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Jean Corbon
LA PREGHIERA, LITURGIA DEL CUORE

Jean Corbon (Parigi 1924- Beirut 2001), entrato da giovane dai Padri bianchi, dal 1956 è vissuto costantemente in Libano. dove è stato incardinato quale presbitero della Chiesa melkita. Orientalista e autore spirituale di rara profondità, è stato uno dei più grandi ecumenisti del xx secolo.
Il luogo del cuore
L'effusione nella vita del mistero della liturgia comincia nella preghiera. Il punto in cui il fiume di vita diventa sorgente nell'esistenza dell'uomo è il suo cuore. E' a partire dalla preghiera del cuore che la liturgia diventa vita. Qui c'è la soglia personale da varcare e nella quale tutto si decide, ma ecco il primo appello al quale ci è difficile rispondere. Se ci sottraiamo a esso, le nostre celebrazioni ridiventano riti e la liturgia resta estranea alla nostra vita. Ma se siamo risoluti a pregare, umilmente offerti allo Spirito santo, allora tutto il nostro essere discenderà nel cuore e sarà raccolto alla sua sorgente. Per noi, a livello esistenziale, tutta la dinamica della liturgia vissuta è celebrata parte da qui.
Si prega come si vive e si vive come si ama; tutto dipende dall'asse sul quale abitualmente si impernia la nostra esistenza e a partire dal quale tutto assume significato: l'io biologico, o l'io sociale, l'io cerebrale o ideale, il super-io o il sogno... In tutte queste dimore periferiche l'uomo è solo di passaggio, non è con se stesso, non si è ancora trovato. Solo nel cuore siamo noi stessi e lo diventiamo. Il cuore è il luogo dell'incontro autentico con se stessi, con gli altri, ma soprattutto con il Dio vivente. Non in modo statico come un vuoto da riempire - è l'illusione delle altre dimore -, ma in modo vitale, come appello di una presenza e come risposta creatrice.
Il cuore è il luogo della decisione, il momento personale del sì o del no. E' la nostra persona nel suo punto di origine, nel suo mistero irriducibile, nella sua libertà inviolabile. E' qualcosa che non possiamo oggettivare, perché nell'atto stesso in cui ci disponiamo a scrutarlo, è già lui che sceglie; esso precede ed è all'interno della coscienza che noi ne prendiamo, è inafferrabile. E' rivolto “verso” un’altra presenza e si inaridisce nella morte quando si sazia di oggetti. In fondo è l'uomo, immagine della comunione trinitaria e in cerca della somiglianza, cioè di quella comunione divina. Solo tale presenza può essere la vita dell'uomo, perché è la sola che colma il suo cuore approfondendo il desiderio, che non lo inganna saziandolo, ma lo dilata attirandolo.
"Dove abiti?" (Gv 1,38). Il Signore può essere trovato soltanto là dove l'uomo accetta di essere incontrato. Quando ci decidiamo a varcare la soglia del nostro cuore scopriamo in esso il luogo in cui scaturisce la sorgente: "Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!" (Gen 28,16). Presenza a presenza, questa misteriosa ospitalità è l'aurora della preghiera dopo le nostre lunghe notti di evasione o di sonnolenza. Perché è il cuore che prega, e non le nostre strutture, anche quelle psichiche, né i nostri determinismi, né i nostri condizionamenti; tutto questo è indubbiamente il nostro spazio, ma rimescolare i nostri scenari non potrà mai sostituire la novità dell'incontro. Questo può avvenire solo quando il cuore si volge a colui che è... ed è allora che egli viene.
Entrare nel Nome del Signore Gesù
La dinamica della preghiera è la stessa della liturgia, vissuta poveramente ma a livello profondo nel cuore. La preghiera cristiana non si può definire, così come è indefinibile il mistero di Cristo che essa accoglie e respira. Il suo impulso si colloca tra due esperienze di non-sapere: prima che lo Spirito santo si impadronisca di noi non sappiamo come pregare (cf. Rm 8,26), ma dopo che ci ha fatto entrare nella preghiera di Gesù, non sappiamo che stiamo pregando: preghiamo, semplicemente. Mentre la celebrazione della liturgia si può descrivere a motivo dei suoi segni sacramentali, la liturgia del cuore è tanto indescrivibile quanto il mistero che vive. Qui i segni sono scomparsi; resta solo la radice che li portava la fede, nella speranza che preannunciavano, l'amore. E' così che il mistero "avvolto di silenzio nei secoli eterni" si dilata nel cuore che crede e spera: in esso diventa "silenzioso amore" (Giovanni della Croce).
