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I solitari della foresta di Roslavl
e
lo Starec Zosima

I solitari della foresta di Roslavl
Gli eremiti che nel secolo scorso vissero nella foresta di Roslavl costituiscono un fenomeno di particolare interesse nella storia del monachesimo russo. Già fin dal XVII secolo, in seguito alla persecuzione e adozione di severe misure antimonastiche, parecchi aspiranti alla vita religiosa avevano preferito le foreste ai monasteri sottoposti a controllo statale, e vicino a Roslavl, nella foresta di Brjansk, si erano raccolti i primi eremiti, fra i quali si ricordano Padre Serapione, Teodoro di Sanaksar e Joasaf di Ploscan.
Verso la fine del secolo i solitari incominciarono a preferire la foresta di Roslavl che divenne, e rimase anche nel secolo successivo, rifugio dì oltre quaranta eremiti. Nel 1775 vi giunse uno dei più famosi di essi, Padre Adriano di Ploscan, in compagnia di Padre Giona e due novizi; nel 1786 si unì a loro lo starec Zosima Verchovskij cui si aggiunse lo starec Basilio. Dopo un certo tempo Padre Adriano abbandonò la foresta per assumere l'ufficio di abate di Konevec; nel 1800, dopo dieci anni di governo dell'abbazia, si ritirò al monastero Simonov di Mosca e vi morì nel 1812. Fu per suo consiglio che Timoteo Putilov scelse la solitudine di Roslavl.
Lo starec Zosima Verchovskij
Trattando del misticismo russo non si può tacere della figura dello starec Zosima Verchovskij, il più conosciuto fra i discepoli di padre Adriano.
Zaccaria Verchovskij, figlio del governatore di Smolensk, era nato nel 1767; educato privatamente da precettori, si era poi arruolato nella guardia imperiale insieme con i fratelli Filippo ed Elia, ma alla morte del padre era ritornato a casa. Benché fosse sua intenzione sposarsi e stabilirsi nei suoi possedimenti, sentiva che la vita nel mondo non era fatta per lui. Ecco quanto egli stesso ricorderà più tardi: «All'idea del matrimonio, al pensiero che una moglie può essere una persona pesante da sopportare e i figli rivelarsi nè più nè meno che il contrario di ogni consolazione, mi sentivo depresso; ancor più mi opprimeva il pensiero delle noie che avrei incontrato nell'amministrazione dei miei vasti possedimenti, dei servi che avrei dovuto talvolta punire, delle probabili seccature e litigi con i parenti e i vicini... Tutto ciò mi procurava una tale confusione di mente da non saper più che pesci pigliare. Sentivo di non essere fatto per una simile vita... ».
Comunque fosse, Zaccaria Verchovskij era quasi sul punto di sposarsi quando ebbe una strana visione. «Vidi, egli racconta, in piedi accanto al mio letto una fanciulla, in tutto diversa da quella cui pensavo. Indossava una veste bianca con una cintura alla vita; dal capo le scendeva sul viso un velo bianco, ma così trasparente che io potevo vedere con chiarezza la sua faccia illuminata di celestiale beltà. Essa mi stava davanti in atteggiamento dì amabile, amichevole affettuosità e, benché tenesse gli occhi abbassati, il suo sguardo ogni tanto si posava su di me pieno di candore. Al mio risveglio provai un senso di sacra meraviglia, di ristoro, di rigenerazione; insieme alla tristezza e ad ogni turbamento era scomparso non soltanto l'amore ma perfino il ricordo della mia fidanzata. La fanciulla celeste mi era entrata nel cuore con un richiamo che non aveva nulla di sensuale; per quel senso di purezza, elevazione, indescrivibile conforto, l'anima si rendeva conto di aver visto un essere immateriale, immagine della castità».
Vita religiosa di Zosima
Dopo la morte della madre, Zaccaria, all'età di diciannove anni appena, prese la sua decisione, cedette al cognato i possedimenti, si riservò una somma di quattromila rubli e andò nella foresta di Roslavl da Padre Adriano; avendo questi ricusato di accettare del denaro lo stupore di Zaccaria fu grande ed egli esclamò: «O meraviglia, esistono ancora sulla terra degli uomini che non hanno bisogno di denaro perché hanno abbandonato tutto». Egli seguì poi il suo maestro al monastero di Konevec; qui fece professione col nome di Zosima e conobbe e si legò di grande amicizia ad un discepolo di Adriano, lo starec Basilio, contadino della provincia di Tver. Con esso andò in seguito a stabilirsi in Siberia, nella foresta vergine a settanta chilometri da Kuzneck, dopo di aver rifiutato la carica di abate, offertagli dalla comunità di Konevec quando Adriano aveva dato le dimissioni.
