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Michael Plekon
“LO SPIRITO PREGA IN NOI”

PREGHIERA DEL CUORE, LITURGIA
E VITA CRISTIANA
“Io canto a Dio fin che vivrò”
La preghiera di Gesù estende l’ufficio e la divina liturgia lungo tutto il resto del giorno e della notte.
Quando qualcuno ha riconosciuto lo Spirito santo, la preghiera cessa, poiché lo Spirito subentra, pregando nella sua vita, rendendo tutta la sua vita preghiera.
“Acquisire lo Spirito santo è tutto l’intento della vita cristiana”
“Se uno è salvato”, diviene cioè santo, “migliaia intorno a lui saranno salvati”.
Il
vero fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito santo di Dio.
Quanto alla preghiera, il digiuno, le veglie, l’elemosina e ogni altra buona
azione fatta in nome di Cristo, sono solo mezzi per acquisirlo
...
E’ certo che ogni
buona azione fatta in nome di Cristo conferisce la grazia dello Spirito santo,
ma la preghiera lo fa più di ogni altra cosa, essendo sempre a nostra
disposizione. Potresti per esempio aver voglia di andare in chiesa, ma la chiesa
è lontana oppure sono finite le funzioni; potresti aver voglia di fare
l’elemosina, ma non incontri nessun povero oppure non hai spiccioli in tasca
...
forse vorresti
trovare qualche altra buona azione da fare in nome di Cristo, ma non hai
abbastanza forze, oppure non ti si presenta l’occasione. Niente di tutto questo
invece tocca la preghiera: tutti hanno sempre la possibilità di pregare,
il ricco come il povero, il nobile come la persona qualsiasi, il forte come il
debole, il sano come il malato, il virtuoso come il peccatore (1).
Il santo non è un superuomo,
ma uno che ha scoperto e vive la sua verità di essere liturgico. La più bella
definizione dell’uomo ci proviene dal culto liturgico: l’essere umano è l’uomo
del Trisaghion e del
Sanctus:
“Io canto
a Dio fin che vivrò”
...
Non basta avere la
preghiera, occorre diventare, essere preghiera, preghiera incarnata. Non basta
aver dei momenti di lode, bisogna che tutta la vita, ogni atto, ogni gesto,
perfino il sorriso del volto umano, diventi canto di adorazione, offerta,
preghiera. Offrire non tanto ciò che si ha, quanto ciò che si è
...
L’uomo è
carismatico proprio per corrispondere alla sua vocazione di essere liturgico,
egli che porta in sé i doni dello Spirito, anzi lo Spirito stesso: “Avete
ricevuto il suggello dello Spirito santo
...
[voi] coloro che
Dio si è acquistato, a lode della sua gloria” (Ef 1,13-14)
La miglior evangelizzazione del mondo, la testimonianza più efficace della fede
cristiana è questo canto liturgico pieno, la dossologia che ascende dalle
viscere della terra e in cui spira il possente soffio del Paraclito che converte
e risana (2).
Nel giorno del giudizio non mi chiederanno se ho svolto per bene gli esercizi di ascesi, quante prostrazioni fino alla vita o fino a terra ho fatto, ma mi chiederanno se ho nutrito gli affamati, se ho vestito gli ignudi, se ho fatto visita agli ammalati e ai prigionieri. E vorranno sapere solo questo (3).
Da molti (4), la
“preghiera del cuore” o “preghiera di Gesù” viene compresa come una
pratica di devozione personale, una risposta all’ammonizione paolina di “pregare
incessantemente”, una preghiera che viene detta con le labbra ma che discende
dalla mente nel cuore. La nostra preghiera deve infine divenire parte di noi a
tal punto che il nostro stesso respiro, il vivere stesso diventa preghiera.
Tuttavia, gli aspetti personali e interiori di tale preghiera non sono mai
separati dalla preghiera liturgica e dalla vita. Padre Job Getcha l’ha
recentemente preso in esame nella sua dissertazione di dottorato (5). Egli
dimostra che la preghiera del cuore non dovrebbe essere considerata come
un’alternativa preferibile all’ufficio o alla divina liturgia; che gli altri
elementi dell’ascesi, come il digiuno e la vita eremitica, non sono in
contraddizione con il ricevere la comunione e con la preghiera liturgica comune.
Egli sostiene piuttosto il contrario, che cioè tali forme di preghiera si
completano e si sorreggono l’una l’altra. La preghiera di Gesù estende l’ufficio
e la divina liturgia lungo tutto il resto del giorno e della notte. Le
letture dalla Scrittura, i salmi e le intercessioni dell’ufficio divino, come
pure l’azione della liturgia eucaristica, nutrono la rimanente vita di
preghiera. Non esiste opposizione tra la preghiera del cuore e quella liturgica,
non più di quanta ve ne possa essere tra preghiera e servizio, contemplazione e
azione.
