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APPROFONDIMENTI SULLA PREGHIERA DI GESU'
Leonardo Pinnelli
Preghiera di Gesù e
Preghiera del Cuore

CAPITOLO TERZO
La Preghiera di Gesù :
tappe storiche della preghiera monologica
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Piano dell'opera
1.1 - Preghiera a Gesù 1.4 - Vigilanza, Sobrietà spirituale, Attenzione
L’antropologia della preghiera di Gesù 2.1 - Il corpo, l’intelletto e il cuore
2.1.1 -
Il corpo 2.2 - I gradi della Preghiera di Gesù
Capitolo terzo: La Preghiera di Gesù : Tappe storiche della preghiera monologica 3.1 - La tradizione dei Padri del Deserto 3.1.1 - Ammone 3.1.2 - Abba Arsenio 3.2 - L’esicasmo del Sinai3.2.1 - Giovanni Climaco3.2.2 - Esichio di Batos3.3 - La preghiera di Gesù sul Monte Athos3.3.1 - Niceforo3.3.2 - Gregorio Sinaita3.3.3 - La controversia Palamita3.4 - La Filocalia
Capitolo quartoLa preghiera continua in San Francesco 4.1 - La figura di San Francesco 4.2 - San Francesco: santo ecumenico4.2.1 - San Francesco: un “Pazzo per Cristo”4.2.2 - San Francesco contempla la bellezza del creato: theôria physikê4.2.3 - Lo Spirito Santo nella vita di san Francesco: la théosis4.3 - San Francesco preghiera vivente: la preghiera del cuore
SEGUIRA': Capitolo quinto
La
preghiera del cuore: un messaggio per l’oggi
5.2 - Dibattito intorno al metodo esicasta 5.3 - Interpretazioni simboliche della preghiera del Cuore 5.4 - La preghiera e la vita
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Tappe storiche della preghiera monologica
3.1 - La
tradizione dei Padri del Deserto
All’indomani della pace costantiniana (Editto di Milano, 313 d.C.), un nuovo modello di santità andò imponendosi nei fedeli cristiani. Molti ricercarono la radicalità evangelica, la fuga dal mondo e dalle sue tentazioni nascondendosi negli anfratti del deserto. È’ qui che i primi eremiti si dedicarono interamente alla ricerca di Dio. Il martirio di sangue che aveva contraddistinto i primi secoli dell’era cristiana venne via via sostituito dal «martirio del cuore» dei monaci:
La spiritualità del deserto si sviluppò in due direzioni: la preghiera solitaria tipica degli anacoreti, e la vita comune, che è lo specifico dei monaci cenobiti. Sia gli uni che gli altri si dedicarono alla preghiera secondo l’esortazione di s. Paolo: «pregate senza interruzione» (1Ts 5,17) [1] e per la ricerca costante della hesychia[2], della pace di Cristo che sorpassa ogni intelligenza[3]. I monaci del deserto realizzavano il comando dell’apostolo pregando con brevi frasi tratte dalla Sacra Scrittura. Man mano questa pratica andrà sempre più cristallizzandosi in formule giaculatorie, di cui la preghiera di Gesù è figlia.
Molte furono le figure di rilievo di questa spiritualità del deserto. Tra queste ne citiamo due particolarmente rappresentative: Ammone e Arsenio.
3.1.1 - Ammone
Discepolo di Antonio, «Ammone[4] è talmente persuaso della “potenza dell’hesychia”, che ne fa il fondamento della sua genealogia di virtù: “Innanzitutto, l’hesychia genera la salita e le lacrime” le quali a loro volta generano il timore, l’umiltà, lo spirito di profezia, la carità, che rende l’anima sana e impassibile; “allora l’uomo capisce che non è lontano da Dio”»[5]. Alla hesychia egli associa la lotta contro i pensieri passionali e la memoria Dei attraverso la preghiera di supplica, da conservare sempre nel cuore per essere salvato:
Fu chiesto al Padre Ammone: “Qual é la via stretta e piena di tribolazione?”. Rispose: “È questa: fare violenza ai propri pensieri e recidere le proprie volontà per amore di Dio. Questo è anche il significato delle parole: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”[6].
