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RENATO D’ANTIGA
LA VIA DELL’ASCESI
NELLA TRADIZIONE DEI PADRI

I canoni dogmatici formulati dai padri conciliari non vanno intesi come delle enunciazioni astratte dei principi generali della fede cristiana, al contrario, essi esprimono il vissuto della Chiesa e manifestano la sua realizzazione soteriologica nel tempo in attesa della parusia. Il concilio efesino attribuendo a Maria il titolo teologico di Theotokos, elevo la sua persona nella sfera del mondo sovrasensibile dove nel suo cuore vive in perenne confidenza con Dio e percepisce nello stesso tempo le operazioni deificanti dello Spirito Santo. Maria rappresenta così per il cristiano il modello, della perfezione cristiana da seguire, perché essa è divenuta la nuova Eva, ossia la madre delle creature deificate.
Infatti, nella condizione deificata il cristiano contempla e partecipa del mondo sovrasensibile attraverso la percezione interiore delle energie vivificanti e realizza in questo modo il dogma fondamentale del concilio di Calcedonia che aveva posto in relazione la natura umana e quella divina di Cristo ponendo l’accento sul carattere esperienziale di questa verità di fede: l’uomo deificato per analogia realizza in se stesso il mistero dell’Incarnazione.
Quale via il cristiano deve intraprendere per rivestirsi della candida veste nuziale, come dice il Vangelo, onde partecipare al simposio celeste? I padri con la loro lunga esperienza di rinuncia del mondo e con la loro testimonianza ci hanno indicato l’aspro cammino per giungere al possesso dell’immortalità e dell’incorruttibilità.
Il cristiano assumendo la condizione interiore del monaco, nell’itinerario ascetico che intraprende deve attraversare tre fasi che Evagrio Pontico chiama tecnicamente: praktiké, physiché e theologhiché.
La prima tappa da percorrere verso la conquista della santità concerne la vita attiva (bios praktikos) e si propone di far conquistare al principiante gli strumenti d’accesso al mondo immateriale attraverso la prosoché e la preghiera ininterrotta unita all’invocazione del nome divino. Colui che desidera intraprendere il cammino della perfezione cristiana deve mutare la propria interiorità, deve cioè convertirsi attraverso la forza dell’amore scaturita dalle profondità del cuore, ma la certezza di una simile convinzione si fonda sulla fede, virtù pratica per mezzo della quale il cristiano interiorizza che nulla deve anteporsi a Cristo. La fede infatti elargisce la certezza della salvezza e della parusia, mantenendo viva nel cuore la tensione escatologica per il raggiungimento del regno di Dio (quaerite primum regnum Dei). l’asceta sin dai primi passi deve rinunciare alla propria volontà per conformarsi a quella divina e assoggettare la sua mente interamente ai consigli del padre spirituale (ghéron), percependo in lui la viva presenza di Cristo, il Maestro. Ottemperare alle sollecitudini del padre spirituale significa obbedire a Colui che egli rappresenta e rinunciare definitivamente ai desideri di vanità mondane con la morte del proprio vissuto, rinnovando su se medesimi la straziante agonia del Gethsemani e la passione di Cristo1.
Per questo motivo i padri insegnano: “Colui che con il suo padre spirituale ha raggiunto un’intima confidenza secondo Dio, vedendolo crede di percepire la presenza di Cristo. Per questo motivo non desidera accompagnarsi a nessun altro e nessun bene di questo mondo, gli sembra preferibile al ricordo e all’amore di Dio. Che cosa c’è di più grande e di più dolce della sua visione? Se ci è concesso, inoltre, di conversare con lui si attinge alla fonte di vita eterna”2.
Il padre spirituale infatti possiede il dono del discernimento (diahrisis tén pneumatòn) per cui aprendogli il cuore il discepolo porta alla superficie, facendole completamente svanire, quelle tendenze che se non curate portano all’intorpidimento interiore, prodrome della devastazione dell’anima.
