Bernard Ugeux

RITROVARE LA SORGENTE INTERIORE:

LA PREGHIERA DI GESÙ

 

 

Bernard Ugeux, antropologo e teologo, è professore alla Facoltà di Teologia e all’Istituto di Scienze e Teologia delle religioni dell’Università Cattolica di Tolosa. Autore di Guérir à tout prix (Editions de l’Atelier, Paris 2001), pratica l’accompagnamento spirituale e dirige da molti anni incontri di iniziazione alla vita interiore.

 


La recitazione del Nome è dunque un atto di fede in un amore che non cessa di donarsi, un fuoco che non dice mai: «Basta!

 

Attualmente, si ritiene che la preghiera del cuore pos­sa sollecitare il subcosciente e attuare in esso una for­ma di liberazione. Infatti, lì giacciono dimenticate realtà cupe, difficili e angosciose. Quando questo Nome be­nedetto pervade il subcosciente, scaccia gli altri nomi, che sono forse distruttori per noi.

Grazie alla nostra comunione con Dio, che è relazione, pronunciare il suo Nome può liberarci dalle oscurità.

 

«Attendo l'inat­teso», mi diceva un giorno un giovane in cerca di voca­zione, incontrato in un monastero: allora gli ho parlato del Dio delle sorprese.

 

Nel mezzo della scissione dell'uomo, della dispersio­ne causata dalla distrazione, la recitazione del Nome al ritmo della respirazione ci aiuta a ritrovare l'unità del­la testa, del corpo e del cuore.

 

Non siamo ob­bligati ad essere per questo dei grandi mistici. In certi momenti della nostra vita, possiamo scoprire che sia­mo amati in un modo assolutamente indescrivibile, che ci riempie di gioia. Essa ci pervade all'improvviso, e questo è il segno che viene da Dio.


 

La preghiera di Gesù è chiamata preghiera del cuo­re perché, nella tradizione biblica, al livello del cuore si trova il centro dell'uomo e della sua spiritualità. Il cuo­re non è semplicemente l'affettività. Questa parola rimanda alla nostra identità profon­da. Il cuore è anche il luogo della saggezza. Nella mag­gior parte delle tradizioni spirituali, esso rappresenta un luogo e un simbolo importanti; talvolta è collegato al tema della grotta o al fiore del loto. A questo propo­sito, la tradizione ortodossa è particolarmente vicina al­le fonti bibliche e semitiche. «Il cuore è il signore e il re di tutto l'organismo corporeo», dice Macario, e «quan­do la grazia si impadronisce dei pascoli del cuore, essa regna su tutte le membra e su tutti i pensieri; perché lì è l'intelligenza, lì si trovano i pensieri dell'anima, da lì essa attende il bene». In questa tradizione, il cuore è al «centro dell'essere umano, la radice delle facoltà dell'intelletto e della volontà, il punto da cui proviene e verso il quale converge tutta la vita spirituale. È la sor­gente, oscura e profonda, da cui scaturisce tutta la vita psichica e spirituale dell'uomo e mediante la quale que­sti è vicino e comunica con la Sorgente della vita». Di­re che nella preghiera bisogna passare dalla testa al cuo­re, non significa che testa e cuore si oppongano. Nel cuo­re, c'è ugualmente il desiderio, la decisione, la scelta dell'azione. Nel linguaggio corrente, quando si dice che una persona è un uomo o una donna di gran cuore, si ri­manda alla dimensione affettiva; ma quando si parla di «avere un cuor da leone» si accenna al coraggio e alla determinazione.

La preghiera di Gesù, con il suo aspetto respiratorio e spirituale, ha lo scopo di far «scendere la testa nel cuo­re»: si arriva così all'intelligenza del cuore. «E’ bene scen­dere dal cervello nel cuore, dice Teofane il Recluso. Per il momento non ci sono in voi che riflessioni tutte ce­rebrali su Dio, ma Dio stesso rimane all'esterno».