Lo Spirito santo è il pedagogo della nostra preghiera così come è il mistagogo delle nostre celebrazioni. E' indispensabile cominciare da lui e con lui, altrimenti ci perdiamo in paraliturgie sterili, al di fuori del cuore. Anche qui tutto ha inizio dalla liturgia della Parola, non quella in cui moltiplichiamo le parole (cf. Mt 6,7), ma quella del Verbo divenuto carne della nostra carne. L'inizio delle celebrazioni sacramentali esprime questo avvento della parola del Padre nella nostra umanità: l'evangelo, cioè Cristo, entra nella comunità che lo celebra. Nella liturgia del cuore, lo Spirito santo cerca incessantemente, "di inizio in inizio", di far entrare Cristo risorto nel cuore che si risveglia alla preghiera. La sua energia così semplice ci insegna a parlare imprimendo nel nostro cuore di carne l'unica parola che può esprimere tutto: Gesù. In realtà non è soltanto lui a venire in noi, ma siamo soprattutto noi che entriamo in lui.
La preghiera a Gesù è il nostro vero ingresso nella liturgia del cuore, perché invocando Gesù "sotto l'azione dello Spirito santo" (1Cor 12,3), noi entriamo nel mistero del suo Nome. Non è forse così che egli stesso ci insegna a entrare nella preghiera: "Sia santificato il tuo nome"? L'unico nome divino che le nostre labbra e i nostri cuori possono pronunciare in verità è quello di Gesù. Tutti gli altri, anche quello di Padre, sono analogie o simboli sempre da purificare. Solo quello di Gesù è vero, in pienezza, ed è questo Nome a conferire significato a tutti gli altri, specie a quello di Padre. Quando noi invochiamo "Gesù", i nostri cuori si aprono all'unico Nome che non è una parola staccata dalla persona cui si riferisce, ma contiene la presenza evocata. E' l'unico che non viene posseduto mentre lo si pronuncia, perché apre il cuore attirandolo a Cristo.
Invocare il Nome di Gesù non è un metodo tra tanti altri, una tecnica di preghiera come quelle che ci sono in tutte le religioni, né una variante del rito, come nelle diverse liturgie delle chiese, ma è la dinamica fondamentale dello Spirito nel cuore della sposa: tutta la sua missione si compie in Gesù e se noi entriamo nel Nome del Signore imbocchiamo l'unica via che conduce al Padre. Entrare nel Nome del Signore Gesù è ben più coinvolgente dell'emozione di Mosè, che depone i suoi sandali e si accosta al roveto ardente: significa essere immersi nel suo mistero, vivere a ogni respiro il nostro battesimo in lui, offrirgli le pieghe più riposte della nostra umanità che egli assume, ed essere invasi dalla sua divinità, che egli consegna a noi. Quando il cuore invoca Gesù, il Verbo "porta a compimento" in esso la sua incarnazione e lo deifica, poiché Gesù è il Figlio amato che diventa uomo affinché l'uomo divenga figlio di Dio. In lui tutto è donato dal Padre e tutto è offerto dall'uomo. Infatti colui nel quale entriamo, nel silenzio amante del cuore, è Gesù, il Risorto, icona del Dio invisibile, che ci unisce in tal modo al suo corpo di gloria. La nostra preghiera è imperniata sulla sua umanità degna di adorazione. È tramite la sua carne glorificata che ci immergiamo nel seno del Padre. La nostra preghiera non può essere che Gesù, il Verbo incarnato, altrimenti è parola vuota e ricade nella morte.
