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APPROFONDIMENTI SULLA PREGHIERA DI GESU'
Leonardo Pinnelli
Preghiera di Gesù e
Preghiera del Cuore

Silvano del Monte athos
CAPITOLO I (seconda parte)
1.3 -
L’hesychia
1.4 - Vigilanza, Sobrietà spirituale, Attenzione
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Piano dell'opera
1.1 - Preghiera a Gesù 1.4 - Vigilanza, Sobrietà spirituale, Attenzione
L’antropologia della preghiera di Gesù 2.1 - Il corpo, l’intelletto e il cuore
2.1.1 -
Il corpo 2.2 - I gradi della Preghiera di Gesù
Capitolo terzo Tappe storiche della preghiera monologica 3.1 - La tradizione dei Padri del Deserto 3.1.1 - Ammone 3.1.2 - Abba Arsenio 3.2 - L’esicasmo del Sinai3.2.1 - Giovanni Climaco3.2.2 - Esichio di Batos3.3 - La preghiera di Gesù sul Monte Athos3.3.1 - Niceforo3.3.2 - Gregorio Sinaita3.3.3 - La controversia Palamita
3.4 - La
Filocalia
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La
preghiera pura necessita della quiete (hesychia)[1]
esteriore alla quale bisogna far corrispondere quella interiore. All’ascesi
fisica bisogna che l’asceta faccia seguire quella del cuore, proprio come ci
ricorda Sant’Antonio il Grande[2]
in un apoftegma a lui dedicato:
Disse ancora: “Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore[3]
L’hesychia è uno stato di vita ma anche uno stato dell’anima corrispondente a questo stato di vita; essa è contraddistinta dalla solitudine, dal riposo interiore, dal silenzio esteriore, dal silenzio dei pensieri e dei moti interiori, dalla quiete, dalla sospensione e dall’ abbandono che rendono il cuore e lo spirito ricettivi alla contemplazione ininterrotta delle cose divine che è essa stessa preghiera[4].
La “fuga mundi” fu considerata dai monaci la via per acquisire una vita unificata, nella quale l’esterno corrispondesse all’interno. « La solitudine esterna deve aiutare a guarire la frantumazione interiore dell’uomo ferito dal peccato[…] Le tensioni interiori causano inquietudine, mancanza d’armonia e di pace e fanno perdere il senso di Dio nella propria vita»[5].
L’esicasmo trova il suo fine nel fare diventare il cuore luogo e fonte di rivelazione. Gli autori siriaci seguaci di s. Efrem hanno osservato: il cuore puro è come una fonte pura. Nell’acqua limpida si riflette il cielo. Perciò il nostro cuore diventa fonte di rivelazione [6]. L’esicasmo cerca di guarire la radice di ogni turbamento che è il peccato e le sue conseguenze ossia le passioni. In tal senso, l’esicasmo raggiunge il suo obiettivo attraverso il raggiungimento dell’apátheia.
L’apátheia, non è da intendersi alla maniera della filosofia stoica[7] – per cui l’uomo deve raggiungere l’ideale dell’assenza delle passioni – né tantomeno nel suo senso corrente. Essa è l’acquisizione del “disinteresse” nei confronti di ogni insinuazione demoniaca. Essa è dono di Dio ed è frutto di un cuore infiammato al suo amore [8].
Liberarsi da ogni inclinazione impura è una lotta dura ma necessaria; la preghiera continua è lo strumento privilegiato in questo combattimento, come ci ricorda San Massimo il confessore:
I concetti vengono dagli oggetti. Tra questi oggetti, alcuni si indirizzano ai sensi, altri allo spirito. Lo spirito che indugia in essi rimugina in sé i concetti. Ma la grazia della preghiera unisce a Dio lo spirito e, unendolo a Dio, lo separa da tutti i concetti. Lo spirito, così sciolto, diviene familiare e simile a Dio. Come tale, esso gli chiede ciò che gli conviene e la sua domanda è sempre esaudita. Per questo l’Apostolo dice di “pregare senza interruzione”, perché, unendo assiduamente il nostro spirito a Dio, lo distogliamo a poco a poco dall’attaccamento alle cose materiali[9].
