Serafino di Sarov

Scritti spirituali

Canone della preghiera

 

    SCRITTI SPIRITUALI E INSEGNAMENTI

Dio è un fuoco che riscalda e infiamma il cuore e la carne. Quando nei nostri cuori sentiamo il gelo di Satana, poichè Satana è il gelo incarnato, allora gridiamo al Signore. Il Signore viene e riscalda le nostre anime con un amore perfetto non solo per lui ma anche per tutti i nostri fratelli. E colui che incarna il gelo spirituale, non appena vede il riflesso in noi di questo fuoco d'amore, scompare all'istante perché non può che odiare il bene.

Lì dov'è Dio, il Male non ha più spazio. Tutto ciò che viene da Dio è salutare e utile all'anima umana; tutto ciò che viene da Dio la conduce ad un rigoroso giudizio su se stessa e la porta così all'umiltà.

Dio ci rivela il suo amore; non soltanto quando facciamo il bene, ma anche quando lo offendiamo e lo irritiamo con i nostri errori. Con quanta pazienza sopporta le nostre mancanze. E quando castiga, con quanta misericordia lo fa!

Il nostro primo dovere è quello di credere in Dio, « credere che esiste e che ricompensa quelli che lo cercano » (Eh 11,6). La fede è il primo legame che ci unisce a Dio. Chiunque ha la vera fede è una pietra d'angolo nel tempio di Dio. E' predestinato nel cielo all'opera di Dio Padre, per la potenza di Gesù Cristo e prima di tutto per la sua morte sulla croce; è innalzato verso Dio con l'aiuto della grazia dello Spirito santo.

« Come il corpo senza l'anima è morto, così la fede senza le opere è morta » (Gc 2,26). Le opere della fede sono: carità, pace, pazienza, misericordia, umiltà, accettazione della croce e vita in unione con lo Spirito santo. La vera fede, la fede autentica non può esistere senza le opere buone; chiunque crede con sincerità, deve anche compiere opere di bene.

Tutti coloro che vivono con una salda speranza in Dio sono innalzati fino a lui ed è elargito loro lo splendore della luce eterna. La speranza vera cerca soltanto il Regno di Dio e sa che la Provvidenza provvederà sempre a tutte le necessità della vita temporale. Il cuore dell'uomo non troverà mai riposo se non può fissarsi e vivere in questa speranza.

Chiunque conosce il perfetto amore di Dio non ha più legami con la vita terrena; per lui essa ha cessato di esistere. Le cose visibili gli sono diventate estranee e pazientemente aspira all'invisibile. L'amore di Dio lo trasfigura e lascia perdere dietro a lui tutto quello che tenta di incatenano.

Chiunque ama se stesso non può amare Dio. Ama Dio solo chi, per amore verso Dio, non ama più se stesso. Chiunque ama Dio nella verità si considera come uno straniero, un pellegrino in questa terra, perchè nella sua fretta di andare verso Dio, nella sua anima e nel suo spirito non vede null'altro all'infuori di Dio. L'anima che in tal modo conosce la pienezza dell'amore di Dio, nel momento in cui lascia il corpo non teme il principe dell'aria (Satana), ma s'innalza, accompagnata dagli angeli, come se da una terra straniera raggiungesse la sua patria.

L'uomo deciso a seguire la via della santa temperanza deve prima di tutto essere animato dal timore di Dio, che è inizio di ogni sapienza. E bene che nel suo spirito restino impresse le parole profetiche: « Servite Dio con timore, baciate i suoi piedi con tremore »(Sai 2,11-12). Avanzi e progredisca con la massima prudenza e il più profondo rispetto per tutto ciò che è santo, senza mai allentare il suo sforzo. Altrimenti potrebbe correre il rischio di vedere compiere in lui ciò che Sta scritto: «Maledetto colui che compie fiaccamente l'opera del Signore » (Ger 48,10).

Ci sono due specie di timore; se non vuoi fare il male, temi il Signore e fuggi il male. Ma se vuoi fare il bene, temi il Signore e fa' il bene.

Nessuno può giungere al timore di Dio senza liberarsi prima da ogni preoccupazione temporale. Solo quando il nostro spirito è distaccato da tutte le preoccupazioni di quaggiù, il timore di Dio può animano e lo guida all'amore della grazia del Signore.

Acquisisce la grazia di Dio solo l'uomo che si sottrae totalmente al mondo, che concentra tutti i suoi pensieri e i suoi sentimenti per sprofondarsi nella contemplazione di Dio e nell'estasi della pace promessa ai santi di Dio.

Non si può assolutamente rinunciare al mondo e conoscere la contemplazione spirituale se si resta nel mondo, perché finché le passioni non sono state calmate, l'anima non può trovare la pace. Ora, le passioni non vengono per nulla meno finché ci lasciamo assalire da tutto quello che le eccita.

Per ottenere la piena libertà nei confronti delle passioni, perché l'anima si ritiri completamente in se stessa, è indispensabile esercitarsi costantemente al raccoglimento dello spirito e alla preghiera.

Questo rientrare dell'anima in se stessa è una croce sulla quale l'uomo deve stendersi con le sue passioni e i suoi desideri.