L'altare del cuore
Il Nome di Gesù è lo spazio nuovo della liturgia della preghiera. Abbiamo visto sopra quanta importanza rivesta, nella celebrazione della liturgia, l'altare come centro dello spazio sacramentale e della sua dinamica. Lo stesso vale per il cuore nello spazio della preghiera: è il fulcro, ed è da esso che parte tutta la dinamica del mistero. La preghiera cristiana non è da ricercarsi nel vuoto della mente poiché il suo spazio misterioso è Cristo risorto. Tutta l'ascesi che accompagna la preghiera ha allora un centro. Essa non consiste nel far svanire persone e cose, ma purifica la relazione del cuore con tutto ciò che esiste, affinché il cuore sia là dov'è il suo tesoro: il suo Signore. La questione determinante della preghiera non è il suo spazio, locale o mentale, ma la presenza che la abita. Ora, questa presenza è nel cuore come su un altare, dove lo Spirito santo depone e scolpisce l'evangelo eterno: Gesù.
Infatti è sull'altare del cuore che si celebra questa liturgia di fede pura: là vi è il sepolcro verso il quale ci sospinge il nostro ricordo pieno di nostalgia del Signore e dove lo Spirito ci rivela che egli è risorto. Vi è il sepolcro in cui la preghiera depone il corpo sempre sofferente di Cristo, nella certezza che l'artefice della vita lo risusciterà. Vi è il sepolcro nel quale il Vivente discende nei nostri inferni per strapparci alla nostra morte. Giacché le notti delle nostre preghiere sono davvero la discesa della luce nelle profondità delle nostre tenebre. Sepolti una volta per tutte con Cristo, noi continuiamo senza sosta nella preghiera del cuore a vivere questo seppellimento e ne usciamo sempre più uniti a lui e viventi per il Padre.
Nel Grande sabato, il corpo del Figlio di Dio riposava nella terra; egli aveva già vinto la morte, ma non era ancora manifestato come risorto. Lo stesso accade per la preghiera del cuore. Sepolta nel silenzio degli ultimi tempi, essa distrugge la morte nelle sue profondità, benché non prorompa ancora nella lode della gloria. Così conformata al suo Signore, l'anima che prega diventa quell' "anima ecclesiale" della quale parla Origene. Come le mirrofore, alla scuola dello Spirito impara la creatività della tenerezza divina. La più bella diaconia che la chiesa possa offrire al mondo è di venire al sepolcro e di rimanere presso l'altare del cuore, non più per portare olii profumati per il corpo di Gesù, ma per guarire i morti che popolano la terra offrendo loro già fin d'ora la speranza e il pegno della resurrezione. Il "silenzioso amore" della preghiera a Gesù si dilata allora nel suo autentico spazio: dare la vita ai membri feriti dalla morte, essere nel suo corpo il luogo dal quale si effonde l'amore. Quando preghiamo così nello Spirito, il nome di Gesù "si spande" (Ct 1,3) sul suo corpo crocifisso. È allora che noi siamo la chiesa nel suo mistero più nascosto ma più vivificante: al cuore della kenosi dello Spirito e della sposa.
L' epiclesi del cuore
Nelle celebrazioni sacramentali la sinergia decisiva dello Spirito e della chiesa si vive al momento dell'epiclesi. Momento di massima intensità del silenzio della chiesa e della forza dello Spirito, l'epiclesi è preghiera pura e potenza sovrana: all'offerta della fede più povera risponde il dono verginale dello Spirito santo, ed è così che tutto risorge nel corpo di Cristo.
La liturgia del cuore attualizza incessantemente nella vita questa meraviglia di Dio che si compie nella celebrazione. E' anzitutto qui che si vive il sacerdozio regale dei battezzati, e si vive nel modo più intenso. Il sigillo del dono dello Spirito santo, ricevuto una volta per tutte nella cresima, fa allora di noi i sacerdoti della nuova alleanza. Sull'altare del nostro cuore possiamo offrire tutto - e se offriamo poco è perché siamo ancora "uomini di poca fede" - ma lo Spirito trasformerà soltanto ciò che noi gli offriremo. Tale è la misteriosa sinergia della preghiera: più la nostra volontà è consegnata a quella del Padre, più il Padre fa la nostra volontà! Tale è la preghiera dei santi, poiché, da quando ha assunto la nostra volontà di uomini, tale è la preghiera del Signore Gesù. E' nell'epiclesi del cuore che si decide tutta la santità cristiana alla sorgente: l'offerta povera, fiduciosa e risoluta del peccatore che rinuncia alla sua volontà rimettendola nelle mani del Padre attira il dono sovrabbondante dell'amore che si riversa nel cuore. E più il cuore è puro da ogni attaccamento, più è ricolmato dallo Spirito; più il silenzio è umile e fiducioso, più il Nome di Gesù lo dilata con la sua presenza.
