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Bernard Ugeux
LA PREGHIERA DEL CUORE
Consigli partici
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Bernard Ugeux, antropologo e teologo, è professore alla Facoltà di Teologia e all’Istituto di Scienze e Teologia delle religioni dell’Università Cattolica di Tolosa. Autore di Guérir à tout prix (Editions de l’Atelier, Paris 2001), pratica l’accompagnamento spirituale e dirige da molti anni incontri di iniziazione alla vita interiore. |
Questa tradizione è stata riscoperta di recente dalle Chiese d'Occidente, benché risalga a un'epoca anteriore allo scisma tra i cristiani d'Occidente e d'Oriente. E’ dunque un patrimonio comune da esplorare e da gustare, che ci interessa in quanto mostra come possiamo associare il corpo, il cuore e la mente su un cammino spirituale cristiano.
Si parla di un'energia spirituale la quale si trova nel nome stesso di Dio che viene pronunziato. Questa energia non rientra nella categoria dell'energia vibratoria, come nella pronuncia della sacra sillaba OM.
Non si tratta di un'energia cosmica, ma spirituale.
Il nostro scopo non è nemmeno di arrivare alla vacuità come nella tradizione buddhista. Si tratta di liberare uno spazio interiore nel quale possiamo fare l'esperienza di essere visitati e abitati.
Dopo un certo tempo, scopriamo che siamo con un Altro, perché amare è essere abitati e lasciarsi amare è lasciarsi abitare. Ritroviamo quello che dicevo a proposito della trasfigurazione: il cuore, la mente e il corpo ritrovano la loro unità originaria.
«Non preoccupatevi del numero delle preghiere da recitare. Abbiate cura unicamente che la preghiera scaturisca dal vostro cuore, zampillante come una sorgente di acqua viva.»
All'inizio, la recitazione sarà fatta oralmente; a poco a poco, non avremo più bisogno di pronunziarla con le labbra nè di utilizzare un rosario. Un automatismo regolerà il movimento della respirazione; la preghiera si semplificherà e giungerà fino al nostro sub-conscio per pacificarlo. Il silenzio ci pervaderà dall'interno.
Nella
storia del cristianesimo si constata che, in numerose tradizioni, esisteva un
insegnamento sull'importanza del corpo e
delle posizioni corporee per la vita spirituale. Grandi santi ne hanno parlato,
come Domenico,Teresa d'Avila, Ignazio di Loyola... Inoltre, fin dal IV secolo,
incontriamo consigli a questo proposito nei monaci d'Egitto. Più tardi, gli
ortodossi hanno proposto un insegnamento sull'attenzione al ritmo del cuore e
sulla respirazione. Se ne è parlato soprattutto a proposito della «preghiera del
cuore» (o la «preghiera di Gesù», che si rivolge a lui).
Questa tradizione tiene conto del ritmo del cuore, della respirazione, di una presenza a se stessi per essere più disponibili a Dio. È una tradizione molto antica che attinge dagli insegnamenti dei Padri del deserto egiziano, monaci che si sono dati totalmente a Dio in una vita eremitica o comunitaria con un'attenzione particolare alla preghiera, all'ascesi e al dominio sulle passioni. Essi possono essere considerati i successori dei martiri, grandi testimoni della fede all'epoca delle persecuzioni religiose, che cessarono quando il cristianesimo divenne religione di Stato nell'impero romano. A partire dalla loro esperienza, si sono impegnati in un lavoro di accompagnamento spirituale ponendo l'accento sul discernimento di ciò che si viveva nella preghiera. In seguito, la tradizione ortodossa ha valorizzato una preghiera in cui alcune parole tratte dai Vangeli sono accostate al respiro e ai battiti del cuore. Queste parole sono state pronunziate dal cieco Bartimeo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!» (Mc 10,47) e dal pubblicano che prega così: «Signore, abbi pietà di me, peccatore» (Lc 18,13).
Questa tradizione è stata riscoperta di recente dalle Chiese d'Occidente, benché risalga a un'epoca anteriore allo scisma tra i cristiani d'Occidente e d'Oriente. E’ dunque un patrimonio comune da esplorare e da gustare, che ci interessa in quanto mostra come possiamo associare il corpo, il cuore e la mente su un cammino spirituale cristiano. Ci possono essere convergenze con alcuni insegnamenti provenienti da tradizioni dell'Estremo Oriente.