È stato detto che la conseguenza della rottura con Dio è una specie di disintegrazione della persona, una perdi­ta dell'armonia interiore. Per riequilibrare la persona con tutte le sue dimensioni, il procedimento della pre­ghiera del cuore mira a collegare la testa e il cuore, per­ché «i pensieri turbinano come fiocchi di neve o sciami di moscerini in estate». Possiamo quindi raggiungere una comprensione molto più profonda della realtà uma­na e spirituale.

 

 

L'illuminazione cristiana

 

Poiché pronunciare il nome di Gesù libera il suo sof­fio in noi, l'effetto più importante della preghiera del cuore è l'illuminazione, che non è una manifestazione sentita fisicamente, benché possa avere effetti sul cor­po. Il cuore conoscerà il calore spirituale, la pace, la lu­ce, così bene espresse nella liturgia ortodossa. Le Chie­se d'Oriente sono decorate di icone, ciascuna con il suo lumicino che vi si riflette, segno di una presenza miste­riosa. Mentre nella teologia mistica occidentale si è in­sistito, tra l'altro, sull'esperienza della notte oscura (con le tradizioni carmelitane, come quella di san Giovanni della Croce), in Oriente sono messe in risalto l'illumi­nazione, la luce della trasfigurazione. I santi ortodossi sono trasfigurati più che se ricevessero le stigmate (Nella tradizione cattolica alcuni santi come Francesco d'Assisi hanno ricevuto nella loro carne le tracce delle piaghe della crocifissione, unendosi così alla sofferenza del Cristo crocifisso). Si parla della luce taborica, perché sul mon­te Tabor, una montagna della Palestina, Gesù è stato trasfigurato. La crescita spirituale è un cammino di tra­sfigurazione progressiva. E’ la luce stessa di Dio che fi­nisce col riflettersi sul viso dell'uomo. Per questo siamo chiamati a diventare noi stessi icone della tenerezza di Dio, sull'esempio di Gesù. Nella misura in cui ritrovia­mo la nostra sorgente nascosta, a poco a poco la luce interiore traspare nel nostro sguardo. C'è una grazia di commossa partecipazione che imprime una grande dol­cezza nello sguardo e sul viso dei religiosi dell'Oriente.

È lo Spirito Santo che realizza l'unità della persona. Lo scopo ultimo della vita spirituale è la deificazione dell'essere umano secondo la tradizione ortodossa, va­le a dire una trasformazione interiore che ristabilisce la somiglianza ferita dalla rottura con Dio. L'uomo diventa sempre più vicino a Dio, non con le sue forze, ma per la presenza dello Spirito che favorisce la preghiera del cuore. C'è una grande differenza tra le tecniche di me­ditazione, in cui si cerca di raggiungere un certo stato di coscienza attraverso sforzi personali, e un metodo di preghiera cristiana. Nel primo caso, il lavoro su se stes­si - che è certamente necessario per ogni cammino spi­rituale - è realizzato unicamente da se stessi, eventual­mente con un aiuto umano esterno, per esempio quel­lo di un maestro. Nel secondo caso, anche se ci si ispira ad alcune tecniche, l'approccio è vissuto in uno spirito di apertura e di accoglienza a una Presenza trasfor­mante. A poco a poco, grazie alla pratica della preghiera del cuore, l'uomo ritrova un'unità profonda. Quanta più si radica questa unità, tanto meglio egli può entrare nella comunione con Dio: è già un annuncio della risurre­zione! Tuttavia, non bisogna farsi illusioni. Non c'è nul­la di automatico né di immediato in questo procedi­mento. Non basta essere pazienti, è ugualmente im­portante accettare di essere purificati, vale a dire rico­noscere le oscurità e le deviazioni in noi che impedi­scono l'accoglimento della grazia. La preghiera del cuo­re stimola un atteggiamento di umiltà e di pentimento che ne condiziona l'autenticità; è accompagnata da una volontà di discernimento e di vigilanza interiore. Di fronte alla bellezza e all'amore di Dio, l'uomo prende coscienza del suo peccato ed è invitato a incamminar­si sulla via della conversione.