È questa santità ciò che temiamo quando il nostro uomo vecchio rifugge la preghiera; disertiamo l'altare del cuore e pretendiamo di compensare il nostro sacerdozio regale lavorando sulle strutture di questo mondo, come se delle strutture potessero provocare l'av-vento del regno! Questa tentazione fondamentale ci rivela ancora qualcosa sul mistero della preghiera: ciò che noi temiamo, in realtà, è di trovarci di fronte al-la morte. Il dramma della morte, come abbiamo visto, è presente in profondità nel mistero dell'epiclesi. Ora, quando il cuore decide a pregare, entra nella kenosi dello Spirito e della sposa, partecipa all'epiclesi della chiesa ed è agli avamposti del combattimento, il grande combattimento pasquale. Pregare è una lotta nella quale lo Spirito ci fortifica combattendo: ci spoglia delle nostre armi ridicole, come il piccolo David, per rivestirci dell' armatura del Figlio di David, le armi della croce. Nell'orazione non vi è più la celebrazione festiva dell'eucaristia; tutti i segni sono scomparsi ed è al culmine della notte che il "silenzioso amore" vince la morte, e non soltanto quella di colui che prega, ma, dato che egli partecipa al momento decisivo dell'epiclesi, quella a tutti coloro che giacciono nelle tenebre del peccato. Tale è la preghiera dei santi che permette al mondo di sopravvivere nella speranza: così il Signore viene grazie alla perseveranza dei suoi santi.
L'altare della comunione
Se il cuore persevera, a qualunque costo, nell'invocazione del suo Signore Gesù, conoscerà il battesimo delle lacrime, quello che lo purifica dal suo peccato; riceverà allora il battesimo di fuoco, quello dell'amore in cui lo immerge lo Spirito nell'epiclesi della fede. Lo Spirito santo opera la fusione della volontà ribelle in quella del Padre a tal punto che la preghiera "a" Gesù diviene preghiera "di" Gesù stesso. Ora, questa preghiera incessante di Gesù non è altro che la liturgia eterna da lui celebrata ormai davanti al volto del Padre. Quello stesso Spirito che ci insegnava a respirare il Nome di Gesù può allora, nella preghiera del Signore, aprirci all'adorazione piena di meraviglia: "Abba, Padre!". Quando la liturgia alla sorgente sgorga nel cuore, essa si effonde nell'adorazione "in spirito e verità" (Gv 4,14.24). E l'epiclesi del cuore si dilata in epiclesi sul mondo, che altro non è se non partecipazione alla grande opera (cf. Gv 5,17) di Cristo nella sua ascensione: effondere lo Spirito santo nel cuore degli uomini per attirarli a sé.
Il cuore che prega trova infatti nell'evento incessante dell'ascensione il suo vero spazio. Se siamo leali con noi stessi sappiamo bene che lo spazio cosciente del nostro cuore non ci appare così. Ma se ci fermiamo a questo vuol dire che non abbiamo ancora compreso la meraviglia dell'umanità di Gesù che, per l'appunto, è intessuta della nostra e di quella di tutti gli uomini. Quando il nostro orizzonte interiore, inseparabile dall'altro del resto, è nella tristezza, perché misconoscere questo legame nella carne mortale che ci unisce a tanti altri esseri umani senza speranza e senza amore? Questa fibra della nostra umanità non è più nostra, ma di colui che l'assume, che è morto ed è risuscitato per noi. E lo stesso vale anche per le piccole nubi e le meraviglie di luce che costituiscono il nostro mondo. Nella liturgia del cuore lo spazio della preghiera non è più chiuso, ripiegato su di sé, ma aperto, dispiegato, in comunione con una moltitudine di uomini e di donne, trascinato nello spazio senza orizzonte del Signore delle nostre vite.
