LA VITA DI SAN BRUNO
e
l'Ordine certosino

Giovinezza

Bruno nacque intorno all'anno 1030 a Colonia, in Germania, sembra da una famiglia nobile. Da uno scritto a lui coevo pare, inoltre, che Bruno fosse canonico della collegiata di San Cuniberto, a Colonia. Ancora giovane andò a studiare alla scuola del Duomo di Reims, in Francia.  

Bruno vi rimase circa trent’anni e fin dal 1057 l’arcivescovo di quella città, Gervasio, gli affidò l’alta funzione di “scholasticus”, cioè la direzione della scuola cattedrale di cui era stato allievo.

Il giovane maestro si trovò così a capo di un centro di cultura di cui uno dei suoi predecessori, il celebre Gerberto, prima di diventare papa Silvestro II, aveva esteso la fama in tutta l’Europa alla fine del secolo precedente. Bruno fu degno della carica assegnatagli, ed esercitò un influsso profondo fra i suoi discepoli, parecchi dei quali divennero celebri: vescovi, abati, e uno di essi Papa: il Beato Urbano II.

Dopo la morte di Gervasio, un avventuriero di nome Manasse di Gournai, un prelato indegno per il suo comportamento assai mondano e per la sua insaziabile avidità, riuscì a farsi insediare sul seggio arcivescovile di Reims. Costui nominò Bruno cancelliere dell'arcivescovado nel 1075, forse allo scopo di guadagnarlo alla sua causa.

Reims era ormai diventata per lui il teatro delle sue prove. Infatti, egli si sentì in coscienza obbligato ad associarsi alla contestazione del prevosto contro la simonia dell'arcivescovo. Bruno non poté tacere e senza intimorirsi nella prospettiva delle rappresaglie che avrebbe dovuto subire, con due amici denunciò nel 1077 l’arcivescovo Manasse al Sinodo di Autunno, presieduto dal Legato pontificio, Ugo di Die, secondo le forme previste dal diritto canonico.

Comunque, dopo varie decisioni, tra loro contrastanti, Manasse fu definitivamente deposto solo nell'anno 1080.

In tutto questo periodo Bruno era rimasto all'opposizione, e già dall'anno 1076 aveva lasciato i suoi incarichi nella scuola del duomo e nella cancelleria. Nel frattempo Manasse l'aveva perseguitato, spogliandolo dei beni ed insidiandone la vita, tanto da costringerlo a cercare rifugio presso il conte Ebal de Roucy.

 

In quegli anni difficili nacque la sua vocazione alla vita monastica. In una lettera Bruno racconta quell'inizio fervoroso. Egli e due suoi amici, accesi d'amor divino, nel giardino di un certo Adamo avevano fatto voto di consacrarsi a Dio.

Si voleva che Bruno fosse il successore di Manasse; ma egli, pur sapendo che con la mitra non gli veniva offerto solo un onore, ma anche un potente mezzo per cooperare al bene e alla riforma di quella chiesa e forse della nazione,

non accettò, anzi distribuì i suoi averi ai poveri, ed andò con due compagni, Pietro e Lamberto, nell'abbazia di Molesmes da san Roberto, che poi fu uno dei fondatori dell'Ordine cistercense. Si sistemò in un romitaggio alle dipendenze del monastero, a Sèche-Fontaine, per breve tempo. Il luogo e le circostanze non soddisfecero Bruno, che, seguendo la divina ispirazione, volle continuare altrove la ricerca di un luogo adatto alla sua vita solitaria. Si recò, quindi, con sei compagni dal vescovo di Grenoble, Ugo, che li condusse alla solitudine desiderata, spinto egli stesso e guidato da una visione avuta in sogno: sette stelle che indirizzavano sette pellegrini al deserto di Certosa.

 

 

 

LA GRAN CERTOSA

Il primo monastero fu fondato nel Delfinato, regione del versante occidentale delle Alpi, a sud-ovest della Savoia, vicino all'attuale città di Grenoble, nell'estate dell'anno 1084, verso la Festa di Giovanni Battista, in una zona montana e boschiva, a 1175 m. di altitudine, nel cuore del massiccio che, al tempo di Bruno, si chiamava «Cartusia», donde il nome italiano di «Certosa» e francese di «Chartreuse».

