Joseph-Marie Verlinde

LA PREGHIERA CONTINUA


 


La preghiera è il silenzio dei puri. Perché i loro pensieri sono movimenti divini. I movimenti del cuore e dell'intelligenza purificati sono le voci piene di dolcezza mediante le quali quelle persone non cessano di canta­re in segreto al Dio nascosto

 

Essa è «un baluardo inespugnabile contro gli attacchi del demonio, una corazza impenetrabile e il più solido degli scudi»

 

Il vertice della perfezione è questo: che l'anima sia talmente alleggerita dalle pesantezze carnali da salire ogni giorno verso le sublimità delle realtà spirituali, fino al punto che tutta la sua vita, tutti i movimenti del cuore diventino una preghiera unica e ininterrotta:
Noi preghiamo in segreto quando parliamo a Dio soltanto con il cuore e l'applicazione dell'anima, e manifestiamo soltanto a lui le nostre richieste (Cassiano).


 

Pregare incessantemente

 

La preghiera ininterrotta è l'oggetto di un precetto formulato dallo stesso Signore Gesù, ripetuto da san Paolo e insegnato nei trattati di preghiera fin dal sec. III.

Davanti alla difficoltà di mettere insieme la preghiera continua e il lavoro, Origene propone una soluzione diventata classica: «Prega senza interruzione colui che unisce la preghiera alle ope­re necessarie e le opere alla preghiera. Soltanto così possiamo ritenere realizzabile il precetto di pregare incessantemente. Si tratta di considerare tutta l’esistenza cristiana come una sola grande preghiera, di cui quella che siamo soliti chiamare così è soltanto una parte».

Questo suppone che si lavori con buone disposizioni interiori - «orationis status», secondo l'espressione di Cassiano - in modo che le stesse nostre opere diventino preghiera. Questa buona di­sposizione si nutre di contemplazione e di preghiera liturgica. Di qui la ricerca di un equilibrio tra i due aspetti, contemplativo e attivo, che permette al lavoro di diventare preghiera: Ora et labo­ra, in fondo, sono due aspetti di una sola e medesima attività, di una relazione ininterrotta con Dio.

«È del tutto evidente - scrive Teofano il Recluso - che non basta, per attuare il consiglio dell'Apostolo, la semplice pratica di certe preghiere prescritte a ore fisse: si richiede di camminare costantemente davanti a Dio, di consacrare tutte le attività a Colui che vede tutto e che è presente ovunque, e che si rivolga un appello sempre più fervido al cielo, con l'intelletto nel cuore. Tutta la vita, in tutte le sue manifestazioni, dev'essere impre­gnata di preghiera. Ma il segreto di questa vita è l'amore del Signore. Come la fidanzata che ama il suo fidanzato è sempre con lui con il ricordo e il sentimento, così l'anima unita a Dio con l'a­more resta costantemente con lui e gli rivolge suppliche ardenti dal fondo del cuore. Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito (1 Cor 6,17)».

In Occidente, anche sant'Agostino, altro cantore della pre­ghiera continua, la interpreta come un desiderio bruciante di nutrirsi con la preghiera vocale, che non si spegne mai: «L'ordine dell'Apostolo: Pregate senza interruzione (1 Ts 5,17) significa semplicemente: desiderate senza stancarvi la vita beata­, che non è se non la vita eterna presso Colui che solo ce la può dare. Desideriamo sempre la vita beata presso il Signore Gesù e preghiamo sempre. Ma le preoccupazioni esterne e gli affari indeboliscono anche il desiderio di pregare; ecco perché in determinate ore noi li allon­taniamo per riportare il nostro spirito all’impegno della preghie­ra. Le sue parole ci ricordano lo scopo del nostro desiderio, per evitare che si intiepidisca, si raffreddi e si spenga del tutto, se la fiamma non lo riscalda abbastanza frequentemente.

