JESUS CASTELLANO CERVERA

 

LA PREGHIERA DI GESU'  O PREGHIERA DEL CUORE

 

 

 

            Sulla preghiera di Gesù sono state scritte recentemente molte pagine. Nella bibliografia abbiamo citato alcune opere importanti. Sembra presuntuoso aggiungere qui da parte nostra una trattazione specifica. Eppure ci è sembrato poter dire qualcosa di concreto e di semplice su questa preghiera e chiarire alcuni aspetti a livello soprattutto pedagogico. La nostra esposizione ha due parti. Nella prima trattiamo della preghiera di Gesù o preghiera del cuore. Nella seconda illustriamo il senso della preghiera continua attraverso la testimonianza di Nicola Cabasilas.

 

I. LA PREGHIERA DI GESU'

 

1. Una preghiera nella linea delle integrazioni

 

            L'invocazione del nome di Gesù, prassi orazionale della Chiesa di Oriente, e una forma caratteristica di integrazione fra contenuto teologico, espresso dalle parole della preghiera, ed il metodo di interiorizzazione, simile a tante altre prassi dell'Oriente non cristiano.

            Si trovano infatti in altre religioni forme simili quali la ripetizione del nome sacro (napa‑jama), del OM dell'induismo, la ripetizione di una sentenza (koan o mantra), oppure come nell'Islam la ripetizione dei 99 nomi di Allah, dei quali l'ultimo (il centesimo) è sconosciuto e deve essere come "rivelato" all'orante.

            Nel nostro caso la ripetizione del nome nel cristianesimo è come la derivazione ed il prolungamento della liturgia nella quale si ripete spesso il "Kyrie eleison" fino a 12, 30, 40 volte di seguito come fa la liturgia bizantina. Nell'antichità cristiana i monaci ripetevano alle volte alcune formule bibliche e salmiche, come "frecce" lanciate verso l'alto: di qui il nome di "giaculatorie" (da iaculum! che significa freccia). La ripetizio­ne giova ad immedesimarsi con il Nome di Colui che il Nome rappresenta. La possibilità di una ripetizione ritmica, costante, adat­tata al battito del cuore o al respiro, permette di compiere que­sta identificazione totale, attraverso la preghiera, con il Nome dell'invocato.

 

2. Terminologia e significato

 

            Questa preghiera è chiamata "di Gesù" o "a Gesù", a seconda che si intenda l'invocazione del nome di Gesù o l'invocazione rivolta a Gesù. E' chiamata pure "preghiera del cuore" perché dal cuore nasce ed in esso deve riposare, unita al battito cardiaco. Si identifica con quell'ideale della preghiera continua che risale alla espressione del Signore: "bisogna pregare sempre senza stancarsi" (Lc. 18,1); e di Paolo: "pregate incessantemente" (1 Ts, 5,17).

            E' stata chiamata a ragione cuore dell'ortodossia e della pie­tà dei cristiani della Chiesa d'Oriente. Spesso è stata al centro di discussioni dottrinali e di tentativi di rinnovamento che qui non possiamo trattare. Bastino queste linee storiche.

            L'invocazione del nome di Gesù si trova come preghiera con­sigliata dai Padri e dai monaci primitivi, come appare negli scritti della Filocalia dei Padri Neptici o Esicasti,coloro che cercavano la quiete o hesychia. Attorno al secolo XIII la preghiera con i suoi metodi psico­fisici è stata al centro di una discussione dottrinale. A partire dal secolo XVII c'è un rinnovamento della sua prassi attraverso la pubblicazione della Filocalia fatta da Nicodimo Aghiorita, o del Monte Athos.

            Tale prassi, documentata dall'incantevole racconto dello "Strannik", pellegrino, nei Racconti del pellegrino russo, opera anonima del secolo XIX, si estende per tutti i paesi slavi e si fa conoscere in Occidente.

            Attualmente la prassi della preghiera di Gesù è molto prati­cata in Oriente ed in Occidente. E' la preghiera del cuore che è rimasta l'unica "liturgia possibile" in mezzo alle persecuzioni nei lager di Russia. E' una prassi imparata volentieri da tutti co­loro che amano l'Oriente cristiano ed il cuore della sua spiritualità. La ritroviamo come iniziazione, in alcuni gruppi ecclesiali, (movimento carismatico, cammino neocatecumenale). E' una proposta di preghiera profonda e continua per l'uo­mo delle nostre città che può pregare dovunque e sempre con l'aiuto di questa invocazione. In questo senso fa piacere che il Catechismo della Chiesa Cattolica ne parli esplicitamente, proponga la formula e suggerisca l'uso nella Chiesa per tutti (nn. 2666-2668; cfr. 2616).

            Vale la pane trascrivere questo insegnamento essenziale:  Questa invocazione di fede estremamente semplice è stata sviluppata, nella tradizione della preghiera, sotto varie forme in Oriente e in Occidente. La formulazione più abituale, trasmessa dai monaci del Sinai, di Siria e dell'Athos, è l'invocazione: "Gesù, Cristo, Figlio di Dio, Signore, abbi pietà di noi peccatori". Essa coniuga l'inno cristologico di Fil 2, 6-11 con l'invocazione del pubblicano e dei mendicanti di luce. Mediante essa il cuore entra in sintonia con la miseria degli uomini e con la misericordia del loro Salvatore.(n. 2667).

 

3. La formula tradizionale

 

            Quale è la formula esatta della preghiera di Gesù?

            Probabilmente all'inizio c'era soltanto la semplice invocazione liturgica "Kyrie eleison". Più tardi i Padri consigliano l'invo­cazione del nome di Gesù. Si generalizzano alcune formule con va­riante ma fondamentalmente simili: Kyrie Iesou Christe, eleison me, Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me! oppure: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!; oppure: Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me, peccatore! o povero peccatore.