Che cosa dice dell'energia divina questa tradizione? Il corpo può risentire anch'esso fin da ora gli effetti dell'illuminazione della risurrezione. Fra gli ortodossi esi­ste un dibattito sempre attuale a proposito delle ener­gie. Sono create o increate? Sono l'effetto di un'azione diretta di Dio sull'uomo? Di quale natura è la deifica­zione? In che modo Dio, trascendente e inaccessibile nella sua essenza, potrebbe comunicare le sue grazie all'uomo, al punto di «deificarlo» con la sua azione? L'interesse dei nostri contemporanei per la questione dell'energia obbliga a soffermarsi brevemente su tale do­manda. Gregorio Palamàs parla di una «partecipazio­ne» a qualche cosa tra il cristiano e Dio. Questo qual­cosa, sono le "energie" divine, paragonabili ai raggi del sole che apportano luce e calore, senza essere il sole nella sua essenza, e che noi tuttavia chiamiamo: sole. So­no queste energie divine che agiscono sul cuore per ri­crearci a immagine e somiglianza. Con ciò, Dio si dona all'uomo senza cessare di essere trascendente a lui. Attraverso questa immagine, vediamo come, mediante un lavoro sul respiro e sulla ripetizione del Nome, pos­siamo accogliere l'energia divina e permettere che si realizzi progressivamente in noi una trasfigurazione dell'essere profondo.

 

 

Il Nome che guarisce

 

A proposito del pronunciare il Nome, è importante non porsi in un atteggiamento che rientrerebbe nell'ambito della magia. La nostra è una prospettiva di fe­de in un Dio che è il pastore del suo popolo e che non vuole perdere nessuna delle sue pecore. Chiamare Dio con il suo nome vuol dire aprirsi alla sua presenza e al­la potenza del suo amore. Credere nella forza dell'evo­cazione del Nome, significa credere che Dio è presen­te nelle nostre profondità e aspetta solamente un segno da parte nostra per colmarci della grazia di cui abbia­mo bisogno. Non dobbiamo dimenticare che la grazia è sempre offerta. Il problema viene da noi che non la chiediamo, non l'accogliamo, oppure non siamo capaci di riconoscerla quando essa opera nella nostra vita o in quella degli altri. La recitazione del Nome è dunque un atto di fede in un amore che non cessa di donarsi, un fuoco che non dice mai: «Basta!».

Adesso forse comprendiamo meglio come, oltre al lavoro che abbiamo iniziato sul corpo e il respiro, è pos­sibile, per quelli che lo desiderano, introdurre la di­mensione della ripetizione del Nome. Così, a poco a po­co, lo Spirito si unisce alla nostra respirazione. In con­creto, dopo un apprendimento più o meno lungo, quan­do abbiamo un momento di calma, quando camminia­mo per strada o quando stiamo nella metropolitana, se entriamo nella respirazione profonda, spontaneamen­te, il nome di Gesù può visitarci e ricordarci chi siamo noi, figli diletti del Padre.

Attualmente, si ritiene che la preghiera del cuore pos­sa sollecitare il subcosciente e attuare in esso una for­ma di liberazione. Infatti, lì giacciono dimenticate realtà cupe, difficili e angosciose. Quando questo Nome be­nedetto pervade il subcosciente, scaccia gli altri nomi, che sono forse distruttori per noi. Ciò non ha nulla di automatico e non sostituirà necessariamente un pro­cedimento psicanalitico o psicoterapeutico; ma nella fe­de cristiana, questa visione dell'opera dello Spirito fa parte dell'incarnazione: nel cristianesimo, lo spirito e il corpo sono inseparabili. Grazie alla nostra comunione con Dio, che è relazione, pronunciare il suo Nome può liberarci dalle oscurità. Si legge nei Salmi che quando un povero grida, Dio risponde sempre (Sal 31,23; 72,12). E l'amata del Cantico dei Cantici dice: «Io dormivo, ma il mio cuore era desto» (Ct 5,2). Possiamo qui pensare all'immagine della mamma che dorme, ma sa che il suo bimbo non sta molto bene: lei si sveglierà al minimo ge­mito. È una presenza dello stesso genere che si può spe­rimentare nei momenti importanti della vita amorosa, della vita parentale, filiate. Se amare è essere abitati, lo stesso può dirsi anche per la relazione che Dio intrat­tiene con noi. Scoprirlo e viverne è una grazia da chie­dere.

