo padre e tua madre, mitighiamo un poco il rigore della clausura per
ricevere i genitori o gli altri nostri parenti ogni anno per due giorni
separati o consecutivi. Però evitiamo altre visite di amici e conversazioni
con secolari, tranne che l'amore di Cristo lo renda inevitabilmente
necessario. Sappiamo infatti che Dio è degno che gli si offra questo
sacrificio, e che esso gioverà agli uomini più che le nostre parole.
Anche la clausura esterna
sarebbe inutile se mantenessimo un frequente contatto con persone di fuori
mediante corrispondenza epistolare. Non mandiamo né riceviamo lettere senza
che ne sia stato informato il priore.
Non impartiamo mai direzione
spirituale per lettera. Né è lecito ad alcuno di noi predicare in pubblico;
se infatti i secolari non traggono profitto dal nostro silenzio, tanto meno
lo trarranno dalla nostra parola.
Nelle nostre case canonicamente
erette si osservi una stretta clausura conforme alla tradizione dell'Ordine.
In clausura le donne non possono essere ammesse. Quando parliamo con donne
osserviamo quella modestia che conviene ad un monaco.
Ricordino i monaci che la
castità da essi abbracciata per il regno dei cieli deve essere apprezzata
come un insigne dono della grazia. Essa infatti rende libero in maniera
speciale il loro cuore, così da poter più facilmente aderire al Signore con
amore indiviso. In tal modo essi evocano quelle nozze misteriose operate da
Dio e che si manifesteranno pienamente nel secolo futuro, per cui la Chiesa
ha Cristo come unico Sposo. Bisogna dunque che, sforzandosi di osservare
fedelmente la loro professione, credano nelle parole del Signore, e,
confidando nell'aiuto divino, non presumano delle loro forze, ma pratichino
la mortificazione e la custodia dei sensi. Confidino anche in Maria, che per
la sua umiltà e la sua verginità ricevette la grazia di divenire Madre di
Dio.
Quanta utilità e gioia divina
arrechino la solitudine ed il silenzio dell'eremo a coloro che li amano, lo
sanno solo quelli che ne hanno fatto l'esperienza.
Qui infatti gli uomini
coraggiosi possono rientrare in se stessi quanto vogliono e dimorare nel
loro cuore, coltivare intensamente i germi delle virtù e gustare con gioia i
frutti del paradiso.
Qui si acquista quell’occhio il
cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo e grazie alla cui purezza e
luminosità si vede Dio.
Qui ci si applica assiduamente
ad un ozio attivo e si riposa in un’azione quieta.
Qui, in cambio del faticoso
combattimento, Dio dona ai suoi atleti la desiderata ricompensa, cioè la
pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo.
Cristo patì per noi,
lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Noi lo facciamo, sia
accettando le tribolazioni e gli affanni di questa vita, sia abbracciando la
povertà nella libertà dei figli di Dio e rinunciando alla nostra volontà.
Secondo la tradizione monastica è inoltre nostro dovere seguire Cristo che
digiuna nel deserto, trattando duramente il nostro corpo e riducendolo in
schiavitù, affinché lo spirito risplenda del desiderio di Dio.
I monaci del chiostro fanno
un’astinenza alla settimana, ordinariamente il venerdì. In tale giorno si
accontentano di pane ed acqua. In certi giorni e in certi periodi dell'anno
osservano il digiuno d'Ordine, cioè fanno un solo pasto al giorno
Dobbiamo abbracciare la
mortificazione della carne non solo per obbedire agli Statuti, ma
principalmente perché, liberi dai voleri della carne, possiamo seguire più
prontamente il Signore.
Se in un dato caso o con
l’andar del tempo uno si accorgesse che qualcuna delle nostre osservanze
superi le sue forze, e che il suo spirito ne sia piuttosto ritardato che
animato a seguire Cristo, con cuore filiale fissi col priore una mitigazione
adeguata alle sue esigenze, almeno per un certo tempo. Però, sempre memore
di Cristo che lo chiama, veda che cosa sia in grado di fare e offra al
Signore in altro modo quel che non può dare mediante l'osservanza comune,
rinnegando sé stesso e portando ogni giorno la sua croce.
Occorre dunque abituare
gradatamente i novizi alle astinenze e ai digiuni dell'Ordine, affinché
tendano in modo prudente e sicuro al rigore dell'osservanza sotto la guida
del maestro. Questi in particolare insegni loro a non mancare alla sobrietà
al momento dei pasti, col pretesto dei digiuni che devono osservare. Così
impareranno a castigare mediante lo spirito le opere della carne e a portare
nel proprio corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si
manifesti nei loro corpi.
