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LOTTA ASCETICA E ACCOMPAGNAMENTO SPIRITUALE IN BARSANUFIO E GIOVANNI
 

 


"Non vor­rei che tu ti dilettassi di queste cose, perché elevano la mente in alto, ma delle parole degli anziani, poiché queste umiliano la mente in basso"'.

“Dimentica te stesso e conosci te stesso”.

 

"Bisogna farsi violenza per quanto è possibile e non al di là del possibile".

 

"Non chiedere nulla a Dio, neanche per mezzo dei suoi servi, se non aiuto e sopportazione, poiché chi persevera fino alta fine sarà salvato".

 

"Tu devi salire con il Cristo sulla croce ed essere confitto coi chiodi e trafitto dalla lancia".

Se vuoi acquisire il riposo perfetto, impara cosa egli ha sop­portato e sopporta... Questa è la perfetta umiltà… sopportare ingiurie e insulti e tutto quello che patì il nostro maestro Gesù. Lasciami ricordare il nostro sovrano Gesù, che per me ha gustato amarezza e aceto.

 

"State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie. In queste tre cose è contenuta la nostra salvezza".

 

"Non c'è attimo, non c'è ora, in cui non ti abbia nella mente e nella preghiera".

"Io penso a te più di quanto non lo faccia tu stesso".

Dopo Dio, io ho steso sopra di te le mie ali fino ad oggi; e porto i tuoi pesi”.

"Gioisci nel Signore, gioisci nel Signore, gioisci nel Signore!".

 

La responsabilità del padre spirituale non fini­sce con la morte, ma continua nell'éschaton. Egli starà accanto ai suoi discepoli nel giudizio ultimo e prenderà le loro difese.


 

    Una teologia esperienziale

 

«Io non voglio che tu sia sotto la legge ma sotto la grazia": così scrive il Grande anziano, Barsanufio, al suo compagno d'ascesi, l'altro Anziano, Giovanni di Beersheva. Questa breve frase riassume l'atteggiamento dei due Anziani di Gaza nei con­fronti della lotta spirituale. In quanto guide spirituali, essi non vogliono imporre un codice esaustivo di regole, ma cercano di difendere e proclamare la grazia e la libertà che ci sono donate dalla fede. "Tu sai che non abbiamo mai imposto legami a nes­suno", dice Barsanufio a Giovanni in un'altra occasione.
Da questo risulta chiaro almeno che cosa il lettore non deve aspettarsi di trovare nelle 848 lettere della corrispondenza dei due Anziani di Gaza giunte fino a noi. La collezione non è af­fatto sistematica  e in questo sta, almeno in parte, il suo valo­re - anche se include alcuni leitmotiv che le conferiscono uno spirito coerente e caratteristico. Anzitutto qui non troviamo un sommario metodico di ingiunzioni esteriori da imporre mecca­nicamente all'aspirante asceta.

Ugualmente, vi è una quasi completa assenza di misticismo speculativo di tipo origenista-evagriano. Anche se Giovanni ammette che alcuni testi di Evagrio possono essere letti con profitto, in generale sia lui che Barsanufio mostrano una forte riserva nei confronti delle opere di Origene, Evagrio e Didimo il Cieco. Con un monaco che dichiara che la lettura di opere dogmatiche conduce la sua mente alla contemplazio­ne (theoria), Barsanufio non è affatto incoraggiante: "Non vor­rei che tu ti dilettassi di queste cose, perché elevano la mente in alto, ma delle parole degli anziani, poiché queste umiliano la mente in basso"'.

Nel loro insegnamento, i due Anziani di Gaza evitano termi­ni quali theorìa, theologhìa e gnòsis.

