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LA PREGHIERA DI GESU'
NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA
La preghiera di Gesù si dice in questo modo:
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio
abbi pietà di me, peccatore. In origine, la si diceva
senza la parola
peccatore; questa è stata aggiunta più tardi alle altre parole
della preghiera. Tale parola esprime la coscienza e la confessione della caduta,
che bene si applica a noi, come fa notare
Nil Sorskij, e piace a Dio,
che ci ha comandato di rivolgergli preghiere con la coscienza e la confessione
del nostro stato di peccato
Tenendo conto della debolezza dei principianti, i
Padri li autorizzano a dividere la preghiera in due parti e dire talora:
Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, peccatore,
e talaltra:
Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore.
E’ solo un permesso, una concessione, e non è per nulla un ordine o una
prescrizione che si deve assolutamente osservare. E' molto meglio infatti
utilizzare costantemente la stessa formula per intero, senza preoccuparsi di
cambiarla, rischiando di distrarsi. Anche chi, a motivo della propria debolezza,
prova il bisogno di alternare le formule non deve permettersi di farlo troppo
spesso. Si può, per esempio, utilizzare una metà della preghiera fino al pasto
di mezzogiorno e l'altra metà nel seguito della giornata.
Gregorio Sinaita
sconsiglia i cambiamenti frequenti: "le piante continuamente trapiantate non
mettono radici".
Pregare
facendo uso del Nome di Gesù è un'istituzione divina: è stata
introdotta non tramite un profeta o un apostolo o un angelo, bensì dal Figlio
stesso di Dio. Dopo l'ultima cena, il Signore Gesù Cristo diede ai suoi
discepoli dei comandamenti e dei precetti sublimi e definitivi; fra questi,
la preghiera nel suo Nome. Egli ha presentato questo tipo di
preghiera come un dono nuovo e straordinario, d'inestimabile valore. Gli
apostoli conoscevano già in parte la potenza del Nome di Gesù: per suo mezzo
guarivano le malattie incurabili, sottomettevano i demoni, li dominavano, li
legavano e li cacciavano. E' questo Nome potente e meraviglioso che il
Signore comanda di utilizzare nelle preghiere, promettendo che agirà con
particolare efficacia. "Qualunque cosa chiederete al
Padre nel mio Nome", dice ai suoi apostoli,
"la farò, perché il Padre sia glorificato
nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio Nome, io la farò"
(Gv 14.13-14).
"In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche
cosa al Padre nel mio Nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel
mio Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena"
(Gv 16.23-24).
Che dono meraviglioso! E’ il pegno dei beni eterni e infiniti. Esso proviene dalle
labbra del Dio che, pur trascendendo ogni imitazione, ha rivestito un'umanità
limitata e ha preso un nome umano: Salvatore. Quanto alla sua
forma esterna, questo Nome è limitato; ma, poiché rappresenta una realtà
illimitata - Dio - riceve da lui un
valore illimitato e divino, le proprietà e la potenza di Dio stesso. "Generoso
donatore di un dono prezioso e incorruttibile! Come possiamo noi, miserabili
peccatori quali siamo, ricevere questo dono? Non le nostre mani, né la nostra
mente e neppure il nostro cuore ne sono capaci. Insegnaci tu stesso a conoscere,
nella misura delle nostre possibilità, la grandezza
di questo dono, il suo significato, e come bisogna riceverlo e farne uso,
affinché non ci avviciniamo a esso in modo indegno e subiamo un castigo a motivo
della nostra folle temerarietà, ma, grazie alla comprensione e all'uso corretto
che ne facciamo, possiamo ricevere da te gli altri doni che hai promesso e che
tu solo conosci.
Negli Evangeli, negli Atti e nelle Lettere noi
vediamo la fiducia senza limiti che gli apostoli avevano nel Nome del Signore
Gesù e la loro infinita venerazione nei suoi confronti. E' per suo mezzo che
essi compivano i segni più straordinari. Certamente non troviamo nessun
esempio che ci dica in che modo essi pregassero facendo uso del Nome del
Signore, ma è certo che lo facevano. E come avrebbero potuto agire
diversamente, dal momento che tale preghiera era stata loro consegnata e
comandata dal Signore stesso, dal momento che questo comando era stato loro dato
e confermato a due riprese? Se la Scrittura tace a questo proposito, è
unicamente perché questa preghiera era di uso comune: non v'era dunque
nessuna necessità di menzionarla espressamente, dato che era ben nota e che la
sua pratica era generale.