La ricerca del Pellegrino russo
I Racconti di un pellegrino russo ci permettono di accostarci alla preghiera del cuore. Attraverso quest'opera l'Occidente ha riscoperto l'esicasmo. In Russia esisteva un'antica tradizione secondo la quale certe persone, attirate da un cammino spirituale esigente, partivano a piedi attraverso la campagna, come mendicanti, ed erano accolte nei monasteri, Come pellegrini, andavano di monastero in monastero, alla ricerca di risposte alle loro domande spirituali. Questa specie di ritiro peregrinante, nel quale avevano un ruolo importante l'ascesi e le privazioni, poteva durare diversi anni.
Il Pellegrino russo è un uomo vissuto nel XIX secolo. I suoi racconti furono pubblicati verso il 1870. L'autore non è chiaramente identificato. Era un uomo che aveva un problema di salute: un braccio atrofizzato, ed era assillato dal desiderio d'incontrare Dio. Andava da un santuario all'altro. Un giorno, egli ascolta in una chiesa alcune parole tratte dalle lettere di san Paolo. Inizia allora un pellegrinaggio di cui ha scritto il racconto. Ecco come egli si presenta:
Per grazia di Dio sono cristiano, per le mie azioni un grande peccatore, per condizione un pellegrino senza dimora e del genere più umile, che vaga da un luogo all'altro. Tutti i miei averi consistono in una bisaccia di pan secco sulle spalle, e la Sacra Bibbia sotto la camicia. Nient'altro. Durante la ventiquattresima settimana dopo il giorno della Trinità entrai in chiesa durante la liturgia per pregare un pò; stavano leggendo la pericope 273 della lettera ai Tessalonicesi di san Paolo, in cui si dice: «Pregate incessantemente» (1Ts 5,17). Questa massima mi si fissò particolarmente nella mente, e incominciai dunque a riflettere: come si può pregare incessantemente, quando per ogni uomo è inevitabile e necessario impegnarsi anche in altre faccende per procurarsi il sostentamento? Mi rivolsi alla Bibbia e vi lessi con i miei occhi quello che avevo udito, e cioè che bisogna pregare «incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito» (Ef 6,18), pregare «alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese» (1Tm 2,8). Pensavo e pensavo, ma non sapevo che cosa decidere. «Che fare?», riflettevo. «Dove trovare qualcuno che possa spiegarmelo? Andrò per le chiese dove parlano celebri predicatori, forse sentirò qualcosa di convincente». E andai. Udii molte prediche eccellenti sulla preghiera. Ma erano tutti insegnamenti sulla preghiera in genere: che cos'è la preghiera, com'è necessario pregare, quali sono i suoi frutti; ma nessuno diceva come progredire nella preghiera. Ci fu sì una predica sulla preghiera nello spirito e sulla preghiera continua; ma non vi si indicava come arrivarci (pp. 25-26).
Il Pellegrino è dunque molto deluso, perché ha sentito quest'appello a una preghiera continua, ha ascoltato le prediche, ma non ha ricevuto risposta. Dobbiamo riconoscere che questo è un problema ancora attuale nelle nostre chiese. Sentiamo dire che bisogna pregare, siamo invitati a imparare a pregare, ma, in conclusione, la gente pensa che non ci siano luoghi dove ci si possa fare iniziare alla preghiera, particolarmente a pregare incessantemente e tenendo conto del proprio corpo.
Allora, il Pellegrino comincia a fare il giro delle chiese e dei monasteri. E arriva da uno starec - un monaco accompagnatore spirituale - che lo riceve con bontà, lo invita a casa sua e gli propone un libro dei Padri che gli permetterà di capire chiaramente che cos'è la preghiera e di impararla con l'aiuto di Dio: la Filocalia, che significa in greco l'amore della bellezza. Gli spiega quella che si chiama la preghiera di Gesù, che è in realtà la preghiera a Gesù, molto antica.