Secondo l'osservanza introdotta
dai nostri primi padri e incessantemente custodita con singolare impegno,
abbiamo escluso dal nostro genere di vita ogni uso della carne, sia sotto
forma di cibo che di bevanda. Questa astinenza sia osservata come
caratteristica dell’Ordine e segno dell'austerità eremitica nella quale, con
la grazia di Dio, intendiamo perseverare. Nessuno di noi all'insaputa e senza il consenso del priore pratichi altri esercizi di penitenza, oltre a quelli indicati nei presenti Statuti. Però, se a qualcuno di noi il priore volesse far prendere un supplemento di cibo, di sonno o di qualsiasi altra cosa, oppure gli volesse imporre qualche penosa austerità, non ci è lecito rifiutare, per non trovarci ad aver resistito col nostro rifiuto non a lui ma al Signore, di cui egli fa le veci presso di noi. Sebbene infatti molteplici e diverse siano le nostre osservanze, tuttavia crediamo che niente possa riuscirci fruttuoso senza il bene dell'obbedienza.
Coloro che, ferventi di divino
amore, desiderano lasciare il mondo e cercare i beni eterni, quando vengono
da noi siano ricevuti con quel medesimo spirito. È perciò assai necessario
che i novizi trovino nelle case dove verranno formati l’esempio di
osservanza regolare, di pietà, di custodia della cella e del silenzio, e di
carità fraterna. Mancando queste condizioni, c'è poca speranza che possano
perseverare nella nostra vocazione.
I candidati che vengono da noi
devono essere esaminati diligentemente e con cautela, secondo la
raccomandazione dell’Apostolo Giovanni: Mettete alla prova le ispirazioni
per vedere se provengono da Dio. L'esperienza dimostra senza alcun
dubbio che il progresso o la decadenza di un Ordine, sia quanto al valore,
sia quanto al numero dei membri, dipende principalmente da un’attenta o
negligente ammissione e formazione dei novizi.
I priori devono perciò indagare
con precauzione sulla famiglia dei novizi e sulla loro vita antecedente,
come anche sulla loro idoneità di mente e di corpo; anzi, a tale proposito
sarà utile consultare medici esperti che conoscano bene il nostro genere di
vita. Infatti fra le qualità di cui devono essere dotati gli aspiranti alla
vita solitaria va annoverato in primo luogo un criterio equilibrato e sano.
Non siamo soliti accettare
novizi sotto i venti anni; inoltre, di coloro che chiedono di essere
ricevuti vanno ammessi soltanto quelli che, a giudizio del priore e della
maggioranza della comunità, posseggono un grado sufficiente d'istruzione, di
pietà, di maturità e di forze fisiche per assumere le osservanze
dell'Ordine; e siano sufficientemente atti non solo alla solitudine, ma
anche alla vita comune.
Nel ricevere persone di età
avanzata dobbiamo essere più cauti, perché troppo difficilmente si abituano
alle osservanze e al nostro genere di vita; perciò non vogliamo che si
riceva nessuno di età superiore ai quarantacinque anni compiuti, senza
espressa autorizzazione del Capitolo Generale o del Reverendo Padre. Questo
permesso
si
richiede
anche
per
ammettere
al
noviziato
un
religioso
che
è
vincolato
con
la
professione
in
un
altro
istituto;
e
se
si
tratta
di
un
professo
di
voti
perpetui,
il
Reverendo
Padre
deve
ottenere
il
consenso
del
Consiglio
Generale.
Per
l’ammissione
di
una
persona
che
in
passato
sia
stata
vincolata
con
voti
in
un
istituto
religioso,
siamo
invitati
a
chiedere
prima
il
parere
del
Reverendo
Padre.
Quando
qualcuno
si
presenta
a
noi
perché
desidera
farsi
monaco
del
chiostro,
prima
di
tutto
deve
essere
interrogato
privatamente
sul
motivo
e
l'intenzione
che
a
ciò
lo
spingono.
E
se
davvero
sembra
che
cerchi
Dio
solo,
si
procede
all'esame
di
altri
punti
che
allora
occorre
conoscere:
se
abbia
una
cultura
umanistica
sufficiente
per
un
monaco
che
deve
essere
promosso
al
sacerdozio;
se
possa
cantare;
se
non
sia
vincolato
da
qualche
impedimento
canonico.
Il
postulante
poi
non
potrà
iniziare il noviziato senza conoscere sufficientemente la lingua latina.
Ciò
fatto, viene chiaramente spiegato al candidato il fine della nostra vita, la
gloria che speriamo provenga a Dio dalla nostra cooperazione all'opera
redentrice, e quanto sia bello e gioioso aderire a Cristo dopo aver
abbandonato tutto. Però gli si prospettano anche le difficoltà e le
austerità, e, per quanto è possibile, gli si pone davanti agli occhi il
quadro completo del genere di vita cui intende sottoporsi. Se sarà rimasto
imperterrito di fronte a tale presentazione, e se avrà promesso
risolutamente di essere disposto a perseverare in un arduo cammino in forza
delle parole del Signore, deciso a morire con Cristo per vivere con lui,
allora lo si consiglia di riconciliarsi, secondo il Vangelo, con tutti
coloro che abbiano qualcosa contro di lui.