I lavori di costruzione cominciarono subito e proseguirono rapidamente. La parte principale infatti doveva essere ultimata prima dell'inizio dell'inverno. Le celle per gli eremiti vennero costruite attorno ad una sorgente e dovevano somigliare alle capanne dei pastori e dei boscaioli: costruzioni primitive e rustiche, ma abbastanza solide. Dovevano infatti resistere da un anno all'altro al peso della neve. All’inizio ciascuna abitazione (o cella) ospitava due monaci, probabilmente per risparmio di tempo e di mezzi; solo in seguito ogni solitario ebbe la propria cella.

La chiesa fu l'unico edificio in pietra: condizione indispensabile per la sua consacrazione, che avvenne il 2 settembre 1085 per il ministero del vescovo Ugo e sotto il patrocinio della Madonna e del Battista. Oggi, nel luogo dove si suppone che fossero ubicate un tempo le celle dei primi certosini, sorge una cappella detta «Cappella di San Bruno» e un'altra dedicata alla Madonna, chiamata «Madonna di Casalibus». La vita di quei primi padri della Gran Certosa ci è nota per le testimonianze dello scrittore Guigo, nella Vita di Sant’Ugo, e del viaggiatore Guiberto di Nogent dalle quali, aggiungendo alcune notizie contenute nelle «Consuetudini» di Guigo e alcune frasi significative delle lettere di San Bruno, di Pietro il Venerabile e di San Bernardo, emerge un quadro pittoresco di fervore, di austerità e di autentico spirito monastico. Il vescovo Ugo procurò loro ogni sicurezza proteggendoli in ogni contesa con i vicini e facilitando a Bruno e alla sua famiglia il pieno possesso del deserto di Chartreuse. I nuovi solitari poterono quindi vivervi completamente separati dal mondo in un ritiro legalmente inviolabile, che formava solo la cornice esterna di un’esistenza dove l’essenziale era altrove. San Bruno manifestava premura paterna verso i suoi fratelli e senso dell'equilibrio e della misura che gli faceva dire ai suoi, forse troppo fervorosi come è abituale ai principianti: «Se l'arco è continuamente teso, si allenta e diviene meno atto al suo compito». Invece, al vescovo di Grenoble, il suo amico Ugo, allorché si tratteneva troppo a lungo con i monaci per amore della solitudine, ricordava i doveri del suo ministero: «Recatevi presso le vostre pecorelle». Alla vista delle belle pareti di roccia coperte di neve e risplendenti al sole, lasciava espandere dal suo cuore profondo e contemplativo la sua preghiera abituale di ammirazione e di adorazione del Creatore: «O Bontà di Dio!».

Ma sei anni dopo sopravvenne una grossa prova: una chiamata del Vicario di Cristo, Urbano II, già suo alunno alla scuola di Reims, che lo voleva accanto a sé nella Città eterna, al servizio della Santa Sede. Si preparò subito a partire, manifestando una grandissima sensibilità d'obbedienza ai pastori della Chiesa; seppur con sacrificio non indifferente, Bruno lasciò così il suo deserto e i suoi fratelli.

Nei sei anni durante i quali visse alla Gran Certosa, Bruno aveva dato inizio alla vita solitaria certosina dirigendo quella piccola comunità, la prima culla dell'Ordine. È facilmente immaginabile il fervore iniziale, l'ispirazione carismatica, come altresì l'apertura di tutti allo Spirito Santo nell'ascolto della Parola di Dio e nell'unione dei cuori. Ricordando più tardi questa prima sua esperienza di solitudine nelle montagne del Delfinato insieme ai suoi fratelli, Bruno scrisse loro: «fratelli, sappiate che il mio unico desiderio, dopo Dio, è quello di venire da voi e di vedervi». Nel decennio che il Santo trascorrerà in Calabria, la vita sarà somigliante a quella trascorsa alla Gran Certosa.

Occorre far risalire a quei due periodi le fonti della spiritualità certosina. Le grazie concesse dallo Spirito Santo ai nostri primi Padri hanno loro permesso di rendere l'Ordine quale è oggi. Infatti, essi hanno scolpito lo spirito certosino che i figli attuali di San Bruno, generati alla vita monastica da quella generazione di testimoni, ricevono dalle loro preghiere e dai loro esempi. Fin da allora essi hanno guidato nel deserto molti uomini, che plasmarono la forma della vocazione certosina e formarono il corpo dell'Ordine e la sua spiritualità di preghiera contemplativa nel silenzio e nella solitudine.

