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LIBRO IV
L'Ordine
| Il governo dell'Ordine |
Per mantenere nella sua forma stabile
la vocazione certosina, i primi priori dell'Ordine stabilirono di comune accordo
che nella casa di Certosa fosse tenuto un Capitolo Generale al quale tutti
affidarono le loro case per ottenere correzione e custodia, promettendo al
medesimo Capitolo obbedienza in nome proprio e delle rispettive case. Fu così
rafforzato il vincolo della perpetua carità tra le case e tutti i membri
dell'Ordine che vogliono alacremente camminare insieme nella via del Signore.
Il Capitolo Generale viene celebrato
ogni due anni; ad esso intervengono i priori, i rettori, il Procuratore Generale
e i vicari delle monache. Qualora chi presiede ad una casa fosse impedito,
delega un monaco professo di voti solenni. Se una casa è priva di priore, il
Reverendo Padre può invitare un monaco professo di voti solenni della medesima
casa ad intervenire al Capitolo Generale. Tutti questi monaci hanno in Capitolo
gli stessi diritti e doveri dei priori.
L'Assemblea nella quale si riuniscono
tutti coloro che godono dei diritti di priore, come anche tutti gli altri monaci
eventualmente membri del Definitorio, si chiama Assemblea plenaria, e ad essa
presiede il Reverendo Padre. Essa ha il potere di prendere decisioni su tutto
ciò che si riferisce all’Ordine, eccetto quanto è di competenza del Definitorio.
Il Definitorio, al quale presiede il
Reverendo Padre, è costituito dallo stesso Reverendo Padre e da otto definitori,
eletti come è detto altrove. Eccetto il Reverendo Padre, nessuno sia o venga
eletto definitore, se ha già adempiuto tale funzione nel Capitolo precedente. Il
Definitorio delibera sulle persone e sulle case.
In ogni Capitolo Generale tutti
coloro che hanno l’incarico di una comunità chiedono misericordia, conformemente
alla sottomissione da tutti loro promessa e dovuta allo stesso Capitolo,
affinché in Definitorio si possa deliberare sulla loro deposizione o conferma
nella carica. Secondo la nostra tradizione, infatti, il priore esercita la
carica finché, a giudizio del Capitolo Generale, è atto ad esercitarla per il
bene della comunità.
Spetta anche al Definitorio nominare
il Procuratore Generale, che rappresenta l'Ordine presso la Sede Apostolica.
Tutte le ordinanze
emesse sia dall'Assemblea plenaria sia dal Definitorio, sono annullate se non
vengono confermate dall’Assemblea plenaria del Capitolo successivo.
Non si può stabilire e mettere in
atto nulla di contrario a qualche punto di questi Statuti e tale da diminuire
l’antico rigore dell'Ordine Certosino, senza che venga approvato da due Capitoli
consecutivi con una maggioranza di almeno due terzi dei voti espressi.
Se un'ordinanza, anche senza
intaccare il rigore dell'Ordine, cambiasse sostanzialmente qualche punto delle
nostre osservanze, non la si potrebbe promulgare se non si ottenessero almeno i
due terzi dei voti espressi. Essa dovrebbe poi essere confermata dal Capitolo
Generale seguente con la stessa maggioranza.
Nel Capitolo Generale, il Reverendo
Padre e i membri del Consiglio Generale devono insieme considerare attentamente
se le nuove ordinanze vadano contro il rigore dell'Ordine o se cambino
sostanzialmente l'osservanza.
Il Reverendo Padre, cioè il priore di
Certosa, è il Ministro Generale di tutto l’Ordine. Viene eletto dalla comunità
della Gran Certosa, ma l'elezione non ha forza di diritto finché non sia
accettata dai priori, le priore e i rettori dell’Ordine riuniti collegialmente.
Il priore della Gran Certosa
eserciti, nel corso dell'anno, l’autorità del Capitolo Generale ogni volta che è
necessario usarla per il bene dell'Ordine e non è possibile attendere il
prossimo Capitolo. Inoltre, per tali questioni, il Reverendo Padre ha un
Consiglio chiamato Consiglio Generale e costituito dal Procuratore
Generale e da monaci professi di voti solenni, eletti dall'Assemblea plenaria.
Il Reverendo Padre, al quale, come
Ministro Generale, spetta mantenere l'unità dell'Ordine, ha potestà ordinaria
sulle monache certosine.
Tutti coloro che esercitano
l'autorità nell'Ordine prendano sempre lo spirito e la legge della Chiesa come
norma suprema per interpretare le tradizioni dell'Ordine. È bene che i priori,
ai quali i monaci devono pronta obbedienza, siano a loro volta di esempio ad
essi, sottomettendosi umilmente alle ordinanze del Capitolo Generale o del
Reverendo Padre, e non criticandole dinanzi ad altri.