            Alcuni autori cambiano l'invocazione durante il tempo pasquale dicendo: Tu il Risorto dai morti, abbi pietà di noi! (O anastàs ek nekròn elèison hymàs!); oppure aggiungono, come faceva Serafino di Sarov, un cenno a Maria con questa formula: Signore Gesù Cristo, per l'intercessione della Madre di Dio (Théotokos), abbi pietà di me.

            La formula più corrente in lingua paleoslava è la seguente: "Gòspodi, Iesùsie Christie, Syne Bosych, pomìlui mnià grièschnogo": Signore, Gesù Cristo , Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore (le donne dicono grièschnoga, peccatrice!).

            Le fonti di questa preghiera sono la preghiera del cieco di Gerico "Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me" (Lc. 18,38), la preghiera del pubblicano: "O Dio abbi pietà di me" (Lc. 18,13); ed anche quella del buon ladrone che la tradizione orientale chiama "teologo" perché ha conosciuto Gesù come Dio "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno! (Lc. 23,42).

 

 

 

4. Il valore teologico della formula

 

            Per entrare nel santuario di questa semplice preghiera bisogna valorizzare al massimo il contenuto teologico dell'invocazione nelle singole parole, ricordando che il suo valore è radicato nel fatto che:

 ‑ E' preghiera del Nome di Gesù.

 ‑ E' invocazione dell'unico Mediatore.

 ‑ E' confessione di fede in Cristo, Figlio di Dio.

 ‑ E' preghiera del peccatore che diventa liturgo, secondo la felice espressione di Pavel Evdokimov.

            E. Bianchi nella sua introduzione al libro di Caritone di Valamo sull'Arte della preghiera, sintetizza in alcuni tratti il significato delle singole espressioni:

            SIGNORE.  E' la confessione di fede, nella forza dello Spirito Santo, poiché nessuno può dire "Signore Gesù" se non nello Spirito (cfr. 1 Cor. 12,3). In questo Spirito, che è il soffio vitale, preghiamo invocando, con una formula dossologica che è confessione della divinità di Cristo (Kyrios!) e della sua qualità di Signore Risorto. E' confessione della divinità e della Signoria di Cristo.

            GESU' CRISTO. Il nome innominato di IHWH, che non si poteva pronunciare, diventa nome nominato, detto, svelato, in Colui che ha nome GESU', cioè Ioshua, Dio salva, il Salvatore. E' questo il nome bello, invocato nel battesimo dei nuovi discepoli (Giac 2,7): nome al di sopra di ogni altro nome e davanti al quale si piegano tutte le ginocchia (Fil 2,9). E' l'unico nome nel quale possiamo avere la salvezza (At. 4,12). L'invocazione del nome è invocazione della persona di Cristo. Questo nome ci ricorda la dolcezza cantata da S. Bernardo e da S. Bernardino, il desiderio di Teresa di Gesù che non mancasse mai dalle sue labbra o fosse scritto nel suo cuore, come in quello di Ignazio di Antiochia. E' la parola centrale dell'invocazione dell'Ave Maria: "il frutto del tuo seno, Gesù ..." E perché non ricordarlo? E' il nome più ripetuto da Maria, la Madre di Gesù, quando si rivolgeva a lui, il suo Figlio.

            Nell'invocazione completa rivolta a CRISTO confessiamo che Egli è l'UNTO, il MESSIA. Questo nome indica la sua missione, il suo rapporto con il Padre che lo invia e con lo Spirito che lo unge, lo stesso che rende pure noi "cristi", unti, cristiani, nel senso più profondo del termine. Il nome di Cristo ci viene donato come sigillo ed unzione.

            FIGLIO DI DIO. E' la confessione della fede di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!" (Mt 16,16). E' la professione di fede nella filiazione divina di GESU'; in essa risuona la parola del Padre: "Questo è il mio Figlio diletto!". Ha quindi un aspetto dossologico, di glorificazione del nome e della persona di Cristo come Figlio di Dio, e quindi invocazione e confessione del nome divino. Una confessione di fede trinitaria.

            ABBI PIETA' DI ME. Con questa espressione si chiede il perdono, la salvezza, la misericordia; si confessa la propria situazione di peccato insistendo sulla realtà stessa che avvolge la persona nella sua debolezza, con l'umile confessione di uno stato che volta per volta Dio conosce ed il cristiano presenta come realtà bisognosa di perdono, al­leanza, amicizia, santificazione: aprendosi in questo bisogno spalanca gli abissi del peccato all’inondazione della grazia e dell'amore.

            Quello che noi chiediamo è la pietà, la tenerezza, la compassione di Colui che si è fatto uomo per la nostra salvezza. Ricordiamo la sua benevolenza e condiscen­denza verso i peccatori che, come il pubblicano, hanno ottenuto il perdono quando hanno chiesto pietà. E' preghiera di invocazione e di supplica. Dall'abisso del peccato ‑ dell'inferno! ‑ sale pure la dossologia dell'unico Santo!

            PECCATORE. L'espressione "peccatore", o "povero peccatore", indica con umiltà e realismo la condizione permanente ed il rischio costante dell'uomo, la consapevolezza della distanza dalla santità di Dio. Coscienza che tanto più cresce, quanto più ci si sente vicini a Lui. Ma quan­do il peccatore dice l'invocazione con umiltà e verità, diventa liturgo, rende culto a Dio in Spirito e veri­tà, diventa da peccatore figlio, e la morte del peccato diventa risurrezione nella preghiera, apertura de­gli abissi del peccato alla invasione della luce e della grazia, per merito di Colui che si è fatto per noi peccato ed è Salvatore dell'uomo.