Quando Bruno obbedì alla chiamata del Papa, previde che la sua giovane comunità di Certosa avrebbe sofferto molto dell'allontanamento del suo Padre e fondatore. E così fu. I suoi figli, reputando di non poter continuare senza di lui la vita che con lui avevano abbracciata, si dispersero. 

Bruno da Roma riuscì tuttavia a convincerli a riprendere la “via del deserto” e sotto la direzione di Landuino, da lui indicato come superiore, il gruppo si riunì di nuovo nell’eremo abbandonato. Ma l'anima di Bruno, ormai abituata alla preghiera solitaria e al colloquio continuo con il Signore, non si trovò a suo agio nell'ambiente della corte pontificia dell'epoca; ancor meno nelle distrazioni provocate dai suoi compiti. Da qui la grande nostalgia di Bruno per il suo deserto silenzioso.

Accadde poi che Urbano II dovette fuggire da Roma, poiché l'Imperatore tedesco Enrico IV e l'antipapa Guiberto - noto sotto il nome di Clemente III - avevano invaso i territori pontifici. Bruno si trasferì con la corte papale e venne così nell'Italia meridionale. Su proposta del Papa Urbano i canonici di Reggio Calabria l'elessero arcivescovo. Egli declinò la mitra per amore della sua vocazione contemplativa e con il desiderio di ritrovare al più presto la solitudine e il silenzio che il suo cuore bramava. Poi ottenne il permesso di ritirarsi in solitudine negli stati normanni recentemente conquistati dal conte Ruggero d'Altavilla. Bruno ritrovava finalmente la sua cara solitudine con Dio e la purezza del suo colloquio con Lui.

Il generoso conte Ruggero gli offrì un territorio nella località chiamata Torre, a circa 850 metri di altitudine, nel cuore della Calabria «Ulteriore», l’attuale Calabria centro-meridionale.

Ivi Bruno fondò l'eremo di Santa Maria, mentre a poco meno di 2 km più a valle - ove sorge l'attuale certosa - fondava per i fratelli conversi il monastero di Santo Stefano.

 

Il Santo descrisse la natura del luogo ricevuto in dono in una lettera indirizzata a Rodolfo il Verde, uno dei due compagni che fecero insieme a lui, nel giardino di Adamo, il voto di consacrarsi alla vita monastica: 

«In territorio di Calabria, con dei fratelli religiosi, alcuni dei quali molto colti, che, in una perseverante vigilanza divina attendono il ritorno del loro Signore per aprirgli subito appena bussa, io abito in un eremo abbastanza lontano, da tutti i lati, dalle abitazioni degli uomini. Della sua amenità, del suo clima mite e sano, della pianura vasta e piacevole che si estende per lungo tratto tra i monti, con le sue verdeggianti praterie e i suoi floridi pascoli, che cosa potrei dirti in maniera adeguata? Chi descriverà in modo consono l'aspetto delle colline che dolcemente si vanno innalzando da tutte le parti, il recesso delle ombrose valli, con la piacevole ricchezza di fiumi, di ruscelli e di sorgenti? Né mancano orti irrigati, né alberi da frutto svariati e fertili».

Bruno ottenne il terreno mediante un atto steso a Mileto nel 1090. Arrivato nell'alta valle del fiume Ancinale, nelle vicinanze di Spadola (unico abitato allora ivi esistente), ne seguì il corso verso una sorgente che si perdeva in un dedalo di piccole valli, di burroni e dirupi, dietro la radura di Santa Maria. Proprio in questa radura, egli trovò «una buona fontana», che più tardi venne opportunamente sistemata, nonché abbellita con un monumentino, di stile barocco, su cui trovasi inciso l'anno «1190» in ricordo dell'antica sorgente. Vicino alla stessa fontana vi era una piccola grotta e San Bruno si rallegrò d'aver trovato il luogo ideale per una fondazione monastica. Egli cominciò, quindi, ad organizzare i gruppi ed a fissare la loro rispettiva dimora: i padri, nella conca e radura del bosco (Eremo di Santa Maria); i fratelli con i servizi domestici a circa due chilometri di distanza, nel monastero di Santo Stefano, destinato anche a ricevere coloro che non potevano seguire completamente le regole del deserto.