Dopo un periodo di prova, della
durata di almeno tre mesi o di un anno al massimo, in un giorno determinato
il postulante viene presentato alla comunità, la quale, in un altro giorno,
voterà sulla sua ammissione al noviziato.
Il novizio consegni
integralmente al priore il denaro e gli altri oggetti che potrebbe aver
portato con sé, affinché non lui ma il priore, o chi dal priore ne sarà
stato incaricato, li conservi fedelmente in deposito, perché il novizio ha
abbandonato tutto per seguire Cristo. Noi non esigiamo né chiediamo
assolutamente nulla ai novizi e a coloro che intendono entrare nel nostro
Ordine.
Il noviziato dura due anni;
tempo che può essere prolungato dal priore, ma non oltre sei mesi.
Il novizio non si spaventi per le tentazioni che solitamente insidiano coloro che seguono Cristo nel deserto; né confidi nelle proprie forze, ma abbia fiducia nel Signore che gli ha dato la vocazione e porterà a termine l'opera iniziata.
La formazione dei novizi va
affidata ad un maestro, che sia una persona ragguardevole per prudenza,
carità e regolare osservanza, dotato di conveniente maturità ed esperienza
delle cose dell'Ordine, cultore insigne della quiete e della custodia della
cella, che irradi amore per la nostra vocazione, che sappia anche
comprendere la diversità dei caratteri e abbia lo spirito aperto alle
necessità dei giovani. Tuttavia egli faccia attenzione a saper scusare i
difetti degli altri pur essendo sollecito con tutto il cuore della
perfezione spirituale dei giovani.
Nel
ricevere
i
novizi
il
maestro
sia
sollecito
e
vigile,
ed
anteponga
la
qualità
al
numero.
Per
divenire
certosino
di
fatto
oltre
che
di
nome,
non
basta
volerlo;
si
richiede
anche
una
speciale
attitudine
di
anima
e
di
corpo
che,
unita
all'amore
per
la
solitudine
e
per
il
nostro
genere
di
vita,
permetta
di
discernere
la
vocazione
divina.
Il
maestro
ponga
attenzione
a
questi
requisiti,
perché
spetta soprattutto a lui
esaminare e provare i novizi. Non ignori che certi difetti, che forse in un
primo momento paiono di poco conto, dopo la professione tendono assai spesso
a crescere e rafforzarsi. Non accettare o rimandare qualcuno è certamente
una grave responsabilità, e non si deve prendere una risoluzione al riguardo
se non dopo maturo esame; però ammettere un candidato o trattenerlo troppo a
lungo quando risulta che gli manchino le doti necessarie è falsa e quasi
crudele compassione. Il maestro badi con gran cura che il novizio prenda in
piena libertà una decisione riguardo alla sua vocazione e non lo spinga in
nessun modo a emettere la professione.
A tempo debito il maestro
visiterà il novizio e gli insegnerà le osservanze dell'Ordine, che non deve
ignorare. Si adopererà anche con zelo, affinché studi attentamente gli
Statuti dell'Ordine. È anche compito del maestro la formazione morale del
novizio, dirigerlo nelle pratiche spirituali ed offrirgli i rimedi opportuni
nelle sue tentazioni. Cercherà con sollecitudine che l'amore dei novizi per
Cristo e la Chiesa cresca di giorno in giorno. Sebbene, sul modello del
nostro santo padre Bruno, egli debba avere il cuore di una madre, è
opportuno che mostri anche l'energia di un padre, affinché la formazione dei
novizi sia monastica e virile. Lasci che essi sperimentino soprattutto la
vita solitaria in cella e la sua austerità, ed insegni loro a prestarsi
scambievole aiuto spirituale nella carità sincera e semplice.
È assai utile che il novizio si
dedichi agli studi e ai lavori manuali; però non basta che sia occupato in
cella e vi perseveri in modo degno di lode fino alla morte; altro si
richiede: cioè lo spirito di orazione e di preghiera. Difatti se venissero a
mancare la vita con Cristo e l'intima unione dell’anima con Dio, poco
servirebbero la fedeltà alle cerimonie e l'osservanza regolare, e si
potrebbe giustamente paragonare la nostra vita a un corpo privo di anima.
Perciò il maestro abbia a cuore più di tutto di inculcare ed accrescere con
discrezione questo spirito, grazie al quale i novizi dopo la professione
possano avvicinarsi ogni giorno maggiormente a Dio e conseguire il fine
della loro vocazione.