Voglio ora guardare alle vite e ascoltare le parole di tre santi del nostro
tempo, che hanno mostrato come l’integrazione della preghiera nella nostra
esistenza faccia della vita, secondo l’espressione di san Giovanni Crisostomo,
una “liturgia dopo la liturgia”; quella che mat’ Marija chiama una
“liturgia fuori dal tempio”, la celebrazione del “sacramento del fratello,
della sorella, del prossimo”. Queste tre “icone viventi” fanno da ponte tra il
mondo del XIX secolo e il nostro tempo: san Serafim di Sarov (1759-1831),
Paul Evdokimov (1900-1969) e santa Marija Skobcova (1891-1945)
(6).
Questi tre non si soffermano
sulle tecniche della preghiera di Gesù, ma tutti l’hanno praticata, insieme al
culto liturgico e a un intenso servizio del loro prossimo.
Serafim è certamente il santo russo più popolare. Ieromonaco a Sarov, egli fu
anche eremita, per un certo periodo recluso e, negli ultimi anni della sua vita,
uno straordinario
starec. Capace di
leggere i cuori della gente, il suo volto luminoso mostrava come lo Spirito
dimori in noi. Era un guaritore dotato, un”icona” della vita spirituale, come lo
ha chiamato Evdokimov. Radicato nella vita cristiana della tradizione, si
muoveva costantemente al di là degli status, delle attività e dei confini
tradizionali.
Paul Evdokimov e mat’ Marija facevano parte entrambi dell’emigrazione russa in
Francia, membri dell’esarcato del metropolita Evlogij. Evdokimov era nella prima
classe che si diplomò all’Istituto Saint Serge, studente di padre Sergij
Bulgakov. Liza Pilenko
— la futura mat’
Marija
— emigrò con la madre,
il suo secondo marito e tre figli. Scrittrice e artista dotata, così come anche
una delle prime donne a frequentare i corsi dell’Accademia teologica di San
Pietroburgo, era inoltre attiva nella vita politica: sfuggì per poco alla pena
capitale da parte sia dell’Armata rossa che di quella bianca. In anticipo di
molti anni rispetto al suo tempo, fu sindaco effettivo della sua città natale di
Anapa sul mar Nero, poco più che ventenne vide pubblicate le sue opere poetiche
e infine si immerse nel servizio sociale dei suoi compagni di emigrazione. Con
l’incoraggiamento del metropolita Evlogij, ricevette la tonsura per una vita
monastica “nel mondo”, cosa che ricorda molto le sorelle della comunità di
Marta e Maria a Mosca sotto la guida di Elizaveta Fedorovna. Mise in piedi delle
case di accoglienza, a Parigi e nei dintorni, per gli anziani, i senza tetto, i
disoccupati e i bisognosi. Al cuore di ciascuna di esse c’era una cappella;
alcuni esemplari dei paramenti, dei drappi e delle icone che ella ricamò e
dipinse per queste cappelle sono stati conservati dalla parrocchia di San
Serafim a Parigi, e anche da Hélène Arjakovskij-Klépinine e da padre Sergij
Hackel. Lei e Paul Evdokimov furono tra i fondatori del Movimento degli
studenti cristiani russi, cui egli prestò per primo il servizio di segretario.
Nelle foto di incontri e ritiri di questo e altri gruppi, come la fraternità di
Santa Sofia e l’Azione ortodossa, si vede mat’ Marija con il metropolita
Evlogij, con i benefattori americani Paul Anderson e John Mott, con il suo padre
spirituale Sergij Bulgakov, e con altre figure guida della “Parigi russa” come
Nikolaj Berdjaev, Vasilij Zen’kovskij, Georgij Fedotov, Nikolaj Afanas’ev, e
specialmente Konstantin Moculskij, Il’ja Fundaminskij e padre Lev Gillet,
Kiprian Kern e Dimitrij Klepinin, i suoi cappellani (7).
Durante l’occupazione nazista, mat’ Marija diede rifugio nei suoi ostelli a
ebrei e altri ricercati dalla Gestapo. Padre Dimitrij fornì molti di loro di
certificati di battesimo e li inserì nei registri della parrocchia annessa
all’ostello di rue de Lourmel 77. Infine i due, insieme al figlio di lei, Jurij,
e al collega Il’ja Fundaminskij, furono arrestati dalla Gestapo per il loro
servizio alle vittime del Reich, e morirono tutti in campi di concentramento.
(Questi quattro, con padre Aleksij Medvedkov, un prete emigrato a Ugine, sono
stati canonizzati nel 2004 dal sinodo del Patriarcato ecumenico e dalla
loro diocesi in Francia).