Se la corrispondenza non è un codice legale, né un trattato sul misticismo speculativo, non è neppure una compilazione di storie di miracoli. È vero che Barsanufio e Giovanni intuisco­no i pensieri segreti di quelli che si consigliano con loro e che guariscono gli altri attraverso le loro preghiere o inviando loro dell'acqua benedetta, ma in generale non compiono miraco­li e nelle loro lettere vi è una sorprendente mancanza di enfasi nei confronti dei miracoli. Non dobbiamo fidarci di visioni o di sogni, ripetono insistentemente, né fare affidamento su segni e miracoli: questi, dice Barsanufio, “sono non per i fedeli, ma per gli infedeli (cf. 1Cor 14,22)”. Sebbene si parli molto de­gli attacchi dei demoni all'interno dell'uomo attraverso le passioni e i pensieri, di fatto nelle risposte dei due Anziani non vi è niente che faccia riferimento a manifestazioni spettacolari del demonio, quali troviamo, per esempio, nella Vita di Antonio di Atanasio e negli scritti di Evagrio.

Se nelle lettere di Barsanufio e Giovanni non troviamo re­gole sistematiche, speculazioni mistiche, o storie di miracoli, che cosa troviamo? Quello che ci offrono è anzitutto un qua­dro straordinariamente vivace e umano del modo in cui il mini­stero della paternità spirituale era praticato nella chiesa antica. Nessun altro testo antico presenta un resoconto così diretto e avvincente delle domande che la gente poneva e delle risposte che riceveva. I due Anziani non propongono principi generali, fondati su precedenti fonti scritte, ma presentano specifiche e personali risposte a determinate domande, nate da ciò che essi stessi hanno provato, visto e patito. I due aggettivi che meglio descrivono la loro teologia ascetica sono esperienziale e perso­nalizzata. La loro teologia è esperienziale, nel senso che essa è il frutto della loro immediata e viva esperienza; ed è personaliz­zata nel senso che ciò che importa loro non sono le regole, ma le persone, non sono le idee astratte ma i singoli esseri umani in tutta la loro varietà e unicità.

Questo approccio personalizzato è evidenziato specialmente nella loro insistenza sull'ascesi interiore piuttosto che su quella esteriore. “Quanto al digiuno del corpo, non affliggerti, perché esso non è niente senza il digiuno spirituale”, dice Barsanufio a un monaco turbato dalla propria mancanza di forza fisica. Tenendo a mente la grande varietà delle possibilità fisiche delle diverse persone, non propongono una misura di digiuno uguale per tutti. Concordano con ciò che dice il grande profeta inglese del diciottesimo secolo, William Blake: «Un'unica legge per il leone e per il bue è un'oppressione". Per questa ragione, come dice Giovanni, "i nostri padri, che erano perfetti, non avevano una regola fissa (kanònos hòros)".

Quando i due Anziani danno consigli riguardo al digiuno, danno un'indicazione che può essere interpretata liberamente, secondo i bisogni di ciascuno: "Non prendere nulla per ingordi­gia ma secondo l'abitudine ricevuta, e dopo aver mangiato resta con la fame e non sazio.

Lo stesso principio concerne il sonno: occorre "restare un pò al di sotto sia di nutrimento che di sonno". Questa indicazione personalizzata, cioè di non saziarsi mai di sonno, cibo e bevanda - anche di acqua - risale alle origini del monachesimo egiziano. La troviamo nelle fonti pacomiane, nei Detti dei padri del de­serto nella Storia dei monaci, in Evagrio e nel suo discepolo Giovanni Cassiano. Fedele discepolo dei due Anziani di Gaza, Doroteo adotta lo stesso principio nella formazione del giovane Dositeo alla vita monastica.

 

 

Ascetismo antinomico

 

Fedeli a questo punto di vista esperienziale e personalizzato, Barsanufio e Giovanni piuttosto che esprimersi in modo metodico e coerente, preferiscono ricorrere al contrasto e al paradosso. In questo assomigliano a Giovanni Climaco. Tipico del loro approccio enigmatico e provocatorio è il consiglio che il Grande anziano dà al monaco Andrea: “Dimentica te stesso e conosci te stesso”. Nella loro interpretazione della lotta asceti­ca, gli Anziani di Gaza fanno ricorso a tre contrapposizioni.


