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IL MISTERO DELLA VITA CERTOSINA

Separazione dal mondo
I
primi monaci certosini «seguivano il lume dell'oriente, ossia di quegli antichi
monaci che, ardenti d'amore per il ricordo del Sangue del Signore versato di
recente, popolarono i deserti per professarvi la vita solitaria e la povertà di
spirito. Bisogna quindi che i certosini, calcando le loro orme, dimorino come
loro in un eremo sufficientemente remoto dalle abitazioni degli uomini; ma
soprattutto bisogna che si rendano essi stessi estranei anche alle
preoccupazioni mondane».
Secondo la tradizione dei Padri del deserto la ricerca dell'unione con Dio, nel
modo più diretto possibile, richiede normalmente la separazione dal mondo. La
pace esteriore della solitudine protegge la pace interiore del cuore. Così il
monastero è costruito lontano da abitazioni, e ciascun monaco vive solo in cella
all'interno della cinta muraria, astenendosi da ogni ministero, escluso quello
della preghiera. Questo costituisce per il certosino un'esigenza che gli Statuti
esprimono con forza: «Essendo il nostro Ordine totalmente dedito alla
contemplazione, è necessario che conserviamo in modo assolutamente fedele la
nostra separazione dal mondo. Ci asteniamo perciò da qualsiasi ministero
pastorale, pur nell'urgente necessità di apostolato attivo, per adempiere nel
Corpo mistico di Cristo la nostra funzione specifica».
Guigo, il monaco a cui lo Spirito ha affidato la missione di redigere la prima
regola dei certosini, da parte sua ha celebrato al seguito di tutti i Padri le
ricchezze spirituali offerte al solitario: «Sapete infatti che nell'Antico e
soprattutto nel Nuovo Testamento quasi tutti i più grandi e profondi segreti
furono rivelati ai servi di Dio non nel tumulto delle folle, ma quando erano
soli. Gli stessi servi di Dio, tutte le volte che li accendeva il desiderio di
meditare più profondamente qualche verità o di pregare con maggiore libertà o di
liberarsi dalle cose terrene con l'estasi dello spirito, quasi sempre evitavano
gli ostacoli della moltitudine e ricercavano i vantaggi della solitudine (…)
considerate voi stessi quanto profitto spirituale nella solitudine trassero i
santi e venerabili padri Paolo, Antonio, Ilarione, Benedetto e innumerevoli
altri, e avrete la prova che nulla, più della solitudine, può favorire la
soavità della salmodia, l'applicazione alla lettura, il fervore della preghiera,
le penetranti meditazioni, l’estasi della contemplazione e il dono delle
lacrime».
Esodo nel deserto
«Lasciare il mondo per dedicarsi nella solitudine ad una preghiera più intensa,
non è altro che un particolare modo di esprimere il mistero pasquale di Cristo,
che è una morte per una resurrezione».
La Sacra Scrittura presenta l'Esodo
attraverso il deserto come l'evento principale della storia d'Israele. Sotto la
guida di Mosè gli ebrei uscirono dall'Egitto; e dopo aver attraversato il Mar
Rosso, vissero quaranta anni nel deserto. Non mancarono le prove, ma giunti nel
cuore del deserto, al Sinai, Dio si manifestò in modo straordinario e concluse
con loro un'alleanza.
I Padri della Chiesa e tutti i
monaci hanno visto nell'Esodo una prefigurazione dell'itinerario mistico
dell'uomo alla ricerca di Dio.
Guigo nel suo elogio della vita
solitaria ha ricordato al certosino l'esempio dei grandi contemplativi della
Bibbia, che nella solitudine hanno vissuto il mistero dell'incontro con Dio:
Giacobbe, che lottò solo con l'Angelo e ricevette la grazia di un nome migliore;
Elia, che visse per lungo tempo nel burrone di un torrente e marciò quaranta
giorni e quaranta notti fino all'Oreb dove Dio si manifestò a lui in una brezza
leggera; Eliseo, che amava ritirarsi in preghiera nella camera al piano
superiore preparata dalla sunammita; e soprattutto Giovanni Battista, che è
considerato come il patrono degli eremiti.