In Siberia i due amici, già vissuti come eremiti a Konevec, condussero per molti anni vita solitaria e sulla solitudine Zosima scrisse un panegirico nel quale sta detto:
«Non è possibile descrivere a parole il senso d'intima e spirituale dolcezza che si accompagna alla solitudine, la gioia e la serenità che nessun scettro e nessun onore potrebbero garantire. Non vedere, non udire, non aver che fare col mondo della delusione; ecco la pace! Non c’è più niente che distolga dal servizio divino, niente che impedisca la lettura e la meditazione dei sacri libri; in tutto ciò che accade ed è, si sente come una spinta verso l'alto e la mente spontaneamente si libra nel volo di ascesa verso Dio. La foresta vergine separa dal mondo e lascia aperta soltanto la via del cielo; ad essa si rivolgono lo sguardo e il desiderio in attesa che l'uomo sia fatto degno della beatitudine. Se poi l'occhio volge all'intorno, nella contemplazione della natura il cuore trova ugualmente motivo d'infiammarsi d'amore per Colui che ogni cosa ha creato, in un palpito di meraviglia di fronte alla Sua sapienza, in uno slancio di gratitudine di fronte alla Sua bontà. Lo stesso canto degli uccelli suona invito alla nostra preghiera e l'intero creato fa corona al nostro spirito immortale che si unisce al suo Creatore nella gioia, nel timore e nell'amore, con trepidazione, illuminazione e consolazione, in ardore, lacrime ed oblio assoluto di ogni terrena vanità... ».
Zosima in Siberia
In Siberia i due eremiti vivevano ciascuno nella sua capanna, al modo stesso in cui erano vissuti nella foresta di Roslavl, confessandosi e comunicandosi quattro volte all'anno. Dopo la Pasqua essi si mettevano in cammino e per due o tre settimane vagavano nella foresta fermandosi ora qua ora là per dire l'ufficio. Due volte Zosima subì l'assalto del demonio, una prima volta tentato di dubbio e la seconda di bestemmia, ma la più singolare esperienza mistica l'ebbe in rapporto alla sua preghiera circa i tormenti dei peccatori. Così pregò un giorno:
«Fammi gustare, o Signore, le pene della colpa in maniera tale che, per Tua grande misericordia, io non abbia mai a dimenticare di essere un grande peccatore. Mostrami, Signore, i tormenti dell'inferno affinché io li tema sempre e non mi allontani mai dal tuo servizio».
«Non molto tempo era trascorso da quando avevo così pregato ed ecco che un giorno un inenarrabile sofferenza mi penetrò corpo, anima e spirito. Non vedevo nè udivo nulla, ma non posso dire di non sapere che cosa fosse il tormento dei dannati. Tutto in me soffriva di misteriosa sofferenza; il dolore mordeva dappertutto e non un solo capello pareva esserne immune. Angoscia, buio, tristezza... una cosa terrificante. Qualche minuto ancora e sarebbe sopravvenuta la morte o la pazzia delirante. Nessuna parola può esprimere una simile esperienza. Caddi in ginocchio per pregare, ma non riuscii che a gridare forte: "Signore, abbi pietà!". Egli mi fece misericordia e di colpo tutto svanì, mentre cocenti lacrime di grazia scendevano a torrenti dai miei occhi».
Nel 1820 Zosima si assunse il compito di organizzare una comunità femminile la quale, stabilitasi al monastero Turinskij, poco tempo dopo contava già quaranta monache. A Turinskij, nel 1824, morì lo starec Basilio; egli lasciò un manoscritto riguardante gli effetti della preghiéra esicastica da lui sperimentati, conservato prima della rivoluzione nel convento Odigitriev vicino a Mosca e, che io sappia, mai stampato in edizione integrale.
Dopo la morte dell'amico col quale aveva condiviso i ventiquattro anni di Siberia, Zosima urtò in molte difficoltà in seguito alle quali s'indusse ad abbandonare la Siberia ed a far ritorno nella Russia Europea. Il 24 ottobre 1833 egli moriva al convento Odigitriev da lui fondato.