Quando prepariamo un incontro importante, ci pen­siamo, ci predisponiamo ad esso, ma non possiamo as­sicurare che sarà un incontro riuscito. Ciò non dipende del tutto da noi, ma dipende anche dall'altro. Nell'incontro con Dio, quel che dipende da noi è preparare il nostro cuore. Anche se non conosciamo nè il giorno nè l'ora, la nostra fede ci assicura che l'Altro verrà. A tal fine è necessario che noi ci poniamo già in un approc­cio di fede, anche se è una fede ai primi passi. Avere l'audacia di sperare che effettivamente c'è qualcuno che viene a noi, anche se non sentiamo nulla! È un met­tersi continuamente in presenza, cosi come respiriamo ad ogni istante, e il nostro cuore batte senza fermarsi. Il nostro cuore e il nostro respiro sono vitali per noi, così questo mettersi in presenza diventa vitale da un punto di vista spirituale. Progressivamente, tutto diventa vita, vita in Dio.. Certamente, non lo sperimentiamo in permanenza, ma in certi momenti possiamo intuirlo Quei momenti ci incoraggiano, quando abbiamo l'im­pressione di perdere tempo nella preghiera, cosa che, senza dubbio, ci accade spesso...

 

 

Attendere l'inatteso

 

Noi possiamo attingere dalla nostra propria espe­rienza di relazione, dal ricordo dei nostri stupori da­vanti a ciò che abbiamo scoperto di bello in noi e negli altri. La nostra esperienza ci rivela l'importanza della capacità di riconoscere la bellezza sul nostro cammino. Per alcuni sarà la natura, per altri l'amicizia; in poche parole, tutto ciò che ci fa crescere e ci fa uscire dalla ba­nalità, dal tran tran quotidiano. Attendere l'inatteso ed essere ancora capaci di meravigliarsi! «Attendo l'inat­teso», mi diceva un giorno un giovane in cerca di voca­zione, incontrato in un monastero: allora gli ho parlato del Dio delle sorprese.

È un cammino che richiede tempo. Ricordiamoci che abbiamo detto che la risposta è già presente nel cam­mino stesso. Siamo tentati di porci la domanda: quan­do arriverò e quando avrò la risposta? L'importante è esserci messi in cammino, bevendo ai pozzi che incon­triamo, pur sapendo che ci vorrà molto tempo per ar­rivare. L'orizzonte si allontana quando ci si avvicina al­la montagna, ma c'è la gioia del cammino che accom­pagna l'aridità della fatica, c'è la vicinanza dei compa­gni di cordata. Non rimaniamo soli, siamo già rivolti verso la rivelazione che ci aspetta sulla vetta. Quando siamo consapevoli di questo, diventiamo pellegrini dell'assoluto, pellegrini di Dio, senza ricerca del risultato.