Ecco quel che gli dice lo starec:
La preghiera interiore e perpetua di Gesù consiste nell'invocare incessantemente, senza interruzione, il nome divino di Gesù Cristo con le labbra, la mente e il cuore, immaginando la sua presenza costante e chiedendo il suo perdono, in ogni occupazione, in ogni luogo. in ogni tempo, persino nel sonno. Essa si esprime con queste parole: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!».
Chi si abitua a questa invocazione ne riceve grande consolazione, e sente l'esigenza di recitare sempre questa preghiera, tanto che non può più farne a meno, ed essa stessa fluisce spontaneamente in lui. Adesso hai capito che cosa sia la preghiera continua? (p. 35).
E il Pellegrino esclama colmo di gioia: «Per amor di Dio, insegnatemi come arrivarci!».
Lo Starec prosegue:
«Impareremo la preghiera leggendo questo libro, che si intitola Filocalia». Questo libro raccoglie testi tradizionali della spiritualità ortodossa.
Lo starec sceglie un brano di san Simeone il Nuovo Teologo:
Siedi in silenzio e appartato; china il capo, chiudi gli occhi; respira più lentamente, guarda con l'immaginazione dentro il cuore, porta la mente, cioè il pensiero, dalla testa al cuore. Mentre respiri, di': «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me», sottovoce con le labbra, oppure solo con la mente. Cerca di scacciare i pensieri, sii tranquillo e paziente, e ripeti spesso questo esercizio (pp. 36-37).
Dopo avere incontrato questo monaco, il Pellegrino russo legge altri autori e continua ad andare di monastero in monastero, da un luogo di preghiera a un altro, facendo ogni specie di incontri lungo il cammino e approfondendo quel suo desiderio di pregare incessantemente. Egli conta il numero di volte che pronunzia l'invocazione. Fra gli ortodossi la corona del rosario è costituita di nodi (cinquanta o cento nodi). È l'equivalente del rosario, ma qui non vi sono il Padre nostro e l'Ave Maria rappresentati da grani grossi e piccoli, più o meno distanziati. I nodi sono invece della stessa dimensione e disposti uno dopo l'altro, con l'unico intento della ripetizione del nome del Signore, pratica che si acquisisce progressivamente.
Ecco come il nostro Pellegrino russo ha scoperto la preghiera continua, a partire da una ripetizione molto semplice, tenendo conto del ritmo della respirazione e del cuore, cercando di uscire dalla mente, per entrare nel cuore profondo, quietare il proprio essere interiore e rimanere così in preghiera permanente.
Questa storia del Pellegrino contiene tre insegnamenti che alimentano la nostra ricerca.
Il primo pone l'accento sulla ripetizione. Non abbiamo bisogno di andare a cercare dei mantra fra gli indù, noi ne abbiamo nella tradizione cristiana con la ripetizione del nome di Gesù. In numerose tradizioni religiose, la ripetizione di un nome o di una parola in rapporto con il divino o il sacro è il luogo di concentrazione e di acquietamento per la persona e di relazione con l'invisibile. Allo stesso modo, gli ebrei ripetono più volte al giorno lo Shemà (la proclamazione di fede che comincia con «Ascolta, o Israele...», Dt, 6,4). La ripetizione è stata ripresa dal rosario cristiano (che proviene da san Domenico, nel XII secolo). Questa idea di ripetizione è dunque classica anche nelle tradizioni cristiane.
Il secondo insegnamento verte sulla presenza al corpo, che si riallaccia ad altre tradizioni cristiane. Nel XVI secolo, sant'Ignazio di Loyola, che è stato all'origine della spiritualità dei gesuiti, segnala l'interesse di pregare al ritmo del cuore o della respirazione, dunque l'importanza di un'attenzione al corpo (cfr. Esercizi spirituali, 258-260). In questa maniera di pregare, si prendono le distanze riguardo a una riflessione intellettuale, a un approccio mentale, per entrare in un ritmo più affettivo, perché la ripetizione non è solamente esteriore, vocale.