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Severità e moderazione. «É impossibile essere salvati sen­za fatica (kòpos) - dice Barsanufio a un monaco della comunità di Gaza -. Non credere che sia facile, poiché sono necessari su­dore, fatica e violenza (bìa). Ma quando il capo della comunità, abba Serido, aveva estenuato il suo corpo con una forte au­sterità ascetica e di conseguenza si era gravemente ammalato, Barsanufio lo rimproverò, esortandolo per il futuro a trattare il suo corpo con discrezione (diàkrisis), di modo che questo lo sorreggesse nel suo ministero spirituale e lo servisse con sufficiente forza nei suoi doveri verso i fratelli.

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Libera volontà e grazia. Enfatizzando l'importanza della li­bera scelta, il Grande anziano afferma che il padre spirituale non deve ricorrere alla forza, ma rispettare la libertà interiore dei suoi figli: "Non forzare la scelta, ma semina con speranza (cf. 1Cor 9,10). Anche il nostro Signore, infatti, non ha mai forzato nes­suno, ma ha portato la buona novella, e chi voleva ascoltava"

Sebbene obbediente ai suoi superiori, il monaco non è totalmen­te passivo, ma deve fare uso della propria libera volontà: "Se vuoi progredire, lavora". Ma questa insistenza sull'esercizio attivo della libera volontà è accostata a una chiara affermazione del pri­mato della grazia divina: "Dio ... sa che l'essere umano non può realizzare niente da se stesso. Ma Dio è tutto"

- Austerità e gioia. Barsanufio esorta alla "fatica del cuore (pònos kardìas), ma allo stesso tempo, a un monaco oppres­so dallo scoraggiamento, dice per tre volte con enfasi trion­fante: "Gioisci nel Signore, gioisci nel Signore, gioisci nel Signore!".

Esamineremo ora queste tre contrapposizioni che offrono una chiave per comprendere l'insegnamento ascetico dei due Anziani, e infine considereremo un tema ulteriore che mitiga il loro massimalismo con un senso di mutua solidarietà: il loro uso del precetto paolino: "Portate i pesi gli uni degli altri" (Gal 6,2).

 

 

Severità e moderazione

 

I due Anziani di Gaza prendono sul serio la richiesta radicale di ascesi interiore. Danno peso alle parole di Cristo: "Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono" (Mt 11,12). Richiamandosi ai Detti dei padri del deserto, Barsanufio dice: "Fratello, la violenza verso se stessi (cf. Mt 11,12) in ogni cosa e l'umiltà fanno progredire. In un passo chiede: "Se non faccia­mo un pò di violenza a noi stessi, come possiamo essere salva­ti?". Con la sua tipica prudenza, Giovanni aggiunge che questa violenza verso se stessi non deve essere eccessiva: "Bisogna farsi violenza per quanto è possibile e non al di là del possibile".

Questa violenza esige più particolarmente la necessità di una paziente perseveranza. Nessun testo dei vangeli è tanto citato da Barsanufio e Giovanni quanto Mt 10,22: "Chi persevera fino alla fine sarà salvato". In un passo caratteristico Barsanufio af­ferma: "Non chiedere nulla a Dio, neanche per mezzo dei suoi servi, se non aiuto e sopportazione, poiché chi persevera fino alta fine sarà salvato (cf. Mt 10,22)". Giovanni dice: "Se vedi che hai un desiderio sicuro di rimanere e di sopportare, per gra­zia di Dio, tutti i mali che sopravverranno fino alla stessa morte, allora resta".

Questa sottolineatura della necessità di sopportare paziente­mente ciò che accade (hypomonè tòn eperchoménon) richiama l'insegnamento di Marco il Monaco. Quale modello di que­sta paziente sopportazione, Barsanufio e Giovanni ricordano Giobbe e talvolta Lazzaro.

Questa violenza verso di sé e questa paziente sopportazione sono sintetizzate in una ingiunzione centrale della teologia ascetica dei due Anziani di Gaza. Barsanufio scrive:

 

Quanto a come devi comportarti col fratello: colui che vuol piacere a Dio (cf. 1Ts 4,1) rinnega la volontà propria in fa­vore del prossimo, facendo violenza a se stesso.