Lo stesso Gesù ha cercato la
solitudine: subito dopo il suo battesimo nel Giordano fu condotto nel deserto
dallo Spirito Santo; ed in molti episodi dei vangeli lascia la folla e si ritira
solo sulla montagna per pregare; un giorno invita i suoi apostoli ad andare in
disparte in un luogo solitario; infine solo sulla croce, abbandonato da tutti,
si offre al Padre per la salvezza del mondo.
Il monaco, seguendo Cristo nel
deserto, partecipa al mistero che riconduce nel seno del Padre il Figlio
crocifisso e resuscitato dai morti. Nella solitudine egli compie un vero Esodo
spirituale, in cui dalla morte sgorga una nuova vita.
Solitudine della cella
La
clausura nel cui interno si pone il monastero è per il certosino il segno
visibile della sua separazione dal mondo. Al di fuori dello spaziamento
settimanale il monaco non è autorizzato a uscire dalla casa, salvo in rari casi
e per una reale necessità. Lo stesso priore della Gran Certosa, pur essendo
superiore generale dell'Ordine, non oltrepassa mai i limiti del suo deserto.
Tuttavia è soprattutto nel segreto
della loro cella che i padri vivono la loro vocazione di solitari; mentre i
fratelli la vivono in parte nella cella e in parte nelle obbedienze dove essi
lavorano. Ciascuno ha così la sua propria solitudine nel seno di un monastero,
che è esso stesso solitario.
Gli
Statuti ricordano a tutti che la cella è un luogo privilegiato di unione con
Dio: «Il nostro impegno e la nostra vocazione consistono principalmente nel
dedicarci al silenzio e alla solitudine della cella. Questa è infatti la terra
santa e il luogo dove il Signore e il suo servo conversano spesso insieme, come
un amico col suo amico. In essa frequentemente l'anima fedele viene unita al
Verbo di Dio, la sposa è congiunta allo Sposo, le cose celesti si associano alle
terrene, le divine alle umane». Anche le obbedienze di lavoro sono separate le
une dalle altre come le celle, e sono organizzate affinché si salvaguardi il più
possibile la solitudine. In tal modo la solitudine è adeguata alla situazione di
ognuno.
I
Padri del deserto hanno celebrato a gara i benefici della fedeltà alla cella,
dove il solitario, secondo un'immagine usata da loro e ripresa dagli Statuti
Certosini, si trova come un pesce nell'acqua. Guglielmo di Saint-Thierry scrisse
ai certosini di Mont-Dieu: «la cella non deve esser mai una reclusione forzata
ma una dimora di pace; la porta chiusa non nascondiglio ma ritiro. Colui con il
quale Dio è, infatti, non è mai meno solo di quando è solo. Allora infatti gode
liberamente della propria gioia; allora egli stesso è suo per godere di sé e di
sé in Dio».
Il silenzio
Silenzio e solitudine vanno di pari passo, poiché il primo protegge la
solitudine interiore e favorisce il raccoglimento: «Solamente colui che ascolta
nel silenzio percepisce il mormorio del vento leggero che manifesta il Signore».
I
certosini sono dei fratelli che vivono fianco a fianco nel silenzio, rispettando
reciprocamente il loro colloquio interiore con Dio. Grande è la virtù del
silenzio. «Benché nei primi tempi tacere possa essere una fatica, gradualmente,
se saremo stati fedeli, dallo stesso nostro silenzio nascerà in noi l’attrattiva
verso un silenzio ancora maggiore». L'incontro dell'anima con Dio avviene al di
là di ogni discorso, in un semplice scambio di sguardi: linguaggio dell'amore
che non è altro che il linguaggio dell'eternità.
«Noi riconosceremo la qualità della parola divina, quando consacreremo il tempo in cui non abbiamo da parlare ad un silenzio privo di preoccupazioni e accompagnato da un'ardente ricordo di Dio». Vi è infatti un silenzio interiore che è ben più difficile della semplice assenza di parole. Esso consiste nel distaccarsi da pensieri erranti che penetrano nel cuore attraverso l'immaginazione. I Padri del deserto a questo riguardo mettevano i loro discepoli in guardia, e cercavano al di sopra di tutto la purezza di cuore, ossia l'amore di Dio preferito ad ogni altra cosa. Come scrisse uno di essi, Cassiano: «In vista dunque della purezza di cuore tutto deve essere compiuto e inteso da noi. Per essa deve essere cercata la solitudine.... Pertanto le virtù che vi si accompagnano, e cioè i digiuni, le veglie, la solitudine, la meditazione delle Scritture, ci conviene esercitarle in vista dello scopo principale, vale a dire della purezza di cuore, che è la carità».