Non soltanto mat’ Marija raccattava cibo tra i rifiuti del mercato a Les Halles
e raccoglieva offerte di pane e vestiario; ottenne anche cure mediche,
formazione e lavoro, persino sussidi alimentari governativi per la sua mensa,
con cui nutrire tutti coloro che pativano la fame nel vicinato durante
l’occupazione. Inoltre, proseguì un’attiva vita intellettuale, partecipando a
molte conferenze e incontri con Berdjaev, Fedotov, Bulgakov e altri, scrivendo
testi per il teatro, poesie, dozzine di articoli per Put’ e altre
riviste.
Sempre durante l’occupazione nazista, Paul Evdokimov collaborava con la
resistenza francese per nascondere le persone inseguite dalla Gestapo e, per
quasi un decennio dopo la guerra, egli diresse gli ostelli gestiti da un’agenzia
ecumenica
(CIMADE)
per la cura
dei poveri, dei rifugiati e bisognosi. In qualità di teologo laico ben formato e
ricco anche di esperienza nel lavoro pastorale e di servizio, arrivò infine a
insegnare a Saint-Serge, all’Institut catholique e all’Ecumenical center a
Bossey; fu uno degli osservatori ecumenici al Vaticano II e divenne una voce
importante della chiesa ortodossa in occidente. Fu uno dei fondatori del
movimento giovanile ortodosso internazionale Syndesmos. I suoi studi
spaziavano largamente: i contributi storici dei teologi russi, la comprensione
che la chiesa orientale ha della Madre di Dio e dello Spirito santo, la teologia
delle icone, la preghiera e le celebrazioni liturgiche, il significato dei padri
e del monachesimo per la società moderna, e in special modo la vocazione di
tutti i battezzati e le maniere in cui la santità trova modelli e forme
peculiari nella vita moderna; questi non sono che alcuni dei doni del suo
insegnamento offerti alla chiesa e al nostro tempo. Le opere dei suoi maestri e
amici, i padri Bulgakov e Afanas’ev, i professori Anton Kartasev, Olivier
Clément e Nikos Nissiotis, sono tutte presenti nei suoi scritti insieme alla sua
singolare coscienza di persona di preghiera, di “essere liturgico”, testimone di
Cristo nel mondo e nella chiesa.
Serafim di Sarov: una vita di preghiera
Nel
XIX secolo, la figura
di san Serafim di Sarov brilla luminosa, un autentico serafino, una fiamma di
fuoco nel buio e nel gelo, come lo ha descritto
Julia de Beausobre. Dalla
collezione dei suoi detti edita e censurata da
Filaret di Mosca, traluce ancora qualcosa della sua
personalità creativa e peculiare, come pure dal ben noto resoconto del
suo incontro nello Spirito con l’amico Nikolaj Motovilov.
Anche le Cronache delle monache del monastero
di Diveevo conservano qualcosa dei suoi tratti
inusuali (8). Per Serafim, lo Spirito era calore in un mondo divenuto
freddissimo. Riguardando alla sua figura nel contesto
storico, a dispetto delle immagini popolari molto amate di lui che dà da
mangiare al suo orso nero, che cammina ingobbito appoggiandosi a un manico
d’ascia, che sta inginocchiato in preghiera sulla roccia per mille giorni e
mille notti, san Serafim rifugge al venire
imprigionato dalla pietà popolare, proprio come rifiutava di essere catturato
nei diversi status e ruoli che ha ricoperto nella sua vita. Egli era una
luce in mezzo alla foresta, in una chiesa profondamente bisognosa di
rinnovamento, in un tempo di grande fermento
culturale, in una società attraversata da interrogativi politici.
Donald Nicholl racconta
come più di un secolo dopo la sua morte, e decenni dopo la chiusura del
monastero di Sarov, la gente portasse rami dì abete,
in prossimità della ricorrenza della sua festa, nel museo dell’ateismo, situato
in epoca sovietica nella chiesa della Madre di Dio di
Kazan’ a Leningrado (9). Lo facevano perché sapevano per istinto che le
sue reliquie si trovavano lì. E quando infine l’epoca sovietica giunse al
termine, quelle reliquie vennero effettivamente
riscoperte e riportate a Sarov, la sua casa spirituale.
San Serafim sembra avere incarnato in sé molti elementi della tradizione, non
soltanto della vita e della pietà ecclesiale ma della cultura russa.
Purtuttavia Paul Evdokimov
(10), come anche altri biografi, in modo particolare Irina
Gorainoff e
Donald
Nicholl osservano che nella sua
personalità, nei suoi atti e nelle sue parole egli si distacca dalle forme
consuete, previste,
ribalta gli stereotipi e i miti che la “spiritualità” porta con sé. Non
sorprende il fatto che egli sia stato così amato da
tanti dei protagonisti dell’emigrazione russa a Parigi. San Serafim affiora tra
le impegnative pagine teologiche di Sergij Bulgakov, come in La sposa
dell’Agnello, quale esempio dell’umanità divina all’opera in una persona.