 

Chi non ha alcuna volontà, ma si rimprovera in tutto, trova la misericordia di Dio.

 Spesso io ti ho scritto le parole della Scrittura del Signore, di essere, cioè, paziente in ogni cosa e di fare attenzione che non si mescoli in nulla la tua volontà.

Questo rinnegamento della volontà propria non deve es­sere praticato solo occasionalmente, ma in ogni momento. Rinnegando la nostra volontà otteniamo due qualità di estre­ma importanza: umiltà e liberazione dagli affanni (amerimìa): "L'umiltà è rinnegare in tutto la volontà propria e non preoccu­parsi di nulla".

In nessun luogo gli Anziani di Gaza suggeriscono che questo distacco dalla volontà propria sia un compito leggero e facile. Al contrario, esso è morire a se stessi, un vero e proprio marti­rio interiore: "Lasciare la propria volontà è versare sangue". L'asceta è uno che già anche nella vita presente ha subi­to la morte e ormai è sepolto nella tomba. Barsanufio scrive: "Sforzati in tutto di morire a ogni uomo (cf. Col 2,20; Gal 6,14), e sarai salvato. E di' al tuo pensiero: 'Sono morto e giaccio nel sepolcro "Per questa ragione Barsanufio parla della sua cella come del “mio cimitero”. Come Giovanni spiega, il Grande anziano usava questa espressione:

 

Perché ha trovato riposo da tutte le passioni, è morto infatti completamente al peccato (cf. Rm 6,2.10), e la sua cella, nel­la quale è sepolto come in una tomba per il nome di Gesù, è un luogo di sollievo.

 

Violenza verso di sé, paziente sopportazione e rinnegamento della propria volontà sono compresi da Barsanufio e Giovanni in termini cristologici, come un'imitazione di Gesù nella sua vita terrena. Se rinneghiamo la nostra volontà, seguiamo l'esem­pio di Cristo che non è venuto a fare la sua volontà, ma quella del Padre. Più in particolare seguiamo Cristo lungo il cammino della croce. La spiritualità dei due Anziani di Gaza è centra­ta sulla Passione: "Lasciamo il bastone di canna e prendiamo il bastone della croce".

Facendo ricorso a un'immagine frequente negli scritti di abba Isaia, essi insegnano che non è sufficiente seguire Cristo lungo la via della croce, ma siamo chiamati ora a salire con lui sulla croce: "Tu devi salire con il Cristo sulla croce ed essere confitto coi chiodi e trafitto dalla lancia". E ancora: “Emigra dal mondo, sali sulla croce!”. In una tale connessione, Barsanufio e Giovanni esortano a una meditazione vivida e dettagliata delle sofferenze del Salvatore:

 

Fa' riposare la mitezza nel tuo cuore ricordando la pecora e l'agnello (c£ Is 53,7) senza colpa, Cristo. Quante cose sop­portò pur essendo innocente: insulti, flagelli, e il resto.

 

Se vuoi acquisire il riposo perfetto, impara cosa egli ha sop­portato e sopporta... Questa è la perfetta umiltà… sopportare ingiurie e insulti e tutto quello che patì il nostro maestro Gesù (cf. Mt 23,8).

 

Lasciami ricordare il nostro sovrano Gesù, che per me ha gustato amarezza e aceto.

 

Passi del genere in Barsanufio e Giovanni richiamano la lunga sezione sulla Passione nella Lettera a Nicola di Marco il Monaco.

