L'UOMO TRASFORMATO IN PREGHIERA:
IL NASCONDIMENTO IN DIO


 
 


Ci siamo nascosti nel deserto per divenire degli esicasti, uomini dell'interiorità, uomini unificati nell'intimo e pacificati per vivere, sull'esempio di Benedetto, "Sotto gli occhi di Colui che dall'alto ci guarda … sempre vigilando sul nostro cuore, sempre vedendosi davanti   agli occhi  del Creatore".

 

Abbiate dunque sempre queste pagine [della Bibbia] tra le mani. Il vostro cuore sia costan­temente occupato nella lettura dei divini volumi. Abitatele, fatene la vostra dimora, perseverate con tenacia, una tenacia vigilante e senza sosta.

 

O quale sublime spettacolo quando un fratello, chiuso nella sua cella, canta le salmodie notturne e, quasi sentinella davanti agli accampamenti di Dio, veglia di guardia la notte! Egli contempla nel cielo il corso degli astri, ma dalla sua bocca fluisce la sequenza dei salmi. E come sorgono e tramontano le stelle che, succedendosi nelle loro orbite, si avviano verso la luce del giorno, così la salmodia, procedendo dalle labbra del monaco come da oriente, si avvia a poco a poco al suo termine quasi di pari passo con gli astri.


 

Quando parliamo della nostra vita ai rari vi­sitatori dei nostri eremi, succede abbastanza di frequente che ci venga posta la domanda: "E quante ore di preghiera avete ogni giorno?". Io ho preso l'abitudine di rispondere: "Ventiquattro su ventiquattro". Per lo meno dovrebbe essere così. E aggiungo che per ogni cristiano vale il comandamento del Signore: "Pregate in ogni momento" (Lc 21,36).

Sì, effettivamente la "specialità" dell'eremi­ta, la sua "opera", è proprio questa preghiera pura e continua della quale parla Giovanni Cassiano, e che questi ci presenta come il fine di ogni vita monastica. E’ la contemplazione, è l'irruzione del Regno o meglio, secondo il pensiero di Paolo Giustiniani, l'ingresso nel Regno. Noi lo percepiamo bene, è molto di più della vita con Dio, della vita per Dio, ma è il vivere in Dio, il vivere Dio. Si pensi a ciò che Tommaso da Celano dice di san Francesco:

 

Non era tanto un uomo che prega, quanto piut­tosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente.

 

Tale è il sogno dell'eremita, il risultato di tutta una vita di fedele sottomissione allo Spirito santo, che è il "portiere del Regno".

Con l'abituale libertà con cui si esprimeva, la nostra sorella reclusa Nazarena (Suor Nazarena, Lettera 10 al padre spirituale) lo ricorda in modo molto forte:

 

In un ordine contemplativo come il nostro i contemplativi dovrebbero essere la norma, non l'eccezione.

 

Bisogna formare alla contemplazione. Altrimenti la gabbia camaldolese sarà abitata non da audaci aquilotti destinati a volare in alto, ma da piccole colombe pacifiche, passive, ca­paci di volare a fatica a non più di un metro da terra, per ricadere subito stanche e pesanti sul­la terra.

 

Nazarena ha saputo cogliere con forza che la finalità di un eremo non è né la penitenza, né il lavoro, né la clausura, ma proprio questa vita in Dio, questo vivere Dio che è nella logica del no­stro battesimo e del folle desiderio che il nostro Dio ha di comunicarsi a noi per divinizzarci, nel senso più forte del termine.

Tre testi biblici possono esserci di grande aiu­to per focalizzare questa contemplazione di Dio e conferirle la sua bella qualità cristiana. An­zitutto una parola del Deuteronomio, che d'al­tronde ritorna costantemente nell’insegnamen­to biblico: "Ricordati..." (Dt 8,2.18 e passim); in secondo luogo la raccomandazione di Gesù: "Vegliate e pregate in ogni momento" (Lc 21,36); e infine il sublime invito del discorso di Gesù nell'ultima cena: "Rimanete in me ... ri­manete nel mio amore " (Gv 15,4.10).

"Ricordati...".  I maestri di vita spirituale in­sistono molto, nella linea del Deuteronomio e dei profeti, sull'urgente necessità di custodire la memoria di Dio e delle meraviglie della sua misericordia nei nostri confronti. Siamo tutti degli smemorati, dei "distratti", dispersi nella molteplicità delle cose e delle attività terrene, così poco attenti a Colui che, solo, è, nel qua­le appunto abbiamo l'essere, la vita e il mo­vimento (cf. At 17,28), che ci avvolge con la sua presenza d'immensità, certo, ma più anco­ra nel profondo dell'anima con la sua presenza d'amore.

 

L'oblio - scrive Gregorio Sinaita - ha manda­to in rovina il divino ricordo che esisteva dal principio, oscurando i comandamenti e ha così lasciato l'uomo nudo di ogni bene.