Pregare molto è come bussare alla porta di colui che noi in­vochiamo con l'attività insistente e devota del cuore. Di solito, la preghiera si fa più coi gemiti che con le parole, più con le lacrime che con le formule. Iddio pone le nostre lacrime al suo cospetto e il nostro gemito non è nascosto a lui, che tutto ha creato per mezzo del Verbo e non ha bisogno di parole uma­ne» (Agostino, Lettera a Proba sulla preghiera).

Guglielmo di Saint-Thierry e tutta la corrente monastica del Medioevo riprenderanno questo tema: «Questa pietà è una memoria continua di Dio, uno sforzo costante dello spirito per arrivare alla sua conoscenza, uno slan­cio mai stanco del cuore per giungere al suo amore. Non dirò un giorno, ma neanche un'ora che non trovi il servo dì Dio dedito alla fatica dell'esercizio spirituale e alla cura di progredire, o tut­to dedito alla dolcezza dell'esperienza e alla gioia del suo godi­mento. Questa è la pietà a cui l'Apostolo esorta il tuo discepolo diletto quando dice: «Esercitati nella pietà, perché l'esercizio fisico è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto, portando con sé la promessa della vita presente come di quella futura" (1Tm 4,7-8). Ora, non solamente l'aspetto esterno della pietà, ma la verità, in tutto e al di sopra di tutto il vostro stato religioso promette in cambio e il vostro proposito richiede».

Se siamo creati per diventare i Templi del Dio vivo, allora è tut­to il nostro essere che ad ogni istante dovrebbe venire implicato in questo ministero sacerdotale a cui il Signore invita i suoi figli e le sua figlie predilette:
 

«Quando lo Spirito dimora in una persona - spiega Isacco il Siro - non lo lascia più dal momento in cui quella persona è diventata preghiera. Perché lo Spirito stesso non cessa di prega­re in lui. Che quella persona dorma o vegli, la preghiera non si allontana più dalla sua anima. Sia che mangi, o beva, o dorma, qualunque cosa faccia, anche nel sonno più profondo, il profu­mo della preghiera si innalza senza difficoltà nel suo cuore. La preghiera non lo lascia più. In tutti i momenti della sua vita, anche quando sembra cessare, essa è sempre segretamente all'o­pera in lui».

 

Uno dei Padri portatori di Cristo dice che la preghiera è il silen­zio dei puri. Perché i loro pensieri sono movimenti divini. I movimenti del cuore e dell'intelligenza purificati sono le voci piene di dolcezza mediante le quali quelle persone non cessano di canta­re in segreto al Dio nascosto.

 

 

La preghiera di Gesù

 

Non si arriva subito alla preghiera incessante; una delle vie suggerite nella tradizione mistica è quella delle orazioni «giaculatorie» - dalla parola latina iaculum, cioè dardo - per indicare bre­vissime espressioni che potevano essere «scoccate», come frecce infiammate. Secondo Lorenzo Scupoli, i Padri le avrebbero inven­tate per evitare le distrazioni. Si tratta di preghiere brevi e sem­plici - dette perciò «monologiche», «una sola parola» - ricavate per lo più dalla Scrittura, che il monaco può lanciare verso il cielo come dardi infuocati, ma di cui può anche nutrire la sua ruminazione continua.

«Le nostre preghiere devono essere frequenti, ma brevi - pre­cisa Giovanni Cassiano - per evitare che, se si prolungano, il nemico, che ci insidia, non abbia la possibilità di insinuarvi qual­che distrazione. È quello il vero sacrificio: Uno spirito contrito è sacrificio a Dio gradito (cf Sal 51/50,19). È quella l'oblazione salu­tare, l'offerta pura, il sacrificio prescritto (ivi, 21), il sacrificio di lode (Sal 50/49,23)».