Serafim gioca un ruolo di primo piano in Le età della
vita spirituale di Evdokimov, e nel suo studio,
tuttora penetrante, della santità nella chiesa orientale. Serafim si staglia per
la sua volontà di seguire lo Spirito attraverso una regolare vita cenobitica
fino alla vocazione di eremita, agli anni di
reclusione, a un ministero di consolazione dei sofferenti e di cura spirituale
delle comunità femminili di Diveevo. La persistente
critica della sua personalità e delle sue attività da parte dei vescovi locali,
del suo igumeno Nifont, di
altri membri della comunità monastica di Sarov, come pure da parte
dell’invadente Ivan Tichonovic, il quale cercò di
assumere il controllo delle comunità di
Diveevo già durante gli ultimi anni di Serafim, e
poi dopo la sua morte, il lavoro editoriale compiuto da
Filaret di Mosca nel pubblicare i detti di Serafim, l’avere con ogni
probabilità sfumato certi dettagli della sua vita, suggeriscono il disagio con
cui Serafim veniva considerato. A dispetto di un culto
popolare imponente
— molte
icone, pellegrinaggi alla sua tomba, guarigioni, preghiere
— ci volle la
pressione da parte dei Romanov, Nicola e Alessandra,
per arrivare alla decisione a favore della canonizzazione di Serafim nel luglio
del 1903.
Vi sono numerosi eventi che attestano la sua insolita personalità e
attività spirituale. La sua iniziale invisibilità nella comunità di Sarov
cedette il passo alla notorietà legata al suo comportamento da recluso, al
suo insolito abito, alle istruzioni dettagliate da
lui fornite per la costruzione di chiese, del mulino, del sentiero della
Vergine a Diveevo, per
non parlare delle guarigioni di Michail
Manturov e di Motovilov
da disturbi evidentemente psicosomatici, e di conseguenza della relazione tra
lui e questi due compagni. Ci sono le relazioni calorose, e per qualcuno
scandalose, con le monache di Diveevo, il suo
dirigere la loro esistenza materiale e spirituale fino ai dettagli della
preghiera, del vestiario e del lavoro. Il celebre episodio ricordato da
Motovilov illustra riccamente sia la personalità
che la posizione di Serafim. In un nevoso pomeriggio
d’inverno, in un campo fuori dal suo eremitaggio
nella foresta di Sarov, Serafim non soltanto permise a
Motovilov di vedere i luminosi risultati dell’essere alla presenza di
Dio, in comunione con lui, ma lo mise anche in grado di partecipare egli stesso
a tale esperienza. La natura quanto mai inusuale di
questo “incontro” e l’ancor più radicale contenuto di ciò che Serafim avrebbe
detto vengono spesso trascurati anche oggi.
Serafim ha enfatizzato il carattere assolutamente universale della
santità. Chiunque può acquisire lo Spirito santo. Non è il risultato
del dire tante preghiere, accendere candele, osservare i digiuni, partecipare a
numerose funzioni. Tutte queste attività non hanno che uno scopo: permettere che
lo Spirito ponga la sua dimora in noi. Dio desidera profondamente la santità
di ogni persona. Che uno sia
monaco, che sia un ministro ordinato, un laico, ricco o povero, celibe o
sposato: niente di tutto ciò conta. Motovilov
ha descritto una luce quasi accecante, un calore nonostante il freddo invernale,
una fragranza stupenda e, soprattutto, inenarrabile gioia e pace, proprio il
frutto dello Spirito secondo Paolo (cf. Gal
3,22).
San Serafim
estende la possibilità della vita nello Spirito a
ogni persona, in ogni situazione sociale. Qualsiasi prestigio dovuto a
status, ordinato o monastico che sia,
viene cancellato. Spariscono anche gli stereotipi
riguardanti quale aspetto abbia la santità, quali pratiche ascetiche
siano necessarie. Egli mantiene tutte le regole
monastiche e le tradizioni ecclesiali, tuttavia la sua vita
e le sue parole rendono chiaro che questi non sono che mezzi in vista
di un fine, e mai un fine in loro stessi. Quando
qualcuno ha riconosciuto lo Spirito santo, la preghiera cessa, poiché lo Spirito
subentra, pregando nella sua vita, rendendo tutta la sua vita preghiera.