            Se si approfondisce il senso teologico di ciascuna delle parole della formula, si entra in una professione di fede e in una comunione con Cristo, a partire dalla propria realtà, bisognosa sempre di salvezza ( Cfr. Catechismo, n. 2666)

 

5. Il metodo della preghiera del cuore

 

            Nei libri della Filocalia e nei Racconti del pellegrino russo si fa allusione a diversi metodi psico‑fisici per legare l'invocazione del nome al battito del cuore ed al respiro. Ecco ad esem­pio un testo classico di Niceforo l'Athonita, riportato da T. Spidlik:

            "Siediti in una cella tranquilla, in qualche angolo remoto e fa' quel che ti dico io: chiudi la porta, eleva lo spirito al di là di ogni oggetto vano e tem­porale. Poi appoggia la barba sul petto, volgi lo sguardo dell'occhio corporale con tutta la tua mente in mezzo al ventre ossia sull'ombelico, trattieni il respiro dell'aria che passa per il naso, così che tu non spiri facilmente, e cerca mentalmente dentro le tue viscere, per trovare là il luogo del cuore, dove risiedono le facoltà dell'anima. All'inizio troverai tenebre e spessore impenetrabile. Ma se perseveri, se fai questo esercizio giorno e notte, allora troverai, oh miracolo! una felicità senza fine. Quan­do lo spirito troverà il luogo del cuore, vedrai subito cose non mai conosciute prima, vedrai l'aere che esiste in mezzo al cuore, vedrai te stesso tutto luminoso, pieno di discernimento. Da quel tempo, qualsiasi pensiero malvagio si presenterà, sarà messo in fuga dell'invocazione del nome di Gesù, che lo scaccia e lo distrugge. Da quel momento lo spirito, pieno di avversione ai demoni, s'infiammerà con quell'ira che è secondo la natura, cioè per combattere i nemici spirituali. Il resto lo imparerai con l'aiuto di Dio quando ti eserciterai nella custodia della mente, ritenendo Gesù nel cuore, perché fu detto: "siedi in cella e questa ti insegnerà tutto".

            Senza cadere in questo tecnicismo, la preghiera del cuore si può fare nella solitudine, con una attenzione a Dio e alla sua presenza, lasciando che risuoni con forza nel cuore, fino a com­penetrarsi con la persona stessa di Gesù e la salvezza che Egli ci offre.

            Più semplice il metodo imparato dal pellegrino russo. Si tratta di ripetere molte volte con l'aiuto del rosario ortodosso di cento nodi (nero ordinariamente, bianco in tempo di Pasqua) l'invocazione, accompagnata alle volte a prostrazioni liturgiche (“metanie” ed “ectenie”!), cercando che la preghiera nasca dal cuore e si mantenga nel cuore in maniera ininterrotta.

            C'è probabilmente un cammino psicologico che l'invocazione percorre, con la prassi, dalle labbra e la lingua alla mente, e da questa fino a scendere nel cuore, per arrivare ad abituarsi quasi inconsapevolmen­te a ripeterla per connaturalità, insieme al battito del cuore e al ritmo del respiro. Gli autori ortodossi contemporanei sconsigliano una metodologia troppo rigida che può portare a disturbi  psichici e fisiologici, partendo dal fatto che l'uomo d’oggi non ha le stesse capacità di equilibrio in mezzo al rumore della città e allo stress del lavoro e della vita moderna. Si corre il rischio inoltre, di rendere questa preghiera trop­po materiale, dimenticandosi del contenuto dell'invocazione. Per questo bisogna prestare attenzione ora ad un’ora all'altra delle parole, intensificando la fede e l'amore per la persona di Cristo, il cui nome viene invocato, e approfondendo la consapevolezza della realtà di peccato che volta per volta con realismo, emerge nella propria coscienza.

            Ma è sempre possibile, senza forzature, acquisire questa capa­cita di invocare incessantemente, in una nostra preghiera continua di giorno e di notte, mantenuta viva dalla consapevolezza di invocare il nome di Gesù, dal fatto che si prega nel suo Spirito, e con la coscienza che si prega con realismo a partire dal cuore nel senso biblico del termine.    Allora la preghiera diventa pienamente trinitaria, ecclesiale, cordiale, salvifica.

 

6. Alcuni spunti teologici e consigli pedagogici

 

            Un’autentica preghiera del cuore che non cada nella ripetizione materiale e non sembri una specie di formula esoterica deve avere come fondamento e prospettiva una teologia come quella tracciata nel sec. XIV da Nicola Cabasilas nel suo libro "Vita in Cristo", riportandoci alle radici sacramentali della santa invoca­zione del nome. Tale teologia come si vedrà più avanti, si fonda su alcune convinzioni di base.

 

a. La grazia del battesimo

           

            Così come la grazia del battesi­mo è la radice di ogni preghiera, così pure la preghiera del cuore esprime, attualizza la grazia del battesimo, come grazia di co­munione con Cristo attraverso il ricordo del nome, nel quale siamo stati battezzati e siamo sempre salvi.

            L'invocazione è come un "battesimo", un’immersione che ci inabissa nel mistero della Trinità, nello Spirito della filiazione, nel nome di Colui che è il Figlio unigenito nel quale siamo fratelli. Pur riconoscendoci peccatori siamo figli di Dio!

 

b. La grazia dell'Eucaristia

 

            La grazia della Eucaristia, grazia di comunione con Cristo rimane il fondamento della nostra comunione nella preghiera. L'invocazione riattiva, con la memoria del nome, la grazia dello Spirito, questa comunione, fa come scorrere mediante la preghiera fino al cuore, il sangue nuovo della vita eucaristica.

 

c. Il luogo ecclesiale del cuore.

