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SAN ROMUALDO
TRA ORIENTE E OCCIDENTE CRISTIANO

Difficile presentare una
personalità così complessa e inquieta, così creativa e insofferente come San
Romualdo di Ravenna, vissuto nel pieno delle turbolenze sociali e politiche del
passaggio di millennio. Il suo biografo, San Pier Damiano, nella "Vita del Beato
Romualdo", ad un certo punto (cap. 35) lo appella sterilitatis impatiens,
cioè uno che non si rassegna a vivere senza dar frutti.
Come delineare allora la figura di questo monaco un po' originale, che diventa
eremita itinerante a cavallo dell'anno Mille? Qualche decennio prima della
divisione della Chiesa di Roma da quella greca di Costantinopoli (1054),
Romualdo innesta sul tronco benedettino occidentale la tradizione monastica
orientale.
E' l'eredità più preziosa lasciata ai suoi discepoli da un monaco che, molto
presto, abbandona col consenso dell'abate il suo primo monastero, e conduce vita
eremitica attratto dalla spiritualità dei Padri del deserto e di Cassiano.
Romualdo, entrato ventenne a Sant'Apollinare in Classe (Ravenna), proviene da un
ambiente cittadino che nei secoli X-XI conserva ancora i riflessi della luce
d'Oriente nei magnifici mosaici delle chiese bizantine dei secoli V-VI.
Romualdo respira un clima religioso-culturale che lascia tracce profonde, anche
in un giovane senza studi regolari. In lui si risveglia soprattutto il desiderio
di conoscere alla sorgente la luce spirituale conservata nei colori, nei
personaggi e nelle composizioni dei mosaici. E' un orientale lumen che educa la
sua fede un po' rozza e ingenua e nutre, specialmente, la sua preghiera già
nella grande basilica di Sant'Apollinare in Classe, ove è appena sbocciata la
sua vocazione a farsi monaco. Tuttavia, paradossalmente, sarà all'estremo
occidente di allora, presso l'abbazia di Cuixà nei Pirenei, che Romualdo
imparerà a scoprire a fondo l'Oriente. Là, per circa dieci anni, studia e
approfondisce la dottrina spirituale dei Padri del deserto e del loro portavoce
principale in Occidente, Cassiano.
Soprattutto vive in prima persona l'esperienza di vita eremitica in una piccola
comunità organica con altri compagni, appoggiata strutturalmente alla grande
abbazia. Questa esperienza segnerà profondamente il futuro di Romualdo e il suo
modo di organizzare i vari nuclei di discepoli che si raggrupperanno intorno a
lui come a insigne maestro di vita monastica.
RADICAMENTO ECCLESIALE DELL'EREMITA
Romualdo, dunque, pur in
continuità con la tradizione benedettina, propone l'edificazione di un eremo
accanto al cenobio. E' il frutto di una duplice ispirazione: quella del
monachesimo antico, rappresentata dalla vita anacoretica egiziana e dalla laura
palestinese; e quella a lui contemporanea, costituita dalla multiforme gamma dei
movimenti spirituali "itineranti" presenti in Occidente nei secoli X-XI. Dalle
fonti - Vita del Beato Romualdo e Vita dei cinque fratelli - si legge che,
seppur in proporzioni diverse, tutte le nuove esperienze di vita solitaria
Romualdo le volle ancorare alla Regola di San Benedetto. L'intuizione di fondo
di questo tipo di eremo è una vera e propria sfida spirituale: coniugare la
libertà carismatica dell'uomo di Dio, dedito totalmente al Signore nella
solitudine, e il radicamento ecclesiale dell'eremita, ricollegandolo alla
Regola, all'obbedienza.
Com'è noto, molti anacoreti carismatici pullulano nell'Italia dei secoli X-XI.
Essi sognano di ritornare alla libertà spirituale dei primordi del monachesimo.
Non si sentono interpretati né da una Chiesa troppo compromessa col mondo
politico, né dalla vita "rilassata" di molti monasteri. In loro riemerge in modo
confuso la nostalgia "profetica" di una purezza originaria.
