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Elisabeth Behr-Sigel
IMPIEGO E CATTIVO USO DELLA PREGHIERA DI GESÙ

Non si sceglie la preghiera di Gesù. Vi si è chiamati e accompagnati da Dio, se egli lo giudica bene.
L'essenziale non risiede nei metodi, ma nello spirito con cui viene praticata la preghiera di Gesù.
Nulla nella dottrina ortodossa fa del monaco un « iniziato » nel senso delle gnosi orientali, tenuto cioè a non rivelare ai laici (non è lui stesso un laico con una vocazione particolare?) i segreti spirituali ai quali avrebbero accesso lui e i suoi simili. Al contrario, una tradizione monastica ininterrotta rinvia il monaco colpevole di orgoglio presso qualche semplice credente, che vive secondo la fede, la speranza e la carità in mezzo al mondo, affinché gli riveli l'autentico « segreto del re ».
Si può produrre anche la reciprocità, e vediamo san Serafino di Sarov associare Motovilov, un laico che vive nel secolo, alle sue visioni luminose. Questo non per negare la specificità della vita monastica, orientata essenzialmente verso la preghiera alla quale e per la quale il monaco è consacrato. Tuttavia monaci e laici che vivono nel mondo appartengono al medesimo popolo di Dio. La vocazione « angelica » del monaco è anche una vocazione di servizio caritativo verso il popolo e l'umanità intera, chiamata a essere riunita in Cristo in un solo corpo. Questa vocazione si realizza attraverso l'intercessione. Ma essa non può assumere anche altre forme? Far scoprire agli uomini d'oggi, agli assetati di acqua viva nel deserto di un mondo disumano, il pozzo profondo scavato dalla millenaria fatica dei monaci e dividerne con loro la freschezza, non è forse una delle forme attuali di servizio monastico, una partecipazione del monaco alla salvezza del mondo?
Per quanto riguarda la pratica contemporanea della preghiera di Gesù da parte dei laici si devono cercare di evitare tre principali pericoli (i quali, però, minacciano anche i monaci!): il dilettantismo, il formalismo tecnico, l'evasione alienante in uno pseudomisticismo oppure in una mistica impersonale.
L'invocazione della preghiera di Gesù è una cosa molto seria. Le deve corrispondere un impegno. Essa non può collocarsi, senza rischio di perversione, a livello di una moda, di un'infatuazione superficiale. Per il credente il nome di Gesù è sacro. il comandamento di non usare il nome di Dio invano deve orientare il nostro approccio a questa forma di preghiera. Ci sembra sacrilego provare la preghiera del cuore come si sperimenta una boccata di fumo o una seduta di rilassamento « per mettersi in forma ». Il Signore misericordioso, tuttavia, sa distinguere il germe di fede, di speranza e di amore che può nascondere tale tentativo e farne una via di approccio per il cuore del peccatore. Bisogna ricordare che « non si sceglie la preghiera di Gesù. Vi si è chiamati e accompagnati da Dio, se egli lo giudica bene. Ci si consacra con l'obbedienza a una vocazione (...) nella misura in cui altre obbedienze non hanno un diritto di precedenza ».
Questo appello e questa consacrazione possono comportare dei gradi. Per alcuni l'invocazione del Nome sarà un episodio - forse particolarmente importante - della loro vita spirituale. Per altri sarà uno dei metodi di cui abitualmente si servono; per altri ancora diverrà il metodo attorno al quale organizzano tutta la vita interiore.
Fra il dilettantismo nocivo e sacrilego e la totale consacrazione alla preghiera di Gesù che sembra esigere una vita solitaria, ci pare che esista una via di mezzo, per alcuni una via regale: per l'uomo impegnato in una vita attiva, dai molteplici obblighi a cui non può sottrarsi, un'invocazione breve, ma profonda, cosciente del nome di Gesù può essere la fonte alla quale egli torna per dissetarsi dal mezzo del deserto, fonte che non smette di scorrere in lui silenziosamente e di rinfrescarlo, quando ha smesso di pronunciare le parole della preghiera.