E
ancora, afferma Ammone:
Rimani piuttosto nella tua cella, mangia un po' ogni giorno, medita incessantemente nel tuo cuore la parola del pubblicano, e potrai salvarti”[7].
3.1.2 - Abba Arsenio
Abba Arsenio[8], considerato da tutta la tradizione come modello degli esicasti, fugge dal Palazzo imperiale per vivere nel deserto di Scete e ode una voce: «Arsenio, fuggi, taci, resta tranquillo»[9]. Queste tre parole sono la carta di identità della vita monastica che esige la fuga dal mondo, il silenzio delle labbra e dei pensieri e il riposo del cuore[10].
Mentre era ancora a corte, il padre Arsenio pregò Dio dicendo: “Signore, guidami nella via della salvezza”. E giunse a lui una voce che disse: “Arsenio, fuggi gli uomini, e sarai salvo” [11].
E ancora:
Ritiratosi a vita solitaria, pregò con le stesse parole, e udì una voce che gli disse: “Arsenio, fuggi, taci, e pratica la solitudine”. È da queste radici che nasce la possibilità di non peccare[12].
La preghiera incessante al nome di Gesù, nata con i monaci del deserto, approderà al Sinai[13] facendone uno dei maggiori centri della spiritualità esicasta. Afferma p. Špidlìk:
Anche la spiritualità degli autori sinaitici del VI e VII secolo (Nilo, Giovanni Climaco, Esichio, Filoteo) si concentra sulla προσοχή e προσευχή. La custodia del cuore o dei pensieri in vista dell’orazione mentale. L’importanza del pensiero per lo stato del cuore sono meglio analizzate da loro che dai loro predecessori. I sinaitici avevano predicato il vantaggio dell’hesychia come preparazione alla theoría o “visione” di Dio[14].
Primo testimone della spiritualità del Sinai è Diadoco di Fotica, il quale propone di «invocare incessantemente il Signore Gesù»[15] e il suo Santo e glorioso nome nel profondo del cuore, per purificare e unificare l’anima divisa dal peccato, fare l’esperienza della grazia e conservare il ricordo costante di Dio[16].
3.2.1 - Giovanni Climaco
La figura più rappresentativa della spiritualità sinaitica è San Giovanni Climaco (579-649), autore della Scala del paradiso in cui propone l’ideale della preghiera che esclude gli elementi discorsivi, i logismoi[17], e diviene una sola «parola», monología[18]. Climaco, infatti, è sulla linea evangelica dettata da Gesù il quale vuole che si preghi con poche parole, semplici e incisive, e afferma che per pregare basta una breve espressione[19], purché detta con un intenso, fervido ricordo di Gesù[20]. Il Santo nome di Gesù diventa una potente arma[21] da usare contro le insidie del nemico; facendo così, il monaco può attuare la preghiera ininterrotta, vincere la battaglia e allo stesso tempo sollecitare il proprio cuore all’amore[22]. È merito del Climaco aver unito il «ricordo di Gesù» con l’hesychia:
L’esichia consiste nello stare in continua adorazione del Signore, sempre alla sua presenza, con il ricordo di Gesù aderente al suo respiro[23], allora potrai toccare con mano i vantaggi dell’esichia[24].
3.2.2 - Esichio di Batos
Seguendo l’insegnamento di Giovanni Cliamaco, Esichio il Sinaita riprende l’unione del «ricordo di Gesù» [25] e del respiro[26] e usa per la prima volta, l’espressione “preghiera di Gesù”[27]:
Vuoi veramente colpire di vergogna i pensieri (logismoi), vivere nella quiete (hesichiazein), senza sforzo, ed esercitare facilmente la sobrietà del cuore (nèphsein té kardia)? La preghiera di Gesù si unisca al tuo respiro, e allora vi perverrai in poco tempo[28].
L’unione del respiro e della preghiera a Gesù nella formula «Signore Gesù, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me » sarà il fondamento dell’esicasmo athonita.