Infatti l'altare del cuore è in fin dei conti la tavola del banchetto, là dove la comunione della santa Trinità ci viene donata incessantemente nel corpo di Cristo, ma affinché noi la condividiamo. Luogo dell'incontro tra la fame degli uomini e il desiderio di Dio, il cuore che prega prende parte all'attesa dei poveri e alla sovrabbondanza di doni del Padre. È la tavola del banchetto dell'agàpe, non tanto nella festività della cena eucaristica, quanto nella speranza dolorosa di coloro che ancora non vi partecipano. Nessuno viene lasciato fuori, grazie alla preghiera dei santi. Perché ciò che l'orazione celebra nella fede pura e nel "silenzioso amore" è la profondità nascosta della comunione eucaristica: essa si immerge nello spessore degli ultimi tempi per chiamare al banchetto della Sapienza gli uomini folli che se ne allontanano.
Qui si situa il vero digiuno di colui che acconsente a perseverare nella preghiera: sedersi alla tavola dei peccatori affamati. L'orazione sposa allora il desiderio del Figlio amato venuto a condividere il pasto pasquale in cui consegnò se stesso. Ma chi potrà mai cantare la gioia dello Spirito santo, il grande Hallel di questo banchetto misterioso? Infatti più un cuore acconsente a pregare in tal modo, più lo Spirito si unisce a lui nella kenosi dell'amore. La liturgia della preghiera è tanto più sorgente di vita per una moltitudine quanto più il cuore è consegnato allo Spirito nella pace, quella pace che è la potenza della resurrezione nelle profondità della morte. Il cuore che prega così sarà sempre più trascinato dal suo Signore nella sua ascensione vivificante; ma potrà andare anche più lontano, perché avendo raggiunto i confini della morte lo Spirito l'avrà portato al limite estremo dell'amore (cf. Gv 13, 1).
La deificazione dell’uomo
Se acconsentiamo attraverso la preghiera a venire invasi dal fiume di vita, il nostro intero essere sarà trasformato, diventeremo alberi di vita, e potremo sempre più portare il frutto dello Spirito: amare, di quell'amore stesso che è il nostro Dio. E' necessario perseverare incessantemente su questo consenso radicale, su questa determinazione del cuore nella quale la nostra volontà si consegna incondizionatamente all'energia dello Spirito santo, altrimenti siamo nell'illusione del-la conoscenza intellettuale o del discorso su Dio, e restiamo nell'esteriorità, nella lacerazione, nella morte. Ma proprio perché quest'offerta del nostro cuore peccatore si rinnova costantemente, non bisogna immaginare la nuova alleanza con Gesù come un semplice incontro personale. La comunione nella quale lo Spirito ci introduce non si limita a un faccia a faccia tra la persona di Cristo e la nostra persona, né a un conformarsi esteriore della nostra volontà alla sua. La liturgia vissuta comincia, certo, da questa unione "morale", ma va ben oltre. Lo Spirito santo è unzione e cerca di trasformarci in Cristo a partire da quello che siamo integralmente: corpo, anima, spirito, cuore, carne, in relazione agli altri e al mondo. Perché l'amore divenga la nostra vita non basta che ci tocchi nella nostra origine personale, esso deve impregnare tutta la nostra natura.
Questa potenza trasformante del fiume di vita che penetra tutto l'uomo, persona e natura, viene chiamata dalla tradizione indivisa delle chiese con una parola straordinaria, che riassume il mistero della liturgia vissuta: la deificazione, la théosis. Attraverso il battesimo e il sigillo del dono dello Spirito santo noi siamo divenuti "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4). Nella liturgia del cuore zampilla la sorgente di questa deificazione: lo Spirito santo e la nostra persona confluiscono in una sola origine. Ma in che modo questa sinergia misteriosa può innervare tutto il nostro essere, dai suoi più piccoli recessi ai suoi comportamenti più appariscenti? Qui vi è tutto il dramma della deificazione, nella quale si compie per ogni cristiano il mistero della liturgia vissuta.