La questione del metodo, del ritmo respiratorio, dell'atteggiamento corporale devono essere collocate al loro giusto posto, che è secondario. Il metodo può essere un aiuto. L'interesse di certe tecniche di concentrazione non può essere negato. In se stesse neutre, dal punto di vista spirituale, utili in alcuni casi, in altri momenti possono divenire un ostacolo per l'autentico incontro con Dio, nella misura in cui esse ostacolano l'orizzonte interiore. L'essenziale non risiede nei metodi, ma nello spirito con cui viene praticata la preghiera di Gesù.
Una preghiera tecnicamente perfetta ma che mira soltanto alla pienezza personale, alla gioia e alla potenza spirituale, all'acquisizione di una superiorità psichica, sarà una preghiera intrinsecamente cattiva. Una preghiera umile, pronunciata con fede, anche in uno stato di apparente aridità spirituale, qualunque sia l’atteggiamento corporale, sarà probabilmente gradita al Signore. Ciò è vero per la preghiera di Gesù, come per qualsiasi altra preghiera.
La preghiera di Gesù è una via di unione con Cristo, nello Spirito, attraverso la pronuncia del nome di Gesù, portatore delle energie del Verbo divino. Strada semplice ma non « mezzo breve » che esoneri dall'ascesi e dal combattimento spirituale. Strada di silenzio adattata al bisogno dell'uomo moderno saturo di rumore e di « chiacchiere », via che crocifigge noi che siamo dei « dispersi » e con il peccato come « distintivo ». Bisogna, tuttavia, guardarsi da ogni propaganda intempestiva, dal gridare, con uno zelo poco lucido, quale sia la « preghiera migliore» o la sola « conveniente per il nostro tempo ».
Un altro pericolo più sottile è quello di fare della preghiera di Gesù un rifugio, il giardino chiuso di una pietà egocentrica, intimista, non ecclesiale. Sarebbe un cattivo uso che potrebbe spiegare e in certa misura giustificare l'accusa che farebbe della vita interiore una specie di oppio, se non per le masse, almeno per una « élite » protetta.
Ma la preghiera di Gesù può divenire anche una strada attraverso cui penetriamo maggiormente nel mistero di salvezza che la Chiesa è incaricata di annunciare al mondo. Smettendo di ripeterle meccanicamente, meditando il senso di ciascuna parola che compone questa preghiera, ci apriamo a questo mistero e lo facciamo nostro nella comunione dei santi. «Pronunciando il Nome (...) offriamo la nostra carne alla Parola affinché l'assuma nel suo corpo mistico; facciamo traboccare sin nelle nostre membra (...) la realtà interiore e la forma della parola “Gesù”.
Nella preghiera dì Gesù non cerchiamo un mezzo di evasione lontano dalle preoccupazioni mondane. Queste preoccupazioni dobbiamo deporle ai piedi del Signore, ma ciò per assumerle con lui, in lui, in modo nuovo. Il nome di Gesù, scrive il Monaco della Chiesa d'Oriente, è uno strumento, un metodo trasfiguratore che possiamo applicare al mondo inanimato, a tutta la creazione che, gemendo, tende a Cristo, ma prima di tutto agli uomini che Dio pone sul nostro cammino.
Il nome di Gesù è un mezzo concreto e potente per trasfigurare gli uomini nella loro più profonda e divina realtà. Andiamo con il nome di Gesù nel nostro cuore e nelle nostre labbra verso gli uomini e le donne che incrociamo per le strade, nelle fabbriche, negli uffici, soprattutto verso coloro che sembrano irritanti e antipatici. (...) Se vediamo Gesù in ogni uomo, se diciamo «Gesù» su ogni uomo, andremo per il mondo con una nuova visione e con un nuovo dono del nostro cuore. Possiamo così, per quanto sta in noi, trasformare il mondo e fare nostra la parola di Giacobbe a suo fratello: « Ho visto il tuo volto ed è come se avessi visto quello di Dio » (Gn 33,10).