 

E nella Scrittura leggiamo:

 

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto ... Egli dunque ti ha umilia­to, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto. Il tuo vesti­to non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant'anni (Dt 8,2-4).

 

Perché noi dimentichiamo tutta questa storia della misericordia nei confronti dell'umanità, e lasciamo cadere anch'essa nell'oblio! Abbiamo "il dovere di ricordare"! È proprio per questo che abbiamo preso le distanze dalla distrazione, dall'enorme cavalcata carnevalesca degli uomi­ni, ci siamo nascosti nel deserto per divenire degli esicasti, uomini dell'interiorità, uomini uni­ficati nell'intimo e pacificati per vivere, sull'e­sempio di Benedetto, "Sotto gli occhi di Colui che dall'alto ci guarda … sempre vigilando sul nostro cuore, sempre vedendosi davanti   agli occhi  del Creatore".

È appunto per custodire costantemente questa memoria di Dio che noi ci dedichiamo quotidia­namente alla lectio divina, che viviamo all'inter­no di quella tenda del convegno della quale par­la il libro dell'Esodo, là dove Dio si intratteneva con il suo servo Mosè, parlandogli faccia a fac­cia, bocca a bocca, come un uomo al suo ami­co" (Es 33,11).

L'eremita camaldolese è l'uomo della Bibbia, come lo fu Romualdo, come il bea­to fratello Paolo ci chiede di diventare. Quanto a Pier Damiani, egli scrive:

 

Abbiate dunque sempre queste pagine [della Bibbia] tra le mani. Il vostro cuore sia costan­temente occupato nella lettura dei divini volumi. Abitatele, fatene la vostra dimora, perseve­rate con tenacia, una tenacia vigilante e senza sosta.

 

Inoltriamoci incessantemente sempre più in profondità nei campi della Parola, muovendoci in essi con gioia. Si può correre in piena libertà attraverso gli spazi dei testi sacri. Grazie alle intuizioni dell'intelligenza mistica potremo an­zi accedere in certo qual modo fino alle cime delle rocce più ardue da scalare. Là godremo della dolce conversazione dei santi, della gioia serena del banchetto eterno.

 

Chi di noi, dopo alcuni anni di costante esplo­razione degli "scrigni dello Spirito santo" non gusta qualcosa di quella sorta d'incanto divino? "Ah, com'è bello il nostro Dio! - O Bonitas!".

 

Ma ecco il secondo testo proposto; sono pa­role del Signore stesso: "Vegliate e pregate in ogni momento". Mi domando se prendiamo ab­bastanza sul serio la nostra condizione di vian­danti, di pellegrini, di nomadi di Dio e dunque di sentinelle che vegliano in questo mondo effi­mero, che ha il diritto di chiederci: "Sentinella, quanto resta della notte?" (Is 21,1 i). Tale situa­zione di fatto rappresenta un costante appello a essere sempre di più, in tutto il nostro com­portamento, degli uomini liberi come lo sono i nomadi, ma allo stesso tempo cambia anche la nostra mentalità, che diventa quella di uomi­ni in attesa, in stato di veglia, che non dormono se non molto poco e anzi, come facevano i no­stri antichi padri, si levano nel cuore della notte per affrettare il ritorno, implorare l'ora - "Vie­ni, Signore Gesù!" -, e rimangono pronti ad ac­cogliere il Signore quando verrà. Gli antichi monaci, proprio come i nostri primi fratelli cri­stiani, invocavano con insistenza l'avvento del regno del loro amato Signore, e tale attesa era anzi una specie di ministero ecclesiale. Veglia­vano per custodire il soffio vitale della chiesa, sempre tentata in qualche misura di cercare un insediamento stabile in questo mondo. La loro vita era allora una preghiera continua di fron­te all'imminenza possibile del ritorno di Gesù nella gloria.

Tale preghiera continua dell'eremita è simile al respiro ansimante di certi animali assetati, a volte furiosi per la sete, che anelano a raggiun­gere finalmente la sorgente d'acqua viva. Pier Damiani canta:

 

O quale sublime spettacolo quando un fratello, chiuso nella sua cella, canta le salmodie nottur­ne e, quasi sentinella davanti agli accampa­menti di Dio, veglia di guardia la notte! Egli contempla nel cielo il corso degli astri, ma dal­la sua bocca fluisce la sequenza dei salmi. E come sorgono e tramontano le stelle che, suc­cedendosi nelle loro orbite, si avviano verso la luce del giorno, così la salmodia, procedendo dalle labbra del monaco come da oriente, si av­via a poco a poco al suo termine quasi di pari passo con gli astri.