“Acquisire lo Spirito santo”, egli diceva, “è tutto l’intento della vita
cristiana”, e “se uno è salvato”, diviene cioè santo,
“migliaia intorno a lui saranno salvati”. Ogni persona era la
sua “gioia”, ogni persona, non importa quanto fosse
disperata, era illuminata dallo Spirito. Nessuna meraviglia che il suo saluto,
per tutto l’anno, fosse: “Cristo è risorto”.
Guarito miracolosamente per opera della Madre di Dio
nell’infanzia, e di nuovo più tardi salvato da un attacco brutale di ladri,
destinatario di numerose visite da parte di lei e di altri santi che
continuamente dicevano: “E uno di noi”, spettatore di visioni di Cristo durante
la liturgia: la biografia di Serafim si presenta come un’agiografia. Molti
dettagli sembrano creati in conformità ai classici modelli
di santità monastica. Guardiamo, però, gli
importanti dettagli di differenziazione.
Serafim vestiva
come i contadini della zona, con un camiciotto grezzo, sandali di corteccia
di betulla in estate,
stivali e cappotto in inverno. Ma indossava
rjasa,
copricapo, stola e
polsini quando andava alla comunione durante la liturgia nella chiesa del
monastero. Accendeva migliaia di candele nella sua cella per
coloro che venivano a chiedere guarigione, ma
anche strofinava olio santo sulle loro braccia e gambe, dava a ognuno pane, vino
e acqua, in un’estensione dell’eucaristia, addirittura un’immagine delle
moltitudini nutrite da Cristo nel deserto. Coltivava da sé le verdure che
consumava, tagliava la legna, ripuliva la boscaglia,
esattamente come i fattori del posto e i primi monaci. Manteneva
una regola di preghiera e
viveva pressoché letteralmente nelle pagine della Bibbia.
Nelle Cronache e in altre fonti i visitatori, dai bambini piccoli ai
giovani adulti inquieti, vengono sollecitati a
leggere i vangeli insieme a lui. I racconti parlano del risentimento della
comunità monastica per le centinaia di visitatori quotidianamente in
fila per vederlo. Le testimonianze riportano che
veniva gente di ogni tipo, senza che nessuno venisse
respinto. In definitiva, egli non si conforma del tutto nitidamente alla
categoria del santo monaco. San Serafim non
corrisponde a nessun cliché
di prete, asceta monastico, perfino di starec o padre spirituale, ma,
muovendosi attraverso queste figure, sembra trascenderle tutte. Egli si
allontana dalla vita monastica comunitaria per vivere nella solitudine
dell’eremo. Ma anche dopo essere ritornato nella sua
cella in monastero, la porta rimane chiusa per tutti, persino per i suoi
confratelli. Poi però la porta
viene aperta per non più chiudersi. Avendo “fuggito il mondo”, egli
apparteneva al mondo e attraverso di lui,
dapprincipio con molta riluttanza,
anche il monastero veniva aperto al mondo, prefigurando la meravigliosa apertura
degli starcy di
Optina, di santa Elizaveta Fedorovna e della
comunità di Marta e Maria, di mat’ Marija nelle case di rue de Lourmel e
Noisy-le-Grand, di Paul Evdokimov negli
ostelli a Bièvres,
Sèvres e Massey.
Paul Evdokimov e santa Marija Skobcova: preghiera incarnata
Predicando al funerale per Paul Evdokimov, padre Lev Gillet disse di lui che era
uno che “adorava in spirito e verità”. Avendolo conosciuto da vicino per
quarant’anni, padre Lev disse
che era più a suo agio nelle realtà invisibili del Regno, benché nello stesso
tempo diligente, efficace, enormemente sollecito
verso quanti lo circondavano. Preghiera e vita erano per lui un’unità costante.
Nel suo libro Le età del/a vita spirituale scrisse:
In modo particolare, l’invocazione del nome di Gesù universalizza la grazia dell’incarnazione, permette a ogni uomo di appropriarsene personalmente, il suo cuore riceve il Signore… Quando il Nome è pronunciato su un paese o su una persona, essi entrano in rapporto intimo con Dio ... La “preghiera del cuore” libera i suoi spazi e vi attira Gesù ... In questa preghiera .. v’è tutta la Bibbia, tutto il suo messaggio ridotto alla sua essenziale semplicità .. Gesù attirato nel cuore, è questa la liturgia interiorizzata e il regno dell’anima placata. Il nome riempie l’uomo come il suo tempio, lo trasforma in luogo della presenza divina, lo cristifica”
Qui, come con san Serafim, difficilmente la preghiera del cuore può essere detta un’arcana pratica spirituale. Piuttosto, il suo genio è di riassumere tutto quello che le Scritture dicono: la pienezza della vita è essere “in Cristo” e nello Spirito. La preghiera non ci astrae dal mondo o restringe il nostro essere ma, al contrario, apre e amplia il nostro amore, il nostro servizio. Oggi, quando la tentazione per molti è di fare della chiesa e della liturgia un’oasi appartata rispetto agli altri credenti e al mondo, Paul Evdokimov sostiene precisamente il contrario:
La liturgia ... insegna il vero rapporto tra l’io e gli altri, fa comprendere la parola: “Ama il tuo prossimo come te stesso” .. per suo mezzo il destino di ognuno diviene presente per noi. Le litanie trascinano il fedele al di là di se stesso, verso l’assemblea, poi verso gli assenti, verso coloro che soffrono, infine verso gli agonizzanti. La preghiera abbraccia la città, le nazioni, l’umanità, e domanda la pace e l’unione di tutti ... Lo spirito sa per esperienza che non può star solo dinanzi a Dio e che si salva per gli altri, con gli altri, liturgicamente. Il pronome liturgico non è mai al singolare (12).