Lo stesso autore cita come esempio dì preghiera giaculatoria il grido: Vieni a salvarmi, o Dio, vieni presto, Signore, in mio aiuto! (Sal 70/69,2). Questa breve preghiera riassume tutto l'atteggia­mento dell'orante, dall'umile e devota confessione di fede fino all'espressione di un'ardente carità, passando attraverso l'appel­lo lanciato verso Dio a motivo della nostra fragilità. Essa è «un baluardo inespugnabile contro gli attacchi del demonio, una corazza impenetrabile e il più solido degli scudi»; preserva dall’orgoglio e ottiene la vittoria, «la forza nella tentazione di gola e nelle lotte contro la carne; la vittoria sulle ripugnanze, le ango­sce, le tristezze; sulla pigrizia e l'accidia; il sonno o l'insonnia, sull'orgoglio, la vanagloria, la negligenza, la tiepidezza; sulla col­lera, la cupidigia e tutti i vizi; sulle distrazioni, l'aridità, lo scon­forto e i terrori della notte».

San Benedetto ricorda questi consigli di Cassiano quando nella Regola prescrive: «La preghiera sia breve e pura, a meno che non la si prolunghi per una ispirazione della grazia divina. Ma in comunità la preghiera personale sia brevissima e, al segnale del superiore, tutti si alzino» (cap. 20).

Qui la brevità è condizione della purezza della preghiera, che però deve essere frequente, come viene precisato nel capitolo 4, che parla degli strumenti delle buone opere: «Pregate frequentemente» (n. 56).

Per Giovanni Cassiano, la preghiera non è tanto un atto quan­to uno stato, al quale il monaco aspira con tutte le sue forze: «il vertice della perfezione è questo: che l'anima sia talmente alleg­gerita dalle pesantezze carnali da salire ogni giorno verso le su­blimità delle realtà spirituali, fino al punto che tutta la sua vita, tutti i movimenti del cuore diventino una preghiera unica e ininterrotta».

«Non c'è dubbio - commenta Dom A. de Vogùe - che per Benedetto come per Cassiano questa frequenza di preghiere particolari è soltanto un modo per arrivare alla preghiera conti­nua».

Nel medesimo spirito, san Giovanni Climaco esorta: «Non lambiccarti il cervello per trovare le parole! Spesso hanno placato il Padre, che è nei cieli, perfino i fanciulli, con i loro semplici e monotoni balbettii. Né affannarti a dire tante parole, perché con quella preoccupazione la mente non si distragga. Una sola frase del Pubblicano placò il Signore e una sola breve frase, detta con fede, salvò il ladrone. La verbosità nell'orazione spesso riempie dì fantasie la mente, facendola così svanire, mentre la brevità del­le parole sovente contribuisce al raccoglimento».

Tra le orazioni giaculatorie, alcune hanno goduto di un favore particolare. Così in Occidente il v. 2 già citato del Salmo 70/69: Vieni a salvarmi, o Dio, vieni presto, Signore, in mio aiuto; in Oriente, l'invocazione ben nota: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”; i russi aggiungono «peccatore».

L'espressione “preghiera di Gesù” in russo è tradotta letteral­mente “molitva Jisusova”, che equivale al greco euché Jesoù”, in cui Gesù è un genitivo oggettivo. Questa preghiera fu introdotta in Russia a metà del sec. XIV, poi divenne popolare nel sec. XVII. Attraverso le Chiese d'Oriente, sembra risalire alle tradizioni dei Padri greci del Medioevo bizantino: Gregorio Palamas, Simeone il Nuovo Teologo, Massimo il Confessore, Diadoco di Foticea, come ai Padri del deserto dei primi secoli: Macario ed Evagrio. Secondo Meyendorff, «la forma primitiva della preghiera di Gesù sembra essere stato il Kyrie eleison, la cui costante ripetizione nelle litur­gie orientali risale al Padri del deserto.

«L'aspetto essenziale di questa preghiera - insegna Teofane il Recluso - non si trova nelle parole, ma nella fede, la contrizione, l'abbandono al Signore. Con tali sentimenti sì può restare davan­ti al Signore senza dire una parola, ed essere tuttavia in pre­ghiera. La preghiera di Gesù non è un talismano; il suo potere deriva dalla nostra fede nel Signore e da un'unione profonda del nostro spirito e del nostro cuore con lui. Se abbiamo queste di­sposizioni, l'invocazione del nome di Gesù sarà veramente effica­ce; ma la semplice ripetizione delle parole non significa assolu­tamente niente. Se la preghiera di Gesù è più potente di qua­lunque altra, è unicamente in virtù del nome di Gesù, nostro Signore e Salvatore. Ma è necessario invocare questo nome con una fede totale e senza esitazione, con la certezza profonda del­la vicinanza di Dio, sapendo che egli vede, sente, ascolta con estrema attenzione la nostra domanda ed è pronto a rispondervi e a concederci quello che cerchiamo.