È molto difficile per noi occidentali non mirare all'efficacia immediata. Nel celebre libro indù Bhaga­vadgita, Krishna dice che bisogna lavorare senza desi­derare il frutto della nostra fatica. I buddhisti aggiun­gono che bisognerebbe liberarsi dal desiderio che è il­lusione, per raggiungere l'illuminazione. Molto più tar­di, in Occidente, nel XVI secolo, sant'Ignazio di Loyo­la insisterà sull'«indifferenza», che consiste per lui nel conservare una giusta libertà interiore riguardo a una decisione importante, finché il discernimento conferma la scelta opportuna. Tuttavia, come abbiamo visto, nel cristianesimo il desiderio rimane una realtà importan­te per il cammino spirituale. Esso unifica nell'impulso che ci fa uscire da noi stessi in direzione di una pienez­za, e tutto questo in una grande povertà. Infatti, il de­siderio ci produce un vuoto nell'anima, perché possia­mo desiderare solo ciò che non abbiamo ancora, e dà il suo slancio alla speranza.

Questo ci aiuta a pensare «giusto», perché il nostro pensiero è anche un pensiero del cuore, e non soltanto un esercizio unicamente intellettuale. La rettitudine del pensiero illuminato dal cuore e gli stati del nostro cuo­re ci dicono qualcosa della rettitudine delle nostre re­lazioni. Lo vedremo presto nella tradizione ignaziana, quando parleremo della «mozione degli spiriti». Que­sta espressione di sant'Ignazio di Loyola è un altro mo­do di parlare degli stati del cuore, che ci dicono come noi viviamo la nostra relazione a Dio e agli altri. Noi occidentali viviamo soprattutto al livello dell'intelletto, della razionalità, e riduciamo talvolta il cuore all'emo­tività. Siamo allora tentati sia di neutralizzarlo, sia d'i­gnorarlo. Per alcuni di noi, quel che non si misura non esiste, ma questo è tuttavia in contraddizione con l'e­sperienza quotidiana, perché la qualità della relazione non si misura.

Nel mezzo della scissione dell'uomo, della dispersio­ne causata dalla distrazione, la recitazione del Nome al ritmo della respirazione ci aiuta a ritrovare l'unità del­la testa, del corpo e del cuore. Questa preghiera conti­nua può diventare veramente vitale per noi, nel senso che segue i nostri ritmi vitali. Vitale anche nel senso in cui, nei momenti nei quali la nostra vita è messa in di­scussione, minacciata, noi viviamo le esperienze più in­tense. Allora, possiamo chiamare il Signore con il suo Nome, renderlo presente e, a poco a poco, entrare nel movimento dell'illuminazione del cuore. Non siamo ob­bligati ad essere per questo dei grandi mistici. In certi momenti della nostra vita, possiamo scoprire che sia­mo amati in un modo assolutamente indescrivibile, che ci riempie di gioia. È questa una conferma di quel che c'è di più bello in noi e dell'esistenza dell'Essere ama­to; può durare soltanto pochi secondi, e diventare tut­tavia come una pietra miliare sul nostro cammino. Se non c'è una causa precisa a questa gioia intensa, sant'I­gnazio la chiama una «consolazione senza causa». Per esempio, quando non è una gioia che proviene da una buona notizia, da una promozione, da una gratificazio­ne qualunque. Essa ci pervade all'improvviso, e questo è il segno che viene da Dio.

 

La preghiera di colui che veglia

 

Infine, possiamo parlare brevemente di un metodo di preghiera praticato in ambienti cattolici, non estra­neo a quel che abbiamo considerato finora. Ai giorni nostri, alcuni trappisti americani (cfr. anche nel nostro sito: La preghiera centrica del padre trappista  B. Pennington) propongono dì prati­care la «preghiera del vegliante». E’ una preghiera che mira a favorire la concentrazione ed è ripresa da una tradizione, molto antica, conservata in un libro intito­lato LA NUBE DELLA NON-CONOSCENZA (nel nostro sito: La preghiera breve che penetra il cielo: Anonimo del XIV sec:  La nube della non-conoscenza). Questo libro è sta­to scritto in Inghilterra nel XIV secolo ed era molto conosciuto alla fine del Medioevo; l'autore è rimasto ano­nimo. Quest'opera viene riscoperta attualmente, grazie a nuove traduzioni. Vi si legge, a proposito dell'uso di una sola parola nella preghiera:

 