Il terzo insegnamento si riferisce all'energia che si sprigiona nella preghiera. Questo concetto di energia - che si incontra spesso attualmente - è molte volte ambiguo, polisemico (vale a dire che ha significati differenti). Trattandosi della tradizione nella quale si inscrive il Pellegrino russo, si parla di un'energia spirituale la quale si trova nel nome stesso di Dio che viene pronunziato. Questa energia non rientra nella categoria dell'energia vibratoria, come nella pronuncia della sacra sillaba OM, che è materiale. Sappiamo che il primo mantra, il mantra originario per l'induismo è la sillaba mistica OM. È la sillaba iniziale, che viene dalle profondità dell'uomo, nella forza dell'espirazione. Nel nostro caso, si tratta di energie increate, l'energia divina stessa, che viene nella persona e la pervade quando essa pronunzia il nome di Dio.
L'insegnamento della Filocalia permette dunque di ricollegarsi all'esperienza della ripetizione, del respiro e del corpo, dell'energia, ma assunta in una tradizione cristiana in cui non si tratta di un'energia cosmica, ma spirituale.
Ritorniamo alla trasmissione della tradizione della preghiera del cuore, dell'invocazione incessante del nome di Gesù, che si localizza nelle profondità del cuore. Essa risale alte tradizioni dei Padri greci del Medioevo bizantino: Gregorio Palamàs, Simeone il Nuovo Teologo, Massimo il Confessore, Diadoco di Fotice; e ai Padri del deserto dei primi secoli: Macario ed Evagrio. Alcuni la riallacciano persino agli apostoli... (nella Filocalia). Questa preghiera si è sviluppata soprattutto nei monasteri del Sinai, al confine dell'Egitto, a partire dal VI secolo, poi sul monte Athos nel XIV secolo. Lì vivono ancora centinaia di monaci completamente isolati dal mondo, sempre immersi in questa preghiera del cuore. In alcuni monasteri si continua a mormorarla, come un ronzio di alveare, in altri la si dice interiormente, in silenzio.
La preghiera del cuore fu introdotta in Russia verso la metà del XIV secolo. Il grande mistico san Sergio di Radonez, il fondatore del monachesimo russo, la conosceva. Altri monaci in seguito l'hanno fatta conoscere nel XVIII secolo, poi essa si è diffusa progressivamente al di fuori dei monasteri, grazie alla pubblicazione della Filocalia, nel 1782. Infine, la diffusione dei racconti del Pellegrino russo a partire dalla fine del XIX secolo l'ha resa popolare.
La preghiera del cuore ci permetterà di progredire nella misura in cui possiamo appropriarci l'esperienza che abbiamo cominciato, in una prospettiva sempre più cristiana. In quello che abbiamo finora imparato, abbiamo insistito soprattutto sull'aspetto affettivo e corporeo della preghiera e della ripetizione; adesso, facciamo ancora un altro passo. Questo modo di riappropriarsi un tale procedimento non implica un giudizio o una disistima delle altre tradizioni religiose (come il tantrismo, lo yoga...). Abbiamo qui l'occasione di collocarci nel cuore della tradizione cristiana, a proposito di un aspetto che si è tentato di ignorare nel secolo scorso nelle Chiese d'occidente. Gli ortodossi sono rimasti più vicini a questa pratica, mentre la tradizione cattolica occidentale recente si è evoluta piuttosto verso un approccio razionale e istituzionale del cristianesimo. Gli ortodossi sono rimasti più vicini all'estetica, a ciò che si prova, alla bellezza e alla dimensione spirituale, nel senso dell'attenzione all'opera dello Spirito Santo nell'umanità e nel mondo. Abbiamo visto che la parola esicasmo significa quiete, ma essa rimanda anche alla solitudine, al raccoglimento.
La potenza del Nome
Perché
nella mistica ortodossa si dice che la preghiera del cuore è al centro
dell'ortodossia? Tra l'altro, perché l'invocazione incessante del nome di Gesù
si collega alla tradizione ebraica, per la quale il nome di Dio è sacro,
poiché c'è una forza, una potenza particolare in questo nome. Secondo questa
tradizione è proibito pronunziare il nome di Jhwh. Quando gli ebrei parlano del
Nome, dicono: il Nome o il tetragramma, le quattro lettere. Essi non lo
pronunziavano mai, salvo una volta l'anno, al tempo in cui il tempio di
Gerusalemme esisteva ancora. Soltanto il sommo sacerdote aveva il diritto di
pronunziare il nome di Jhwh, nel santo dei santi. Ogni volta che nella Bibbia si
parla del Nome, si parla di Dio. Nel nome stesso, c'è una presenza
straordinaria di Dio.