3.3.1 - Niceforo
Nella seconda metà del secolo XIII e XIV il Monte Athos assiste alla rinascita dell’ideale esicasta. L’invocazione del nome di Gesù viene accompagnata con una disciplina della respirazione, dando così origine a quello che viene chiamato il metodo esicasta di orazione[29]. La descrizione dettagliata della tecnica psico-somatica unita alla preghiera di Gesù è rintracciabile in Niceforo l’Esicasta[30], autore del «Metodo della preghiera e dell’attenzione»[31].
Il metodo comprende il rallentamento della respirazione; la ricerca del “luogo dove sta il cuore”, incurvandosi su se stessi e guardando il proprio cuore, l’invocazione ripetuta della preghiera a Gesù “Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me” ritmata dalla espirazione e inspirazione del soffio[32].
3.3.2 - Gregorio Sinaita
Analoga dettagliata descrizione del metodo di orazione si incontra anche in Gregorio Sinaita[33] il quale, dopo aver ricordato l’importanza per l’esicasta del porsi fin dal mattino di fronte al Signore e dedicarsi al ricordo di Dio, aggiunge: «Bisogna fin dal mattino dedicarsi al ricordo di Dio mediante la preghiera e del cuore, e con perseveranza pregare»[34], salmeggiare e leggere. Inoltre egli elenca le virtù che l’esicasta deve avere: silenzio, continenza, veglia, umiltà e sopportazione[35].
Nella sua permanenza all’Athos Gregorio conoscerà san Massimo Kausokalyba (1280 ca. - 1375 ca.) al quale indicherà la via per diventare un asceta sperimentato[36]. Egli unirà alla memoria di Gesù quella di Maria Madre di Dio[37]:
La Filocalia[43] rappresenta uno dei documenti più importanti della spiritualità esicasta e di conseguenza una delle fonti più autorevoli relative alla preghiera del cuore. Essa contiene scritti di numerosi autori che hanno affrontato questo tema[44]. I diversi testi sono offerti semplicemente in ordine cronologico, senza alcun tentativo di classificazione sistematica, senza suddivisione tematica, senza indicazioni chiare su quali scritti possano considerarsi adatti ai “principianti” e quali ai più esperti[45].
L’intenzione principale della Filocalia non è quella di dettare norme circa l’osservanza dei digiuni, le ore di sonno o il numero delle metanie, ma piuttosto la volontà di guardare al di là di queste, cogliendone lo spirito interiore, il loro scopo ed effetto spirituale. Nicodimo nella sua prefazione all’opera «deplora il modo in cui la maggior parte dei cristiani dedica tutte le proprie energie agli sforzi ascetici esteriori, trascurando “l’unica cosa necessaria”, la vigilanza interiore»[46]. Importante per lui è la ricerca della nepsis[47], termine che indica la sobrietà, la temperanza, la lucidità e soprattutto l’ attenzione e la vigilanza, e l’hesychia, ossia la pace interiore del cuore. Affronta anche il tema della theosis[48], «deificazione» o «divinizzazione», il fine supremo della vita spirituale, e indica la via per poterla raggiungere: l’invocazione continua del Nome santo di Gesù:
Lo Spirito [...] rivela anche il modo di trovare la grazia, in quanto cosa realmente mirabile e di altissima scienza. E questo consiste nel pregare ininterrottamente il Signore nostro Gesù Cristo Figlio di Dio, non semplicemente con l’intelletto, intendo, e con le labbra soltanto [...], ma, dopo aver rivolto tutto intero l’intelletto verso l’uomo interiore - cosa mirabile - così all’interno, nella profondità stessa del cuore invocare il Santissimo Nome del Signore e ricercare la sua Misericordia facendo attenzione solo e soltanto alle nude parole della preghiera, senza accogliere insomma null’altro né di interiore né di esteriore, per custodire il pensiero perfettamente libero da immagini e colori[49] .
NOTE
[1] « Non ci è stato prescritto - dice Evagrio - di lavorare, di vegliare e di digiunare costantemente, mentre è per noi legge pregare senza interruzione”, perché l’intelletto “è fatto per pregare”. Massimo il Confessore aggiunge, in pieno accordo con tutti gli altri maestri spirituali d’Oriente, che “la Sacra Scrittura non comanda nulla d’impossibile”. Tuttavia l’interpretazione delle due parole pregare e sempre non è stata affatto univoca. I messaliani hanno preso il comandamento alla lettera, sostenendo che pregare significa dire delle preghiere, e che sempre significa rifiutare ogni opera profana e soprattutto il lavoro manuale» (Špidlìk, Manuale sistematico, p 272; Cfr. Špidlìk, La preghiera, pp. 402 – 405).