Per ricevere e sentire in sé la luce del Signore, bisogna sottrarsi il più possibile a tutte le cose visibili. Quando, in una fede intensa nel Crocifisso, si è riusciti a purificare la propria anima con la penitenza e le opere buone, bisogna chiudere i propri occhi di carne, far scendere la mente nel cuore e invocare incessantemente il Nome di nostro Signore Gesù Cristo: « Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me! » Allora, a seconda della misura del proprio slancio e del proprio amore

per il Diletto, nell'invocazione del suo Nome l'uomo trova un rapimento che suscita in lui la volontà di ricercare l'illuminazione suprema.

Quando per molto tempo la meditazione si applica a questi sforzi e quando il cuore ha trovato il silenzio, allora la luce di Cristo comincia a brillare e rischiara il tempio dell'anima, come a nome di Dio ha scritto il profeta Malachia: « Per voi che temete il mio Nome si leverà il sole di giustizia ».

Questa luce è la vita: « Di ogni essere essa era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Gv 1,4).

Quando l'uomo contempla in sé la luce eterna, il suo spirito èpuro e distaccato da ogni immagine terrena. Immerso nella visione dei beni increati, dimentica tutto l'universo sensibile, si augurerebbe di non vedere più se stesso, ma di perdersi profondamente nel cuore dell'universo, per conservare per sempre l'immagine di Dio sua unica salvezza.

Per gli ultimi otto anni di padre Serafim si ha qualche perplessità nell'usare il termine di starcestvo. Da molto tempo aveva sorpassato i limiti stessi di quell'universo di carità e dedizione di cui aveva intessuto la sua esistenza. Ormai era l'incarnazione del Giusto, di colui che, sulle soglie dell'indicibile mistero, getta un ponte tra la terra e l'al di là.

Per i fedeli non era già più un uomo come gli altri, ma un santo del cielo trattenutosi nella sua dimora corporea per amore dei peccatori. E quando compresero che il santo starets si preparava alla beatitudine eterna, non provarono alcun dolore, ma piuttosto una gioia sconfinata, sicuri com'erano di trovare in lui un intercessore presso il trono di Dio. La sua morte non era una conclusione, una fine. Fino all'ultimo, diede loro la testimonianza tangibile dei suoi doni miracolosi, dispensati così largamente nel corso della sua vita. Fino all'ultimo, malati e afflitti andarono a pregarlo di aiutarli e ricevettero i suoi benefici.

Per più di un mezzo secolo, il santo starets aveva operato per la gloria di Dio. Ora aveva 72 anni. Le sue forze, prodigate senza risparmio, declinavano lentamente. Solo il suo spirito manteneva in lui, viva, la fiamma dell'amore di Dio. Solo di rado la­sciava il monastero per ritirarsi nella sua capanna della foresta, lontano dai supplicanti le cui visite gli pesavano sempre di più. Riceveva solo i malati, che guarì ancora in gran numero.

Più volte gli capitò di annunciare la sua prossima fine.

« Sono alla fine, dovrete imparare a fare a meno di me». Voleva impiegare i pochi giorni rimastigli per restare solo davanti a Dio. Passava la maggior parte del tempo in preghiera. Il viso luminoso, le mani alzate: perduto in una preghiera silenziosa, sembrava appartenere a un altro mondo.

« Quale gioia, quale estasi si impadronisce dell'anima quando, lasciato il corpo, gli angeli le vengono incontro per portarla davanti al volto dell'Altissimo. Quando sarò morto, venite sulla mia piccola tomba. Venite solo quando ne avrete il tempo, ma il più spesso possibile. Qualsiasi peso avrete nel cuore, se sarete malati o afflitti, venite da me e portate la vostra pena sulla mia povera tomba. Inginocchiatevi e raccontatemi tutto, come se fossi ancora tra di voi. Vi ascolterò e la vostra preoccupazione sparirà subito, vedrete. Per voi vivrò ancora, per voi vivrò per sempre ». Così parlava allora il pio starets.

Il primo giorno dell'anno 1833, una domenica, assistette per l'ultima volta alla santa liturgia. Per tutta la giornata lo si sentì cantare nella sua cella inni pasquali. Per tre volte tornò al piccolo angolo di terra che aveva scelto per la sua tomba. L'indomani, all'ora della liturgia dell'alba, fu trovato nella sua cella davanti all'icona della Madre di Dio detta della « Tenerezza ». Era come se fosse caduto a terra, in ginocchio con le braccia incrociate sul cuore e il volto luminoso. Gli occhi erano chiusi come se si fosse addormentato profondamente.

Il pio starets era ormai entrato nella vita eterna.

     Con la Chiesa ridiciamo questa preghiera al santo starets: « Beato Serafim, tu che fin dalla giovinezza sei vissuto in Cristo, tu la cui anima ebbe il solo desiderio di servire Lui, l'Unico, nelle tue sofferenze e nelle tue costanti preghiere; tu che hai operato per noi; tu che hai saputo accendere nei cuori pentiti l'amore di Cristo; tu che sei stato l'eletto che la Madre di Dio prediligeva; per questo noi ti supplichiamo, o santo padre Serafim: ottienici con le tue preghiere la salvezza eterna ».

 

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