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Fratelli in Cristo
Lo scopo di tutta la vita monastica è la perfezione dell'amore di Dio. Ma il
Cristo ci ha insegnato che non si possono separare l'amore di Dio e l'amore
del prossimo; l'uno e l'altro si approfondiscono insieme. Tutta la vita
cristiana, e dunque anche la vita certosina, comportano una dimensione
fraterna. Durante l'ultima cena Gesù ha detto: «vi do un comandamento nuovo:
amatevi gli uni gli altri. Come io vi ho amato, così anche voi amatevi gli
uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete
amore gli uni per gli altri».
L'apostolo San Giovanni, indirizzandosi alle prime comunità cristiane, fa
eco alle parole del suo Maestro: «Ecco il comandamento che abbiamo ricevuto
da Lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello... Carissimi, amiamoci gli
uni gli altri, perché l'amore viene da Dio. Chiunque ama è generato da Dio e
conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore..... Se
ci amiamo gli uni gli altri Dio dimora in noi e il suo amore è perfetto in
noi.... Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».
Come già detto, i certosini formano una famiglia; essi sono dei solitari che
vivono come dei fratelli riuniti attorno a Cristo presente in mezzo ad essi.
Solitudine e vita fraterna si equilibrano mutuamente: una solitudine che non
è isolamento o ripiegamento su sé stessi, ma desiderio di Dio e comunione
dei santi; una vita comunitaria che non è né libero sfogo né ricerca di
compensazioni affettive, ma ricerca delle esigenze dell'amore, se c'è
bisogno fino alla croce.
Nella vita concreta del certosino non mancano le occasioni di mettere in
pratica la carità fraterna, dal semplice sorriso, quando capita di
incontrare un fratello con cui non si è potuto rompere il silenzio, fino ad
altri momenti in cui la carità può rivelarsi più difficile, poiché l'amore
vero esige sovente la rinuncia a se stesso: «Se non siamo d'accordo con un
altro, sappiamolo ascoltare, e cerchiamo di capire il suo modo di vedere....
di certo conviene in modo tutto speciale a noi, che dimoriamo nella casa del
Signore, testimoniare la carità che procede da Dio, accogliendo
amorevolmente i fratelli coi quali conviviamo e sforzandoci di comprenderne
con il cuore e la mente i temperamenti e i caratteri, sebbene diversi dai
nostri». All'interno di una vera solitudine il certosino conosce la gioia di essere unito a dei fratelli con legami di reciproco affetto; così da poter cantare con il salmista: «Quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!».
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Il monaco «non può entrare nella quiete contemplativa, se non dopo essersi
cimentato nello sforzo di una dura lotta, sia mediante le austerità nelle
quali persiste per la familiarità con la Croce, sia mediante quelle visite
con le quali il Signore lo avrà provato come oro nel fuoco… lungo è il
cammino attraverso brulla e riarsa strada prima di arrivare alle fonti
d'acqua e alla terra promessa». Perché il monaco possa pervenire all'unione
intima con Dio, il suo cuore e il suo spirito devono essere purificati nel
crogiolo dell'ascesi.
Prove spirituali
Anche se non si può fare di meglio che evocarle, si offrono prima di tutto
ed eminentemente le prove interiori, spirituali, che Dio riserva e
proporziona a ciascun’anima in modo particolare. Il monaco, con la sua
professione si è affidato rimettendo totalmente la sua vita al buon volere
di Dio. D'altronde il ritirarsi dal mondo e l'assenza di un ministero
possono condurlo ad una vita a volte molto dura, privata di ogni
consolazione sensibile riguardo ai suoi frutti; a volte le stesse sue
condizioni concrete immergono in afflizioni e abbandoni che sarebbe molto
delicato sostenere in altre circostanze. Ma il solitario sa riconoscere che
ogni pena è dono della grazia e invito all'amore vero.
Austerità
Le varie osservanze previste dalla regola sono generalmente assunte senza
particolari difficoltà. E tuttavia all'occasione nondimeno possono
rappresentare una reale prova, offerta di tutta una vita.