1.4 - Vigilanza, Sobrietà spirituale, Attenzione
Come si deve combattere contro le passioni, contro i pensieri passionali? Se non si scorge il pericolo, il nemico, come e perché bisogna combatterlo? Le passioni, o pensieri, sono sempre alla porta del cuore e tocca all’uomo dominarli (Gn 4, 7) per ottenere un cuore puro che si apra alla preghiera continua. Per questo la tradizione spirituale sottolinea spesso la necessità di vigilare sul proprio cuore[10]: l’attenzione (prosochè) è madre della preghiera (proseuchè)[11].
Il nemico dell’uomo tenta di entrare nel suo cuore attraverso il pensiero; ordinariamente si distinguono cinque fasi di penetrazione: suggestione, colloquio, combattimento, consenso, passione[12]. L’obiettivo della vigilanza consiste nell’operare il discernimento per poter respingere subito (al primo grado della penetrazione) il pensiero identificato come cattivo[13]. Dal momento che la perfezione di vita per il cristiano consiste nel raggiungere l’hesychia, l’amermnia, la tranquillità, la libertà dalle vane preoccupazioni, tutto ciò si può ottenere attraverso l’apothesis noematon, l’ «eliminazione dei cattivi pensieri»[14].
Per poter combattere i pensieri «avversi», bisogna porre attenzione[15] al proprio cuore, come ci ricorda Doroteo di Gaza; la vigilanza, il badare a se stessi[16] e il discernimento dei pensieri rendono l’anima salda e custodita da ogni caduta:
C’è bisogno[…] di molta vigilanza, impegno e timore per non cadere nella cattiva abitudine; credetemi, fratelli […]. E se anche, da uomini come siamo, veniamo sconfitti e scivoliamo in una caduta, studiamoci di rialzarci subito, pentiamocene, piangiamo al cospetto della bontà di Dio, vegliamo, lottiamo; e Dio, che vede la nostra volontà, la nostra umiltà e la nostra contrizione, ci darà la mano a ci mostrerà la sua misericordia. Amen[17].
La vigilanza sui pensieri non ha solo una aspetto negativo, che vieta al cuore di attaccarsi ai pensieri passionali che disperdono l’attenzione spirituale[18], ma essa contempla in sè anche un aspetto positivo: rivolgere l’attenzione a Dio solo, come scrive Teofane il Recluso:
Essere sobri significa non permettere che il cuore si attacchi a nient’altro che a Dio. L’attaccamento ad altre cose ubriaca l’anima, che si mette a fare cose assolutamente indicibili. Essere vigilanti significa vigilare attentamente per paura che qualcosa di malvagio spunti nel cuore[19].
E ancora:
Raccogli dunque tutti i tuoi pensieri: lasciando da parte ogni preoccupazione mondana, dirigi la tua mente verso Dio concentrandola su di Lui[20].
Lo sforzo ascetico più importante è quello di preservare il cuore dai movimenti dovuti alle passioni, e la mente dai pensieri analoghi. Il termine passione definisce in ultima istanza il desiderio cattivo, l’inclinazione impura, qualsiasi desiderio o voglia attraverso la quale il diavolo induce l’uomo a peccare. Le passioni vengono tradizionalmente suddivise in otto categorie o “demoni” o “cattivi pensieri”[21]: gola, lussuria, avarizia, tristezza, collera, acedia, vanagloria e orgoglio [22]. Tutte le passioni, dirà san Massimo il Confessore, hanno come unica matrice l’amore di sé o philautìa[23].
Nella spiritualità dell’Oriente cristiano, a tal proposito troviamo spesso espressioni come «custodia del cuore»[24] o «custodia dell’intelletto». Essa costituisce l’atteggiamento fondamentale dell’esicasta: è il silenzio interiore che accompagna quello esteriore:
I nostri santi padri, udendo il Signore che dice nel santo Vangelo che dal cuore escono cattivi pensieri, omicidi, fornicazioni, adulteri, furti, false testimonianze, bestemmie, e che questo è ciò che contamina l’uomo, e udendo a un certo punto del Vangelo ordinarci di purificare l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno divenga puro, lasciarono ogni altra opera spirituale e lottarono con tutti se stessi per questa sola opera, cioè la custodia del cuore, perché erano convinti che insieme a questa opera avrebbero acquisito facilmente ogni altra virtù [...] Certuni dei nostri padri hanno chiamato quest’opera esychia del cuore; altri, attenzione; altri sobrietà e confutazione; altri, esame dei pensieri e custodia dell’intelletto[25].