Evdokimov lo mise in pratica,
lavando e dando da mangiare ai suoi figlioletti mentre sua
moglie insegnava, o lavorando alla sua tesi mentre loro dormivano. Ha continuato
a farlo negli anni di ministero pastorale da laico
negli ostelli, guidando la preghiera della sera, prestando ascolto alle gioie e
alle miserie di coloro che vi risiedevano. In seguito avrebbe anche
vissuto la propria preghiera come insegnante e nei suoi scritti. Olivier Clément
lo ha chiamato un “intermediario” tra la chiesa e il mondo. Nei suoi saggi si
sente la critica mossa a un
Sartre, una de Beauvoir, un
Camus, presentata con rispetto e discernimento. Egli
propose che venisse istituita una cattedra di ateismo
in ogni scuola teologica, talmente profondi erano gli interrogativi che i
pensatori moderni ponevano alla comunità di fede. Ascoltava e utilizzava le
intuizioni dei pensatori di riferimento del nostro tempo, come pure quelle dei
suoi maestri Berdjaev e Bulgakov, e di un’ampia gamma che
include Nicola Cabasilas, Teresa di Lisieux,
Simone Weil e Karl
Gustav Jung, tra gli altri. Nessun teologo moderno
ha testato con tanta abilità il problema del male umano esistente a dispetto di
un Dio che si suppone buono e giusto. La sua immagine del Dio che soffre al
nostro fianco, che svuota se stesso nell’amore per divenire uno di noi, che
ci insegue con un amore assurdo o folle, poteva
derivare soltanto dalla preghiera e dal servizio amoroso prestato ai sofferenti:
la traccia stessa della sua vita.
La sua contemporanea mat’
Marija descrisse l’integrarsi della preghiera, tanto quella liturgica quanto
quella del cuore,
nel tessuto della vita.
Se
questo amore che si sacrifica e si dona sta al centro
della vita della chiesa, quali sono allora i suoi confini, i suoi limiti? In tal
senso si può parlare del cristianesimo nel suo insieme come un eterno offrire
una divina liturgia oltre le mura della chiesa
...
Significa
che dobbiamo offrire il sacrificio incruento, il sacrificio dell’amore che offre
se stesso non solamente in un luogo specifico, sull’unico altare dell’unico
tempio, ma che il mondo intero, in questo senso, diventa l’unico altare
dell’unico tempio; e che dobbiamo offrire i nostri cuori sotto le specie del
pane e del vino, poiché possano essere trasformati nell’amore di
Cristo, egli possa
dimorare in loro, possano divenire i cuori dell’umanità di Dio, ed egli dia
questi nostri cuori come cibo per il mondo, egli metta in comunione tutto il
mondo con questi nostri cuori offerti in sacrificio, al fine che noi siamo uno
con lui, che non noi viviamo ma Cristo viva in noi, incarnato nella nostra carne
(13)
Mat’ Marija echeggia la visione di san Giovanni Crisostomo del prolungarsi della preghiera nelle opere dell’amore, la “liturgia dopo la liturgia”, in cui il cuore del fratello, della sorella, del prossimo davanti a noi diventa l’altare. Allora possiamo parlare di liturgia eucaristica che pervade tutta la nostra vita, del nostro quotidiano operare che diventa “il sacramento del fratello, della sorella”. Anche Paul Evdokimov ha spesso parlato nei suoi scritti di come il volto della persona che ci sta davanti divenga un’icona di Cristo. Le sue toccanti memorie degli anni trascorsi dirigendo case di accoglienza catturano questo aspetto, e così anche i ricordi di molti che lo conobbero: padre Lev Gillet, il pastore Jean-Paul Noumbissi della chiesa del Camerun, che da studente visse in uno degli ostelli, i suoi amici, il dottor Willem A. Visser’t Hooft del Consiglio ecumenico delle chiese, i professori Olivier Clément, Christos Yannaras, Nikos Nissiotis e Elisabeth Behr-Sigel (14).