 

            La Chiesa inizia sempre dal cuore dei fedeli, cioè dalla realtà profonda e consapevole della persona aperta alla grazia della comunione con Dio. Il cuore è il luogo ecclesiale per eccellenza. Dalla santa invocazione costante del nome scende continuamente nel cuore la grazia della comunione con Cristo nello Spirito, l'esperienza della filiazione in quanto figli nel Figlio. E' nel cuore che si consuma la vera realtà ecclesiale ed e dal cuore che si apre la preghiera come un’invocazione non impersonale o ed individuale ma comunitaria, in nome di tutta la Chiesa e dell'umanità. Spesso gli spirituali pregano in questa dimensione di universalità: Abbi pietà di noi, peccatori .

 

d. Preghiera e parola

           

            Come testimonia chiaramente il pellegrino russo nei suoi racconti, attraverso l'invocazione del nome di Gesù, riceve un’illuminazione speciale per capire la profondità delle Scritture. Anzi, come si esprime la Filocalia: "Il Vangelo è come la preghiera di Gesù, poiché il nome divino di Gesù Cristo è il compendio dell'intero Vangelo". L'invocazione incessante del nome apre all'intelligenza della Scrittura. Conviene tuttavia che la preghiera non sostituisca la parola ma aiuti a capirla e a viverla.

           

e. Preghiera di Gesù e vita quotidiana

 

            E' chiaro che l'invocazione del nome del Salvatore e la confessione del povero peccatore diventa­no insignificanti se non vengono continuamente rapportate alla vita che deve essere salvata e alla esperienza di peccato o di indigenza che il cristiano esperimenta concretamente nella propria esistenza. La ripetizione puramente materiale non serve a nulla. De­ve illuminare la vita, perché la vita è pregata concretamente ed immersa continuamente in questa invocazione.

 

7. I frutti della preghiera di Gesù

 

            L'invocazione del nome porta la pace, l'esichia o quiete del cuore a colui che si sente sotto la grazia del nome invocato.

            Gli spirituali ortodossi attribuiscono alla preghiera del nome particolari grazie e fenomeni di luce e di calore nel cuore, ma specialmente una più grande apertura al senso soprannaturale del­la vita, alla comunione dei santi, alla armonia con tutta la creazione e con tutte le creature di Dio, ad una visione nuova delle cose, come  Dio le vede nella sua sapienza e bontà. La preghiera apre alla fraternità universale. Come nel saluto di Serafino di Sarov che accoglieva tutti, nella luce del mistero della risurrezione con queste parole: "Radost moia! Christos voskresse!": "Mia gioia. Cristo è risorto".

            Più concretamente la preghiera del cuore nutre, accompagna ed attualizza la "vita in Cristo", esprime la "deificazione" della persona umana. Essa si apre verso tutto l'itinerario di perfezione e consolida i passi del cammino spirituale nella conversione, l'illu­minazione, l'unione.

            Slegata da questo orizzonte della vita in Cristo e della continua conversione verso la pienezza della santità, la preghiera di Gesù non ha senso e sembra che si attribuiscono a questa preghie­ra effetti "carismatici" che poi si rivelano inconsistenti. Orientata verso la vita sacramentale e verso l’ascesi, aperta alla carità e alla comu­nione, la preghiera realizza segretamente il mistero della vita divina in noi e risveglia la coscienza della comunione e della ininterrotta memoria del Signore.

 

8. Una testimonianza personale

 

            La preghiera di Gesù come invocazione incessante e continua memoria di Cristo nel cuore è possibile. Purché sia praticata con assiduità, immergendosi in tale invocazione nei tempi liberi e "persi", come quando si va per la strada, in bus, in macchina... Può essere esercitata come preghiera personale, di mattino e alla sera. Può essere l'ultimo esercizio orante  prima di addormentarsi, per riprenderla magari durante il sonno e svegliarsi subito con essa... Ma ha bisogno di essere continuamente "smaterializzata" riattivando la fede e l'amore. E va pure riportata come preghiera viva e reale con riferimento alla propria esperienza quotidiana nella quale abbiamo bisogno di essere salvati.

            L'invocazione è "catartica", purificatrice, se riferita alla propria normale condizione di peccatori, specialmente quando ci sentiamo tali per essere immersi nel peccato o nella tentazione. Aiuta a ristabilire la comunione con Dio e con noi stessi, prepara alla confessione sacramentale.

            L'invocazione del nome è dossologica e ci aiuta a mantenere il cuore nella dimensione della glorificazione, della memoria grata del Nome nel quale siamo stati salvati. Anche questa preghiera, poiché è preghiera dei figli, ha una portata universale e serve a tutti, nessuno escluso. Come scriveva un grande spi­rituale, P. Lev Guillet, "un monaco della Chiesa d'Oriente", come amava chiamarsi: "L'invocazione del nome di Gesù è alla portata di tutti, dei più umili adoratori, e tuttavia introduce nei più grandi e profon­di misteri. Si adatta a qualunque circostanza di tempo e di luogo: i lavo­ri dei campi, dell'officina, dell'ufficio, della massaia, so­no conciliabili con questa preghiera.

            Isacco di Siria, da parte sua così parlava degli effetti della preghiera continua: "Quando lo Spirito stabilisce la sua dimora in un uomo, egli non può più smettere di pregare, poiché lo Spirito non cessa di pregare in lui. Sia che dorma, sia che vegli, la preghiera non si separa mai dall'anima sua. Mentre mangia o mentre beve, mentre è immerso nel sonno, la fragranza della preghiera si effonde spontaneamente da lui. Ormai non prega in periodi de­terminati, ma in ogni momento...I movimenti del suo intelletto purificato sono voci mute che cantano in segreto una salmodia all'invisibile".

            Il Catechismo soggiunge: " L'invocazione del santo Nome di Gesù è la via più semplice della preghiera continua. Ripetuta spesso da un cuore umilmente attento, non si disperde in fiumi di parole, ma custodisce la Parola e produce frutto con la perseveranza. Essa è possibile "in ogni tempo", giacché non è un’occupazione accanto ad un altra, ma l'unica occupazione, quella di amare Dio, che anima e trasfigura ogni azione in Cristo Gesù" (n. 2668).