Più tardi, quando il conte Ruggero gli assegnò il guardaboschi Mulè (con figli), Bruno fece in modo che gli operai (parte dei quali sposati) si stabilissero a qualche distanza dai monaci, perché questi fossero da loro nettamente separati. Sorsero così le prime abitazioni che furono all'origine del paese di Serra. Si era intorno all'anno 1094.

A quell'epoca era fiorente in Calabria il monachesimo italo-greco dei santi monaci basiliani; e certamente questa terra era un paradiso per i monaci del Medioevo. Senza legarsi ad essi, senza voler entrare nei loro gruppi, Bruno seguiva certe loro austerità, secondo le tradizioni monastiche calabresi, che si trovano bene illustrate nella documentazione dell'epoca. Così si spiega appunto che pregava in una grotta, come tanti dei suoi predecessori nella vita monastica solitaria. Le austerità di quel tempo imponevano d'altronde di lavarsi nelle acque dei torrenti vicini anche se gelide, ciò che i monaci facevano con particolare spirito di penitenza.

Nacque così certamente la tradizione plurisecolare di San Bruno penitente, assorto in preghiera nell'acqua, che i serresi vollero immortalare convogliando le acque in un cosiddetto «laghetto» e collocandovi dentro la statua di San Bruno inginocchiato.

Bruno, riprendendo il genere di vita che aveva condotto in Francia, trascorse così, nell'eremo di Santa Maria, nella vita contemplativa in solitudine, gli ultimi dieci anni della sua esistenza.

Avvenne in questo periodo una memorabile visita, l'incontro di Bruno con Landuino, il suo successore nel governo della comunità della Certosa francese, che intraprese un lungo e faticoso viaggio per incontrarsi con il fondatore dei certosini.

I due uomini di Dio, secondo la tradizione, si abbracciarono presso la Croce Ferrata sulla strada da Soriano a Serra, con tanta carità ed effusione di teneri sentimenti, come fa supporre la lettera di Bruno ai confratelli di Certosa.

In questo secondo periodo di vita monastica, Bruno è ormai diventato un monaco maturo per la vita eterna. Egli si trova ormai padre spirituale di due comunità che hanno recepito il suo spirito e hanno fatto tesoro della sua maturità spirituale, della sua unione con Dio, della sua esperienza degli uomini, della sua saggezza e della sua bontà paterna.

Nel giugno 1101 morì il conte Ruggero, assistito dal nostro Patriarca. Poco tempo dopo, la domenica 6 ottobre dello stesso anno, ritornò al Padre pure Bruno, circondato dai confratelli accorsi dalle case dipendenti da Santa Maria del Bosco. 

Dopo aver ricordato le sue diverse età a partire dalla infanzia e narrato il corso di tutta la sua vita, degno di sapienza e di dottrina, e dopo aver professato la propria fede nella Trinità, il Santo morì e fu seppellito nella spelonca ove aveva passato parte delle sue giornate. Il suo successore, il Beato Lanuino, fu sepolto accanto a lui, nella medesima fossa. Il terzo Maestro dell'Eremo di S. Maria fece trasferire le due salme nella chiesa dell'Eremo. Dopo la sua morte gli eremiti di Santa Maria della Torre, conforme un uso molto diffuso nell’epoca per i personaggi illustri, con una lettera circolare indirizzata alla Sede Apostolica e all’intera chiesa, annunciarono la morte di Bruno e chiesero suffragi. Il monaco incaricato di portare questa lettera alle comunità dei diversi paesi che potessero aver conosciuto direttamente o indirettamente il defunto, portava con sé pure un rotolo, costituito da una serie di pergamene tra loro cucite, della larghezza di 25 centimetri, racchiuse in un cilindro di legno o di metallo che veniva portato appeso al collo. In quella pergamena un monaco di Serra ha raccolto centosettantotto memorie funebri, i Titoli, che ci hanno tramandato dati preziosi sulla fisionomia spirituale di Bruno.

Il Papa Leone X autorizzò, il 19 luglio 1514, il culto di San Bruno, con una sentenza orale (vivae vocis oraculo), e il 17 febbraio 1623 Gregorio XV ne estese il culto alla Chiesa universale, da celebrarsi nell'anno liturgico il giorno 6 d’ottobre.  