 

Ma eccoci al nostro terzo testo: "Rimanete in me ... rimanete nel mio amore". Qui sen­tiamo bene di essere al cuore stesso della pre­ghiera continua dell'eremita. Essa è traduzione, espressione interiorizzata - d'altronde sempre più semplice - di un amore che è comunione, piena adesione, partecipazione alla festa trinita­ria.

La parola "dimorare" è, com'è noto, un ter­mine caratteristico della teologia giovannea. Es­sa indica a voler essere precisi la situazione del bambino nel ventre della madre. Non si tratta dunque semplicemente di una presenza dinan­zi a Dio, ma di una stretta e permanente dipen­denza vitale. Ed è proprio tale adesione inti­ma e permanente dell'anima dell'eremita a Dio il fondamento ontologico della preghiera conti­nua: "Io in te, tu in me", fino ad arrivare al so­lo "Tu" di san Francesco d'Assisi o del nostro fratello Paolo Giustiniani. Qualcuno di noi for­se ricorda il messaggio di Pio XII del 26 luglio 1958: "Questo è il cuore della vita contemplativa: dimorare in Dio nell'amore affinché Dio di­mori in noi". E il papa aggiungeva: "La nostra vita quotidiana non ha altro scopo che quello di introdurre la nostra mente e il nostro cuore a un'unione sempre più intima con il Signore".

Modello di una preghiera di questo tipo, sen­za parole, che non consiste in nient'altro che nel vivere Dio, è indubbiamente lo stesso Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? ... Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?" (Gv 14,9-10). Ora per grazia, anche noi, in qualità di amici e fratelli, partecipiamo a tale intimità: "Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo" (Lc 15,31). Così dunque l'eremita entra in questa preghiera continua di Cristo, in questo conti­nuo flusso e riflusso d'amore nello Spirito san­to. "Lo Spirito - scrive san Paolo  viene in aiu­to alla nostra debolezza" (Rm 8,26). Ebbene, noi che siamo eremiti, o che comunque voglia­mo diventarlo veramente, siamo dei privilegiati da Dio.

Se è vero che il luogo della preghiera è, per ciascuno, quello del suo ambiente di vita, l'ere­mo è quella terra d'elezione per antonomasia dove si può non soltanto vivere per Dio, vivere con Dio, ma vivere Dio.  La solitudine e la sepa­razione dal mondo, unitamente al silenzio che avvolge le nostre vite, sono condizioni quanto mai favorevoli per vivere nel raccoglimento pro­fondo. A questo si aggiunga anche la presenza dei nostri fratelli eremiti, nella misura in cui tutti, e ciascuno di loro singolarmente preso, so­no animati dallo stesso desiderio di unione con Dio e cercano in piena verità e semplicità il suo volto. Cassiano arriva a dire che il fine supremo al quale il monaco tende, il culmine della perfe­zione del suo cuore, è proprio l'unione di quest’ultimo al Signore.  

Forse non è superfluo ri­badire che il nostro travaglio, che talora è in­tenso, in sé non è per nulla di ostacolo a questa continua e pura preghiera della vigilanza e dell’amore. Più che le attività materiali, che spes­so anzi ci sono di aiuto per incontrare Dio, per essere con lui, sono proprio i "pensieri" che ci assalgono ciò che ci impedisce di pregare. Ecco dunque perché il nostro padre Romualdo rac­comanda: "Scaccia dalla memoria il mondo in­tero e gettalo dietro le spalle, vigila sui tuoi pen­sieri come il buon pescatore vigila sui pesci".  L'immagine usata da Romualdo è ricorrente nel­la tradizione, com'è noto. Così, leggiamo nella Scala paradisi di Giovanni Climaco: "Il monaco vigilante è un pescatore di santi pensieri, è  abi­le a scorgerli nella tranquillità della notte, e a prenderli".

Dal canto suo Evagrio afferma che “si tratta di discernere i pensieri che nascono nella nostra testa e che in se stessi sono orienta­ti alla preghiera ma che sono mescolati a pen­sieri cattivi”.

Dipende in gran parte proprio da noi determinare la qualità dei nostri pensieri e decidere se possono davvero trovare ospitalità nel nostro cuore. Infatti è nell'intimo del cuore che si rivela la qualità del nostro pensiero e del­la nostra preghiera. Prega continuamente colui che mantiene il cuore e l'immaginazione liberi da pensieri di collera, critica, sospetto, amarez­za, disprezzo del fratello. Nessuno può vivere in unione con Dio se, ad esempio, i suoi rappor­ti fraterni sono continuamente conflittuali o im­prontati a un freddo disinteresse. La carità fraterna, l'umiltà e l'obbedienza  sono altrettanto importanti quanto la silenziosa solitudine per condurre a buon fine la nostra vita contemplativa, possiamo esserne certi!