 

II. "PREGARE SEMPRE". TESTIMONIANZA E DOTTRINA DI N. CABASILAS

 

            Il monito di Gesù "pregate sempre senza stancarvi mai" (Lc 18,1) è stato l'ideale dei monaci antichi e dei cristiani di tutti i tempi. Quasi a voler mettere in luce la necessità e la possibilità della preghiera si è ricorso all'immagine del respiro e al ritmo del battito del cuore che segnano la continuità del nostro vivere. In alcuni testi antichi troviamo queste espressioni citate da O. Clément: " Antonio chiamò due suoi compagni... e disse loro: "Respirate sempre Cristo". Giovanni Climaco ammonisce: " Che il ricordarti di Gesù si unisca continuamente al tuo respiro, e conoscerai il significato del silenzio". Ma l'importante è unire sempre preghiera e vita, memoria di Cristo e vita in Cristo. La grande tradizione della Chiesa di Oriente ha mantenuto viva questa preghiera continua attraverso la così detta invocazione del nome di Gesù, chiamata pure la preghiera a Gesù, preghiera del nome di Gesù o preghiera del cuore. 

            L'esercizio costante della preghiera di Gesù mantiene viva e come cosciente in noi la vita in Cristo, la memoria del nome e della persona di colui che interiormente ci abita, la presenza di quell'"alter ego" del cristiano che è Cristo.

            Pochi però hanno espresso con tanto equilibrio il senso della preghiera come esperienza di vita in Cristo e di continua adesione alla volontà del Padre come il grande teologo laico dell'Oriente Nicola Cabasilas.

             Per questo l'espressione "vita in Cristo" trae spontaneamente alla memoria uno dei libri più belli della spiritualità dell'Oriente cristiano, l'opera di questo grande testimone dei Padri della Chiesa. Egli ha voluto lasciarci una sintesi della spiritualità cristiana, biblica e patristica, fondata sui sacramenti dell'iniziazione cristiana e vissuta nella coerenza della adesione al mistero di Dio che è in noi. Egli ci ha lasciato anche un piccolo trattato di liturgia con la spiegazione dei riti della celebrazione eucaristica bizantina, vero gioiello di teologia e catechesi liturgica.

            Gli scritti di Nicola Cabasilas non sono stati raccolti nelle varie collezioni di testi sulla preghiera che portano il nome di Filocalia o amore della bellezza. Eppure l'attento lettore del suo capolavoro, La vita in Cristo ( Torino, UTET, 1970), non può tralasciare alcuni dei capitoli del libro sesto dell'opera, dedicati in maniera esplicita alla invocazione del nome di Gesù, come espressione della continua custodia della vita in Cristo, ricevuta nei sacramenti, come dice appunto il titolo del libro VI. Sappiamo che Nicola Cabasilas volle rimanere al margine delle controversie attorno alla dottrina e prassi dell'esicasmo, sorte nel suo tempo. Egli quindi è sobrio nella trattazione della santa invocazione del nome di Gesù, ma non la ignora. Possiamo anzi dire che la sua intenzione è quella di donare a questa prassi il vero supporto sacramentale e il vero orientamento spirituale. In questo modo l'invocazione del nome non rimane isolata, come un puro esercizio meccanico o una ricerca psicologica. Essa è costantemente rapportata al mistero eucaristico, alla volontà di Dio fatta momento per momento, cioè alla vera vita in Cristo e con Lui, all'ideale della preghiera che diventa vita e alla vita che diventa preghiera.

            La lezione del Cabasilas è ancora importanti oggi. Se vogliamo che la preghiera di Gesú abbia oggi un’autentica vitalità, è necessario ricuperare non solo le sue radici evangeliche, ma anche il suo fondamento sacramentale e la sua finalità cristologica, quella di trasformare la nostra vita in Cristo. Mediante l'invocazione del nome, la vita divina, ricevuta nel santo battesimo, pulsa nel più intimo di noi, a partire del nostro cuore. Il soffio divino dello Spirito Santo che ci è stato donato, dilata il cuore facendo memoria di Cristo, Signore e Salvatore. Per mezzo della santa invocazione del nome di Cristo, la comunione eucaristica, con il corpo e sangue di Cristo, si incarna nella nostra giornata, si approfondisce in ogni incontro. Diventati "concorporei e consanguinei" con Cristo, il palpito del cuore, la memoria del nome, l'invocazione interiore di Gesù, ci permettono finalmente di vivere in lui, per vivere per Lui e al suo servizio.

            Questa semplice introduzione ci aiuta a rileggere insieme la sua dottrina e ad imparare quella soave lezione di cristocentrismo vissuto che sintetizza il messaggio spirituale di questo autore, così profondamente umano e realista nel suo modo di parlare dell'uomo, così convinto del realismo della nostra comunione con il Signore, così sicuro nella sua teologia fondata sulla vita sacramentale. Memoria di Gesù nella preghiera. Vita in Cristo nella normalità della nostra giornata. La vita in Cristo come fondamento della preghiera. La preghiera del nome santo del Signore come concreta espressione della comunione con Cristo.

 

1. La vita in Cristo: ricchezze di comunione

 

            Alcune affermazioni del nostro autore ci permettono di sintonizzarci con il mistero che  avvolge tutti noi che siamo "cristiani": "La vita in Cristo prende inizio e si sviluppa nell'esistenza presente, ma sarà perfetta soltanto in quella futura, quando giungeremo a quel giorno; l'esistenza presente non può stabilire perfettamente la vita in Cristo nell'anima dell'uomo; ma nemmeno lo può quella futura, se non incomincia qui" (I,1 p. 63). Questo mistero di ineffabile comunione di Cristo con noi, espresso in mille modi dalla Scrittura, è insieme così reale e così misterioso che non sono sufficienti le parole a descriverlo e la rivelazione moltiplica i concetti nel desiderio di esprimerne qualcosa di essenziale: "La Scrittura ha dovuto servirsi di molte immagini per esprimerla, perché una sola sarebbe stata insufficiente. Ora è la figura della casa di colui che vi abita, ora quella vite e del tralcio, ora sono le nozze, ora le membra e il capo; ma nessuna corrisponde alla realtà in modo tale che sia possibile, dalle immagini, risalire alla conoscenza esatta della verità"( 1,2 p. 69).