Il mistero di Gesù
Entrare nel Nome del Signore Gesù non significa solo contemplano di tanto in tanto o far nostre saltuariamente la sua passione per il Padre e la sua compassione per gli uomini, ma vuol dire anche condividere continuamente e in misura crescente la sua umanità, nella quale egli ha assunto la nostra. "Rivestire Cristo" (cf. GaI 3,27) è stato l'evento del nostro battesimo che deve intessere tutta la nostra vita. Il Figlio amato ci ha uniti a sé nel suo corpo, e più egli conforma la nostra umanità alla sua, più ci fa partecipare alla sua divinità.
Quella di Gesù è un'umanità nuova perché è santa, nella sua condizione mortale partecipava delle energie divine del Verbo, senza alcuna confusione ma in una sinergia insondabile nella quale cooperavano la sua volontà e i suoi comportamenti umani. Gesù non è un uomo divinizzato: è il Verbo di Dio realmente incarnato.
Questo significa che, per divinizzarci e diventare "come Dio", non dobbiamo imitare, da lontano e in modo estrinseco, i comportamenti di Gesù riportati dagli evangeli: è la tentazione primordiale sempre latente. Ma al contrario è Gesù che viene a deificare questa natura umana che ha unito a sé una volta per tutte. Le sue energie divino-umane dalla resurrezione in poi sono quelle del suo Spirito santo, che suscita e richiede la nostra risposta; a misura della sinergia dello Spirito con il nostro cuore, la nostra umanità partecipa alla vita della santa umanità di Cristo.
Entrare nel Nome di Gesù, Figlio di Dio, Signore, significa quindi essere attirati in lui, fin nelle profondità del nostro essere, con la stessa forza di attrazione con la quale egli ha assunto la sua umanità incarnandosi e vivendo la nostra condizione umana fino alla morte. Non vi è qui nessuna pseudo-mistica "pancristica", perché la persona rimane se stessa, creatura e libera, di fronte al suo Signore e Dio; ma non vi è neanche alcun moralismo, altro errore che incombe in misura ancor maggiore su di noi, perché la natura umana condivide realmente la divinità del suo salvatore.
"L'uomo diventa Dio tanto quanto Dio diventa uomo", ci dice Massimo il Confessore. La santità cristiana è deificazione perché noi partecipiamo nella nostra umanità concreta alla divinità del Verbo che ha sposato la nostra carne. La "natura divina" della quale parla l'apostolo Pietro (2Pt 1,4) non è un' astrazione né un modello, è la vita stessa del Padre comunicata eternamente al suo Figlio e al suo Spirito santo. Il Padre ne è la sorgente, ed è il Figlio che la riversa in noi divenendo uomo. Noi diveniamo Dio nella misura in cui siamo sempre più uniti all'umanità di Gesù. Di conseguenza l'unico problema che abbiamo è questo: in che modo il Figlio di Dio ha vissuto da uomo nella nostra condizione mortale, dal momento che è proprio attraverso la via della sua umanità che a sua volta anche la nostra potrà rivestirsi della sua divinità? Gli evangeli sono stati scritti proprio per rivelarci "i sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2,5)2 e lo Spirito santo cerca di effonderli nei nostri cuori.
A seconda della spiritualità della sua chiesa e dei doni particolari dello Spirito, ogni battezzato vive più intensamente l'uno o l'altro dei "sentimenti di Cristo Gesù", ma il mistero della deificazione è fondamentalmente identico per tutti i cristiani. La loro umanità non appartiene più a loro stessi, nel senso di un'appartenenza possessiva e mortifera, ma a colui che è morto e risorto per loro. In verità, tutto ciò che costituisce la mia natura, le sue potenzialità di vita e di morte, i suoi doni e le sue acquisizioni, i suoi limiti e il suo peccato, tutto questo non e più mio", ma "di colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). Questo trasferimento di appartenenza non è né ideale né morale, è realistico e mistico. Questa identificazione di Gesù con l'umanità di ogni essere umano porta molto lontano nel nuovo tipo di relazione che si instaura con gli altri, lo si vedrà in seguito; ma quando viene accolta e accettata, quando la nostra volontà ribelle si consegna al suo Spirito, è allora che la deificazione è all'opera. Ero ferito dal peccato e radicalmente incapace di amare, ma ecco che l'amore è nuovamente entrato nella mia natura: "Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me" (Gal 2,20).