Che la preghiera di Gesù sia stata largamente
conosciuta e praticata risulta chiaramente da una disposizione della chiesa che
raccomanda agli analfabeti di sostituire tutte le preghiere scritte con la
preghiera di Gesù. L'antichità di tale disposizione non lascia spazio a dubbi.
In seguito, essa fu completata per tener conto della comparsa all'interno della
chiesa di nuove preghiere scritte. Basilio il Grande ha steso quella
regola di preghiera per i suoi fedeli; così, certuni gliene attribuiscono la
paternità. Senz'altro, però, essa non è stata né creata né istituita da lui:
egli si è limitato a mettere per iscritto la tradizione orale, esattamente come
ha fatto per la stesura delle preghiere della liturgia. Quelle
preghiere, che esistevano a Cesarea già fin dai tempi apostolici, non erano
scritte, ma si trasmettevano in forma orale, allo scopo di proteggere quel
grande atto liturgico dai sacrilegi dei pagani.
La regola di preghiera del
monaco consiste essenzialmente nell'assiduità alla preghiera di Gesù. E'
sotto questa forma che tale regola viene data, in maniera generale, a tutti i
monaci; è sotto questa forma che è stata trasmessa da un angelo a Pacomio il
Grande, vissuto nel IV secolo, per i suoi monaci cenobiti.
In questa regola si parla della preghiera di Gesù allo stesso modo in
cui si parla della preghiera domenicale, del salmo 50 e del simbolo della fede,
cioè come di cose universalmente conosciute e accettate. Quando
Antonio il Grande,
che visse fra il III e il IV secolo, esorta i discepoli ad esercitarsi con il
più grande zelo nella preghiera di Gesù, ne parla come di qualcosa che non ha
bisogno del minimo chiarimento. Le spiegazioni relative a questa preghiera
apparvero più tardi, a mano a mano che se ne perdeva la conoscenza viva. Così,
un insegnamento dettagliato sulla preghiera di Gesù fu dato dai Padri del XIV e
XV secolo, allorché la sua pratica prese a scomparire anche fra i monaci.
Nei documenti dei primi secoli
del cristianesimo pervenuti fino a noi, la preghiera nel Nome di Gesù non è
trattata a parte, ma solo in connessione con altri temi.
Nella Vita di Ignazio
Teoforo, vescovo di Antiochia, che ricevette la corona del martirio a Roma
sotto l'imperatore Traiano, leggiamo quanto segue: “Mentre lo si conduceva per
essere consegnato alle bestie feroci, egli aveva
incessantemente il Nome di Gesù Cristo sulle labbra; allora i pagani
gli chiesero per quale motivo pronunciasse continuamente quel Nome.
Il santo rispose che
aveva il Nome di Gesù Cristo impresso nel cuore
e che non faceva altro che confessare con la bocca colui che sempre portava nel
cuore. Più tardi, dopo che fu divorato dalle belve, avvenne per
volontà di Dio che il suo cuore restasse intatto fra le ossa. Gli infedeli che
lo trovarono si ricordarono allora della sua risposta; tagliarono quindi il cuore
in due parti per verificare l’esattezza delle parole del santo.
All'interno, sulle due metà, trovarono un'iscrizione a caratteri d'oro:
Gesù Cristo. Così il santo martire Ignazio
fu davvero, sia nel nome che nella vita, un 'Teoforo' (nome che in
greco significa 'Portatore di Dio'), perché portava sempre nel cuore il
Cristo-Dio, impresso dalla meditazione continua del suo spirito, come se fosse
stato inciso dalla penna d'uno scriba”.
Non v'è dubbio che l'evangelista
Giovanni insegnò la preghiera di Gesù a Ignazio e che questi, in quel periodo
fiorente del cristianesimo, la praticava al pari di tutti gli altri cristiani.
In quel tempo tutti i cristiani imparavano a praticare la preghiera di Gesù:
anzitutto per la grande importanza di questa preghiera, quindi per la rarità e
il costo elevato dei libri sacri ricopiati a mano e per il numero ridotto di
quanti sapevano leggere e scrivere (gran parte degli apostoli erano analfabeti),
infine perché questa preghiera è di facile uso e ha una potenza e degli effetti
assolutamente straordinari.