            Con un’immagine ardita il nostro autore aggiunge: " Le nozze non possono unire gli sposi a tal punto da farli essere e vivere l'uno nell'altro, come è del Cristo e della Chiesa...Le membra sono congiunte al capo vivono per questa connessione, e se ne sono divise, muoiono. Ma assai più che al loro capo esse sono congiunte al Cristo e vivono per lui molto di più che per l'unione al loro capo. Di ciò fanno fede i beati martiri, che soffrirono con gioia d'essere privati di testa e membra, ma non sopportarono nemmeno di udire una parola che li dicesse separati da Cristo". (Ib. p. 69-70).

            E' questa l'unione ineffabile di Cristo con i suoi mediante il battesimo, l'unzione della cresima e l'eucaristia, espressa in questa bella pagina, traboccante di immagini bibliche: "Il Salvatore è del tutto presente a coloro che vivono in lui: provvede ad ogni loro bisogno, è tutto per essi e non permette che volgano lo sguardo a nessun altro oggetto, né che cerchino nulla fuori di lui. Infatti, nulla c'è di cui abbiano bisogno i santi, che non sia lui: egli li genera, li fa crescere e li nutre, è luce e respiro, per sé plasma in essi lo sguardo, lo illumina per mezzo di sé e infine offre se stesso alla loro visione. Insieme nutre ed é il nutrimento: è lui che porge il pane della vita e ciò che porge è se stesso; la vita dei viventi, il profumo di chi respira, la veste per chi vuole indossarla. E' ancora lui che ci da di poter camminare ed è la via, ed anche il luogo del riposo e il termine. Noi siamo le membra. Lui è il capo..." (Ib. pp. 72-73).

            E' questo il dono della vita in Cristo in modo che possiamo dire che una è la vita che Gesù ha vissuto nella sua esistenza mortale, un'altra quella che egli ora vuole vivere in noi mediante quella sua presenza misteriosa che ci comunica con i sacramenti e mantiene con la grazia. In questo modo noi siamo davvero Gesú che vive in noi. " Cristo è infatti realmente presente, e alimenta le fonti della vita da lui stesso portata con la sua venuta. Ma non è presente come un tempo, per avere in comune con noi il cibo, la parola, l'esistenza quotidiana; bensì in un modo diverso e assai più perfetto, per il quale diveniamo concorporei con lui, partecipi della sua vita, sue membra e quant'altro si può aggiungere, perché come ineffabile è l'amore di Dio per gli uomini, quell'amore che lo trasse ad amare tanto degli esseri  deformi e a colmarli di doni immensi; e come l'unione con coloro che ama vince ogni immagine ed ogni nome; così anche il modo col quale si unisce e benefica è meraviglioso e conviene a Lui solo che opera meraviglie" (I, 3, p. 76).

            Tutto ci viene offerto, sulla base della nostra creazione ad immagine e somiglianza di Dio, mediante i sacramenti della iniziazione cristiana: "Il battesimo dona l'essere, cioè il sussistere conforme al Cristo; esso è il primo mistero;prende gli uomini morti e corrotti e li introduce nella vita. Poi l'unzione del "santo micron" ( l'unzione della cresima) porta a perfezione l'essere già nato, infondendogli l'energia conveniente a tale vita. Infine la divina eucaristia sostiene e custodisce la vita e la salute: è il pane della vita, infatti che permette di conservare quanto è stato acquisito e di serbarci vivi. Perciò in virtù di questo pane viviamo e in virtù di questo "miron" ci muoviamo, dopo aver ricevuto l'essere dal lavacro battesimale"( Ib . pp. 77-78.). E' conclude indicando quale è il tipo di esperienza che ne consegue: " E' questo il modo per cui viviamo in Dio, trasferendo l'esistenza da questo mondo visibile a quello invisibile, non mutando di luogo, ma di condotta di vita" ( Ib).

            E' questa la grande condiscendenza di Dio nei nostri riguardi, cantata ancora dal nostro autore con queste belle espressioni piene di evocazioni evangeliche: " Non noi ci siamo mossi verso Dio e siamo saliti a lui, è lui che è venuto e disceso a noi. Noi non abbiamo cercato, ma siamo stati cercati: la pecora non ha cercato il pastore, la dracma non ha cercato il padre di famiglia, ma lui si è chinato per terra, ha trovato l'immagine ed è andato nei luoghi dove la pecora si smarriva, per prenderla e ritrarla dall'errare. Non ci ha tolti di qui, ma lasciandoci in terra ci ha resi anche celesti: ha infuso in noi la vita divina senza portarci in cielo, ma piegando e abbassando il cielo fino a noi" ( Ib. pp. 78-79).