Come si accennava sopra, il desiderio e la volontà di perseguire la santità, scaturisce nell’asceta dalla conversione (metanoia) interiore e dalla compunzione (katanyxìs) che sorge nell’anima con la consapevolezza della condizione di peccato in cui vive l’uomo. Infatti, proprio dall’orrore e dalla vergogna per il peccato clic il monaco conquista l’umiltà e la vera contrizione da cui traggono origine le lacrime del pentimento, fonte catartica e dinamica per la nostra salvezza. Acquisire il dono dell’umiltà non significa possedere un concetto, ma un’esperienza spirituale che incarna un modo di esistere. L’essere umile è colui che in virtù della rivelazione della grazia si percepisce come l’ultimo del mondo, colui cioè che compie l’abbassamento (kenosis) del proprio essere più intimo di fronte allo splendere e alla potenza della maestà divina3. In questa condizione l’asceta deve imitare il Maestro e per umiliarsi deve assumere la pro pria croce (Fil 2, 5-7).
Per questo motivo il monaco deve compiere il suo lacerante pellegrinaggio nel mondo del dolore e del peccato, ponendo la propria anima spoglia, non ancora rivestita dell’abito nuziale del banchetto celeste (Lc 14, IS-20), davanti a Dio. In tale condizione egli avverte il timor di Dio e la paura del castigo eterno, ma il pentimento interiore fa sgorgare le lacrime di purificazione dal profondo dell’anima. Esse rendono fertili e abbondanti i pascoli del cuore trasformando l’aridità spirituale in tenerezza e calore e la devastazione causata dal peccato in frutti maturati dalla preghiera. lì cuore diviene così ricettivo e disponibile alle operazioni dello Spirito Santo. Infatti, “le lacrime sono per la mente un confine tra la corporeità e la spiritualità o tra la passibilità e la purezza. Finché questo dono non sia stato ricevuto, la fatica della pratica insiste per lui ancora sull’uomo esteriore, né egli ha percepito assolutamente neppure poco la pratica nascosta dell’uomo spirituale. Quando, invece, si inizia ad abbandonare la corporeità di questo mondo e a varcare il confine interno a questa natura visibile, subito, giunge la grazia delle lacrime.
Questo è l’inizio esatto dell’uscita del pensiero da questo mondo e della percezione del mondo spirituale”4.
Le lacrime del pentimento e dell’afflizione si trasformano così lentamente, proprio per la consapevolezza che impongono, in lacrime di gioia, sensibile annuncio dell’età adulta secondo Cristo. Una volta interiorizzata nel proprio vissuto la condizione kenotica, il monaco segna nel proprio cuore il trionfo della croce di Cristo, apre la porta dell’intelletto verso l’abbacinante luce immateriale della contemplazione divina e realizza le virtù cristiane fede, speranza e carità che gli restituiscono la perfezione illuminando l’opacità che ottenebrava l’immagine primigenia.
Nel percorso di questa tappa l’asceta per godere della pienezza dei doni spirituali, dopo aver abbandonato il mondo, deve cimentarsi con tenacia e fermezza in un tormentato combattimento contro la tentazione e il peccato. Mentre per il cristiano comune queste due forze agiscono direttamente sul corpo attraverso la percezione sensitiva che suscita desideri carnali, per il monaco la tentazione e il peccato si esprimono attraverso il pensiero girovago che si insinua nella mente, ossia nella facoltà cognitiva dell’uomo. La prima può essere definita: “un pensiero che risale attraverso la parte passionale dell’anima e riempie di buio la mente”5, mentre, invece, il peccato consiste “nell’acconsentire al piacere proibito proposto dal pensiero”6, concedendogli l’adesione della nostra volontà personale.
Il
monaco deve così lottare contro un nemico subdolo e insidioso che attenta alla
stabilità della sua mente suscitando immagini (phantasiae) miranti
a proiettare il suo sguardo interiore all’esterno attraverso un movimento
rettilineo del pensiero. Tali immagini, originate dall’anima passione,
ostacolano il raggiungimento della purezza e i loro archetipi affondano le
radici negli Otto pensieri malvagi o vizi, classificati per la prima volta da
Evagrio Pontico7 e fatti recepire poi in Occidente dal suo discepolo
Giovanni Cassiano. Nell’ordine sono:
- gola (gastrimarghìa),
- lussuria (porneia),
- avarizia (philarghirìa),
- tristezza (lype),
- ira (orgé),
- acedia (akedìa),
- vanagloria (kenodoxìa)
- superbia (hyperephania).