Il realismo della liturgia del cuore
Il realismo mistico della nostra deificazione è il frutto del realismo sacramentale della liturgia. Viceversa, il moralismo di stampo evangelico, che così spesso con-fondiamo con la vita secondo lo Spirito, è il risultato inevitabile della degenerazione della liturgia in routine sacra. Ma se la liturgia alla sorgente, che è il realismo del mistero di Cristo, vivifica le nostre celebrazioni sacramentali, nella stessa misura lo Spirito santo ci trasfigura in Cristo.
"Il Figlio di Dio è divenuto uomo affinché l'uomo divenga figlio di Dio" (Ireneo di Lione), ci dicono i padri dei primi secoli. Le tappe percorse dal Figlio amato per venire a noi e unirsi a noi fino a morire della nostra morte, sono le stesse tappe attraverso le quali egli ci unisce a sé e ci porta al Padre, fino a farci vivere della sua vita. Queste tappe dell'unica via, che è Cristo, ci vengono rivelate in modo figurato dall'Antico Testamento, e Gesù le porta a compimento. Sono la creazione e la promessa, la pasqua e l'esodo, l'alleanza e il regno, l'esilio e il ritorno, la restaurazione e l'attesa della consumazione. I due Testamenti hanno inciso nella lettera della storia questa grande pasqua dell'incarnazione deificante. Ma negli ultimi tempi la Bibbia diventa vita, è in condizione liturgica, e l'opera di Dio viene scolpita nei nostri cuori. La conoscenza del mistero non è più un fatto intellettuale, ma un evento che lo Spirito santo realizza nella liturgia che si celebra e che compie deificandoci.
Ma oltre a comprendere per quali vie Cristo ci deifica, è importante soprattutto riuscire a viverle. Ora, la liturgia celebrata ci fa vivere intensamente, in certi momenti, l'economia della salvezza che è deificazione, affinché noi la viviamo per tutto il tempo, questo tempo nuovo in cui essa ci ha fatto entrare. O si prega sempre o non si prega mai, dicono i padri del deserto. Ma per pregare sempre bisogna pregare spesso e talora a lungo. Allo stesso modo, dato che si tratta del medesimo mistero, per deificarci sempre lo Spirito santo deve deificarci spesso, e talora in modo molto intenso. L'economia della salvezza che scaturisce dal Padre attraverso il Cristo nello Spirito santo si effonde nella vita deificata del cristiano nello Spirito santo, attraverso il Nome di Gesù, Cristo e Signore, verso il Padre. Ma il luogo e il momento in cui il fiume di vita, celato nell'economia, irrompe nella vita del battezzato per deificarla, è la celebrazione della liturgia. Qui tutto ciò che il Verbo vive per l'uomo diventa Spirito e vita.
Lo Spirito santo, iconografo della deificazione
Se nell'economia della salvezza tutto si conclude con Gesù mediante l'effusione dello Spirito, nella liturgia celebrata e vissuta tutto comincia dallo Spirito santo. Per questo, a livello esistenziale, alla sorgente della nostra deificazione c'è la liturgia del cuore, sinergia in cui lo Spirito è unito al nostro spirito (cf. Rm 8,16) per manifestare e realizzare il nostro essere figli del Padre. Il medesimo Spirito che ha "unto" il Verbo della nostra umanità e impresso in lui la nostra natura, è scolpito nei nostri cuori come sigillo vivente della promessa, per "ungerci" con la natura divina: egli ci rende "cristi" in Cristo. La nostra deificazione non è subìta ma vitale, poiché procede inseparabilmente da lui e da noi.