            Ancora un’ultima immagine, una bella sintesi vitale che esprime la nostra comunione con Cristo: " Risalendo dall'acqua battesimale, portiamo il Salvatore nelle anime nostre: nella testa, negli occhi, nelle viscere, in tutte le membra...Così, una volta rigenerati e come coniati nell'immagine e nella forma del Cristo, perché non possiamo introdurre un'altra forma esterna. egli occupa le vie per le quali entra la vita" (I, 6, p. 102). Il profumo dell'unzione crismale e come l'aria dello Spirito che dobbiamo respirare. Il cibo dell'eucaristia permette a lui di fondersi e mescolarsi con noi, " fa di noi il suo copro e divine per noi quello che è il capo per le membra. Ecco perché abbiamo in comune tutti i suoi beni: egli è il capo, ed è necessario che passi nel corpo tutto ciò che è del capo" (Ib. pp. 102-103)

            E' questa la stupenda unione sacramentale che fa del cristiano un'altro Cristo. Ed è questo il dono della vita divina, della immanenza del Signore in noi. Cabasilas cercherà di esprimere con tutta chiarezza il nostro vivere per il Signore in conformità a tre presupposti fondamentali: aderire con la volontà ai doni ricevuti, vivere la logica della vita divina vivendo in noi la Parola, in modo speciale le beatitudini evangeliche, avere costantemente nel nostro cuore la memoria di Cristo mediante l'invocazione del suo nome. Scrive infatti ancora il nostro autore: "Questa è la vita in Cristo: i divini misteri la formano, ma anche l'umana cura vi ha qualche parte. Perciò chi vuole parlarne, dopo aver esaminato distintamente ciascuno dei misteri dovrà considerare l'operare dell'uomo secondo virtù" (Ib. p. 105)

 

2. L'invocazione del nome di Gesù

 

            A prima vista, Cabasilas non sembra presentare una dottrina speciale sulla invocazione del nome di Gesù; non ci offre né una formula né un metodo; non allude ad una particolare efficacia. Ma senza designare questa preghiera fa allusioni molto efficaci e chiaramente percettibili. Anzi ne offre, come abbiamo accennato sopra, una teologia ed una spiritualità in una logica consonanza con i presupposti sacramentali della vita in Cristo.

            La formula classica della preghiera di Gesù proprio questa: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore". Abbiamo quindi l'invocazione del nome, la confessione della fede di Pietro, e la richiesta di misericordia che è la ripetizione del "Kyrie eleison" della liturgia. Alcuni brani di Cabasilas nel suo libro ci daranno la chiave di lettura.

            Il titolo del cap. 11 del libro VI dell'opera La vita in Cristo riassume il contenuto: Il ricordo del Cristo è ravvivato dall'invocazione continua del suo nome.

            Ecco una prima spiegazione: " Perché la nostra meditazione sia sempre rivolta a lui, per poter perseverare ad ogni istante in questo impegno, invochiamolo continuamente, a tutte le ore, come l'oggetto dei nostri pensieri. Non c'è alcun bisogno di alcun apparato per la preghiera, né di luoghi speciali, né di grida per invocarlo, perché non c'è luogo dove non sia già presente e già unito a noi, lui che è più vicino a coloro che lo cercano, del loro stesso cuore. Per conseguenza bisogna credere fermamente che ci avverrà quello che abbiamo chiesto nelle nostre preghiere e non dubitare perché noi siamo cattivi, ma avere fiducia perché colui che è invocato è invocato con gli ingrati e coi cattivi. Ben lungi dal disprezzare le preghiere dei servi che l'hanno offeso, lui stesso è venuto sulla terra per primo a chiamarli, quando ancora non lo invocavano e non facevano alcun conto di lui; dice infatti: Sono venuto a chiamare i peccatori" (VI, 11, pp. 337-338).

            Si tratta senza dubbio in queste riflessioni di una invocazione continua del nome di Gesù; preghiera silenziosa, possibile in tutti i luoghi, fondata nella certezza della presenza del Signore e del suo amore verso di noi. Si tratta di invocarlo come oggetto dei nostri pensieri.

            Nei tempi di Cabasilas l'invocazione del nome era già fatta secondo la formula classica. Il nostro autore commenta ora cosí la sostanza dell'invocazione: "Il Signore che ci ha cercati quando non lo volevamo, come si comporterà quando lo invocheremo? Se ci ha amato quando era odiato, potrà forse respingere ora il nostro amore?...Riflettiamo ora anche alla forma della nostra supplica: certo non pretendiamo di chiedere e di ricevere quello che conviene agli amici, ma ciò che è permesso anche a servi colpevoli che hanno offeso il loro Signore, e sopratutto d essi. Non invochiamo il Signore perché ci incoroni e ci riserbi qualche grazia del genere, ma perché ci faccia misericordia. Dal momento che i sani non hanno bisogno del medico, chi se non i colpevoli dovrebbe implorare dal Signore amico degli uomini la misericordia, il perdono, la remissione del debito e simili doni, e non tornare a mani vuote dopo aver pregato? In una parola, se si ammette che gli uomini devono innalzare a Dio una voce implorante misericordia, questa è la voce dei peccatori, di chi cioè ha commesso azioni bisognose di misericordia" (Ib. pp. 338-339).

            La insistenza con la quale il Cabasilas allude alla misericordia e alla condizione di peccatori rivela chiaramente una allusione alla parte della invocazione della preghiera di Gesù: "abbi pietà di me, peccatore". E' l'invocazione con la quale il peccatore diventa un liturgo, una persona che loda il Signore.

            La apologia della invocazione del nome finisce con queste espressioni: " Ora noi invochiamo Dio con la lingua, con la volontà, con i pensieri, per applicare il rimedio a tutte le facoltà con le quali abbiamo peccato, l'unico rimedio salutare: infatti non c'è altro nome nel quale dobbiamo essere salvati"(Ib.). Ecco una magnifica allusione finale alla invocazione del nome di Cristo. Dobbiamo impregnare della sua persona, come Signore e Salvatore, la lingua, il pensiero, la volontà, le facoltà tutte dell'uomo. La invocazione deve quindi penetrare tutto l'essere. E tutta la persona rimane impregnata da Colui che è la salvezza incarnata. L'invocazione santa e santificatrice va verso la salvezza dell'uomo peccatore e le sue membra si riempiono di grazia e di amore per causa del nome e della vita di Cristo.