La «custodia del cuore»[26] assume nella pratica ascetica due valenze: una negativa ed una positiva. La prima sottolinea l’impegno del monaco ad allontanare ogni pensiero cattivo proveniente dall’esterno, a guarire il cuore e ad educarlo per mezzo della vigilanza; la seconda pone l’accento sull’attenzione del cuore da rivolgere totalmente a Dio. In pratica il monaco, attento a se stesso e spogliato dai pensieri, diviene attento a Dio, ai suoi richiami interiori. Un apoftegma dei Padri del deserto riassume molto bene questa dinamica dell’esychia:
Di un anziano si racconta che, mentre stava nella cella, durante la notte venne a trovarlo un fratello, lo udì lottare e dire: “Basta! Fino a quando? Andatevene! Amico, vieni da me!”. Il fratello, entrato, gli chiese: “Abba, con chi parlavi?” ed egli rispose: “Scacciavo i pensieri malvagi e chiamavo quelli buoni”[27].
Questa attenzione produce la preghiera, anzi potremmo dire che l’attenzione è madre della preghiera. Con un gioco di parole, in greco, si potrebbe sintetizzare così: προσοχή- προσευχή[28].
NOTE
[1] Cfr. Gouillard, J. (a cura di), Piccola Filocalia della preghiera del cuore, 6 ed., Milano, Figlie di S. Paolo, 1999 (“La Parola e le parole” 11; ed. or. fr.: Paris, Édition du Seuil, 1979), p.18 (d’ora in poi Gouillard, Piccola Filocalia) .
[2] «La solitudine interiorizza la lotta; il detto 11 ne ricorda i benefici. Nel deserto le tentazioni che giungono dall’esterno per mezzo dell’udito, della parola, dello sguardo, sono ridotte al minimo. Tutto lo sforzo si concentra nella lotta interiore, contro le tendenze maggiormente radicate nella nostra natura, e non è volto a sradicarle ma a opporre loro resistenza» [Devilliers, N., Antonio e la lotta spirituale, Magnano (BI), 1998, pp.184 (ed. or. St. Antoine le grand, père des moines)].
[3] Vita e detti dei Padri, p. 84.
[4] Cfr. Gouillard, Piccola Filocalia, p.18.
[5] Čemus, Communio, p. 44.
[6] Cfr. Špidlík, T., La mistica del cuore, in Il messaggio del cuore di Gesù, Roma, USPI, 1993, p. 476.
[7] Cfr. Špidlìk, Manuale sistematico, p. 235.
[8] Cfr. Čemus, Communio pp. 44 – 45.
[9] Gouillard, Piccola Filocalia, p. 134.
[10] Cfr. Miquel, Lessico, pp. 245 – 256; 317 – 326.
[11] Cfr. Špidlìk, Manuale sistematico, p. 213.
[12] Cfr. Špidlìk, T., L’arte di purificare il cuore, Roma, Lipa, 1999 (“Sotto il Tiglio” 9), pp. 11 – 20.
[13] ivi p. 21.
[14] Cfr. Špidlìk, Manuale sistematico, p. 213.
[15] « Il cuore è la sede dell’intelligenza, dello spirito. Quindi alcuni autori parlano della φιλακή καρδίας, custodia del cuore, τήρησις νοός, custodia dello spirito, φιλακή των ένδον, custodia dell’interiore. Si troverà anche custodire, φιλάσσειν, impiegato in senso assoluto, “custodirsi” (“custodisci te stesso con cura”, τήρει άκριβως è il motivo ricorrente di un opuscolo attribuito ad Ammona)» ( ivi, pp. 212 – 213).