Perché sia più efficacemente favorita la comunione del nostro Ordine con il Sommo Pontefice, il Reverendo Padre trasmette alla Sede Apostolica, ogni sei anni, una breve relazione sullo stato e sulla vita dell’Ordine.
| Le Visite canoniche |
Il Capitolo Generale, prendendosi
diligente cura che nelle case dell'Ordine regnino la carità, la pace e la fedele
osservanza, ha stabilito di inviare ogni due anni a tutte le case dei Visitatori
che manifestino la sollecitudine dell'Ordine verso di esse e siano muniti dei
necessari poteri per risolvere le difficoltà che potrebbero presentarsi.
La comunità, desiderosa che il tempo
favorevole della Visita si trasformi in grazia di Dio, accoglierà in spirito di
fede i Visitatori o i commissari, in quanto rivestiti dell'autorità del Capitolo
Generale o del Reverendo Padre. Ciascuno li aiuterà con ogni impegno
nell'adempimento del loro compito. Pertanto i Visitatori e i monaci faranno
tutto il possibile per stabilire tra loro un clima di reciproca fiducia.
Il primo dovere dei Visitatori è di
accogliere i monaci con fraterna carità ed ascoltarli con la massima attenzione;
inoltre si sforzeranno di far sì che tutti diano nel modo migliore al Signore e
ai confratelli quanto di bene hanno in se stessi.
Esercitino il loro ufficio non in
veste di giudici, ma piuttosto come fratelli, ai quali i tentati e gli afflitti
possano aprire il loro animo liberamente e senza timore di divulgazioni; e in un
atto di tanta importanza non abbiano fretta, ma procedano con calma.
Tutti possono parlare liberamente coi
Visitatori e manifestare ciò che richiede un giudizio o un consiglio, sia che si
tratti di problemi personali o della comunità. Si potrà anche far loro delle
proposte costruttive che sembrino utili al bene comune.
Spetta ai Visitatori intrattenersi
non solo con ogni monaco in particolare, ma anche incontrarsi con l'intera
comunità, cosa che avviene nella prima e nell'ultima seduta della Visita.
Affinché la Visita produca, con
l'aiuto del Signore, durevoli frutti, i Visitatori si adopereranno perché la
comunità stessa si assuma il compito del proprio rinnovamento spirituale.
I Visitatori s'informeranno
dell'andamento della comunità, se ha fatto dei progressi dall'ultima Visita e
quali difficoltà si sono presentate. Inviteranno la comunità ad interrogarsi
sulla sua fedeltà allo spirito e alla lettera dell'osservanza regolare, quale è
esposta negli Statuti. Esamineranno altresì i conti della casa e come è
osservata la povertà evangelica. Quanto alle irregolarità eventualmente
incontrate, indicheranno gli opportuni rimedi. Insieme coi monaci, e anzitutto
col priore, cercheranno attentamente con quali provvedimenti la comunità possa
essere aiutata a progredire nella fedeltà alla sua vocazione.
Poiché il progresso delle case dipende molto dal frutto delle Visite, i Visitatori siano pieni di sollecitudine e di zelo, senza mai accontentarsi del solo formale ed esterno adempimento del loro compito. Avendo davanti agli occhi soltanto il bene delle anime, non risparmino né forze né tempo perché la loro Visita accresca nei cuori la pace e l’amore di Cristo.
| La conversione di vita |
Abbiamo ricevuto dai nostri padri una
santa forma di vita; per questo, quanto più alta è la via aperta dinanzi a noi,
tanto più facile è il pericolo di allontanarcene, non solo con aperte
trasgressioni, ma anche sotto un certo qual peso naturale della forza
dell'abitudine. E poiché Dio dà la grazia agli umili, dobbiamo soprattutto
ricorrere a lui e combattere senza tregua perché la vigna eletta non abbia a
dare frutti cattivi.
La persistenza del nostro ideale
dipende più dalla fedeltà dei singoli che dalla moltiplicazione delle leggi o
dall'aggiornamento delle consuetudini o anche dalla diligenza dei priori. Non
sarebbe infatti sufficiente obbedire agli ordini dei superiori e osservare
fedelmente la lettera degli Statuti se, guidati dallo Spirito, non giungessimo a
gustare le cose dello Spirito. Il monaco, che fin dall'inizio della sua nuova
vita è stabilito nella solitudine, è lasciato a discrezione del suo consiglio.