[2] Cfr. Adnès, P., voce “Hesychasme”, in DS VII/1 (1969), col. 383; Miquel, Lessico, p. 183s.
[3] Fil 4,7
[4] Per quattordici anni fu monaco a Scete e quindi vescovo; non sappiamo se sia lui l’Ammone successore di Antonio in Pispir, luogo del primo ritiro di Antonio. Ma nomi come il suo o simili al suo (Ammonio, Ammona, Amun, ecc) erano molto frequenti e questo non favorisce ricostruzioni storiche sicure. Certamente nelle 14 lettere attribuite a lui indirizzate a «figli e fratelli» emerge a tratti l’insegnamento di Antonio il Grande. Le lettere parlano ampiamente del tema della lotta contro le tentazioni e dell’acquisizione dello Spirito Santo (Cfr. Vita e detti dei Padri, p. 120).
[5] Adnès, P., voce “Hésycasme” in DS VII/1 (1969) col. 387 (la traduzione è nostra).
[6] Vita e detti dei Padri, p. 124.
[7] ivi, 121.
[8] Cfr. Špidlìk, La preghiera, p. 387
[9] ivi, p. 95.
[10] Cfr. Špidlìk, Manuale sistematico, p. 184.
[11] Špidlìk, Manuale sistematico, p. 94.
[12] ivi p. 95.
[13] Cfr. Špidlìk, La preghiera, p. 387.
[14] ivi, pp. 387 – 388.
[15] «Se allora l’ingannatore si accorge che lo spirito si attacca al santo nome del Signore Gesù con un intenso e fervido ricordo, e che si serve di questo santo e glorioso nome a mo’ di arma contro le sue mistificazione, recede dall’insidia e da quel momento combatte l’anima in una guerra aperta» (Diadoco, Cento considerazioni sulla fede, a cura di V. Messana, Roma, Città Nuova, 1978 (“Testi Patristici” 13), p. 44.
[16] ivi pp. 40. 66. 95.
[17] «“Tutto il combattimento dell’uomo avviene nei pensieri – dice lo Psaeudo-Macario – e consiste nell’eliminare la materia dei pensieri cattivi” . Da san Matteo (cap. 15) Origene ha tratto la sua affermazione: “ La sorgente e il principio di ogni peccato sono i pensieri cattivi” E’ “la lotta invisibile” […] Con i monaci (i demoni lottano) più spesso utilizzando i pensieri. […] Il nome λογισμός ( dal verbo λογιζομαι) può significare la facoltà che pensa, λόγος, la ragione, l’ήγεμονικόν, lo spirito. Ma più spesso il logismos è ciò che l’attività intellettuale produce, il pensiero (έννοια). […]. Certo non tutti i pensieri sono cattivi, perché non tutti sono un ostacolo alla scienza di Dio, soltanto quelli “che assalgono (l’intelletto) partendo» (Cfr. Špidlìk, Manuale sistematico, p. 207.
[18] «L’invocazione brevissima è detta monológistos perché consiste nella ripetizione ininterrotta di un solo lógos e perché riconduce all’unità lo spirito diviso dai logismoí» (Climaco, La scala, in nota n° 11, p. 195).
[19] Cfr. Špidlìk, La preghiera, p. 120.
[20] Cfr. Climaco, La scala, p. 326.
[21] «Quanto a te non, avere paura di frequentare quei luoghi in cui sei solito aver paura [...] Prima però di andarci armati della preghiera, e quando vi giungi stendi le braccia e sferza l’avversario con l’invocare il nome di Gesù, perché non v’è arma nel cielo e sulla terra più potente di questa (Cfr At 4,12)» (ivi, pp. 221 – 222).
[22] ivi p. 15.