A titolo di esempio riportiamo un brano di Doroteo di Gaza relativo al rancore, nel quale l’autore insegna a recidere da subito qualsiasi pensiero cattivo con la vigilanza e la lotta prima che nel cuore si insinui il pericolo del peccato: «Vegliamo dunque, fratelli, e veniamo in aiuto di noi stessi, dopo Dio, per essere liberati dall’amarezza di questa rovinosa passione. Talora uno fa una metania al proprio fratello perché tra i due, evidentemente, c’è stato turbamento o attrito, ma anche dopo la metania rimane rattristato e con pensieri contro di lui. No, egli non deve considerarli di poca importanza, ma deve tagliarli via al più presto. Si tratta di rancore, e c’è bisogno di molta vigilanza, come ho detto, di penitenza, di lotta per non soffermarsi a lungo su questo pensieri e per non correre pericolo» (Doroteo di Gaza, Insegnamenti, p. 139)
[16] «Espressione tratta dal Vecchio Testamento (cfr. Gn 24, 6; Es 23, 21s.), che ricorre frequentemente negli apoftegmi; essa è usata come invito alla compunzione, al raccoglimento, alla vigilanza, al preoccuparsi della propria anima e a non immischiarsi in cose altrui o più grandi di noi » (Cfr. Nota n° 5, p. 82, in Vita e detti dei Padri; p. 381).
[17] Doroteo di Gaza, Insegnamenti, p. 178.
[18] L’opera del demonio, del nemico è quella di dividere, di disperdere, di confondere e mescolare. La Torre di Babele è quasi il simbolo della divisione frutto dell’orgoglio; il demonio è padre dell’orgoglio che è matrice di ogni peccato. Al contrario, l’opera dello Spirito Santo è quello di unificare, riconciliare, riportare all’unità proprio come accadde nella Pentecoste: tutti furono ricostituiti in unità; la divisione (anche delle lingue) era stata guarita dalla presenza santificante dello Spirito del Signore. Nella Celebrazione Eucaristica, lo Spirito convoca il Popolo di Dio nell’unità intorno all’unico Signore, così nella celebrazione interiore lo Spirito “chiama” tutte le “potenze” del cuore e della mente, il cuore appunto, perché siano unificate dalla sua presenza. La preghiera monologica a Gesù porta l’orante a questa unità interiore ed esteriore, perché, essendo preghiera continua, unifica la mente e il cuore coordinandoli con il vissuto dell’orante; in definitiva unifica la sua vita poiché colui che prega abita costantemente alla presenza del Signore (n.d.r.).(Cfr. Ware, K., Introduzione, in L’arte della preghiera p. 27 [d’ora in poi Ware, Introduzione]).
[19] Teofane il Recluso, in L’arte della preghiera, p. 54.
[20] ivi, p. 52.
[21] Cfr. Evagrio Pontico, Trattato pratico sulla vita monastica, a cura di L. Dattrino, Roma, Città Nuova, 1992 (“Testi Patristici” 100) pp. 67 – 72.
[22] Cfr. Ware, Introduzione, p. 26.
[23] Cfr. Hausherr, I., Philautia. Dall’amore di sé alla carità, a cura di Lisa Cremaschi, Magnano (BI), Qiqajon, 1999. (“Spiritualità orientale”, ed. or. fr.: Philautie. De la tendesse pour soi à la charité selon saint Maxime le Confesseur).
[24] Cfr. Miquel, Lessico p. 245s.; 317s.
[25] Simeone il Nuovo Teologo, Opuscoli in neoellenico, in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita - Macario di Corinto, Torino, Gribaudi, 1982-1987, vol. IV, p. 511 (d’ora in poi FIL).
[26] Cfr. Špidlìk, Manuale sistematico, p. 98. Cfr. Špidlìk, La preghiera, p. 323.
[27] Creamaschi, L. (a cura di), Detti inediti dei Padri del deserto, 3 ed., Magnano (VC), Qiqajon, 1992 (“Padri orientali”), p. 137.
[28]Cfr. Špidlìk, Manuale sistematico, pp. 93-98; Cfr. Špidlìk, La preghiera, p. 323.
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Capitolo
Primo (prima
parte)
1.1 - Preghiera a Gesù
1.2 - Preghiera continua o
preghiera del cuore
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L’antropologia della preghiera di Gesù
2.1 - Il corpo, l’intelletto e il cuore
2.1.1 -
Il corpo
2.1.2 -
L’intelletto
2.2 - I gradi della
Preghiera di Gesù
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2.2 - I gradi della Preghiera
di Gesù
Capitolo terzo