Si ritrova l'importanza del nome negli Atti degli Apostoli, il primo libro della tradizione cristiana dopo i Vangeli: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo» (At 2,21). Il nome è la persona, il nome di Gesù salva, guarisce, scaccia gli spiriti impuri, purifica il cuore. Ecco che cosa dice a questo proposito un sacerdote ortodosso: «Portate costantemente nel cuore il dolcissimo nome di Gesù; il cuore è infiammato dal richiamo incessante di questo nome diletto, di un ineffabile amore per lui».
Questa preghiera si fonda sull'esortazione a pregare sempre e che abbiamo ricordato a proposito del Pellegrino russo. Tutte le sue parole provengono dal Nuovo Testamento. È il grido del peccatore che chiede aiuto al Signore, in greco: «Kyrie, eleison». Questa formula è utilizzata anche nella liturgia cattolica. E ancora oggi viene recitata decine di volte negli uffizi ortodossi greci. La ripetizione del «Kyrie, eleison» è dunque importante nella liturgia orientale.
Per addentrarci nella preghiera del cuore, non siamo obbligati a recitare tutta la formula: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me (peccatore)»; possiamo scegliere un'altra parola che ci commuove. Bisogna tuttavia comprendere l'importanza della presenza del nome di Gesù, quando vogliamo penetrare a fondo il significato di questa invocazione. Nella tradizione cristiana, il nome di Gesù (che in ebraico si dice Jehoshua) significa: «Dio salva». È un modo di rendere presente il Cristo nella nostra vita. Ritorneremo a parlarne. Per il momento, è possibile che un'altra espressione ci si addica meglio. L'importante è prendere l'abitudine di ripetere regolarmente questa espressione, come un segno di tenerezza che si esprime a qualcuno. Quando siamo avviati su un cammino spirituale e accettiamo che sia un cammino di relazione con Dio, scopriamo dei nomi particolari che rivolgiamo a Dio, nomi che amiamo in modo particolare. Sono talvolta nomi affettuosi, pieni di tenerezza, che possono essere detti secondo la relazione che si ha con lui. Per alcuni, sarà Signore, Padre; per altri, sarà Papà, oppure Diletto... Una sola parola può bastare in questa preghiera; la cosa principale è non cambiare troppo spesso, ripeterla regolarmente, e che sia per chi la pronuncia una parola che lo radica nel suo cuore e nel cuore di Dio.
Alcuni di noi possono essere riluttanti di fronte alle parole «pietà» e «peccatore». La parola pietà disturba perché ha preso spesso una connotazione doloristica o umiliante. Ma se la consideriamo nel suo primo significato di misericordia e di compassione, la preghiera può anche voler dire: «Signore, guardami con tenerezza». La parola peccatore evoca il riconoscimento delle nostre povertà. Non vi è in ciò nessun senso di colpa incentrato su una lista di peccati. Il peccato è piuttosto uno stato in cui percepiamo fino a che punto facciamo fatica ad amare e a lasciarci amare come vorremmo. Peccare significa «fallire il bersaglio»... Chi non riconosce di fallire il bersaglio più spesso di quanto vorrebbe? Rivolgendoci a Gesù, gli chiediamo di avere compassione delle difficoltà che abbiamo a vivere al livello del cuore profondo, nell'amore. È una richiesta di aiuto per liberare la sorgente interiore...
In che modo si fa questa respirazione del Nome, del nome di Gesù? Come racconta il Pellegrino russo, si ripete l'invocazione un certo numero di volte utilizzando il rosario a nodi. Il fatto di recitarla cinquanta o cento volte sul rosario permette di sapere a che punto si è, ma non è questa certamente la cosa più importante. Quando lo starec ha indicato al Pellegrino russo come doveva procedere, gli ha detto: «Tu cominci dapprima con mille volte e poi duemila volte...». Con il rosario, ogni volta che si dice il nome di Gesù, si fa scorrere un nodo. Questa ripetizione fatta sui nodi permette di fissare il pensiero, ricorda quello che si sta facendo e aiuta così a rimanere consapevoli del procedimento di preghiera.
