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Thomas H.
Green
IL
«COME» DELLA PREGHIERA

CI SONO DELLE TECNICHE DI PREGHIERA?
Abbiamo trattato varie tecniche per raggiungere una pace attenta davanti al Signore. Non tutte sono proprio preghiere - cioè un incontro personale con Dio nell'amore - ma sono normali prerequisiti per la preghiera
Lo sforzo per arrivare alla pace non è preghiera. Verrà il momento in cui colui che contempla dovrà chiudere gli occhi, la musica di sottofondo dovrà essere spenta, anche il vagabondo dovrà sedersi e il devoto di giaculatorie dovrà stare zitto, cioè il tempo del «Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11).
Gli
ultimi quindici anni (l’autore scrive
nel 1977) sono
stati un periodo di insolito fermento nella Chiesa, col cambiamento radicale ed
il superamento improvviso di molte istituzioni e pratiche consolidate. La
formazione alla preghiera non è stata esente da questo fermento. Per
generazioni i principianti nella preghiera sono stati educati con libri
sull'argomento ed altri sussidi per la meditazione. I seminaristi imparavano a
pregare riunendosi nella cappella del seminario per la lettura giornaliera di
una meditazione con pause appropriate per riflettere personalmente su
quanto avevano sentito. Perfino i colloqui, o le conversazioni personali con
Dio, che si supponeva concludessero il momento di preghiera, spesso erano lette
ad alta voce a tutto il gruppo, oppure spiegate in un libro. La preghiera
cosiddetta mentale aveva una struttura ben definita: azioni
preparatorie, lettura del testo, riflessione personale e colloquio conclusivo.
Imparare a pregare significava familiarizzare con questa struttura e
permetterle di diventare una seconda natura nella propria vita. I modelli che
potevano sostenere una persona per 50 anni a venire erano così
acquisiti.
Poi, a metà anni Sessanta, le cose improvvisamente cambiarono. L'intera
struttura, il libro adatto per l'approccio alla preghiera, sembravano troppo
rigidi ed impersonali in un mondo guidato dallo Spirito. L'aria nuova che il
grande papa Giovanni XXIII portò nella Chiesa sembrò far vacillare la struttura
che durava da tanto tempo. La preghiera doveva essere personale, spontanea,
unica per quel momento. Com'era possibile costringere lo Spirito di Dio in
strutture di preghiera ripetitive e meccaniche inventate dall'uomo? Chi,
dopotutto, poteva insegnare a un'altra persona come pregare, o giudicare
sulla genuinità dell'incontro dell'altro col Signore?
Molte persone coinvolte nell'educazione persero fiducia in loro stesse e nelle
loro potenzialità, abbandonando il ruolo formativo che avevano assunto. Dando
spazio a questi drastici cambiamenti, un uomo o una donna qualsiasi
(specialmente un figlio del Vaticano I), come poteva presumere di insegnare ad
un altro come incontrare Dio? Padre Henri Nouwen in un capitolo classico di
Intimacy intitolato «Depression in the Seminary», trattava gli effetti
globali, psicologici e spirituali, di questo crollo di fiducia. Ciò provocò una
situazione nella quale le guide erano incapaci o poco propense a guidare, e i
fedeli gradualmente scoprivano di vagare da soli nelle tenebre. Pur rispettando
l'educazione nella preghiera, nessuna formazione veniva considerata la migliore
o, per lo meno, l'unica possibile.
Se questo sembra esagerato, ricordo bene una situazione che mostra la
drammaticità di questo cambiamento drastico ed improvviso nella formazione.
Quale studente laureato all'Università di Notre Dame verso la fine degli anni
Sessanta, ero cappellano ufficioso delle religiose che studiavano per la laurea.
Per la maggior parte delle suore, gli studi di laurea erano (come l'ordinazione
sacerdotale per un gesuita) la ricompensa per una vita spesa bene; esse avevano
già superato la trentina e ne avevano già visto gli aspetti più oscuri. Perciò
le nostre discussioni spesso si concentravano sui difetti della nostra
formazione e particolarmente sull'approccio eccessivamente strutturato e
meccanico alla preghiera, dal quale sembrava che noi spasimassimo di liberarci.