Così, parlando del posto che la violenza verso se stessi e la croce occupano nell'insegnamento ascetico dei due Anziani, ve­niamo confrontati con il loro massimalismo. Ma questo non è tutto. Quello che è notevole nelle 848 lettere è il modo in cui l'austerità è controbilanciata dalla dolcezza e il rigore è atte­nuato dalla flessibilità pastorale. Soprattutto nelle lettere di Barsanufio si può trovare una straordinaria profondità di pa­zienza e sottigliezza di discernimento. Ad esempio nelle sue risposte al solitario Andrea, egli dà prova non solo di fermezza e di realismo, ma anche di estrema sensibilità nei confronti del­le malattie di Andrea, dei suoi scrupoli e delle sue depressio­ni. Le parole attribuite a Cristo dall'evangelista: "Non spezze­rà la canna infranta, non spegnerà il lucignolo fumigante" (Mt 12,20; cf. Is 42,3) descrivono esattamente la comprensione che Barsanufio ha del suo ruolo di padre spirituale. La sua capaci­tà di intuizione è particolarmente evidente nella lunga serie di lettere a Doroteo.

Nelle rare occasioni in cui Barsanufio e Giovanni offrono specifiche indicazioni su pratiche ascetiche esteriori, il loro consiglio è sorprendentemente moderato. È vero che Barsanufio, nel corso della formazione iniziale impartita al futuro igumeno della comunità, Serido, era solito castigarlo e provarlo in molti e svariati modi, imponendogli forme di disciplina severe e molto pesanti. Ma l'uso della forza fisica è eccezionale; è molto più caratteristico il consiglio che Barsanufio dà più tardi a Serido di "trattare il suo corpo con discrezione". A un monaco ma­lato, Barsanufio consente un pò di vino e gli permette di con­sultare un medico. A un solitario, Giovanni suggerisce di dor­mire sei ore per notte e di dedicare le altre sei alla preghiera. Questo è in evidente contrasto con l'insegnamento di Arsenio il Grande: "È sufficiente per un monaco dormire un'ora, se è un lottatore".

I due Anziani di Gaza sono certo massimalisti, ma sono mas­simalisti dal cuore umano.

 

 

Libera volontà e grazia

 

Barsanufio, nonostante tutta la sua insistenza sull'obbedien­za e sulla rinuncia alla volontà propria, crede anche nell'importanza della libertà umana. Lo scopo del padre spirituale non è quello di privare il suo discepolo della libera scelta, ma di inse­gnargli a usare questa libera volontà. Questo rispetto dell'uma­na libertà, tuttavia, non significa affatto che gli Anziani. di Gaza siano fautori di un'accomodante tolleranza. Al contrario, il vero uso della nostra libertà consiste precisamente nel consegnar­si totalmente alla lotta ascetica. Barsanufio scrive a Giovanni: "Non avvilirti nelle tribolazioni (cf. Ef 3,13), e nelle fatiche del corpo che sopporti e soffri per noi". E Giovanni, a sua volta, dice a un monaco che lo interrogava: "Nessuno può acquistare qualcosa di buono, se non con molta fatica".

Nondimeno quest'enfasi su "impegno, fatica e violenza" non deve farci pensare che Barsanufio e Giovanni siano dei cripto­pelagiani. Lungi da loro simile tentazione! Anch'essi sostengo­no che tutto è grazia. Essi potrebbero concordare con le Omelie dello Pseudo-Macario:

 

La volontà dell'uomo è come una disposizione essenziale; in assenza della volontà, per rispetto della libera decisione dell'uomo, neppure Dio fa qualcosa anche se potrebbe.

 

Essi ragionano in termini di synergheìa, di “cooperazione” o convergenza tra la grazia di Dio e la libertà umana. Noi non possiamo fare niente senza Dio, ma Dio non può fare niente senza di noi. Ambedue, grazia e libertà, sono necessarie. Ci viene richiesta la violenza, ma essa è inefficace senza l'aiu­to divino. Sottolineando la nostra umana dipendenza dalla gra­zia di Dio, Barsanufio scrive:

 

Dio fa attenzione al cuore dell'uomo e discerne l'intenzione, lui che conosce la debolezza dell'uomo e sa che non può realizzare niente da se stesso. Dio è tutto (cf Sir 43,27) ed è lui che dà forza a chi ne è degno.