Respirare lo Spirito Santo
Accanto al rosario, il lavoro
della respirazione ci dà il segno migliore di riferimento. Si ripetono queste
parole al ritmo
dell'inspirazione, poi dell'espirazione in modo da farle penetrare
progressivamente nel nostro cuore, come vedremo negli esercizi pratici. In
questo caso, i nodi non sono necessari. In ogni modo, anche in questo, non
cerchiamo di fare prodezze. Appena ci inoltriamo su un cammino di preghiera con
l'obiettivo di ottenere risultati visibili, seguiamo lo spirito del mondo e ci
allontaniamo dalla vita spirituale. Nelle tradizioni spirituali più profonde,
siano esse giudaiche, induiste, buddhiste o cristiane, esiste una libertà in
quanto ai risultati, perché il frutto è già nel cammino. Abbiamo
dovuto farne già l'esperienza. Oseremmo forse affermare: «Sono arrivato»?
Tuttavia, senza dubbio, raccogliamo già buoni frutti. Lo scopo è di arrivare a
una libertà interiore sempre più grande, a una comunione sempre più profonda con
Dio. Ciò viene dato impercettibilmente, progressivamente. Il solo fatto di
essere in cammino, di essere attenti a quel che viviamo, è già il segno di una
continua presenza al presente, nella libertà interiore. Il resto, non abbiamo
bisogno di ricercarlo: è dato in sovrappiù.
Gli antichi monaci dicono: soprattutto non bisogna esagerare, non cercare di ripetere il Nome fino a inebetirsi completamente; lo scopo non è quello di andare in trance. Esistono altre tradizioni religiose che propongono metodi per arrivarci, accompagnando il ritmo delle parole con un'accelerazione della respirazione. Ci si può aiutare battendo sui tamburi, o con movimenti rotatori del tronco come in certe confraternite sufi. Si provoca così una iperventilazione, dunque un'iperossigenazione del cervello che determina una modificazione dello stato di coscienza. La persona che partecipa a queste trances è come trascinata dagli effetti dell'accelerazione della sua respirazione. Il fatto di essere in molti a dondolarsi insieme accelera il processo. Nella tradizione cristiana, quel che viene ricercato è la pace interiore, senza nessuna manifestazione particolare. Le Chiese sono sempre state prudenti a proposito delle esperienze mistiche. Normalmente, nel caso dell'estasi, la persona quasi non si muove, ma ci possono essere leggeri movimenti esterni. Non si ricerca nessuna agitazione né eccitazione, la respirazione serve unicamente da supporto e da simbolo spirituale alla preghiera.
Perché collegare il Nome al respiro? Come abbiamo visto, nella tradizione giudeo-cristiana, Dio è il soffio dell'uomo. Quando l'uomo respira, riceve una vita che gli viene data da un Altro. L'immagine della discesa della colomba - simbolo dello Spirito Santo - su Gesù al momento del battesimo è considerata nella tradizione cistercense come il bacio del Padre a suo Figlio. Nella respirazione, sì riceve il soffio del Padre. Se in quel momento, in questo respiro, si pronuncia il nome del Figlio, sono presenti il Padre, il Figlio e lo Spirito. Nel Vangelo di Giovanni si legge: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Gv 14,23). La respirazione al ritmo dei nome di Gesù dà un senso particolare all'inspirazione. «La respirazione serve da supporto e da simbolo alla preghiera. "Il nome di Gesù è un profumo che si effonde" (cfr. Cantico dei cantici, 1,4). Il soffio di Gesù è spirituale, guarisce, scaccia i demoni, comunica lo Spirito Santo (Gv 20,22). Lo Spirito Santo è Soffio divino (Spiritus, spirare), spirazione di amore in seno al mistero trinitario. La respirazione di Gesù, come il battito del suo cuore, doveva essere incessantemente legata a questo mistero di amore, come pure ai sospiri della creatura (Mc 7,34 e 8,12) e alle “aspirazioni” che ogni cuore umano porta in sé. È lo Spirito stesso che prega per noi con gemiti inesprimibili" (Rm 8,26)» (Serr J.).