Se vuoi ripiegare e avvolgere l'attenzione in una sola parola così da tenerla più saldamente, prendi una parola corta, meglio se di una sola sillaba: più è corta, più si in­tona all'opera dello spirito. Una tale parola può essere «Dio» o ancora «Amore». Scegli una di queste due o un'al­tra di tuo gradimento. E questa parola legala stretta al tuo cuore, così che non se ne stacchi più, qualunque cosa ac­cada. Questa parola sarà il tuo scudo e la tua lancia, sia in pace che in guerra. Con questa parola picchierai sulla nu­be e sull'oscurità che ti sovrasta. Con questa parola sop­primerai ogni pensiero sotto la nube dell'oblio. A tal pun­to che se qualche pensiero ti metterà sotto pressione chie­dendoti cosa mai stai cercando, gli risponderai se non con questa semplice parola. E se si farà avanti con la sua scien­za per spiegarti il significato di quella stessa parola ed esporne le varie proprietà, gli dirai che vuoi conservarla intatta nella sua interezza, e non intendi ridurla in briciole.

I monaci di cui stiamo parlando ripetono parole co­me: alleluia, salvatore, Marana-tha (vieni, o Signore); Kyrie, Signore, Gesù, Padre, Abbà, Spirito Santo, ecc. Ecco le loro regole per questa pratica che è simile a quel che abbiamo visto precedentemente.

Scegliamo un luogo relativamente tranquillo dove non saremo interrotti, sediamoci ben dritti, con i piedi posati in piano per terra, chiudiamo gli occhi e rilassiamoci; pre­stiamo attenzione particolarmente alle parti del corpo che sentiamo troppo tese. Possiamo anche appoggiarci su un piccolo banco o un cuscino; l'essenziale è stare comodi (sic) per non muoverci e non disturbare la nostra preghiera.

Cominciamo a ripetere la nostra parola e continuiamo per tutto il tempo della preghiera. Quando ci rendiamo conto di una distrazione ripetiamo la nostra parola dolcemente.

Terminato il tempo della preghiera distacchiamocene piano piano recitando il Padre nostro e rialziamoci tranquillamente

Questi monaci propongono una durata di venti minu­ti, una volta al giorno, di preferenza al mattino. In tale proposta manca la respirazione; non si parla del respiro. Peccato, perché per conservare l'immobilità e per rilas­sare il corpo, la consapevolezza del respiro è molto im­portante. Indichiamo tuttavia una pista per quelli che vo­gliono adeguarsi al lavoro che abbiamo finora fatto se­condo un procedimento più esplicitamente occidentale.

Nell'uso dei mantra, si utilizza il nome di una divinità o un'altra parola che ha una qualità di vibrazione par­ticolare; si tratta ancora di “energetismo”. Nel nostro pro­cedimento, il nome serve da supporto alla concentra­zione; noi guardiamo soprattutto a un atteggiamento interiore, il suono fisico è secondario. Il nome di Dio è un vero luogo di comunicazione con Qualcuno che è vivo ed esiste. Questo nome agisce in noi per il fatto che siamo stati creati da lui e che da lui riceviamo il re­spiro a ogni momento. E’ dunque molto più di un sup­porto: è una realtà mistica.

Parleremo successivamente di un'altra tradizione occidentale, più recente, che segna un progresso importante nel mo­do di capire il ruolo dell'affettività nella vita spirituale. Si tratta della preghiera quale è stata insegnata da sant'I­gnazio di Loyola. Egli non è il primo ad essersi occu­pato dell'importanza dei sentimenti nella vita di pre­ghiera, come possiamo constatare, per esempio, in san­ta Teresa d'Avila o in san Giovanni della Croce. Ma il suo metodo detto del «discernimento degli spiriti» ri­mane molto attuale, anche dopo la comparsa della psi­cologia, con la quale c'è non soltanto compatibilità, ma complementarità.