Una suora, appena uscita dal noviziato e molto più giovane delle altre,
partecipava attivamente alle nostre discussioni, ma fu solo in una
conversazione privata con lei, un giorno, che mi resi conto di quanto le
sembrasse sorpassata la nostra inattività. Diceva che poteva apprezzare le
difficoltà espresse dagli altri, ma non pensava che essi capissero quanto fosse
già cambiata la situazione. Esse si concentravano sulla mancanza di libertà
dello spirito; ma il suo problema, ed ella pensava fosse anche di quelli della
sua età, era che nessuno aveva dato loro una guida precisa su come pregare.
Erano assoggettati a un approccio alla preghiera del tipo «nuota o affonda»:
getta il neonato nell'acqua e/o impara a nuotare (a pregare) oppure annega.
Quello che sentiva mancare di più era una guida per imparare a nuotare nel mare
del Signore.
In quel tempo ero spaventato, ma solo col passare degli anni, da quando ho
condiviso questa esperienza con molte persone degli anni dopo il Vaticano II,
mi sono convinto di quanto esattamente ella rappresentasse i loro sentimenti.
L'approccio “nuota o affonda”, con l'aiuto della grazia, può forse produrre
degli effettivi uomini di preghiera in giovane età, ma solo al prezzo di molti
tragici annegamenti!
La nostra storia naturalmente, non finisce qui. Poco dopo il rigetto del metodo
classico di preghiera, cominciò la ricerca di metodi e tecniche nuove e
migliori: il fascino dell'Oriente nelle forme pure dello Yoga e dello Zen, così
come i loro ibridi commercializzali quali la meditazione trascendentale;
l’istituzionalizzazione graduale delle strutture di preghiera carismatica; la
ricerca di guru dal quali acquisire la chiave per entrare nel regno interiore.
L'implicazione era, in altre parole, che non era in sé sbagliato avere un
metodo, ma i vecchi metodi erano difettosi. Tra quanti oggi cercano
di incontrare il Signore c'è stato un ritorno al metodo pur senza tornare al
modi tradizionali.
È in questo contesto che dobbiamo interrogarci sulla tecniche di preghiera.
Domandare se ce ne sono alcune, 15 anni fa sarebbe apparso fondamentalmente
sbagliato, perché la convinzione era del tipo: naturalmente ci sono! E solo
cinque anni dopo la risposta di molti, data con la stessa convinzione, sarebbe
stata: «Naturalmente no!». Ora, forse, non siamo così sicuri. Vogliamo le
tecniche, ma temiamo la rigidità delle tecniche costituite. Andando ancora più a
fondo, quella che forse realmente vogliamo è una tecnica che sia innocua, veloce
e indolore e che non comporti la fatica e l'incertezza del passato. Se è così,
stiamo cercando una scorciatoia per la santità e abbiamo già detto che non
esiste una possibilità simile. In questo senso non ci sono tecniche
meccanicamente efficaci nella preghiera.
Non scartiamo comunque così velocemente l'intera domanda sulla tecnica o sul
metodo. La nostra incertezza oggigiorno è salutare e riflette un problema
autentico nella preghiera. Come possiamo imparare senza che qualcuno ci
insegni? (cfr Rm 10,14). E ancora, come passiamo essere istruiti senza
«incatenare lo Spirito» (cfr 2 Tm 2,9) e imporre le nostre vie a Dio?
L'ultima domanda solleva un punto fondamentale, cominciamo quindi da qui. Poiché
lo Spirito è libero di «soffiare dove vuole» (Gv 3,8) e di parlare come e quando
preferisce, chiaramente, non può esserci alcuna tecnica per farlo parlare. Non
possiamo accendere e spegnere Dio come un rubinetto dell'acqua o una
lampadina. Per questo non ci sono tecniche. È così radicale la nostra
dipendenza dalla benevolenza del Signore, che non possiamo neppure
desiderare di pregare, a meno che Dio non ci guidi. Perfino gli esordi sono
un puro dono. Per cui non ci sono tecniche di «meditazione», siano esse yoga
o trascendentali o ignaziane, che possano mai garantire un incontro con il
Signore.
D'accordo su questo punto molto importante, torniamo alla prima domanda di poco
fa: come possiamo imparare a pregare senza che qualcuno ce lo insegni? Da
quanto detto nel paragrafo precedente potrebbe sembrare che l'insegnamento
umano abbia proprio poca rilevanza qui, e che Dio parli a chiunque Egli
desideri e quando lo decide, e che questo sia tutto quel che possiamo dire.