L'interruzione del sonno, ad esempio, può diventare motivo di disagio,
fatica e insonnia. Fare un solo pasto al giorno (con solo un po' di pane la
sera) durante la grande quaresima monastica dall’Esaltazione della Croce (14
settembre) fino a Pasqua, astenersi dai latticini durante l'Avvento e la
Quaresima, contentarsi di pane ed acqua un giorno alla settimana, non
mangiare mai carne e non prendere nessuna colazione al mattino: questo fa
parte del regime a cui il certosino si sottomette per procedere con più
alacrità sul cammino tracciato da Gesù Cristo.
Le altre condizioni di vita - clima, ambiente, abbigliamento, riscaldamento,
ecc. - mettono ugualmente alla prova, anche per la loro essenzialità o
rudezza. Le celle, dove solo il cubicolo è realmente abitabile, in genere
non offrono una spaziosa vista, se non un pezzo di cielo e il muro della
cella vicina.... Lontano dalle creature è necessario levare il proprio
sguardo verso il Creatore.
La solitudine, la beata solitudine, certi giorni può essere molto dolorosa:
in assenza di ogni scappatoia, per valida che sia (di distrazione, avrebbe
detto Pascal), il monaco è lasciato di fronte a se stesso in una povertà e
nudità spesso radicali. Poiché in definitiva non sono tanto il quadro e il
genere di vita che mettono alla prova, quanto piuttosto ciò che essi
rivelano ad ognuno: i propri deserti e le proprie miserie.
Ascesi dello spirito
Vivere nella solitudine alla ricerca di Dio solo non concede molte
soddisfazioni alla natura umana; chiede piuttosto una grande spoliazione a
livello dello spirito e del cuore.
Il monaco rinuncia a tutto ciò che renderebbe vana la clausura esterna del
monastero: evita le visite di parenti ed amici (dalla regola sono previsti
due giorni all'anno per i parenti più prossimi); salvo necessità si astiene
dal comunicare per lettera o per telefono con le persone esterne; non legge
libri profani, e ancor meno le riviste e i giornali che possono turbare il
suo silenzio interiore. Gli Statuti dell'Ordine Certosino vietano
esplicitamente la presenza di radio e televisione nei monasteri.
Virtù evangeliche
Il certosino dunque, in parte
controcorrente in una società dove regna la triade avere-sapere-potere,
riprende il cammino delle virtù evangeliche, altro modo di chiamare
l'ascesi. Umiltà, povertà, castità, obbedienza, pazienza, temperanza, e al
di sopra di tutto la carità: ecco ciò che nello scorrere dei giorni egli
apprende o riapprende alla scuola dello Spirito Santo.
Tra tutte queste virtù conviene sottolineare il posto privilegiato
dell'obbedienza. Secondo la parola di una grande figura del deserto, «noi
preferiamo molto di più l'obbedienza all'ascesi, perché l'ascesi è maestra
d'orgoglio, mentre l'obbedienza è messaggera di umiltà». In effetti
l'obbedienza, prima ancora delle diverse pratiche di penitenza, è per il
monaco la traduzione nel vissuto quotidiano della rinuncia alla propria
volontà. Certo tutti i religiosi fanno voto di obbedienza, ma il monaco
solitario deve essere particolarmente fedele a tale impegno, poiché più
grande è per lui il rischio di divenire maestro di se stesso. Attraverso la
mediazione del priore, testimone e garante dell'opera dello Spirito in
coloro che sono a lui affidati, e di una saggia guida spirituale, egli si
aprirà e si offrirà docilmente all'azione dello Spirito Santo.
L'ascesi sarà di ben poca utilità se non scava e libera uno spazio aperto ad
un incontro, se non conduce all'uomo nuovo, ricreato secondo Dio.
Il certosino sa che non può “possedere” Dio, in una preghiera continua, se
prima non si lascia spossessare da Lui, divenendo sempre più spogliato di
tutto, distaccato da tutto. Povero per Dio, egli allora sarà ricco di Dio.
Liberato da Dio, Egli diventa libero per Lui ed in Lui.
Saggezza e moderazione
In materia di ascesi la regola dei certosini rende prova di una grande
saggezza. Da una parte prevede che si possano accordare le dispense
necessarie, quando un monaco si rende conto che l'una o l'altra osservanza
supera le sue forze e ostacola il suo slancio verso il Signore al posto di
favorirlo. D'altra parte - e questo merita di essere sottolineato - questa
regola vieta ogni modifica ulteriore fatta all'insaputa del priore e senza
la sua approvazione.