 

3. Vivere la grazia dell'Eucaristia con la memoria di Gesù

 

            La vita in Cristo come fondamento, la invocazione del nome come un atteggiamento che ci rinnova dal di dentro. Di nuovo torniamo alla dimensione eucaristica della vita e della memoria del nome e della persona di Cristo. Essa rinnova la "immanenza" spirituale. Il titolo del cap. 12 sintetizza il contenuto: E' l'Eucaristia che ci rende capaci di pensare incessantemente al Cristo.

            A questa conclusione ci porta una pagina finale del nostro autore: " A renderci capaci di compiere tutto ciò basterà quel pane che veramente fortifica il cuore dell'uomo: conferirà vigore allo sforzo e sradicherà dell'anima l'indolenza sul nascere. Quel pane è venuto dal cielo per portarci via: dobbiamo cercare di nutrirci di lui in ogni modo e guardarci dalla fame facendo di quel convito la nostra occupazione continua. Non è bene astenersi dalla sacra mensa più a lungo del dovuto per timore di non essere troppo degni dei misteri, e così rendere l'anima in tutto più debole e più cattiva ma - dopo essere andati dai sacerdoti a confessare i peccati - dobbiamo bere il sangue purificatore. Del resto, se ci nutriamo di questi pensieri, non ci renderemo certo colpevoli di peccati coso gravi da precluderci la sacra mensa; ma, come sarebbe empio osare di accostarsi ai sacri doni dopo aver peccato a morte, allo stesso modo non è bene fuggire quel pane senza essere malati di tali malattie...Non è bene fuggire il medico col pretesto della malattia, poiché proprio per essa deve essere cercato. Questo sangue mette delle porte ai nostri sensi e non lascia passare nulla che possa contaminarli; o meglio, segnandone le porte, respinge lo sterminatore. Questo sangue fa un tempio di Dio del cuore in cui si è effuso... Questo sangue fortificando il pensiero con lo Spirito sovrano gli assoggetta la prudenza della carne e l'uomo gode di una quiete profonda" (VI, 12, pp. 341-342).

            Questa è la grazia del mistero eucaristico, la forza del sangue di Cristo che ci purifica e ci rinnova. Il cuore diventa tempio e da questo tempio si eleva la preghiera del nome di Gesù, con il ricordo vivo della sua persona.

            Alla fine, in una preziosa sintesi Cabasilas così conclude unendo insieme l'esperienza del sacramento, la vita della comunione con Cristo, la memoria del Signore e la vita virtuosa:

            " Se saremo così uniti a Cristo nel sacramento, nella preghiera, nella meditazione, nei pensieri, eserciteremo l'anima di ogni virtù, conserveremo - come ordina Paolo - il deposito che ci è stato affidato, e custodiremo la grazia infusa in noi dai misteri. Lui solo ci inizia ai misteri ed è i misteri, lui solo ugualmente custodisce in noi il dono che cui ha fatto e di dispone a perseverare in ciò che abbiamo ricevuto, perché, dice, senza di me non potete far nulla" (Ib, p. 343).

 

Conclusione

 

            "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio (vivente), abbi pietà di me (peccatore) ". Questa è la preghiera a Gesù o di Gesù. Un’invocazione ed una memoria totale di Colui nel quale viviamo, di Cristo che più vicino a noi di quanto possa essere lo sposo alla sposa, perché vive in noi ed è unito con noi. Il ricordo del nome ci permette di prolungare la confessione di fede e di amore, il ringraziamento, la supplica intensa. Essa permette di far fluire in noi la grazia del battesimo e dell'Eucaristia come comunione con Cristo; ci sollecita ad essere in lui come lui nel fedele adempimento della volontà del Padre nel momento presente. In questo modo Cabasilas ci insegna che la preghiera a Gesù è garanzia della perfetta vita in Cristo e permette al Signore, invocato, amato e riconosciuto di invadere il nostro cuore in modo che noi possiamo con il nome dello Sposo tutta la nostra esistenza.

            L'invocazione e la memoria del dolce nome di Cristo è opera in noi dello Spirito Santo, senza il quale non possiamo invocare Gesù come Signore ( 1 Cor 12,3). Ci unisce tutti nella stessa persona di Cristo ed è anche una forma di mantenere la sua presenza fra noi a distanza. Dilata il nostro cuore verso l'unità perché ci fa entrare nella preghiera stessa del Signore. Illumina la nostra esistenza per viverla con solennità nell'attimo presente. Ci rende aperti ai fratelli con la stessa carità di Cristo.              

 

Bibliografia:

 

AA.VV., La Filocalia, Torino, Gribaudi, 1982-1987, 4 vol; AA.VV., La oración del corazón, Bilbao, Desclèe, 1987; P. ADNES, Jésus (Prière à Jésus) in DSp VIII, 1126-1150; E. BEHR-SIEGEL, Il luogo del cuore. Iniziazione alla spiritualità ortodossa, Ed. Paoline, 1993; nello stesso volume cfr. lo studio di K. WARE, La potenza del nome, pp. 117-152; S. BOLSAKOV, Incontri con la preghiera del cuore, Milano, Ancora, 1984; CARITONE DI VALAMO, L'arte della preghiera, Torino, Gribaudi, 1980, presentazione di E. Bianchi.

D. STANILOAE, La preghiera di Gesù e lo Spirito Santo, Roma, Città Nuova, 1988; J. SERR - O. CLEMENT, La preghiera del cuore, Milano, Ancora, 1980; I PADRI ESISCASTI, L'amore della quiete, Ed. Qiqajon, Comunità di Bose, 1993; UN MONACO DELLA CHIESA DI ORIENTE (Lev Guillet) La preghiera di Gesù, Brescia, Morcelliana, 1964; La oración del corazón. Buenos Aires, Ed. Lumen, 1990.