Ma per accettare tale affermazione si deve passar sopra alla natura apostolica
e sacramentale della Chiesa: Dio ha scelto di lavorare attraverso gli uomini e
di realizzare il Suo dono di grazia in segni visibili, strutturali. In
riferimento alla preghiera, Egli ha voluto che imparassimo attraverso
l'insegnamento di altre persone. Quando ero giovane, un giorno decisi di leggere
Giovanni della Croce. Ero impaziente di imparare a pregare e la cosa migliore mi
sembrava quella di sedermi ai piedi di un maestro riconosciuto. Ma più leggevo
e più diventavo inquieto; sembrava che, se Giovanni avesse avuto ragione, tutta
la mia vita intellettuale ed apostolica, come gesuita, era sbagliata.
Fortunatamente, prima di ritirarmi a vita eremitica, parlai con il mio
direttore spirituale. Quello che mi disse ferì il mio orgoglio; ma era proprio
ciò che avevo bisogno di sentire: «Forse non sei ancora abbastanza maturo per
leggere Giovanni della Croce e capirlo. Forse devi solo aspettare un pò prima di
trarre profitto dal suo insegnamento». Il consiglio fu doloroso da accettare,
ma lo seguii e da allora l'ho ripetuto ad altri più di una volta! Ma, per
essere più precisi, che cosa può insegnarci esattamente una buona guida
spirituale? In che senso ci sono tecniche e metodi dì preghiera comunicabili?
Credo ci siano due sensi nei quali possiamo parlare legittimamente di
tecniche di preghiera.
1) In primo luogo, possiamo parlare di metodi per raggiungere la pace, per portare noi stessi a quel silenzio nel quale è possibile sentire la voce di Dio.
2) In secondo luogo,
possiamo parlare di tecniche che ci dispongano positivamente all'incontro con
il Signore. Per il cristiano, naturalmente, non è possibile, niente di
buono è possibile, senza la grazia di Dio. Ma ciascuno rappresenta un caso
particolare in cui noi possiamo e dobbiamo cooperare con la grazia per aprire
noi stessi alla venuta del Signore nella nostra vita.
San Giovanni della Croce, con santa Teresa d'Avila, preminente dottore della
Chiesa sulla preghiera, cominciò a trattare l'argomento sottolineando quella
purificazione dell'anima che deve precedere l'incontro di trasformazione con
Dio. Egli distingue tra due possibili purificazioni: attiva e passiva. La
purificazione attiva è quella che noi possiamo fare per disporci verso
Dio; la purificazione passiva è quella che Dio fa per disporci nei suoi
confronti. Per Giovanni la purificazione passiva - quello che Dio fa
per purificarci - è di gran lunga la più importante, ma egli non è affatto un
quietista o un passivista; per lui, il nostro contributo, sebbene
secondario, è essenziale per la crescita. Non possiamo semplicemente sederci
e lasciare tutto a Dio. Nella preghiera, per Teresa e Giovanni, Dio aiuta coloro
che fanno quello che possono per aiutare loro stessi.
Supponiamo che voglia ascoltare un programma radiofonico o televisivo: devo
allontanarmi da altri rumori che disturbano, oppure eliminarli e questo per
raggiungere la tranquillità; e devo accendere e sintonizzare la radio o la
televisione: questo è dispormi positivamente all'ascolto. Non sarà possibile
ascoltare se la stazione non sta trasmettendo, ma entrambi gli atteggiamenti
sono necessari se voglio ascoltare un programma. Esaminiamo ora ogni aspetto
della nostra analogia con la radio, applicata alle tecniche di preghiera.
Dio, ovviamente, è Colui che trasmette, e il nostro cuore e la nostra mente
sono l'apparecchio ricevente. Come ce la caviamo nell'estraniarci da altri
rumori che disturbano e nell'eliminarli? Come cioè, raggiungiamo la
tranquillità? il primo punto che possiamo fissare è che raggiungere la pace
è essenziale per la preghiera. Che la nostra analogia con la radio o
la televisione sia applicabile alla preghiera risulta chiaramente da un famoso
passaggio del Primo Libro dei Re (19,11-13). Il profeta Elia ha destato
l'ostilità della malvagia regina Gezabele che minaccia di ucciderlo per le sue
profezie. Impaurito e scoraggiato, egli si inoltra nel deserto per una giornata
di cammino e si sdraia per morire. Ma l'angelo del Signore lo nutre e lo guida
sul Monte Oreb per parlare col Signore. Ci è detto che egli rimase sulla
montagna ad aspettare.
«Ecco,
il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e
spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il
vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il
terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu
il mormorio di un vento leggero».