Contrassegnata dalla saggezza e dalla moderazione l'ascesi certosina sa
eludere le trappole e gli eccessi che ne rovinerebbero la virtù: il fermarsi
nell'autocompiacimento di sé, o il cadere nello scoraggiamento per chi non
può compierla. L'ascesi al contrario cerca di liberare il monaco dalla
tirannia dell'io e dalle tendenze egoistiche del cuore umano per favorire il
dischiudersi di un amore vero. Gli ricorda anche la sua fragilità che lo
invita ad appoggiarsi su Dio solo, in una più umile fiducia.
L'ascesi poi come identificazione e partecipazione all'amore di Gesù
crocifisso è allo stesso tempo partecipazione al Cristo resuscitato per la
potenza dello Spirito Santo. Solo lo Spirito ha il potere di dare la vita,
solo Lui purifica e libera, ricrea l'uomo a immagine del Figlio, per farne
un essere di desiderio, totalmente abitato, trasfigurato e avvolto
dall'amore di Dio.
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Le parole di San Bruno
«Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio
dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno
fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi
quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli
delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si
conquista quell'occhio il cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo, e per
mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio
laborioso e si riposa in un'azione quieta. Qui, per la fatica del
combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la
pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.
Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente
alla natura umana quanto l'amare il bene? E che cosa altro è tanto bene
quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l'anima
santa, che, di questo bene, in parte percepisce l'incomparabile dignità,
splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d'amore dice: L'anima mia ha
sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di
Dio?».
Così si esprimeva Bruno, il primo certosino. Parole folgoranti che, per
tutti coloro di cui è il padre, tratteggiano e illuminano il cammino della
contemplazione; ma anche parole disincantate, visto che non fanno che aprire
l'orizzonte su un mistero insondabile e ineffabile. Ciò che è chiesto è di
procedere sempre più lontano, sempre più in alto, sempre più in profondità.
Trasformazione dell'uomo
Impiantato nel terreno della certosa, l'uomo, umile seme, pesantezza più che
grazia, ombra più che luce, quando non sia dura pietra, ossa inaridite,
sepolcro imbiancato, si trova a poco a poco ricreato, restaurato ad immagine
e somiglianza del suo Creatore e Salvatore. Non solo guarito interiormente e
purificato, per giungere nella verità allo stato di uomo perfetto, nella
pienezza della statura di Cristo; non solo radicato in un'esperienza di
morte e resurrezione, di offerta nella preghiera, di esistenza eucaristica,
perché il mondo abbia la vita; ma ancor più spiritualizzato e divinizzato
nell'intimo dell'anima e del corpo, per essere pura offerta totalmente
gratuita all'immensità dell'amore.
Di fronte ad una tale misura, come non riascoltare le parole di colei che
per prima, per la sua umiltà, ha ricevuto l'annunzio?
«Com'è possibile?»
Umiltà nel constatare che niente di umano è proporzionato a questo dono, non
certamente per conquistarlo, ma neanche solo per accoglierlo.
«Tesoro in vasi di creta». Il segreto della contemplazione non sta forse nel
riconoscere dapprima la nostra povertà, e poi di abbandonarci nelle mani del
nostro Padre? Poiché tutto viene da Lui e per mezzo di Lui, la nostra sola
opera sarà di credere, di avere fiducia nella sua smisurata tenerezza, di
renderci disponibili perché realizzi nel più intimo del nostro essere il suo
disegno d'amore. Egli attende soltanto che liberiamo il cuore da tutto ciò
che non è Lui, per versarvi i torrenti della sua vita divina.
Il Cristo
Gesù Cristo è «la via, la verità e la vita».Nessuno va al Padre senza
passare attraverso di Lui, poiché «non vi è altro nome dato agli uomini
sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati». Di fatto
la Parola che ha spiegato i cieli si è come nascosta nella carne di un
popolo, fino a farsi essa stessa carne, per abitare in mezzo a noi. «Ciò che
noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò
che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, questo vi
annunziamo!». Il Figlio nella sua carne ci rivela il Padre e fa di noi dei
figli.
«Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai
rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te».
Più noi siamo uniti a Cristo per mezzo della forza dei sacramenti e della
fedeltà nella preghiera, e più, per Lui, con Lui ed in Lui, penetriamo
nell'intimità del Padre.