 

CONSIGLI PRATICI

Pregare con prudenza e pazienza

 

Nella Bibbia, c'è una scelta illimitata di nomi dispo­nibili per rivolgersi a Dio. Nell'Antico Testamento, s'incontra un gran numero di espressioni usate nei salmi:

mia roccia, mio baluardo, mia fortezza, mia forza, mia luce, mia salvezza, mio liberatore. Vengono usate le im­magini del pastore, del vignaiolo, dell'amato (Cantico dei Cantici), del padre o della madre, del guerriero, del creatore, del potente, ecc. L'interesse dei Salmi consi­ste nel fatto che rispecchiano tutti i sentimenti umani possibili nei confronti di Dio, dall'abbandono fiducio­so del bambino fino alla collera e al mercanteggiamento affinché Dio agisca. Quanto al Nuovo Testamento, il più frequente è senza dubbio l'appellativo di Padre, ma le parabole presentano aspetti diversi di Dio, provenienti dall'Antico Testamento, Alphonse e Rachel Goettmann propongono anche alcune formule come «da me verso te» nell'espirazione, «tutto, in te» tra le due, e «da te» nell'inspirazione. Oppure «da me verso te» nell'e­spirazione e «da te verso me» nell'inspirazione.     im­portante è vivere intensamente attraverso le parole uti­lizzate. L'uso del Nome mobilita la persona che prega e fa agire la potenza dello Spirito. Non si tratta di ada­giarsi in un mondo chiuso e confortevole. Alphonse e Rachel Goettmann insistono sui legame tra combatti­mento ascetico e preghiera del cuore.
La preghiera del cuore è stata oggetto di discussione e di sospetto a causa dei rischi di ripiegamento su se stessi e di illusione in quanto ai risultati. La ripetizione assidua di una formula può provocare una vera e propria vertigi­ne. La concentrazione esagerata sulla respirazione o sul ritmo del cuore può determinare malessere in certe persone fragili. C'è anche il rischio di confondere la preghie­ra con il desiderio di prodezze. Non si tratta di forzare per arrivare a un automatismo o a una corrispondenza con un ceno movimento biologico. Perciò, in origine, questa pre­ghiera veniva insegnata soltanto oralmente e la persona era seguita da un padre spirituale. Ai giorni nostri, questa preghiera è di pubblico dominio; molti sono i libri che ne parlano e le persone che la praticano, senza un particola­re accompagnamento. Ragione di più per non forzare nulla. Niente sarebbe più contrario al procedimento che il voler provocare un sentimento di illuminazione, confon­dendo l'esperienza spirituale di cui parla la Filocalia con una modificazione dello stato di coscienza. N6n si deve trattare né di merito, nè di psicotecnica ricercata per se stessa.
Questa maniera di pregare non è adatta a tutti. Essa esige una ripetizione e un esercizio quasi meccanico all'i­nizio, che scoraggia alcune persone. Inoltre, sorge un fe­nomeno di stanchezza, perché il progresso è lento e, tal­volta, ci si può trovare davanti a un vero e proprio muro che paralizza lo sforzo. Non bisogna dichiararsi vinti, ma, anche in questo caso, si tratta di essere pazienti con se stes­si. Non dobbiamo cambiare troppo spesso 1a formula. Ri­cordo che il progresso spirituale non può essere raggiun­to unicamente mediante la pratica di un metodo, qualun­que esso sia, ma implica un atteggiamento di discernimento e di vigilanza nella vita quotidiana.
Infine, ci sono altri modi di pregare. in cui l'attenzione al respiro e la consapevolezza del corpo servono vantag­giosamente da introduzione e da preparazione. Si tratta, tra l'altro, delta meditazione cristiana di cui parleremo nel prossimo capitolo.

 


Bernard Ugeux: La Preghiera del Cuore - Consigli pratici
 

Tratto da: Bernard Ugeux, IL MORMORIO DELLA SORGENTE INTERIORE, ed. San Paolo, a cui si rimanda per le note e l’approfondimento.