È impossibile non vedere
tanto in san Serafim quanto in Paul Evdokimov e in mat’ Marija la sconcertante
“inversione evangelica”, il capovolgere le cose che Cristo compie in tutte le
situazioni umane. Serafim all’inizio era alto e forte, in seguito rimpicciolì,
per il deperimento e l’età. Ma questo piccolo uomo, enorme in santità, viene
raffigurato molto accuratamente nell’ultima sezione del saggio di mat’ Marija,
Tipi di vite religiose, da cui è tratto il passo citato sopra. La
vita “evangelica”, il radicale vivere l’evangelo, viene descritta come un
offrire agli altri quell’amore che si riceve in abbondanza da Dio. Se non
sappiamo amare il prossimo che vediamo, è impossibile amare il Dio che non
possiamo vedere. Serafim, egli stesso più volte guarito, ha reso disponibile la
guarigione di Dio a migliaia di altre persone, nel suo tempo e fino al nostro.
Consapevolmente o meno, mat’ Marija ha seguito un cammino simile a quello di
Serafim. Fu, non necessariamente in stretta successione, una bambina prodigio
nel campo artistico, una poetessa ingénue, una studentessa in
teologia d’avanguardia, appartenente ai circoli di Blok e Merekovskij. Perse due
dei suoi figli piuttosto precocemente. La sua primogenita, Gajana, fece ritorno
in Russia e lì morì, poco più che adulta. Dal canto suo, mat’ Marija sedeva
accanto al letto di Anastasia, che moriva lentamente davanti a lei di meningite.
Pur avendo ancora con sé il figlio Jurij, è come se avesse sentito il bisogno di
aggiungere sempre più persone alla sua famiglia: quelli cui dava rifugio, che
vestiva e nutriva, e alle cui miserie prestava ascolto. Coloro che la
criticavano, la incolpavano di non vivere secondo lo schema classico della vita
monastica. E’ vero che, mentre era sempre presente per la liturgia eucaristica,
era più spesso assente dagli altri uffici. Ma san Serafim non aveva forse
offerto un ciclo semplificato di preghiere per i suoi monasteri, e non era forse
una regola di preghiera più semplice, quella che santa Elizaveta aveva proposto
per la comunità di Marta e Maria? Paul Evdokimov lo ha ben compreso nel passo
citato all’inizio, quando cioè dice che la cosa più importante non è la quantità
degli uffici o delle preghiere che recitiamo. Il punto è che noi diventiamo la
nostra preghiera, che tutta la nostra vita diventa preghiera. La misura
autentica della preghiera di mat’ Marija non è data da quante vigilie abbia
frequentato, né dalla questione se avrebbe o meno dovuto starsene seduta in un
cafè con un
bicchiere di vino a consolare le persone, o se avrebbe o meno dovuto partecipare
ai seminari di Berdjaev, o contribuire con saggi alla sua rivista. Il segno
autentico venne quando lei, padre Dimitrij, funi e Il’ja Fundaminskij furono
arrestati dalla Gestapo e trascinati ai campi. Coloro che la conobbero a
Ravensbruck, hanno testimoniato il suo coraggio, il sostegno offerto alle donne
intorno a lei che cadevano preda della disperazione, l’intensità della sua
preghiera. Alla fine, prese il posto di un’altra nella camera a gas. Visse
quel che pregò.
La giustapposizione di Maria e Marta, di contemplazione e azione, di preghiera e
opere, deve essere trascesa. L’idea stessa che una possa essere preferita
all’altra venne abolita negli ostelli in rue de Lourmel e agli altri indirizzi
di Parigi, nella casa di cura a Noisy-le-Grand, nella prigione di Compiègne e
nel campo di Ravensbruck. L’umanità di Dio, il suo assumere tutto ciò che
l’esistenza creaturale comporta nell’incarnazione, mette insieme l’amore di Dio
e del prossimo nel modo in cui l’evangelo stesso lo ha espresso. Ecco come lo
spiega mat’ Marija:
La
“cristificazione” si basa sulle parole: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo
che vive in me”. L’immagine di Dio, l’icona di Cristo che veramente è la mia
reale ed effettiva essenza, è l’unica misura delle cose, l’unica strada che mi è
data
...
Cristo ci ha
consegnato due comandamenti: di amare Dio e di amare i nostri compagni di
umanità. Tutto il resto, perfino le beatitudini, non è che una mera
rielaborazione di quei due comandamenti, che contengono in sé la totalità della
buona notizia di Cristo
... È
degno di nota il
fatto che la loro verità si trovi soltanto nella loro indissolubilità. L’amore
per l’uomo da solo ci conduce nel vicolo cieco dell’umanismo anti-cristiano e
l’unica via d’uscita è, a volte, rigettare l’uomo e l’amore per lui in nome
dell’umanità tutta. Ma l’amore per Dio senza amore per l’uomo è condannato.