Ascolto nel silenzio
Per disporsi ad un tale incontro niente è più importante di rimanere
nell'ascolto. Divenire silenzio nell'ascolto del silenzio, al fine di
percepire nel cuore di esso la voce dell'amato.
«Dio conduce il suo servo nella solitudine per parlargli al cuore, ma
solamente colui che ascolta nel silenzio percepisce il mormorio del vento
leggero che manifesta il Signore. Abbia dunque familiare quel tranquillo
ascolto del cuore che lascia entrare Dio da tutte le porte e da tutte le
vie. Così, purificato dalla pazienza, consolato e nutrito dall'assidua
meditazione delle Scritture, e introdotto dalla grazia dello Spirito nelle
profondità del suo cuore, il monaco diverrà capace non solo di servire Dio,
ma di aderire a lui».
Mistero di ascolto, mistero di fede, mistero dello Spirito. Lui che condusse
Gesù nel deserto e lo fece esultare di gioia, Lui per il quale l'amore di
Dio è stato versato nei nostri cuori, e viene in soccorso della nostra
debolezza perché non sappiamo come pregare, e ci insegna a dire: «Abbà!
Padre!».
Purificato, vivificato, fortificato per mezzo dell'amore di Cristo,
rianimato, sospinto dal soffio dello Spirito, abbracciato nel desiderio dal
Padre.... il monaco solitario entra in comunione con il Dio tre volte santo,
partecipa allo scambio ineffabile di conoscenza e di amore che è la vita
delle persone divine nella Trinità. Tutta la sua esistenza non diventa altro
che stupore davanti alla bellezza infinita, immutabile e trascendente di Dio
nell'immensità del suo amore.
Semplicità
Desiderare, contemplare, accostare il Dio tre volte santo, eterno ed
insondabile, richiede una perseveranza a tutta prova, che non dispensa
assolutamente dall'invocare il Signore della tenerezza e della misericordia.
Di fatto per vivere negli anni un'esistenza fondata sulla sola
contemplazione è necessario che questa vita sia improntata ad una grande
semplicità.
Lontano da ogni genere di complessità, di molteplicità e di dispersione, il
solitario si attiene con forza all' «unico necessario». Egli ordina con
equilibrio ed armonia tutte le cose all'unione con Dio, applicandosi
serenamente al compito di ogni momento. L'alternanza di vita solitaria in
cella e di vita comunitaria, di preghiera personale e liturgica, di studio e
di lavoro manuale, come anche la differenza tra la sobrietà quotidiana e la
letizia dei giorni di festa, lungi dall'essere fonte di dispersione, fanno
della vita certosina un insieme sapientemente costruito, dove ogni elemento
riceve piena forza e valore solo se visto nella totalità.
Con un cuore semplice e uno spirito purificato, il monaco si sforza di
fissare in Dio i suoi pensieri e le sue emozioni, al fine di divenire una
dimora tranquilla dello Spirito, un tempio abitato dalla Maestà divina, alla
quale tutto si consacra con amore.
La stessa esortazione si traduce concretamente in qualche consiglio pratico;
come quelli dati dal certosino Lanspergio: «Dimora assiduamente nel tuo
santuario interiore. Non ti dare a nessuna cosa con eccesso, contentati del
semplice uso delle cose presenti, di cui devi occuparti quando questo è
necessario, senza attaccarvi il tuo cuore. Rimetti poi a Dio ogni evento,
triste o gioioso, stai senza molteplicità, affinché anche Dio stia a te
presente. Non vagabondare di qua e di là. Ritorna senza sosta alla
solitudine, alla conversazione interiore. Colui che tu cerchi sia il tuo
pensiero continuo, e se ti capita di patire, continua il tuo cammino.
Ritorna così sempre nell'interiorità dove la Verità stessa è presente. Farai
in modo di non arrivare mai al ribollire inconsistente delle parole.
Custodisci dunque il silenzio, dimora nella pace, sopporta tutto, abbi
fiducia in Dio, fa ciò che è nelle tue possibilità, e presto riceverai una
luce meravigliosa per conoscere le strade così perfette della vita
interiore».
«In cella - dicono gli Statuti - la nostra attività scaturisca sempre come
da una sorgente interiore, sull'esempio di Cristo, che opera sempre con il
Padre, di modo che il Padre, dimorando in lui, compia egli stesso le opere.