E questo
mormorio era la voce del Signore. Elia sentì la parola salutare del Signore, ma
solo quando riuscì ad ascoltare quel «mormorio leggero». Dio parla nel
silenzio e solo quelli che hanno la pace del cuore possono ascoltare quanto
Egli dice.
È nel
raggiungimento della pace, che le tecniche Yoga e Zen possono essere di aiuto
all'uomo di preghiera.
Sono essenzialmente metodi antichi per allontanarsi dalle distrazioni della vita
quotidiana e per raggiungere quello che Buddha chiamerebbe: «il centro fermo
del mondo che gira» (La frase è usata da un eminente scrittore buddista
contemporaneo, Christrmas Humphreys - Buddhismo, Roma, Ubaldini,
1999). Nel corso dei secoli, Yoga e Zen hanno sviluppato regole e procedure
altamente specializzate, ma in fondo basate sull'esperienza: tentativi dei
santi uomini orientali di condividere con i loro discepoli i metodi che essi
hanno ritenuto validi per raggiungere la pace. Essi non sono fini a loro stessi
e neppure sono dei metodi magici di un qualche tipo, ma sono mezzi che molti
hanno trovato validi per il raggiungimento della vera pace del cuore; e possono
essere utili per il cristiano e per il buddista.
Non sono comunque gli unici mezzi per raggiungere questa meta. Infatti, quando
io stesso ho scoperto lo Yoga e ho tentato di praticare alcuni esercizi di
base, mi sono accorto che avevo già imparato, o scoperto da solo, delle
tecniche simili. Gli atti preparatori del vecchio schema di meditazione avevano
uno scopo analogo, se esattamente capiti e praticati. Uno consisteva nello
scegliere alcuni momenti nei quali ricordare i temi della scrittura della
preghiera del giorno; ricordare chi è Dio e chi sono io, e quale cosa
meravigliosa sia che Dio possa parlare con me (l'analogia con l'entrare alla
presenza di un re umano veniva spesso usata); «mettere se stessi alla presenza
di Dio con riverenza ed umiltà». Questi passi, adattati alle circostanze
dell'individuo, costituiscono ancora dei mezzi efficaci per raggiungere la pace
attenta.
Allo stesso modo, la gente spesso mi domanda se è corretto camminare durante la
preghiera. Sant'Ignazio menziona diverse posizioni utili alla preghiera:
seduti, in ginocchio, in piedi, stesi proni o supini ma, significativamente,
non cita il camminare.
Credo che la ragione sia che, camminare o passeggiare tranquillamente possono
essere dei mezzi molto utili per raggiungere la tranquillità e la pace attiva,
ma sarebbero una distrazione quando siamo in pace alla presenza del Signore.
Notate come due amici che passeggiano insieme spesso si fermano e si guardano
in faccia quando arrivano ad un punto di profonda condivisione. Il loro
passeggiare crea, per così dire, lo stato d'animo per l'incontro. Anche della
buona musica classica può essere uno strumento molto efficace in questo
raggiungimento della pace e di uno spirito attento e concentrato.
Ho l'impressione che da qui abbiano avuto origine le giaculatorie come forma di
preghiera. Come la preghiera di Gesù dell’ortodossia o il mantra
dell'induismo e del buddhismo, la giaculatoria era una breve formula di
preghiera ripetuta più volte. Questa ripetizione della stessa formula,
lentamente e con calma, può essere un notevole aiuto per calmare lo spirito
distratto. Ma il successivo accento sulle indulgenze per recitare le
giaculatorie può aver oscurato il valore reale di queste brevi preghiere. Se ci
preoccupiamo di contabilità soprannaturale, è il numero di tali preghiere
dette che attira la nostra attenzione, piuttosto che il loro valore nel portarci
in pace davanti al Signore.
Persino la struttura ripetitiva del Rosario sembra essere egualmente preziosa
in questo senso: così il contenuto specifico delle preghiere del Rosario (e
questo vale anche per le giaculatorie o per la preghiera di Gesù) non
risulterebbe così importanti. Questo modo di pregare diventerebbe invece,
essenzialmente, un aiuto nel raggiungimento di uno spirito devoto e di un cuore
tranquillo e attento.
Ho scoperto che l'ufficio divino è utile al raggiungimento dello stesso fine.