[23] Questo sarà uno dei punti fondamentali della pratica della preghiera del cuore. La tradizione esicasta consiglierà l’invocazione del Nome di Gesù unita al ritmo del cuore e del proprio respiro. Questa prassi si svilupperà nel tempo e continuerà a sussistere fino alla moderna pietà athonita.
[24] Climaco, La scala, p. 318.
[25] «In realtà, l’autore del Discorso sulla sobrietà, ecc., non è Esichio Presbitero, ma un certo Esichio non ancora identificato di cui si trova menzione non prima del XIII sec. e che sarebbe stato Igumeno di un monastero della Madonna del roveto al Sinai; per questo è detto Esichio Sinaita o di Batos (roveto)» (Artioli, M. B., Introduzione a Esichio Presbitero, A Teodulo. Discorsi per sommi capi, utile perla salvezza [...], in FIL I, p. 229).
[26] Cfr. Špidlìk, La preghiera, p. 402.
[27]Cfr. Esichio Presbitero, A Teodulo. Discorsi per sommi capi, utile perla salvezza [...], in FIL I, 232.
[28] Esichio Presbitero, II Centuria, in Gouillard, Piccola Filocalia, p. 123.
[29] Cfr. Špidlìk, La preghiera, p. 31; Cfr. Bielawski M., Il cielo nel cuore. Invito al mondo esicasta di Niceforo il solitario, Roma, Lipa, 2002.
[30] «Lo pseudo-Simeone sarebbe un contemporaneo di Niceforo, se non Niceforo stesso» (ivi, p. 414)
[31] Cfr. Adnès, P., voce “Jèsus (prière a)”, in DS VII (1974) coll. 1135-1138; Simeone il Nuovo Teologo, Opuscoli, in FIL IV, pp. 512 – 513.
[32] Cfr. Špidlìk, La preghiera, pp. 414 – 419.
[33] ivi, p. 388.
[34] Gregorio il Sinaita, Ultimissimi capitoli in acrostico, in FIL III, p. 553.
[35] Ibidem.
[36] «Va’ in un luogo e stabilisciti lì per dar maggior frutto e, quale asceta sperimentato, sarai d’aiuto a molti [...] Perciò rendi partecipe il popolo di Dio del talento e del seme divino, avendo una residenza fissa prima che sopraggiunga la fine [...] Il Signore in effetti non chiamò gli Apostoli per inviarli a risiedere sempre nelle montagne, ma presso gli uomini, cosicché, grazie alla comunione alla santità, gli empi diventino santi e si salvino per mezzo della santità» [Vita ascesi, splendidi agoni e miracoli del santo e teoforo nostro Padre Massimo[...], in I Padri esicasti, L’amore della quiete, a cura di A. Rigo, Magnano (VC), Qiqajon, 1993, pp. 112-113].
[37] «Da allora, Padre, il mio cuore ha iniziato a ripetere interiormente la preghiera. Ugualmente la ragione, unita alla mente, possiede la memoria di Gesù e della mia Theotokos che mai si allontana da me» (ivi, p. 110).
[38] Cfr. Meyendorff J. , voce “Palamas”, in DS XII (1984) coll. 81 – 107 ; Spiteris, Y., Palamas: la grazia e l’esperienza. Gregorio Palamas nella discussione teologica, Roma, Lipa, 1996, p. 223 (Introduzione di Massimo Cacciari).
[39] Baarlam definisce gli esicasti, in maniera ironica, onfalopsichici per la pratica che essi avevano di dirigere, durante la preghiera, il proprio sguardo al centro del corpo, cioè nell’ombelico come l’autore del Metodo consigliava. A questo proposito si veda: Simeone il Nuovo Teologo, Opuscoli, in nota 22, in FIL IV, pp. 512 – 513.
[40] Cfr. Špidlìk, La preghiera, pp. 341 – 342. 400. 425.
[41] «A coloro che pensano e dicono che la luce che ha brillato dal Signore nella sua divina trasfigurazione a volte è una parvenza, una cosa creata, un fantasma che si manifesta per un po’ e subito si dissolve [...] e non confessano, conformemente all’ispirata teologia dei santi e al pio sentire della chiesa, che questa divina luce non è essenza di Dio, ma una grazia, un’illuminazione e un’operazione, increata e naturale, che procede senza interruzione e separazione dalla stessa essenza di Dio, anatema». (Synodikon dell’Ortodossia. Documento sinodale del Luglio 1341, in I Padri esicasti, L’amore della quiete, a cura di A. Rigo, Magnano (VC), Qiqajon, 1993, p. 167).