La massime di Zosima
Dagli scritti di Zosima, soltanto in parte pubblicati, citeremo alcuni estratti. Alle monache del convento Odigitriev scrisse:
«Siate umili e cielo e terra vi saranno dati in possesso... Tutto è buono ma tutto passa ed ogni cosa dice: se ti leghi a me ti abbandono... Non si può con un occhio guardare in alto e con l'altro in basso; similmente la nostra anima non può allo stesso tempo aderire alle cose della terra e a quelle del cielo. Si deve scegliere e mantenere la scelta. Perché l'uomo non è mai soddisfatto? Perché lo spirito genera spirito e l'anima, creazione del soffio di Dio, sulla terra non ha patria. Essa non è creata per questo mondo, non ha affinità con esso, non vi trova pace né appagamento e vuole di più. Dio solo può colmare il suo desiderio… Quale sarà la nostra preghiera davanti al Crocifisso, nostro Signore? Non ci siamo ancora avvicinati ed Egli ha già aperto le braccia per riceverci; ha chinato il capo per ascoltarci; ha chiuso gli occhi per non vedere i nostri peccati; ha incatenato i suoi piedi per non allontanarsi dagli indegni. Non solo ha aperto il Suo cuore ma, nel colpo di lancia, ha voluto si spalancassero le porte della misericordia e dell'amore affinché, fra Lui e quelli davanti a Lui in ginocchio non si frapponesse più ostacolo alcuno, il nostro dolce Padre e misericordioso Creatore. Pensate all'amore infinito che Lo ha inchiodato alla Croce e pregate. Dite con l'umiltà del pubblicano: "Signore abbi pietà di me", gridate come la donna cananea; tacete e piangete come la peccatrice ai Suoi piedi; affrettatevi come il figliol prodigo, senza timore: Egli abbraccia tutti i venienti».
«Chi si rinchiude in se stesso soffre molto e finisce vittima di elucubrazioni e montature. Come la vite incolta prolifera disordinatamente, così il novizio che non apre il suo animo allo starec coltiva il germoglio di molte passioni e vaneggiamenti. Il demonio che ben sa quanto ciò sia letale, spinge l'asceta a tenere per se i propri pensieri ed opere ma chi cede a questa tentazione non creda che mancando di franchezza possa vivere onestamente. Sappia invece che per non aver avuto amore e fiducia nel suo starec perderà pace e consolazione, sarà sopraffatto dall’orgoglio, cadrà in mormorazioni e giudizi indebiti e infine la vita con lo starec gli diventerà intollerabile. Discepolo di se stesso, egli finirà con l'abbandonare il padre e i fratelli e si troverà fuori dal retto cammino che i Santi Padri hanno indicato».
«Coloro che hanno incontrato Dio e per grazia Divina si sono uniti ad altri in religione, non devono più possedere niente di personale, nè cibo, nè vesti, nè nessun'altra cosa per non cadere in quella diabolica trappola che San Basilio il Grande chiama "il mio" e "il tuo"; non soltanto, ma il problema stesso del peccato e della salvezza di ciascuno deve essere comune a tutti ed ognuno deve sentirsi legato agli altri e non soltanto interessato a sè stesso.
La virtù assume un valore sociale quando nessuno inorgoglisce della sua eccellenza o si scoraggia per la sua insufficienza. Coloro che si macerano di fatiche debbono essere convinti che le loro buone opere non si compiono senza l'aiuto della preghiera comune, senza l'assistenza di chi insegna e l'appoggio di chi guida. Coloro poi ai quali debolezza e malattie, non pigrizia o negligenza, impediscono di fare tante cose, stiano umili e contriti: la vera umiltà è grande davanti a Dio, anche senza le opere. Esiste una forma comune di ricompensa per la quale i lavoratori di un'ora hanno ricevuto il salario di un'intera giornata.. ».
Timoteo Putilov nella foresta di Roslavl
Timoteo Putilov, giunto frattanto come s'è detto nella foresta di Roslavl, si unì a un gruppo di sette eremiti discepoli di Padre Atanasio, un monaco di Optino stabilitosi nella foresta fin dal 1805. I discepoli vivevano in capanne separate ma non distanti da quella dello starec e ognuno diceva l'Ufficio per conto suo, eccetto la domenica e gli altri giorni festivi in cui si riunivano per pregare insieme. A Natale, Pasqua e in altre solennità il parroco di Luga veniva a portar loro l'Eucarestia.
Essi occupavano il tempo copiando libri e per sostenersi lavoravano nella foresta e coltivavano i loro piccoli appezzamenti di terreno, molestati ogni tanto da briganti vagabondi, ma mai dalle bestie feroci che pure non mancavano.
Timoteo, col nome di Mosè, fece professione nelle mani di Padre Anastasio e nel 1816 fu raggiunto dal suo fratello minore Alessandro, in religione Antonio, divenuto più tardi abate di Malojaroslavec. Sulla strada di un pellegrinaggio a Kiev, da essi intrapreso in quello stesso anno, i due fratelli ebbero occasione d'incontrare alcuni discepoli di Paisio Velickovskij e dell'amico di questi, Barlaam, abate del monastero di Sofroniev; fra essi lo starec Basilio Kiskin e l'abate Filarete di Glynskij.