Così seguiremo Gesù nella sua umile e nascosta vita di Nazaret, sia pregando
il Padre nel segreto, sia lavorando al suo cospetto in spirito di
obbedienza».
Pace e gioia
Consacrare tutta la propria vita a Dio nella contemplazione è sorgente di
pace e di gioia sempre nuove. Tale è stata l'esperienza di San Bruno, che,
secondo la testimonianza dei suoi figli, aveva sempre il viso in festa.
Nella sua lettera alla comunità della Certosa egli apre la sua anima
traboccante di gioia e invita i suoi fratelli ad unirsi al suo canto di
esultanza:
«Veramente esulto e mi sento portato a lodare il Signore..... Gioite dunque,
fratelli miei carissimi, per la felicità che avete avuto in sorte e per
l'abbondanza della grazia di Dio verso di voi. Gioite, poiché siete sfuggiti
ai molteplici pericoli e naufragi di questo mondo sballottato dalle onde.
Gioite, poiché avete guadagnato il tranquillo e sicuro rifugio di un porto
ben riparato».
Guigo, da parte sua, scrive ad un amico:
«è veramente beato colui che sceglie di vivere umile e povero nel deserto,
che ama meditare con applicazione nel riposo, e desidera dimorare così
solitario nel silenzio..... La vita povera e solitaria, dura nel suo
principio, facile nel suo corso, diviene celeste nel suo termine».
Coloro a cui capita di incontrare dei certosini restano generalmente
impressionati da questa nota caratteristica della vita certosina. Un
pellegrino giunto alla Gran Certosa nel 1785 annota: «tutto mi ha dato un
piacere profondo e calmo. Le agitazioni umane non salgono affatto lassù. Ciò
che non dimenticherò mai è la contentezza celeste visibilmente dipinta sui
volti di quei religiosi. Il mondo non ha idea di questa pace.... La si
avverte, ma non si può definirla questa pace che voi guadagnate».
Dieci secoli più tardi gli fanno eco le parole del papa Giovanni Paolo II
durante la visita qui a Serra: «dai vostri volti si vede come Dio doni la
pace e la gioia dello Spirito Santo, come mercede a chi ha abbandonato ogni
cosa per vivere solo di Lui e cantare in eterno il suo amore... Nella pace e
nel silenzio del monastero si trova la gioia di lodare Dio, di vivere di
Lui, in Lui e per Lui».
Il riposo contemplativo
Il riposo, tanto bramato da Bruno e Guigo, è ben distinto dal sonno e dal
rilassamento come la vita contemplativa lo è dall'inerzia e dalla comodità.
Esychia per i greci, quies per i latini, il riposo
contemplativo è come la parola d'ordine di tutti i cercatori di Dio, dai
Padri del deserto via via fino ad attraversare tutto il monachesimo.
Questa quiete è ogni volta condizione e risultato dell'unione con Dio nella
contemplazione: rifiuto di idee vaganti e di fantasie, assenza di pensieri e
preoccupazioni.... serenità, tranquillità interiore, pace del cuore....
quella pace di cui il Cristo risuscitato era pervaso e che lasciò ai suoi
amici.
Un maestro spirituale del sec. XI ha lasciato questa testimonianza: «ci sono
molti modi di contemplazione in cui l'anima pia si diletta in te, o Cristo.
Ma in nessuno di essi l'anima mia si diletta più di quello in cui,
abbandonate tutte le cose, essa porta verso di Te, Dio solo, lo sguardo
semplice di un cuore puro. Quale pace, quale riposo, quale gioia gusta
allora l'anima applicata a Te!.... Quando essa medita e ripete la tua
gloria, il tumulto dei pensieri cessa, tutto tace, tutto è tranquillo: il
cuore è ardente, lo spirito nella gioia, la memoria vigilante,
l'intelligenza luminosa, e tutto lo spirito infiammato dal desiderio della
visione della tua bellezza si vede trasportato nell'amore delle realtà
invisibili».
La quies è il coronamento del cammino del monaco che si sforza di
vivere nella fedeltà la sua ricerca di Dio. Allora «L'anima del monaco sarà
come un lago tranquillo le cui acque, scaturendo dalla purissima fonte dello
spirito e non essendo agitate dall’ascolto di nessun rumore venuto
dall’esterno, riflettono, quale nitido specchio, la sola immagine di
Cristo». |