Dato che non è più un bambino, ma un adulto, non si lasci sballottare esposto ad
ogni vento, ma esaminando quale cosa sia gradita al Signore, vi aderisca
spontaneamente e goda con sobrietà e saggezza della libertà dei figli di Dio,
della quale è responsabile dinanzi al Signore. Però nessuno si fidi della
propria prudenza. Infatti chi trascura di aprire il proprio animo ad una saggia
guida, corre il pericolo, per aver dimenticato la discrezione, di progredire
meno del necessario, o di stancarsi nella corsa, o, indugiando, d'addormentarsi.
In che modo potremo, come ostie
viventi, gradite a Dio, adempiere la nostra funzione nella Chiesa, se
permettiamo di separarci dal Figlio di Dio, che è ad un tempo Vita e Ostia
suprema? Ciò avverrebbe se assecondassimo la rilassatezza e l'immortificazione
della vita, le divagazioni della mente, le inutili chiacchiere e le vane
sollecitudini e occupazioni; oppure se fossimo monaci tenuti prigionieri in
cella da misere ed egoistiche preoccupazioni.
Sforziamoci perciò, per quanto è
possibile, di fissare i nostri pensieri e i nostri affetti in Dio con semplicità
di cuore e purità di mente. Ciascuno, dimentico di se stesso e del passato,
corra verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù,
in Cristo Gesù.
Ma chi non ama il suo fratello che
vede, come può amare Dio che non vede? E poiché il dialogo fraterno degli uomini
si attua solo nel reciproco rispetto delle persone, di certo conviene in modo
tutto speciale a noi, che dimoriamo nella casa del Signore, testimoniare la
carità che procede da Dio, accogliendo amorevolmente i fratelli coi quali
conviviamo e sforzandoci di comprenderne con il cuore e la mente i temperamenti
e i caratteri, sebbene diversi dai nostri. Infatti le inimicizie, le contese e
altri simili contrasti per lo più nascono dal disprezzo degli altri.
Guardiamoci da tutto ciò che potrebbe
ledere il bene della pace; e innanzi tutto non parliamo male del nostro
fratello. Se dovesse sorgere in casa qualche disaccordo tra i monaci o tra essi
e il priore, si tentino con pazienza e umiltà tutte le vie per risolvere nella
carità il contrasto, prima di deferirlo ai Visitatori, al Reverendo Padre o al
Capitolo Generale. È sempre preferibile conservare la pace nella propria
famiglia conventuale mediante lo sforzo e l'accordo di tutti. In simili casi il
priore deve comportarsi non da dominatore ma da fratello; e se fosse suo il
torto, lo riconosca e se ne corregga.
Poiché soprattutto per opera dei
priori può illanguidirsi o fiorire lo spirito nelle case dell'Ordine, essi
abbiano cura di giovare con l'esempio e cerchino di mettere prima in pratica ciò
che insegnano, né osino proferire parole che Cristo non avrebbe detto al loro
posto. Dandosi pienamente alla preghiera, al silenzio e alla custodia della
cella si meritino la fiducia dei monaci e attuino con essi una vera comunione di
carità. Con benevolenza e premura osservino come si svolga la loro vita in cella
e quale sia il loro stato d'animo, in modo da opporre resistenza alle loro
tentazioni fin dagli inizi, per non dover ricorrere ai ripari troppo tardi una
volta che si siano radicate.
Soprattutto oggigiorno dobbiamo rifuggire dal conformarci alla mentalità del mondo. La ricerca esagerata delle comodità della vita e la precipitazione nell'accoglierle sono assolutamente incompatibili col nostro stato, specie perché novità chiama novità. La divina Provvidenza non ci ha elargito i beni perché ricercassimo gli allettamenti della vita. In realtà la via che conduce a Dio è facile, perché non la si percorre gravandosi di beni, ma liberandosene. Spogliamoci dunque in modo tale che, dopo aver lasciato tutto e rinnegato noi stessi, condividiamo la vita dei nostri primi padri.
| La funzione dell'Ordine nella Chiesa |
Quanta utilità e gioia divina
apportino la solitudine e il silenzio dell'eremo a coloro che li amano lo sanno
solo quelli che ne hanno fatto l'esperienza; però non abbiamo scelto questa
parte migliore soltanto per nostro personale profitto. Abbracciando infatti la
vita nascosta, noi non disertiamo la famiglia umana, ma, dedicandoci a Dio solo,
esercitiamo una funzione nella Chiesa, dove il visibile è ordinato
all'invisibile e l'azione alla contemplazione.