 

E in un altro passo Barsanufio dice:

 

Te l'ho già detto che se una volta ti accade di fare qualcosa di buono, devi sapere che questo è il dono di Dio (cf Gv 4,10) per la sua propria bontà poiché egli ha misericordia di tutti (cf Sap 11,23). Dice infatti l’Apostolo Che cos hai tu che non abbia ricevuto? E se l’ hai ricevuto perché ti vanti come se non l’avessi ricevuto  (1Cor 47).

 

I nostri nomi sono stati scritti nel libro di Dio, ma questo è un dono gratuito: "Dio nostro sovrano ha un libro nel quale sono scritti quelli che vengono a mettersi sinceramente al suo servizio e vengono scritti gratuitamente fin dal primo giorno".

Due testi biblici cui fanno riferimento gli Anziani sono Ef 2,5: “Per grazia siete stati salvati” e 1Cor 15,10: “Non io, ma la grazia di Dio che è in me”.

Il bisogno che noi abbiamo della grazia di Dio è messo in evidenza dall'insegnamento di Giovanni sull'antìrresis, la confutazione dei pensieri:

 

Non esser tu a contraddire i pensieri: è questo che essi vo­gliono e non desistono; rivolgiti invece al Signore contro di loro gettando davanti a lui (c£ Sal 54 [55],23) la tua impo­tenza, poiché egli può non soltanto allontanarli, ma anche annientarli (cf. 1Cor 2,6).

 

La comprensione che Giovanni ha della synergheìa tra la gra­zia e la libertà è illustrata nella risposta che egli dà a un laico che gli chiede: "Poiché Dio ha fatto l'uomo libero e poi dice: Senza di me non potete fare niente (Gv 15,5); come possono stare insieme la libertà e il non potere fare niente senza Dio?". Giovanni risponde:

 

Dio ha fatto l'uomo libero nel senso che egli può tendere al bene; ma, anche se egli vi tende per sua libera scelta, non è capace di compierlo senza l'aiuto di Dio. È scritto infatti: Non di chi vuole né di chi corre, ma di Dio che usa misericor­dia (Rm 9,16). Se l'uomo inclina il suo cuore verso il bene e invoca Dio in aiuto, Dio in considerazione della sua buona volontà gli dà la forza necessaria per la sua opera. E così le due cose possono procedere insieme, cioè la libertà dell'uo­mo e la potenza di Dio.

 

Indubbiamente Agostino avrebbe trovato questa risposta alquanto semplicistica, ma essa riflette l'approccio tipico dell'oriente. Qui Barsanufio e Giovanni appartengono alla tradi­zionale teologia ascetica greca.

 

 

Austerità e gioia

 

“Afflitti, ma sempre lieti” (2Cor 6,10): questa è la più grande contrapposizione nella teologia ascetica dei due Anziani. Come la necessità di fare violenza a se stessi è associata alla compas­sione piena di amore e come lo sforzo umano procede di pari passo con il libero dono della grazia di Dio, così anche tristezza e sofferenza sono equilibrate dalla gioia. Barsanufio e Giovanni anticipano la prospettiva di Giovanni Climaco con il suo in­segnamento relativo alla “gioiosa tristezza” (charmolype) e la "gioia fonte di tristezza" (charopoiòn pénthos) nel settimo capi­tolo della Scala del paradiso. Barsanufio stesso, che insiste sulla necessità di "tagliare" la volontà propria ed esorta i suoi disce­poli a salire sulla croce con Cristo, scrive a quelli che cercano la sua guida: "Il mio Dio buono e misericordioso riempia voi an­cora e ancora della gioia dello Spirito santo (1Ts 1,6)... Figlioli diletti, gioite nel Signore! "

Nonostante tutta la loro severità e il loro rifiuto del compro­messo, ciò che in fondo Barsanufio e Giovanni offrono è un messaggio di conforto per gli sfiduciati e di speranza per i disperati. Nella loro soteriologia sono fondamentalmente ottimisti ed è significativo che citino non meno di sedici volte 1Tm 2,4: "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla cono­scenza della verità". Un altro dei loro testi preferiti che ricorre almeno ventuno volte è 1Ts 5,18: "In ogni cosa rendete grazie". Nell'ultima lettera dell'intera collezione commentano 1Ts 5,16-19: "State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie". E concludono: "In queste tre cose è contenuta la nostra salvezza". Questa è la parola conclusiva, l'eredità che essi consegnano alla chiesa: un messaggio a gioia e di speranza.