[42] Cfr. Špidlìk, La preghiera, p.389.
[43] «È una grande antologia di testi ascetici e mistici, riguardanti in specie la preghiera esicastica, redatta da Macario di Corinto (Notaras) (1731 – 1805) e da Nicodemo l’Agiorita (1749 – 1809) e apparsa la prima volta a Venezia nel 1782. La parola greca φιλοκαλία significa letteralmente amore del bello e del buono. S. Agostino l’identifica con la filosofia, ma già Eusebio l’utilizza per indicare antologie di testi. Basilio e Gregorio Nazianzeno diedero lo stesso titolo alla collezione di testi tratti da Origene (SC 226 e 302). La Filocalia di Macario e di Nicodemo è una vasta opera di 1200 pagine in-folio nella prima edizione e contiene sia estratti sia opere intere di circa 36 autori dal IV al XV sec. È la più importante pubblicazione del mondo ortodosso greco durante il dominio turco. Ben presto uscì l’edizione in slavo ecclesiastico di Paisij Veličkovskij, con il titolo Dobrotoljube, Mosca 1793; 18223 (almeno 4 ristampe fino al 1902). Non è la semplice traduzione, perché Paisij lavorava già precedentemente sugli stessi testi patristici. La stessa tradizione fu viva anche nei monasteri romeni. La traduzione in russo fu fatta da Teofane il Recluso, edizione in 5 volumi nel monastero russo del Monte Athos 1877 – 1905, con la più grande diffusione. In seguito la Filocalia fu tradotta in altre lingue orientali e recentemente anche in occidentali (in italiano il testo completo a cura di B. Artioli e F. Lovato, Torino 1982ss.) L’opera ebbe grande importanza per il risveglio della preghiera e per il rinnovamento della vita monastica in Oriente, in modo particolare in Russia, tanto da determinare la nascita di un “movimento filocalico” vivo tuttora. Si può parlare di una spiritualità tipica? I primi autori non ebbero questa intenzione, nondimeno essi scelsero i testi secondo un criterio proprio: i dogmi cristiani devono essere vissuti nella preghiera che è divinizzatrice e dà la pace (deificazione). Alla conoscenza dell’opera in Occidente contribuirono le numerose edizioni dei Racconti sinceri del pellegrino russo (trad. ital. di A. Ferrari, Roma 1997)» (Špidlík, T. voce “Filocalia”, in Farrugia, Dizionario, p. 488; Cfr. Špidlìk, La preghiera, p. 175; Ware, K. Bishop, voce “Filocalie”, DS XII (1984) coll. 1336 – 1352.
[44] Cfr. Ware, K., Possiamo parlare di spiritualità della filocalia?, in Amore del Bello. Studi sulla Filocalia. Atti del “Simposio Internazionale sulla Filocalia”, a cura del Pontificio Collegio Greco, Roma, Novembre 1989, Magnano (VC), Qiqajon, 1991, pp. 27-48; Ware K. Bishop, voce “Philocalie”, in DS XII (1984) coll. 1336 – 1352.
[45] ivi, p. 35.
[46] ivi, p. 38.
[47] Cfr. Miquel, Lessico, p. 245s.
[48] Cfr. Špidlìk, Manuale sistematico, p. 42.
[49] Nicodimo Aghiorita, Proemio al presente libro, in FIL I, p. 47.
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1.1 - Preghiera a
Gesù
1.2 - Preghiera continua
o preghiera del cuore
1.4 - Vigilanza, Sobrietà spirituale, Attenzione
Capitolo secondo
L’antropologia della preghiera di Gesù
2.1 - Il corpo, l’intelletto e il cuore
2.1.1
- Il corpo
2.1.2 -
L’intelletto
2.2 - I gradi della Preghiera di Gesù
VAI AL:
La preghiera continua in San Francesco
4.1 - La figura di San Francesco