Pertanto, se aderiamo veramente a
Dio, non ci trinceriamo in noi stessi, ma al contrario la nostra mente si apre e
il cuore si dilata tanto da poter abbracciare l'universo intero e il mistero
salvifico di Cristo. Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di
tutti al cospetto del Dio vivente. Tale applicazione d’animo che, per quanto lo
permetta la condizione umana, tende a Dio nella maniera più diretta e continua,
ci associa in modo speciale alla Beata Vergine Maria, che siamo soliti chiamare
Madre particolare dei certosini.
Consacrandoci con la nostra
professione unicamente a Colui che è, rendiamo testimonianza davanti al mondo,
troppo irretito nelle realtà terrene, che non vi è altro Dio fuori di lui. La
nostra vita dimostra che i beni celesti sono già presenti in questo secolo,
preannunzia la risurrezione e in certo qual modo anticipa il mondo rinnovato.
Infine, mediante la penitenza
partecipiamo all'opera salvifica di Cristo, il quale ha redento il genere umano,
schiavo ed oppresso dal peccato, principalmente elevando la sua preghiera al
Padre e offrendo in sacrificio se stesso. Poiché dunque noi cerchiamo di
rivivere questo aspetto intimo della missione redentrice di Cristo, pur non
dedicandoci ad alcuna attività esterna, tuttavia esercitiamo l’apostolato in
maniera eccellentissima.
Perciò, dedicandoci alla quiete della cella e al lavoro, a lode di Dio, per la quale fu particolarmente istituito l'Ordine eremitico certosino, sia nostro impegno offrire a lui un culto incessante, affinché, santificati nella verità, siamo i veri adoratori che il Padre cerca.
| Gli Statuti |
Ascoltiamo e meditiamo assiduamente
la disciplina dei nostri padri, rinnovata e adattata in questi Statuti. Non
abbandoniamola ed essa ci custodirà. Amiamola e ci conserverà. Essa è la forma e
il sacramento della santità prestabilita da Dio per ciascuno di noi. Tuttavia è
lo Spirito che vivifica, e non permette che ci accontentiamo della lettera. I
presenti Statuti mirano infatti a quest'unico scopo: farci percorrere, sotto la
guida del Vangelo, il cammino che conduce a Dio e farci scoprire l’immensità
dell’amore.
Viene lasciato al giudizio del priore
di regolare i punti non menzionati negli Statuti, purché le sue disposizioni non
contrastino con essi. Ma non vogliamo che, in questo o in altro caso, i priori
cambino alla leggera le consuetudini buone e religiose delle case. Queste usanze
però non possono mai prevalere contro gli Statuti.
Perché gli Statuti non vengano
dimenticati, si leggano ogni anno alla presenza della comunità dei monaci. Se
nel corso della lettura degli Statuti si noterà che qualche punto è meno
osservato, i singoli diligentemente considerino come si possa e si debba
rimediarvi.
Se il tuo fratello commette una
colpa, va' e ammoniscilo tra te e lui solo,
dice il Signore. Ciò richiede però una grandissima umiltà e prudenza; anzi,
arreca danno, se non si fa con quella pura carità che non cerca il proprio
interesse. Dobbiamo desiderare umilmente anche noi di essere ripresi dagli
altri. Però, di solito, converrà deferire le ammonizioni al priore, al vicario o
al procuratore, i quali le faranno secondo la loro coscienza e prudenza.
Spetta al priore fare
in modo che gli Statuti siano fedelmente osservati nella casa. La loro essenza
informi il suo animo, affinché egli, in tutto, sappia sempre conservare lo
spirito dell'osservanza, ricordandosi che è stato fatto ministro degli stessi
Statuti, non per perdere, ma per essere di aiuto ai suoi fratelli.
I monaci prestino agli Statuti
un'obbedienza responsabile, osservandoli non per essere visti, come si fa per
piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Né ignorino
che una dispensa ottenuta senza giusta causa è nulla. Ugualmente ascoltino e
adempiano con tutta docilità le prescrizioni e gli ammonimenti degli anziani,
specialmente del priore, che rappresenta Dio. E se talvolta sbagliano per
fragilità umana, non siano ostinati nel non correggersi, per non dare occasione
al diavolo; ma piuttosto ritornino per la via faticosa dell’obbedienza a Colui
dal quale l'uomo si era allontanato per la pigrizia della disobbedienza.
Considerando tutti i benefici
preparati dal Signore per coloro che Egli ha chiamato nel deserto, rallegriamoci
col nostro Padre san Bruno di aver raggiunto il quieto riposo di un porto
riparato, dove siamo invitati a gustare, almeno in parte, l'incomparabile
bellezza del sommo Bene. Rallegriamoci per la nostra sorte fortunata e per
l'abbondanza della grazia che Dio ci dona, rendendo sempre grazie a Dio Padre
che ci ha resi degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Amen.
Libro I
Libro II
Libro III
Libro IV