Il maestro risalga di continuo
alle fonti di tutta la vita cristiana, ai documenti della tradizione
monastica e all'ispirazione primitiva del nostro Ordine. Illustri sotto
tutti gli aspetti lo spirito del nostro padre san Bruno e custodisca le
autentiche tradizioni raccolte specialmente da Guigo e conservate con
fedeltà fin dalle origini dell'Ordine.
Nel secondo anno di noviziato i
giovani incomincino gli studi che devono essere prudentemente ordinati alla
loro formazione monastica e sacerdotale secondo le direttive della Ratio
studiorum. Ma i monaci non siano promossi al sacerdozio finché non
posseggano la maturità umana e spirituale necessaria per aver parte a questo
dono di Dio con l'adeguata pienezza.
Il monaco, morto al peccato e
consacrato a Dio col battesimo, mediante la professione si offre più
pienamente al Padre e si libera dai legami del mondo per poter tendere più
direttamente alla carità perfetta. Stretto al Signore con patto saldo e
stabile, partecipando al mistero della Chiesa, unita a Cristo con vincolo
indissolubile, dà testimonianza al mondo della vita nuova acquisita mediante
la Redenzione di Cristo.
Verso lo scadere del secondo
anno di noviziato, se il novizio sembrerà che possa essere ammesso, sia
presentato alla comunità che a distanza di qualche giorno, dopo un diligente
esame, deciderà sulla sua ammissione. Da parte sua il novizio si obblighi
con libertà piena e dopo matura riflessione.
La prima professione è emessa
per tre anni. Allo scadere del triennio, spetta al priore, dopo un voto
della comunità, ammettere il giovane professo a trascorrere due anni coi
professi di voti solenni. Nel qual caso il monaco rinnoverà la professione
temporanea per un biennio. Durante uno di questi due anni, regolarmente nel
secondo, il professo temporaneo sia libero dagli studi scolastici per
prepararsi con maggiore riflessione ai voti solenni.
Il discepolo che vuole seguire
Cristo deve rinnegare tutto e se stesso; perciò prima dei voti solenni il
futuro professo rinunzi a tutti i beni che in quel momento possiede; può
anche, se vuole, disporre dei beni di cui ha diritto. Nessuna persona
dell'Ordine chieda assolutamente nulla dei suoi beni al professo temporaneo,
anche per opere pie e per elemosine da elargire a chiunque; egli stesso
invece disponga liberamente dei suoi beni come vuole.
Nel giorno stabilito il
candidato emette la professione durante la Messa conventuale, dopo il
Vangelo o il Credo. In quel momento infatti l'offerta di se stesso,
che intende fare con Cristo, è da Dio, per le mani del priore, accettata e
consacrata.
Il
futuro
professo
scriverà
di
persona
la
formula
di
professione
in
questi
termini:
Io,
fra
N.,
prometto...
stabilità,
obbedienza
e
conversione
dei
miei
costumi
davanti
a
Dio
e
ai
suoi
santi
e
alle
reliquie
di
questo
eremo,
edificato
ad
onore
di
Dio,
della
Beata
sempre
Vergine
Maria
e
di
san
Giovanni
Battista,
in
presenza
di
dom
N.
priore.
Se si tratta della prima
professione temporanea, dopo la parola prometto si aggiunga per
tre anni; e qualora tale professione venga prorogata, si dica la durata
della proroga; se poi si tratta della professione solenne, si aggiunga
perpetua.
Si noti che tutti i nostri
eremi sono consacrati in primo luogo alla Beata sempre Vergine Maria e a san
Giovanni Battista, che consideriamo nostri principali patroni celesti.
Una volta fatta la professione,
colui che è stato ricevuto si considera così estraneo a tutto ciò che è del
mondo da non poter disporre più di nulla, neppure di se stesso, senza il
consenso del priore. Infatti, se tutti coloro che hanno scelto la vita
religiosa devono praticare con grande zelo l’obbedienza, noi dobbiamo farlo
con una dedizione e una sollecitudine tanto più grandi quanto più austera e
ardua è la regola di vita cui ci siamo sottoposti, affinché non succeda che,
Dio non voglia, mancando l'obbedienza, tanti faticosi sforzi siano privi di
ricompensa. Ciò faceva dire a Samuele: L'obbedienza è migliore del
sacrificio, ed essere docili è più che offrire il grasso degli arieti.
Ad esempio di Gesù Cristo che è
venuto per fare la volontà del Padre e che, assumendo la condizione di
servo, imparò l'obbedienza dalle cose che patì, il monaco con la professione
si sottomette al priore, che rappresenta Dio, e si sforza di conseguire la
misura che conviene alla piena maturità di Cristo.
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Libro II
Libro III
Libro IV