Dobbiamo anche dire una parola circa il problema che può far sorgere l'uso della preghiera di Gesù da parte di uomini e donne estranei al contesto culturale e spirituale in cui questa pratica si è costituita ed è venuta cristallizzandosi. E’ un problema reale. Tuttavia bisogna fare delle distinzioni e guardarsi dalle semplificazioni.
Sarebbe storicamente inesatto e spiritualmente sterile vedere la preghiera di Gesù come un prodotto «finito », chiosato, di una cultura e di una spiritualità monolitica, detta « orientale ». La storia ce l'ha mostrata come un « movimento » che si è adattato con facilità a mentalità diverse e che è sbocciato in varie spiritualità, la cui profonda unità non esclude accenti differenti: spiritualità rude del deserto, piena di tenerezza sul Monte Sinai, spiritualità segnata dall'intellettualismo greco di Gregorio Palamas, semplice, popolare ed evangelica nel Pellegrino russo. Bisogna distinguere fra lo « spirituale» e il « culturale », benché si compenetrino, e ammettere anche che lo Spirito parla diverse lingue. La preghiera di Gesù, assimilata e integrata dagli spiriti « occidentali » - epiteto di cui converrebbe anche precisare il significato -, incontestabilmente assume un volto nuovo ed è bene che sia così. L'opuscolo del Monaco della Chiesa d'Oriente - così occidentale per certi aspetti - si manifesta come il risultato di queste integrazioni creative. Altre sono possibili.
Nondimeno bisogna guardarsi dal sincretismo. La pratica della preghiera di Gesù da parte di cristiani appartenenti a differenti confessioni non può essere collocata nella prospettiva « guenoniana » dell'« unità trascendente delle religioni». Un impiego della preghiera di Gesù al di fuori della confessione di fede di Pietro ci sembrerà sempre inconsistente e sospetto, qualunque possa essere la sincerità personale di coloro che la praticano, non vedendo in Gesù che una trasformazione del Divino impersonale o l'immagine interiore del « Sé ».
La preghiera di Gesù, fondata sul mistero dell'Una Sancta, ci fa penetrare nel mistero del corpo di Cristo. Essa, così, appare come una strada verso l'unità dei cristiani. Chiunque pronuncia questa preghiera aderendo profondamente alla persona divina di Gesù Verbo incarnato - qualunque siano le deficienze dell'espressione della propria fede - è virtualmente e invisibilmente nella Chiesa. Pronunciando il nome di Gesù con uno spirito di sottomissione incondizionata, ci congiungiamo con Maria, archetipo della Chiesa, allorché l'angelo le annunciò che avrebbe partorito un figlio il cui nome avrebbe significato: « Dio salva ».
L'analisi semantica permette di svelare, in qualche modo, tutta la ricchezza del significato racchiuso nell'invocazione, in apparenza così semplice, del nome di Gesù. Tuttavia, al di là di ogni parola e di ogni analisi, bisogna saper aprirsi a ciò di cui essa è solo il supporto: la presenza vivente della persona di Gesù. Il fine della preghiera di Gesù, che è anche la trama che deve sottendere ad ogni istante, è il contatto vivente, ineffabile con Cristo: non dissoluzione in un oceano impersonale, ma incontro sovrapersonale, abisso di comunione con l'Amante supremo che è il supremo Amato, il quale ci introduce nel regno d'amore della santa Trinità.
Tratto da: Elisabeth Behr-Sigel, IL LUOGO DEL CUORE – INIZIAZIONE ALLA SPIRITUALITÀ ORTODOSSA, ed. Paoline a cui si rimanda per le note e l’approfondimento.