"Il Nome del Figlio di Dio",
disse un angelo a Erma, discepolo immediato degli apostoli, «è grande,
infinito e regge tutto il mondo. Se ogni creatura è sorretta dal Figlio di
Dio, che ti pare di quelli che sono chiamati da lui e portano il suo Nome e
camminano nella via dei suoi comandamenti? Vedi, dunque, chi sostiene? Quelli
che con tutto il cuore portano il suo Nome. Egli è divenuto il loro fondamento e
li regge con amore, poiché non si vergognano di portare il suo Nome
Nella storia della chiesa
troviamo questo racconto: "Un soldato di nome Neocoro, originario di Cartagine,
faceva parte della guarnigione romana che presidiava Gerusalemme al tempo in cui
il Signore nostro Gesù Cristo patì volontariamente le sofferenze e la morte per
la redenzione del genere umano. Alla vista dei miracoli che si compirono al
momento della morte e della risurrezione del Signore, Neocoro credette nel
Signore e fu battezzato dagli apostoli. Finito il periodo di servizio, Neocoro
ritornò a Cartagine e comunicò il tesoro della fede a tutta la sua famiglia. Fra
coloro che accolsero il cristianesimo si trovava un nipote di Neocoro,
Callistrato. Quando raggiunse l'età richiesta, Callistrato entrò a far parte
dell'esercito. La guarnigione nella quale fu incorporato era composta di
idolatri che si misero a sorvegliare Callistrato, perché avevano notato che non
venerava gli idoli ma che, durante le notti, faceva lunghe preghiere in un
luogo solitario. Un giorno che tendevano l'orecchio per cercar di afferrare
quel che diceva, lo udirono ripetere incessantemente
il Nome del Signore Gesù Cristo e lo denunciarono al comandante.
Callistrato, che aveva confessato Gesù nella solitudine e nell'oscurità della
notte, lo confessò anche in pieno giorno, pubblicamente, e suggellò la confessione versando il
proprio sangue
Uno scrittore del V secolo,
Esichio di Gerusalemme, si lamenta già che la pratica di questa preghiera
è andata fortemente in declino fra i monaci. Col tempo, tale declino si
accentuerà ulteriormente; così, i santi Padri con i loro scritti si sforzarono
di incoraggiare questa pratica. L'ultimo in ordine di tempo a scrivere su questa
preghiera fu il beato starec
Serafim di Sarov. Lo
starec non redasse lui stesso le Istruzioni, che apparvero sotto
il suo nome, ma esse furono messe per iscritto, a partire dal suo insegnamento
orale, da uno dei monaci che stavano sotto la sua direzione; esse portano
chiaramente il segno di un'ispirazione divina. Ai
nostri giorni, la pratica della preghiera di Gesù è quasi abbandonata da coloro
che fanno vita monastica. Esichio cita la negligenza come causa di tale
abbandono; bisogna proprio riconoscere che quest'accusa è giustificata.
La forza spirituale della preghiera di Gesù risiede nel Nome del Dio-Uomo, il nostro Signore Gesù Cristo. Benché siano molti i passi della sacra Scrittura che proclamano la grandezza del Nome divino, tuttavia il suo significato fu spiegato con grande chiarezza dall'apostolo Pietro dinanzi al sinedrio che lo interrogava per sapere "con quale potere o in nome di chi" egli avesse procurato la guarigione a un uomo storpio fin a a nascita. "Allora Pietro, pieno di Spirito santo, disse loro: 'Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, la cosa sia nota a voi tutti e a tutto il popolo d'Israele: nel Nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d'angolo. In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati"' (At 4.7-12) Una tale testimonianza viene dallo Spirito santo: le labbra, la lingua, la voce dell'apostolo non erano che strumenti dello Spirito.
Un altro strumento dello Spirito
santo, l'apostolo dei gentili, fa una dichiarazione simile. Egli dice: "Infatti,
chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato" (Rm 10.13).
"Gesù Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte
di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e
gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro
nome; perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla
terra e sotto terra" (Fil 2.8-10).
(estratto dal libro di I. Brjancaninov: Preghiera e lotta spirituale, ed Gribaudi).