Scrive Thomas Merton:

 

Ben pochi sono quelli che si santificano nell'isolamento, ben pochi quelli che giungono alla piena   maturità cristiana  in una solitudine assoluta. Vivere con altri, imparare a dimenti­care noi stessi cercando di comprendere le lo­ro debolezze e i loro difetti, può aiutarci a ­diventare dei veri contemplativi: non vi è infatti mezzo migliore per sbarazzarci della freddezza, della durezza e della grossolanità del nostro egoismo radicato, che è un enorme ostaco­lo all'azione dello Spirito santo e alla luce che questi infonde in noi. Anche l'accettazione co­raggiosa di prove interiori in una solitudine as­soluta non può compensare del tutto l'opera di purificazione che si compie  in noi nell'umiltà e nella pazienza amando gli altri uomini nostri fratelli.

 

Allo stesso modo è superfluo ricordare che alla preghiera non si arriva immediatamente. Ci vogliono tempo, costanza, pazienza.  La sapien­za della tradizione ecclesiastica dice giustamente che la preghiera è impossibile se non ci si sfor­za di pregare in momenti determinati, che sono tempi forti quanto all'intensità e alla durata del­la preghiera. E penso che in       questa prospettiva sia da individuare uno dei significati dell'opus Dei, che scandisce ogni giornata passata all’eremo.  In se stesso il nostro ufficio liturgico, ce­lebrato con calma e sobrietà come hanno voluto i nostri anziani, è già preghiera continua; tutta­via sarebbe sbagliato ritenere che esso sia suffi­ciente per acquisire l'habitus dell'essere in Dio. Dio è tutto, l'unico omaggio che gli è adeguato è quello della totalità del nostro tempo. Ritiran­dosi nella solitudine l'eremita può rinnovare la propria preghiera con più facilità, anche senza celebrare le ore canoniche. Queste ultime, co­munque, "devono essere considerate come i pi­loni di un ponte gettato sul corso del tempo. Punti d'appoggio che hanno soltanto lo scopo di sorreggere la strada che oltrepassa il fiume e col­lega le due rive" (Adalbert de Vogùé).

Assodato che questo è veramente uno degli aspetti più pregnanti dei nostri momenti liturgi­ci dinanzi a Dio, possiamo comprendere meglio il significato di un'antica osservanza camaldole­se, che ci viene riferita dal beato Paolo Giusti­niani:

 

Si ritenga di somma importanza questo: an­dando in chiesa per la celebrazione dell'ufficio divino, nel tratto di strada dalla celletta alla chiesa o ritornando in cella dopo la celebra­zione, si osservi un assoluto silenzio. Uscendo dalla chiesa, dopo qualsiasi parte dell'ufficio divino, anche se in quel tempo non vi è obbli­go di silenzio, ciò nonostante ognuno entri diritto nella propria cella in pieno e inviolabile silenzio. A nessuno venga in mente, prima di entrare in cella, di parlare con qualcuno o di ri­volgere la parola ad altri.

 

Potrebbe sembrare un'irreggimentazione del­la vita che la complica inutilmente. In realtà vuole proteggere il fine della nostra vita eremi­tica, vale a dire la preghiera continua, l'esse­re in Dio. Le ore canoniche sono dei momenti d'amore e di lode di Dio. Sarebbe allora un con­trosenso approfittarne per chiedere qualche no­tizia, ad esempio, o discutere con i fratelli, an­che di cose che interessano l'andamento dell'e­remo. Se prima o dopo l'ufficio divino si cede facilmente alla voglia di parlare, l'effetto di quest’ultimo sarà praticamente nullo. Dubito che oggi sia per noi possibile mettere in pratica in modo puntuale questa osservanza, ma perché non provarci?

Infine vorrei osservare che se la preghiera con­tinua rappresenta l'ideale di ciascuno di noi sin­golarmente e di tutti quanti insieme, arrivarci è essenzialmente una grazia, un dono meraviglioso che Dio riserva in pienezza solo a qualcuno: si tratta di quei fratelli eremiti che chiamiamo "uomini di preghiera", voglio dire di fratelli che non soltanto pregano molto e volentieri, a vol­te anche nell'aridità e senza particolare soddisfazione, ma soprattutto di fratelli segnati profondamente dal loro contatto assiduo con Dio e irradianti fede, umiltà, interiorità, serenità e quella festa dell'intimo che risplendeva sul volto del nostro padre Romualdo. Ringrazio il Signore di aver potuto scoprire nei nostri vari eremi uomini di questo tipo, completamente trasfor­mati in preghiera. Oh, se tutti diventassimo co­sì! Non può che essere frutto di un'umile tena­cia nell'amore e dell'azione trasformante dello Spirito santo che ci insegna a gridare: "Abba, Abba! Padre, Padre!".

 

Tratto da Louis-Albert Lassus, ELOGIO DEL NASCONDIMENTO - ED. QIQAJON  COMUNITA' DI BOSE,  a cui si rimanda per l'approfondimento.