Lavorate recitando la preghiera di Gesù; tuttavia, all'abitudi­ne di recitare questa preghiera oralmente, aggiungete il ricordo del Signore, accompagnato da timore e purezza. La condizione principale è camminare davanti a Dio, o sotto lo sguardo di Dio, consapevoli che Dio ci guarda, cerca la nostra anima e il nostro cuore, e vede tutto ciò che accade in essi. Questa coscienza è lo stimolo più potente che esista nel meccanismo della vita spiri­tuale.

 

 

Pregare nel segreto di un cuore silenzioso

 

«Dobbiamo mettere una cura tutta particolare nel seguire il precetto evangelico che ci comanda di entrare nella nostra camera e di chiuderne la porta, per pregare il Padre nostro - insiste Giovanni Cassiano -. Ecco come farlo: noi preghiamo nella nostra camera quando ritiriamo totalmente il nostro cuore dal tumulto e dal rumore dei pensieri e delle preoccupazioni, e in una specie di testa a testa segreto e di dolce intimità, riveliamo al Signore i nostri desideri. Noi preghiamo a porta chiusa quando suppli­chiamo senza aprire le labbra e in perfetto silenzio colui che non tiene conto delle parole, ma guarda il cuore. Noi preghiamo in segreto quando parliamo a Dio soltanto con il cuore e l'applica­zione dell'anima, e manifestiamo soltanto a lui le nostre richie­ste: tanto che le stesse potenze avverse non possano indovinar­ne la natura».

La preghiera nel segreto del cuore suppone il silenzio, perché quello è il luogo dell’incontro con la Parola silenziosa: «Il Padre ha detto una Parola, che è il Figlio suo (Gv I, 18) e la dice sem­pre in un eterno silenzio; ed è nel silenzio che l'anima la sente (Sap 18, 15)». Il card. Journet commenta: «Il Verbo è una Parola silenziosa. Le stesse Parole del Cristo sofferente sono circondate di silenzio. Esse nascono dal silenzio dove egli desidera abitare. Quaggiù, il silenzio è la condizione delle parole vere. Che cosa valgono le parole se non includono il silenzio? Sono come foglie morte, trasportate dal vento.

Giovanni Paolo II insiste: «Tutti hanno bisogno di imparare un silenzio che permetta all'Altro di parlare, quando e come vorrà, e a noi di comprendere quella parola. Ciò comporta in concreto una grande fedeltà alla preghiera liturgica e personale, ai tempi dedi­cati all'orazione mentale e alla contemplazione, all'adorazione eucaristica, al ritiri mensili e agli esercizi spirituali.

Nello stesso spirito, D. Bonhoeffer scriveva: “Tacciamo prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola, come un bambino tace quando entra nella stanza del padre. Tacciamo dopo l'ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Tacciamo la mattina presto, perché Dio deve avere la prima parola, e tacciamo prima dì cori­carci, perché l'ultima parola appartiene a Dio. Tacciamo solo per amore della Parola, non per disprezzarla, ma per onorarla e rice­verla come si deve. Tacere, infine, non vuol dire altro che aspet­tare la Parola dì Dio, e venire via, dopo averla ascoltata, con la sua benedizione... Il saper tacere di fronte alla Parola eserciterà il suo influsso su tutta la giornata. Ci insegnerà a vivere misu­rando le nostre parole”.

 

Tratto da: INIZIAZIONE ALLA LECTIO DIVINA – Riscoprire il chiostro interiore per ascoltare Dio che ci parla – ed. ELLEDICI, a cui si rimanda per le note e l’approfondimento.