 

Tentare di tracciare in poche righe il ritratto spirituale di un santo è certamente difficile, per cui dovremo limitarci a segnalare sommariamente i tratti fondamentali della fisionomia spirituale di San Bruno, prendendo come base soprattutto due sue lettere scritte nel periodo serrese, e conservate fino ai nostri giorni: una indirizzata all'amico Rodolfo il Verde e l'altra ai confratelli dell'eremo della Certosa francese. Questi due preziosi scritti ci rivelano il suo animo nella sua piena maturità, perché scritte negli ultimi anni della sua vita.

Anzitutto alla radice della vita spirituale di Bruno vi è un amore ardente ed esclusivo per Dio solo. È per amore e in uno slancio d'amore che Bruno e i suoi compagni fecero voto, nell'orto di Adamo, di abbracciare la vita monastica: «divino amore ferventes».

Da questo momento la ricerca esclusiva di Dio sarà il fine perseguito con fermezza da Bruno, sarà il filo conduttore di tutta la sua vita, per cui lascerà tutto ciò che riteneva potesse ostacolarlo in questo suo cammino. Questo spiega la sua scelta per la solitudine che egli vede come il luogo privilegiato dell'amore, dove l'anima può espandersi senza ostacoli, dove «si acquista quello sguardo pieno di serenità che ferisce d'amore lo Sposo celeste», e si vive nell'attesa di Dio «per aprirgli subito appena busserà». La solitudine è dunque per Bruno indissolubilmente legata all'amore: in essa il cuore acquista «quell'occhio puro e luminoso che vede Dio»; essa è il luogo della contemplazione, della beatitudine evangelica dei puri di cuore. Bruno è dunque modello di quella «verginità spirituale» che sarà tanto cara alla tradizione certosina e che consiste in una acuta nostalgia del divino che colma un'anima totalmente presa da Dio, e che attraversa il mondo alleggerita da tutto ciò che ingombra, per andare diritta al suo fine, con lo sguardo fisso in Dio, suo unico desiderio.

E lo sguardo di Bruno vede Dio soprattutto come bontà: «Vi può essere qualcosa di più buono di Dio? Anzi qual altro bene può esservi fuori di Dio solo? Perciò l'anima santa che in parte comprende ( ... ) la bellezza di detto bene, accesa di divino amore, esclama: l'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente». La bontà di Dio è dunque ciò che ha più di ogni altra cosa attirato e affascinato la sua anima, tanto che «traboccante dell’esperienza della bontà di Dio, è anch'egli un'anima di una estrema dolcezza», e le immagini della tenerezza materna e della mitezza dell'agnello saranno quelle che i suoi figli di Calabria useranno per descrivere la sua bontà, di essa parleranno parecchi titoli funebri, particolarmente quelli composti da coloro che avevano personalmente conosciuto Bruno.

Questa bontà e dolcezza sono indubbiamente la sorgente dello spirito di moderazione e di equilibrio che traspare dalla sua figura e che lui comunicherà alla sua famiglia religiosa, segno di un'anima pacificata e di un profondo ordine interiore. Così, pur vivendo una regola austera, egli non teme di godere delle bellezze della natura, perché sa che l'arco troppo teso diventa inutile, e per questo disapprova un'ascesi corporale che potrebbe compromettere la salute. Ma egli sa che questo equilibrio non è facile da ottenere: è il risultato di uno sforzo; la pace del cuore è il frutto di una continua lotta con se stessi, sostenuta per amore di Dio: «Dio rende ai suoi atleti, per la fatica della lotta, la ricompensa desiderata, la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo».

Questa gioia nello Spirito è un'altra caratteristica dell'animo di Bruno; è, possiamo dire, il tratto finale della figura di questo santo, il necessario coronamento del suo ritratto. Questa gioia brillava continuamente sul suo viso: «Aveva sempre il volto lieto», scrivevano i suoi figli di Calabria, annunciandone la morte. La gioia è presente in più punti della lettera a Rodolfo, e tutto il messaggio ai suoi figli di Certosa ne trabocca. Era la gioia di poter vivere senza riserve per Dio, di poterlo amare senza divisioni, era «la gioia divina che dona la solitudine e il silenzio dell'eremo a quelli che li amano» e che è conosciuta «solo da quelli che ne hanno fatto l'esperienza».  