Ci si potrebbe basare anche sul battito del cuore per ritmare la recitazione. E’ questa la tradizione più antica per la preghiera del cuore, ma ci rendiamo conto che ai nostri giorni, con gli attuati ritmi di vita, non abbiamo più il ritmo cardiaco che aveva il contadino o il monaco nella sua cella. Inoltre, bisogna fare attenzione a non concentrarsi esageratamente su quest'organo. Siamo molto spesso sotto pressione, dunque non è consigliabile pregare al ritmo dei battiti del cuore. Certe tecniche in rapporto con il ritmo del cuore possono essere pericolose. E’ meglio attenersi alla profonda tradizione del respiro, ritmo biologico fondamentale quanto quello del cuore e che ha anche il significato mistico di una comunione con una vita che è data e accolta nella respirazione. Negli Atti degli Apostoli san Paolo dice: «In lui viviamo, ci muoviamo e siamo» (At 17,28) Secondo questa tradizione noi siamo dunque creati ad ogni istante, siamo rinnovati; questa vita viene da lui e un modo di accoglierla è di respirare coscientemente.
Gregorio il Sinaita diceva: «Invece di respirare lo Spirito Santo, noi siamo riempiti dal respiro degli spiriti malvagi» (sono le cattive abitudini, le «passioni», tutto ciò che rende complicata la nostra vita quotidiana). Fissando la mente sulla respirazione (come abbiamo fatto finora), essa si quieta, e noi sentiamo una distensione fisica, psicologica, morale. «Respirando lo Spirito», nell'articolazione del Nome, possiamo trovare il riposo del cuore, e questo corrisponde al procedimento dell’esicasmo. Esichio di Batos scrive: «L'invocazione del nome di Gesù, quando è accompagnata da un desiderio pieno di dolcezza e di gioia, riempie il cuore di gioia e di serenità. Saremo allora ricolmi della dolcezza di sentire e di provare come un incanto questa esultanza beata, perché cammineremo nella hesychia del cuore con il dolce piacere e le delizie di cui essa riempie l'anima»
Ci si libera dall'agitazione del mondo esterno, si calma la dispersione, la diversità, la corsa frenetica, perché noi tutti siamo spesso sollecitati in maniera molto faticosa. Quando arriviamo, grazie a questa pratica, a una maggiore presenza a noi stessi, in profondità, cominciamo a sentirci bene con noi stessi, nel silenzio. Dopo un certo tempo, scopriamo che siamo con un Altro, perché amare è essere abitati e lasciarsi amare è lasciarsi abitare. Ritroviamo quello che dicevo a proposito della trasfigurazione: il cuore, la mente e il corpo ritrovano la loro unità originaria. Siamo presi nel movimento della metamorfosi, della trasfigurazione del nostro essere. E’ questo un tema caro all'ortodossia. Il nostro cuore, la nostra mente e il nostro corpo si quietano e trovano la loro unità in Dio.
CONSIGLI PRATICI
Trovare la distanza giusta
La nostra
prima cura, quando ci fermiamo per imparare la «preghiera di Gesù», sarà di
ricercare il silenzio della mente, di evitare ogni pensiero e fissarsi nelle
profondità del cuore. Per questo il lavoro sul respiro è di grande aiuto.
Come sappiamo, servendoci delle parole: «Io mi lascio andare, io mi dono, io mi abbandono, io mi ricevo» il nostro scopo non è di arrivare alla vacuità come nella tradizione zen, per esempio. Si tratta di liberare uno spazio interiore nel quale possiamo fare l'esperienza di essere visitati e abitati. Questo procedimento non ha nulla di magico, è un'apertura del cuore a una presenza spirituale dentro di sé. Non è un esercizio meccanico o una tecnica psicosomatica; possiamo anche sostituire queste parole con la preghiera del cuore. Nel ritmo delta respirazione, si può dire nell'inspirazione: «Signore Gesù Cristo», e nell'espirazione: «Abbi pietà di me». In quel momento, io accolgo il respiro, la tenerezza, la misericordia che mi sono dati come un'unzione dello Spirito.