Questi due comandamenti sono due aspetti di una singola verità. Distruggi uno
dei due e distruggerai l’intera verità (15).
Forse un altro modo di esprimerlo è vedere la preghiera come la celebrazione del sacramento del momento presente, secondo l’espressione di Alexander Schmemann, scoprendo la maniera in cui nell’incarnazione il paradiso, che è Dio, sia giunto a riempire tutte le cose. Le parole di Paul Evdokimov riassumono e concludono tutto quello che io ho cercato di presentare.
Una nuova spiritualità sembra stia prendendo forma. Questa spiritualità di tipo nuovo intende non abbandonare il mondo al male, ma fare scaturire e quindi valorizzare lo spirituale insito nella creatura. L’uomo liberamente amante ed espropriato di se stesso, semplice e spoglio di fronte al tocco dell’eterno, sfugge all’artificioso conflitto tra lo spirituale e il materiale. L’amore a Dio si umanizza, si fa amore di ogni creatura in Dio. “Tutto è grazia”, scrisse Bernanos, giacché Dio si è chinato sull’umano e lo ha inserito negli abissi della Trinità. La tipologia classica della santità porta il marchio di un eroismo da deserto o da chiostro. Collocandosi a una certa distanza dal mondo, tale santità è protesa verticalmente verso il cielo come una guglia di cattedrale. Ai nostri giorni invece l’asse della santità si trova spostato, è più vicino al mondo. In apparenza la sua tipologia è meno vistosa, il suo eroismo resta celato agli occhi del mondo, ma è il frutto di una lotta non meno reale. La fedeltà alla chiamata del Signore nelle condizioni del mondo fa penetrare la grazia nelle radici stesse di esso, e questa quindi penetra nei solchi stessi della vita umana (16).
NOTE
1. Gorainoff, Serafino di Sarov, Torino 1985, pp. 156 e 160-161.
2. P. Evdokimov, Sacramento dell’amore, Bergamo 1969 , pp. 7 2-73.
3. Marija Skobcova citata in S. Hackel,
Elizaveta Jur’evrza, Rivoluzionaria, monaca, martire, Milano 1988,
p. 64
4. Traduzione dall’inglese di Cristina Frescura.
5. J. Getcha, La rèforme liturgique du
métropolite Cyprien de Kiev, Institut Saint-Serge-Institut catholique de
Paris 2003; cf. Service orthodoxe de presse 286 (marzo 2004), pp. 24-28.
6. CI. il mio Livmg
Icons, Notre Dame 2002, libro in cui ho tracciato un profilo di queste e
altre persone di fede del nostro tempo. La frase è tratta dalla stessa santa
Marija ed è applicabile a tutti i fedeli, canonizzati o no, nel senso dei
“santi” delle chiese cui scrive Paolo.
7. Un certo numero di queste fotografie è riprodotto in Mère Maria Skobtsova (1891-1945). Le sacramc-nt de frère, a cura di H. Arjankovsky-Klépinine, F. Lhoest e C. Vajou, Pully-Paris 2005.
8. CE. V. Rochcau, Saint Séraphim Sarov et Divéyevo. Etudes et documents, Bellefontaine 1987.
9. D. Nicholl, Triumphs of the Spirit in Russia, London 1997.
10. P. Evdokimov, “Holiness in the Tradition of the Ortodox Church”, in In the World, of the Church. A Paul Evdokjmov Reader, a cura di M. Plekon e A. Vinogradov, Crestwood NY 2001, pp.
11. P. Evdokimov, Le età della vita spirituale, Bologna 1968, pp. 222-223.
12. Ibid., 226-227.
13. Mother Maria Skobtsova, p. 185,
14. Cf. il numero doppio dedicato a P. Evdokimov di Contacts 73-74 (1971); O. Clément, Orient-Occident. Deux Passeurs: Vladimir Lossky, Paul Evdokimov, Génève 1985.
15. Mother Maria Skobtsova, pp. 174-176.
P. Evdokimov, Sacramento dell’amore, p. 106.
Tratto da: A.A.V.V., LA PREGHIERA DI GESU’, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, a cui si rimanda vivamente per l’approfondimento e la lettura degli ATTI DEL XII CONVEGNO ECUMENICO INTERNAZIONALE DI SPIRITUALITA’ ORTODOSSA: LA PREGHIERA DI GESU’ NELLA SPIRITUALITA’ RUSSA DEL XIX SECOLO.
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Serafino di Sarov: Canone di
preghiera
Serafino di Sarov:
Regola mariana