Spesso la gente mi domanda come dargli più senso: sembra che trovi nella
struttura familiare e nelle frasi ripetitive una fonte di noia e di monotonia,
piuttosto che un aiuto alla devozione. Comunque, se l'ufficio è visto
essenzialmente come un modo per raggiungere la pace davanti a Dio, per farci
ricordare il Suo amore e la Sua provvidenza in alcuni momenti cardine della
giornata, piuttosto che una fonte di nuove idee su Dio e sul Suo spazio
nella nostra vita, allora, forse, la ripetizione di frasi familiari può essere
vista sotto una nuova e più proficua luce.
I mezzi che ho suggerito, cioè le giaculatorie, il Rosario e, specialmente,
l'ufficio divino, sono già propriamente delle preghiere, poiché comportano il
raggiungimento della pace davanti o alla presenza di Dio. Santa Teresa usò
questo aspetto della preghiera vocale per raggiungere la pace alla presenza del
Signore, la preghiera del raccoglimento.
Altre semplici pratiche, sebbene non esplicitamente preghiere nello stesso
senso, possono essere d'aiuto nel portarci alla tranquillità e nell'aprirci a
Dio. Per esempio, gli psicologi suggeriscono di concentrarci sul nostro stesso
corpo: prima sul nostro piede destro, «pensando» gradualmente al nostro alluce
in uno stato rilassato poi alle altre dita singolarmente, poi al collo del
piede, alla caviglia, al polpaccio, alla coscia e così via fino a quando tutto
il corpo sia rilassato. Ho tentato questo metodo con vari gruppi e siamo rimasti
felicemente sorpresi di quanto possa aiutare. Un importante vantaggio
collaterale è che spesso esso ci rivela dov'è la nostra vera tensione o la
nostra inquietudine. La gente diceva: «Sono completamente rilassato, eccetto la
bocca», o «... eccetto un pezzo di fronte tra gli occhi». E’ un ottimo
rivelatore della sorgente della nostra ansietà; quando ce ne rendiamo conto,
possiamo cominciare a lavorare in modo concentrato, ma tranquillo, per
superarla.
Un altro esercizio, che ho scoperto per me stesso e che ho trovato molto utile
è il seguente: andare in un luogo dove si abbia una veduta panoramica della
natura, e dove si possa lasciar errare lo sguardo sull'intero scenario (per
esempio, il lato di una collina che domina una foresta). Mi piace molto, perché
mi permette di vagare con lo sguardo sulla scena senza premura e senza alcuna
fatica per sforzare la concentrazione. Gradatamente una parte del bosco attira
la mia attenzione, e poi un albero, ed eventualmente un ramo di un albero. I
miei pensieri sparsi si concentrano su un'unica esperienza e poi si immergono
sempre più profondamente solo in quella realtà (l'universo in un filo d'erba).
Spesso il risultato è che la mia attenzione è assorbita da qualche piccolo fiore
o da qualche foglia ai miei piedi che non avevo notato prima, e sono nella pace!
Abbiamo trattato varie tecniche per raggiungere una pace attenta davanti al
Signore. Non tutte sono proprio preghiere - cioè un incontro personale con
Dio nell'amore - ma sono normali prerequisiti per la preghiera. Lo sforzo
per arrivare alla pace spesso può essere lo sforzo principale per il
principiante. Oggi in particolare, che viviamo in un mondo dispersivo e
distratto, il solo raggiungimento della tranquillità può essere la maggior
impresa. Allo stesso tempo è importante rendersi conto che, almeno per il
cristiano, questo è l'unico passo preliminare. Appena cresciamo e maturiamo
nella preghiera saremo in grado di raggiungere la pace più velocemente e più
facilmente. Infatti, se siamo costanti nella preghiera, scopriremo che la
tranquillità è una cosa naturale, lo stato nel quale ci troviamo più a nostro
agio. Ciò richiede tempo ed è possibile che il principiante si debba sforzare
parecchio in questo senso, ma è importante ricordare che è l'unico inizio.
Lo sforzo per
arrivare alla pace non è preghiera.
Verrà il momento in cui colui che contempla dovrà chiudere gli occhi, la
musica di sottofondo dovrà essere spenta, anche il vagabondo dovrà sedersi e il
devoto di giaculatorie dovrà stare zitto, cioè il tempo del «Fermatevi e
sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11).
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CHE COS'È LA PREGHIERA
Tratto da: Thomas H. Green, APRIRSI A DIO - Una
guida alla preghiera - ed. ADP a cui rimandiamo per le note e
l'approfondimento.