Scegliamo un luogo silenzioso, quietiamoci, invochiamo lo Spirito perché ci insegni a pregare. Possiamo immaginare il Signore vicino a noi o in noi, con la fiduciosa certezza che egli non ha altro desiderio che di colmarci delta sua pace. All'inizio, possiamo limitarci a una sillaba, a un nome: Abbà (Padre), Gesù, Effathà (apriti, rivolto a noi stessi), Marana-tha (vieni, Signore), Eccomi, Signore, ecc. Non dobbiamo cambiare troppo spesso la formula, che deve essere breve. Giovanni Climaco consiglia: «che la vostra preghiera ignori ogni moltiplicazione: una sola parola è bastata al pubblicano e al figliol prodigo per ottenere il perdono di Dio.. Li prolissità nella preghiera empie spesso di immagini e distrae, mentre spesso una sola parola (monologia) favorisce il raccoglimento
Prediamola con calma sul ritmo della nostra respirazione. La ripetiamo in piedi, seduti o coricati, trattenendo il respiro per quanto è possibile, per non respirare a un ritmo troppo rapido. Se restiamo in apnea per un pò di tempo, la nostra respirazione rallenta. Diventa più distanziata, ma siamo ossigenati respirando attraverso il diaframma. Il respiro raggiunge allora un'ampiezza tale che si ha bisogno di respirare meno spesso. Inoltre, come scrive Teofane il Recluso: «Non preoccupatevi del numero delle preghiere da recitare. Abbiate cura unicamente che la preghiera scaturisca dal vostro cuore, zampillante come una sorgente di acqua viva. Allontanate completamente dalla vostra mente l'idea di quantità». Anche in questo caso, ciascuno deve trovare la formula che gli si addice: le parole da usare, il ritmo del respiro, la durata della recitazione. All'inizio, la recitazione sarà fatta oralmente; a poco a poco, non avremo più bisogno di pronunziarla con le labbra nè di utilizzare un rosario (qualsiasi rosario può andar bene, se non si ha quello fatto di nodi di lana). Un automatismo regolerà il movimento della respirazione; la preghiera si semplificherà e giungerà fino al nostro sub-conscio per pacificarlo. Il silenzio ci pervaderà dall'interno.
In questa respirazione del Nome, il nostro desiderio si esprime e si approfondisce; a poco a poco entriamo nella pace dell'hesychia. Situando la mente nel cuore - e possiamo localizzare un punto fisicamente, se questo ci aiuta, nel nostro petto, o nel nostro hara (cfr. tradizione zen) -, noi invochiamo il Signore Gesù incessantemente; cercando di fare in modo di allontanare tutto ciò che può distrarci. Quest'apprendimento richiede tempo e non bisogna cercare un risultato rapido. C'è dunque da fare unto sforzo per rimanere in una grande semplicità e in una grande povertà, accogliendo quello che viene dato. Ogni volta che le distrazioni ritornano, concentriamoci di nuovo sul respiro e sulla parola.
Quando avete preso questa abitudine, quando camminate, quando vi sedete, potete riprendere la vostra respirazione. Se a poco a poco questo nome di Dio, qualunque sia il nome che gli date, è associato al suo ritmo, sentirete che la pace e l'unità della vostra persona cresceranno. Quando qualcuno vi provoca, se provate un sentimento di collera o di aggressività, se sentite che state per non controllarvi più o se siete tentati di commettere atti che vanno contro le vostre convinzioni, riprendete la respirazione del Nome. Quando sentite un impulso interiore che si oppone all'amore e alla pace, questo sforzo di ritrovarvi nelle vostre profondità mediante il respiro, mediante la presenza a voi stessi, mediante la ripetizione del Nome, vi rende vigilanti e attenti al cuore. Questo vi può permettere di calmarvi, di ritardare la vostra risposta e di darvi il tempo di trovare la distanza giusta riguardo a un avvenimento, a voi stessi, a qualcun altro. Può essere un metodo molto concreto per placare i sentimenti negativi, che sono talvolta un veleno per la vostra serenità interiore e impediscono una relazione in profondità con gli altri.
VEDI ANCHE
Tratto da: Bernard Ugeux, IL MORMORIO DELLA SORGENTE INTERIORE, ed. San Paolo, a cui si rimanda per le note e l’approfondimento.