 

 

Origine e sviluppo dell'Ordine

San Bruno non lasciò una regola scritta, né aveva la precisa intenzione di fondare un Ordine. Ha però il merito di avere dato alla piccola comunità di Certosa e a quella di Santa Maria del Bosco uno spirito e un orientamento che conferiranno un carattere specifico all’Ordine certosino. 

Bruno si sentì ispirato a imitare la vita solitaria semi-eremitica dei monaci anacoreti del Basso Egitto. Alla sua morte la comunità della Grande Certosa stava aumentando, come pure la fama del suo genere di vita in tutta la Francia.

A partire dal 1115, sotto il priorato di Guigo I, quinto priore della Casa Madre in Francia (1109-1136), cominciarono a sorgere le prime fondazioni. Verso il 1127 Guigo redige le «Consuetudini» che sono praticamente la veste legislativa del tipo di vita condotta da san Bruno e i suoi compagni. Il testo è approvato dal Papa nel 1133 e venne via via adottato dalle nuove fondazioni, i cui priori si riunirono per la prima volta nel 1140 alla Gran Certosa, durante il priorato di sant’Antelmo, per il primo Capitolo Generale a cui tutte le case, compresa quella di Certosa, affidarono per sempre le loro sorti, segnando così la nascita giuridica dell’Ordine Certosino. Verso la stessa epoca, le monache di Prébayon, in Provenza, decisero di abbracciare la regola di vita certosina.

Le fondazioni si susseguirono a ritmo crescente: alla fine del dodicesimo secolo si contavano 33 Certose; nel 1371 giunsero a 150, e nel 1521 arrivarono alla massima espansione con 195 Certose, presenti in tutte le Nazioni d’Europa, 39 case nella sola Italia.

Ma dall’inizio del secolo XVI l’Ordine assiste ad una costante e spesso violenta riduzione dei propri monasteri. Le guerre di religione soppressero nei paesi passati al protestantesimo una quarantina di Certose, prevalentemente negli stati nordici. L’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, sotto influsso dell’Illuminismo, soppresse tutte quelle dei suoi stati (Austria, Ungheria, Paesi Bassi, Lombardo - Veneto). La Repubblica di Venezia non tardò ad imitarlo. La rivoluzione francese chiuse ed alienò tutte le numerose Certose della Francia, e Napoleone quelle dei territori da lui occupati. Nel 1810 l’Ordine era quasi scomparso.

Dopo il periodo napoleonico fu ripresa lentamente la ricostruzione, che però non tardò ad attraversare nuove dure prove, con soppressioni e incameramenti di beni. La prova più grande fu quella dell’inizio del ventesimo secolo, quando in Francia le leggi antireligiose, avendo soppresso tutti gli ordini religiosi, costrinsero i certosini all’esilio. Anche dalla Gran Certosa, culla dell’Ordine, i figli di san Bruno furono espulsi con la violenza.

La Comunità della Gran Certosa ricomprò allora la Certosa di Farneta, presso Lucca, soppressa nel 1806 da Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, e ne fece la Sede Generalizia. Finalmente, nel 1940, il Padre Generale D. Ferdinando Vidal, con due monaci francesi, poté ritornare in Francia e stabilirsi di nuovo negli edifici della Gran Certosa, che resteranno per sempre proprietà del demanio.

 

L’Ordine è retto da un Capitolo Generale, composto da tutti i superiori delle certose, detti priori, che si riuniscono ogni due anni nella Casa Madre.  

Il priore della Gran Certosa assicura la continuità di governo tra un capitolo e l’altro; egli presiede il Capitolo Generale ed è il Ministro Generale di tutto l’Ordine. 

È eletto dai monaci professi della Gran Certosa, ma l’elezione deve essere approvata dai priori e dalle priore riuniti per l’occasione. Per dare esempio di stabilità, il Reverendo Padre Generale (così è chiamato soltanto il priore della Gran Certosa) non esce mai dei confini della sua casa. Ogni casa dell’Ordine è visitata ogni due anni da due priori scelti dal Capitolo Generale.

Attualmente nell’Ordine ci sono 16 certose maschili in Europa, una in USA, una in Brasile, una recente fondazione in Argentina (1997) e una ancora più recente (1999) in Corea. Ci sono pure 5 Certose femminili in Italia, Spagna e Francia, con l’intenzione di fondare una nuova Certosa.  

 

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