Vivendoci insieme, Mosè fece suo l'insegnamento di Padre Atanasio sulla particolare necessità dell'obbedienza, e ad un suo amico scrisse: «Sarai forse chiamato a Pietroburgo dal Superiore. Se vuoi conservare la pace non metterti a discutere e regolati come me: nei momenti difficili non ho mai seguito la mia volontà. Come amico ti do perciò un consiglio che è allo stesso tempo un comandamento di Dio e non degli uomini: fa quello che ti dicono e non imponi mai agli altri. Se ti atterrai a questa norma conserverai la pace anche nelle circostanze più penose e di me un buon ricordo, ma se prenderai delle iniziative per conto tuo o rifiuterai di fare ciò che ti si chiede te ne pentirai per tutta la vita. Te lo dico per esperienza, non per saggezza. Sei giovane e, il Signore permettendolo, ti farà bene andare a Pietroburgo; imparerai un mucchio di cose che adesso ignori perché già ti credi perfetto».
La fondazione della skete di Optino
Nel 1820 l’archimandrita Mosè Putilov si recò ad Optino e vi incontrò il vescovo di Kaluga, Filarete Amfiteatrov, grande amico dei monaci, il quale gli chiese di stabilirsi con i suoi compagni nella sua diocesi e di fondarvi una piccola skete alle dipendenze del monastero di Optino. Dopo di aver un pò esitato, Mosè accettò e con lui si mossero il fratello Antonio e due altri eremiti di Roslavl, Ilario e Sabbazio, ma la costruzione della skete era appena incominciata quando il vescovo, nel giorno del Natale 1825, ordinò Mosè sacerdote e lo nominò confessore del monastero di Optino.. Con la sua elezione ad abate, avvenuta nel 1826, incominciò la stupefacente ascesa del monastero che vide i suoi monaci moltiplicarsi e molti di essi chiamati a reggere altre comunità; mentre poi si erigevano nuove chiese e nuovi edifici e si pubblicavano le opere dei Santi Padri, da tutta la Russia folle enormi si riversavano al monastero per ottenere consiglio e assistenza dai suoi ormai famosi starci, il primo dei quali, Leonida Nagolkin, vi giungeva nel 1829 e il secondo, Macario Ivanov, nel 1834. L'abate Mosè Putilov mori ottuagenario il 16 giugno 1862, dopo trentasette anni di governo durante i quali si erano rese manifeste e la sua saggezza e la sua carità.
Antonio Putilov
Antonio Putilov, al secolo Alessandro, fratello di Mosè e suo discepolo, nacque nel 1796. Fece professione religiosa nel 1816 nella foresta i Roslavl, visse quindi per diciott'anni nella skete di Optino, fu poi fatto abate di Malojaroslavec nel 1839, tredici anni dopo diede le dimissioni per motivi di salute, ritornò a Optino e vi mori il giorno 8 agosto 1865.
Antonio, mentre ancora viveva col fratello maggiore nella foresta di Roslavl, ebbe alcune esperienze mistiche simili a quelle di San Serafino di Sarov. Era l'autunno: a notte inoltrata lo mandarono nel profondo della foresta a controllare le reti tese nei fiume; obbedì spaventato ma quando ritornò non vi era più in lui traccia dì timore alcuno, ché infatti «aveva sperimentato una grande gioia. Intorno a lui si era fatta una luce improvvisa e sempre più forte che aveva mutato la notte buia in giorno luminoso. Al ritorno delle tenebre il cuore di Alessandro era così esultante come capita di rado e solo a certuni. Pieno di gioia egli andò dallo starec (Mosè) per dirgli ciò che aveva visto e per tutta la notte non poté chiudere occhio, chè gli pareva di essere in paradiso. Tale era la sua felicità». Il medesimo fatto si ripeté per lui nella notte di Pasqua.
Antonio lasciò parecchie lettere, indirizzate a più persone e in seguito pubblicate, nelle quali è riflessa la sua spiritualità:
«La pace dell’anima si acquista nel completo abbandono alla volontà di Dio, indipendentemente dalla quale nulla succede... Colui nel cui cuore rispunta l'umiltà e la mitezza, trova il riposo, si accontenta di tutto, è riconoscente per tutto, vive in pace e ama il prossimo, non giudica nessuno e non si abbandona all'ira, esperimenta nel suo cuore una soavità Divina perché il Regno di Dio si manifesta soltanto agli umili. Non dobbiamo star a indagare come mai le cose sono andate così e non altrimenti, ma con docilità infantile dobbiamo piegarci alla volontà del Padre Celeste e dal profondo del nostro cuore ripetere: «Padre nostro sia fatta la Tua volontà...». Di fronte a qualsiasi molestia, a qualsiasi disgrazia dite a voi stessi: «Sopporterò per amore di Cristo; detto soltanto questo vi sentirete meglio…
Che cos'è il Regno di Dio? È la virtù fatta di umiltà, pazienza e silenzio, vissuta in Dio, la quale stabilisce in noi il Regno di Dio mentre siamo in vita e ci apre le porte del Regno di Dio dopo la morte».
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