 

 

"Non vi abbandonerò"

 

Vi è, infine, un ulteriore elemento di grande importanza nella tradizione di Gaza, che attenua l'apparente rigore di Barsanufio e di Giovanni e rafforza il loro messaggio di speranza. Essi ripe­tono insistentemente che la lotta ascetica non è solitaria, ma av­viene in comunione con i fratelli. Nella vita spirituale non avan­ziamo come individui isolati, ma come persone in relazione, come membri di una comunione d'amore a di preghiera. I due Anziani non dimenticano mai che “siamo membra l'uno dell'altro” (Rm 12,5). È grandemente significativo che i testi della Scrittura cui fanno allusione con maggior frequenza - maggio­re di quella con cui citano le parole del Signore contenute nei vangeli, o le parole di Paolo sul rendimento di grazie - è l'esor­tazione dell'apostolo Giacomo: "Confessate i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti" (Gc 5,16). Questo testo ricorre in almeno ventitre lettere e costitui­sce un tema fondamentale in tutta la corrispondenza. Quale che sia la nostra situazione umana - così credono i due Anziani - che siamo solitari, cenobiti o laici, siamo interdipendenti e legati gli uni agli altri.

Colui che sostiene e consolida questa comunione di preghie­ra e d'amore è anzitutto lo ghéron o anziano, la guida spirituale o il padre in Dio. Barsanufio e Giovanni attribuiscono a questa figura un'estrema importanza. Anche se non è necessariamente un prete - i due Anziani di Gaza non lo erano - egli ha il potere di sciogliere e legare. L'anziano deve essere sempre consulta­to! Lo Spirito santo parla attraverso la sua bocca e qualunque cosa dice, viene da Dio. Barsanufio non ha timore di esclama­re: "Io sono certo, nel mio sovrano e Dio, che nulla senza di lui dico a te per la salvezza della tua anima".

Si tratta di affermazioni coraggiose: che cosa significano in pratica? Anzitutto vediamo che cosa il padre spirituale non deve fare. Anche se parla nel nome di Dio, egli non è un legi­slatore, un despota, che impone leggi ai suoi discepoli e li priva di qualsiasi iniziativa e libertà di scelta. Quando a Barsanufio fu chiesto di dare un kanòn, una regola di vita, egli si rifiu­tò. Abbiamo già osservato che egli ripete con insistenza che i suoi figli spirituali non devono vivere sotto la legge, ma sot­to la grazia, e abbiamo visto che si rifiuta di imporre vincoli; il ruolo dell'anziano è semplicemente quello di annunciare la buona novella. In questo modo la proposta del padre spiri­tuale non è di annientare la libera scelta del discepolo, ma di accompagnarlo nell'acquisizione di una vera libertà interiore. L’obbedienza apre la via alla libertà.

Abbiamo detto ciò che il padre spirituale non deve fare; ma che cosa deve fare? A quelli che gli sono affidati non offre un codice di regole orali o scritte, ma una relazione personale. Si preoccupa delle persone e non delle regole. Questo significa che non deve guidare tutti alla stessa maniera, ma i suoi consi­gli devono adattarsi ai bisogni di ciascuno, alla situazione che ciascuno sta vivendo. Non deve agire meccanicamente, quasi se­guendo le istruzioni di un manuale, ma aprire il suo cuore allo Spirito santo. A motivo di questa sua paternità vissuta quale relazione personale e della sua apertura allo Spirito, lo ghéron non è un oracolo o un autocrate, ma il custode della libertà evangelica.