Romualdo non soffoca la creatività interiore di questo movimento anacoretico. La
reinserisce nella comunione ecclesiale mediante l'obbedienza, alla sequela di
Cristo. Radica così la vita monastica nel mistero del Verbo fatto carne, di cui
la Chiesa visibile è testimone. La duplice prospettiva, di monaco che coniuga la
tradizione d'Oriente e d'Occidente, e di padre che genera eremiti in comunione,
Bruno Bonifacio di Querfurt addita Romualdo (Vita dei cinque fratelli, cap. 2)
come "padre degli eremiti che vivono secondo la retta ragione, sotto la regola
monastica" (patrem rationabilium eremitarum, qui cum lege vivunt).
SPIRITUALITA' SALMICA
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Tra i tanti elementi assimilati da Romualdo dal patrimonio del monachesimo di Oriente, non si può fare a meno di citare la Piccola Regola d'oro. Giovanni, uno dei cinque fratelli martiri in Polonia, racconta di averla ricevuta dallo stesso Maestro Romualdo: Siedi nella tua
cella come nel Paradiso scordati del mondo e gettalo dietro le spalle. E' un testo dalle chiare ascendenze orientali, nello stesso tipico dell'esicasmo, l'attitudine di chi sta in silenzio di fronte a Dio. L'esperienza di preghiera mistica di Romualdo si fonde con la santità personale: perfetta compunzione del cuore e profonda intelligenza delle Scritture, specialmente dei Salmi (vedi i capitoli 9, 31 e 50 della Vita del Beato Romualdo). |
ANACORETISMO ITINERANTE
La testimonianza di
Romualdo si staglia come una permanente "rottura creativa", frutto di una
rilettura attenta ed incarnata della tradizione monastica. Accanto al cenobio
l'eremo e accanto alla vita eremitica il desiderio del martirio, che prefigurerà
poi la strada all'evangelizzazione. Così, accanto all'attento discepolo dei
Padri del deserto, capace di rielaborare in modo personale la loro sapienza
spirituale, troviamo anche l'erede naturale del monachesimo anglo-germanico,
evangelizzatore dell'Europa nei secoli VI-VIII con le sue ascendenze celtiche.
A questo possiamo infatti far risalire il suo "anacoretismo itinerante", di
scandalo per diversi benpensanti nell'ambito monastico ed ecclesiastico del suo
tempo (veniva scambiato per monaco "girovago").
San Pier Damiano sente allora il bisogno di giustificarlo a più riprese, come
"obbedienza allo spirito", che ne rendeva feconda l'azione. Emerge così quel
triplex bonum (eremo-cenobio-martirio) che nasce in Romualdo e nei suoi primi
discepoli non tanto da una riflessione teorica sulla vita monastica, ma dal suo
stesso carisma, come diretto dono di grazia dello Spirito. Lo si potrebbe
definire carisma monastico aperto, che verrà a qualificare i camaldolesi
nel corso dei secoli fino ad oggi.
La Congregazione Camaldolese dell'Ordine di San Benedetto (riconosciuta sin dal 1104) si ritiene erede della tensione vitale di San Romualdo e si presenta oggi quale comunione feconda tra carisma e istituzione, tra vita eremitica e vita cenobitica, tra intensa ricerca di Dio e calda umanità ricca d'amicizia e di cultura, tra solitudine e presenza alla Chiesa e alla società, quale testimonianza di un amore indiviso a Dio e all'uomo fino al dono totale di sé.
Bibliografia:
TH. MATUS, Alle origini di Camaldoli, San Romualdo e i cinque fratelli,
Ed. Camaldoli 1996.
E. BARGELLINI, Camaldoli tra Oriente e Occidente, in Monaci e Missione, a
cura di E. Fazzugra, I. Gargano, Verrucchesso (Roma) 1999.
Musica:
IGNAZIO DONATI (1575 ca. - 1638), Inclina mater. Brano tratto dal CD
'Il Codice Nn di Fonte Avellana' (Arch. di Fonte Avellana) - 1999 Rugginenti
Editore