Quando lo Spirito inizia il suo lavoro in noi e con noi, non trova la terra primordiale e malleabile con la quale ha plasmato il primo Adamo, né soprattutto la terra vergine e impastata di fede con la quale ha concepito il secondo Adamo: incontra un fondamento di gloria, un'icona del Figlio instancabilmente amato, ma spezzata e sfigurata. Ciascuno di noi potrebbe mormorargli ciò che la liturgia dei funerali mette in bocca al defunto: ''Sono l'immagine della tua gloria ineffabile, anche se porto le stigmate delle colpe! E' in questo spazio di fiducia che non si lascia confondere e di alleanza che non può essere infranta che si vive il mistero della nostra deificazione, mistero che esige tanta pazienza.
Le scienze umane possono offrire diverse griglie per interpretare l'enigma dell'uomo, ma per noi in ciascuna delle nostre istanze, come in ogni nostro comportamento, le tre questioni che si pongono sempre sono l'indagine sulla nostra origine, la ricerca del dialogo e l'aspirazione alla comunione. Per un verso, donde viene che io sia quello che sono, secondo una legge che è più forte di me (cf. Rm 7)? E per un altro verso, perfino nel più piccolo dei miei atteggiamenti, io sono in attesa di una parola, della risposta che mi giunge da un altro che mi sta di fronte. Infine, è evidente che il nostro io misterioso non può realizzare se stesso, dal livello più vegetativo al più armonioso, se non nella comunione. Queste tre direttrici sono come le incisioni originarie dell'immagine della gloria, la chiamata essenziale alla somiglianza divina che realizzerà la deificazione. E' con tratti di fuoco che lo Spirito santo restaura la nostra immagine sfigurata. Il fuoco dell'amore consuma il suo contrario - il peccato - e lo trasfigura in se stesso, ossia in luce.
Noi siamo smarriti come orfani finché non accogliamo lo Spirito filiale come nostra origine verginale. Viviamo tutto come un'imposizione e siamo schiavi finché non ci consegniamo a lui, che è la libertà e la grazia. E dato che egli è il soffio del Verbo, è lui che ci può insegnare ad ascoltare - si è muti soltanto perché si è sordi - e più sapremo ascoltare il Verbo, meglio sapremo parlare; la nostra coscienza non sarà più chiusa o sonnolenta, ma sarà silenzio creatore. Infine l'amore utopico e quella comunione introvabile perché non è del mondo, ecco che si trovano in lui, il "tesoro dei beni", non come acquisizioni e possessi, ma come puro dono; la relazione con l'altro ridiventa trasparente. Questa comunione dello Spirito santo è il capolavoro della deificazione, perché in lui noi siamo in comunione con il Padre e suo Figlio Gesù (cf. 2Cor 13,13; 1Gv 1,3) e con tutti i nostri fratelli.
In queste tre direttrici dell'icona trasfigurata noi veniamo deificati nella misura in cui le più piccole pulsioni della nostra natura tendono alla comunione della santa Trinità. Noi "viviamo" allora mediante lo Spirito, in unità con Cristo, per il Padre. L'unico ostacolo è il possesso, l'aggrapparsi della nostra persona agli appelli della nostra natura, ed è questo il peccato: la ricerca di sé è la rottura della relazione. L'ascesi inerente alla nostra deificazione, e che è ancora sinergia di grazia, consiste, semplicemente ma risolutamente, nel rimettere ogni volta in una dinamica di offerta ciò che tende a ricadere nella possessività. Sull'altare del cuore l'epiclesi deve allora essere intensa perché lo Spirito possa toccare e consumare la nostra morte e il suo pungiglione, il peccato.
Entrare nel Nome di Gesù, Figlio di Dio, Signore, che fa misericordia a quei peccatori che noi siamo, significa rimettere a lui questa natura ferita che egli non altera assumendola ma che deifica nell'atto in cui la riveste. Di offerta in epiclesi, e di epiclesi in comunione, lo Spirito può allora deificarci incessantemente; la vita diventa eucaristia fino a che l'icona sia totalmente trasfigurata in colui che è lo splendore del Padre.
Tratto da: Jean Corbon, LITURGIA ALLA SORGENTE - ed. Qiqajon - Comunità di Bose,
a cui si rimanda per le note e l'approfondimento.