In che modo il padre spirituale deve esercitare il suo ministe­ro? In caso di bisogno offrirà consigli, ma soprattutto pregherà per i suoi figli. Come afferma Barsanufio: "Non c'è attimo, non c'è ora, in cui non ti abbia nella mente e nella preghiera"

Il fondamento di questo ministero di intercessione è un vivo senso di amore per i suoi discepoli. "La mia grande gioia è il progresso di voi tutti", dice Barsanufio. A Giovanni dice: "Io penso a te più di quanto non lo faccia tu stesso". Credendo all'amore della sua guida, il discepolo può dire: “Ecco, consegno me stesso a Dio e alle tue mani (cf. Sal 30 [31],6). Abbi perciò cura di me, padre dalle viscere di misericordia, per l'amore del Signore”.

Ne risulta che l'anziano consolida i legami di comunione all'interno della comunità spirituale sulla quale presiede non solo con i suoi consigli, ma molto di più con le sue preghiere e il suo amore compassionevole, e dona a ciascuno dei suoi discepoli la ferma convinzione di non essere solo. La guida è molto più che un istruttore; egli compie il comando di Paolo: “Portate i pesi gli uni degli altri” (GaI 6,2). È questo un testo fondamentale nella tradizione di Gaza. Ad alcuni Barsanufio offre di portare metà del loro peso, ad altri di portarlo tutto. Qui anco­ra una volta è evidente il carattere personale della relazione; il padre spirituale non si comporta nello stesso modo con tutti, non si limita a ripetersi, ma tiene conto dei bisogni particolari di ciascuno.

Sviluppando questa idea del portare i pesi, Barsanufio scrive a un suo figlio spirituale:

 

Dopo Dio, io ho steso sopra dite le mie ali (cf. Ez 16,8) fino ad oggi; e porto i tuoi pesi (cf GaI 6,2) e i peccati .. Pur vedendo, io li coprivo, come Dio vede e copre i nostri peccati. Ma tu ti sei comportato come un uomo seduto sotto un albero ombroso ... Io prendo su di me la sentenza di con­danna che è contro di te: non ti abbandonerò né nel secolo presente né in quello futuro (cf. Mt 12,32), per la grazia di Cristo ... Ecco che io ti ho preso il peso, il carico, il debito, ed ecco, tu sei diventato nuovo, ecco hai riacquistato l'innocenza, ecco sei di nuovo puro.

 

Altrove Barsanufio aggiunge: “Dono volentieri la mia vita per te (cf. Gv 10,11; 15,13)”. E ciò vale per il secolo presente e per il futuro. La responsabilità del padre spirituale non fini­sce con la morte, ma continua nell'éschaton. Egli starà accanto ai suoi discepoli nel giudizio ultimo e prenderà le loro difese. Seguendo l'esempio di Mosè (cf. Es 32,32), Barsanufio prega: "Sovrano, o introduci con me i miei figli nel tuo regno, o can­cella anche me dal tuo libro".

"Io penso a te più di quanto non lo faccia tu stesso ... Non ti abbandonerò»: questo è il ruolo del padre spirituale. Un tale senso di compassionevole coinvolgimento, di portare i pesi, di impegno incondizionato pervade da un capo all'altro le 848 let­tere di Barsanufio e di Giovanni. La loro preghiera fervente e amante per quanti sono loro affidati trasforma l'apparente se­verità del loro insegnamento in un annuncio di speranza. Essa trasforma la solitudine in solidarietà, la violenza ascetica in vi­vida gioia.

"Nostro Signore annunciava la buona novella e quelli che volevano lo ascoltavano": anche Barsanufio e Giovanni han­no predicato la buona novella e se noi, a nostra volta, vorremo ascoltarli, colmeremo i nostri cuori di fuoco e di luce.


 

Tratto da A.A.V.V., IL DESERTO DI GAZA - Barsanufio, Giovanni e Doroteo - ed. QIQAJON COMUNITA' DI BOSE, a cui si rimanda vivamente per le note e l'approfondimento.