La gola e l’intemperanza che le è propria non si addicono al monaco, la sazietà genera sensualità ed impedisce alla mente di essere sobria e di elevarsi così alla preghiera spirituale e alla contemplazione (theoria). La sua immagine mentale è un inganno teso alla vista. Il demone della lussuria induce il pensiero al desiderio di belle ed ingannevoli forme che presto si polverizzeranno mescolandosi alla terra in quanto vittime di un implacabile divenire, come neve ai primi tepori della primavera. L’avarizia suscita, invece, nel principiante il timore di una lunga ed interminabile vecchiaia in balia dell’indigenza e delle infermità perché senza alcun aiuto e vittima dell’orrendo bisogno. La tristezza è indice dell’abbattimento dell’anima e fa trasparire esteriormente l’assenza del piacere spirituale. Come insegna Evagrio: “Il monaco triste non conosce la letizia spirituale, come colui che ha una forte febbre non avverte il sapore del miele. Il monaco triste non saprà muovere la mente verso la contemplazione, né sgorga da lui una preghiera pura; la tristezza è un impedimento per ogni bene”5. La collera è il frutto dell’impulso bestiale dell’anima irascibile che soggioga ed offusca nella sua interezza la mente, generando nel suo tenace persistere rabbia, turbamento e persino ripercussioni fisiche. Il risentimento covato nell’intimo è sempre unito ad una grande quantità di pensieri tumultuosi.
L’acedia paralizza l’anima del monaco e la intorpidisce nello svolgimento di ogni attività spirituale. Essa insorge quando l’anima si allontana dalla propria natura e rinuncia a fronteggiare le tentazioni. I suoi effetti devastanti non si possono descrivere se non con le lucide parole di Evagrio Pontico che ce ne offre un’immagine realistica: “L’occhio dell’accidioso fissa le finestre continuamente. La sua mente immagina che arrivino visite: la porta cigola e quello balza fuori e si sporge dalla finestra e non se ne va di lì finché, sedutosi, non si intorpidisce. Quando legge, l’acedioso sbadiglia molto, si lascia andare facilmente al sonno, si stropiccia gli occhi, si stiracchia e, distogliendo lo sguardo dal libro, fissa la parete e, di nuovo, rimessosi a leggere un pò, ripetendo la fine delle parole, si affatica inutilmente, conta i fogli, calcola i quaternioni, disprezza le lettere e gli ornamenti e infine, piegato sul libro, lo pone sotto la testa e cade in un sonno non molto profondo, e infatti, di li a poco, la fame gli risveglia l’anima con le sue preoccupazioni. Il monaco acedioso è pigro alla preghiera e di certo non pronuncerà mai le preghiere dell’orazione; come in fatti l’ammalato non riesce a sollevare un peso eccessivo così anche l’acedioso di sicuro non si occuperà con diligenza dei doveri verso di Dio: all’uno infatti difetta la forza fisica, all’altro vien meno il vigore dell’anima. La pazienza, il far tutto con molta assiduità e il timor di Dio curano l’acedia. Disponi per te stesso una giusta misura in ogni attività e non desistere prima di averla conclusa, e prega assennatamente e con forza e lo spirito dell’acedia fuggirà da te”9.
La vanagloria per il monaco è il peccato più insidioso e più subdolo perché si insinua tra le opere virtuose realizzate disseccandone la radice. Per questo motivo si può dire che il monaco vanaglorioso è un operaio senza mercede, infatti, pur impegnandosi anche alacremente nella sua attività “egli non riceve il giusto compenso in quanto la vanagloria estingue le retribuzioni delle virtù”10.
Il demone della superbia, a differenza della catalogazione elaborata in seguito da papa san Gregorio Magno con intenti puramente pastorali11, si pone all’ultimo posto: per il monaco infatti essa sopraggiunge al termine del cammino ascetico, una volta debellati gli altri vizi. Tale demone provoca la caduta più grave: induce il solitario a non ritenere Dio quale sue soccorritore e salvatore, ma crede di essere lui medesimo la causa di quanto realizza di buono e a gonfiarsi così di orgoglio di fronte agli altri. La superbia è sempre accompagnata dall’ira e dalla tristezza e, oltre che turbare ed agitare la mente, può provocare follia.
L’asceta deve dunque combattere dentro i poneroì loghismoi suscitati dai demoni attraverso l’anima passionale per cui “durante la tentazione consiglia Evagrio Pontico - non uscire dalla tua cella, inventando speciosi pretesti. Rimani in essa e sopporta affrontando coraggiosamente gli assalitori, in particolar modo il demone dello scoramento, il più gravoso di tutti, ma che in compenso, più di ogni altro rende l’anima esperta. Se fuggi ed eviti la pugna rimarrai immaturo, pavido e sempre pronto alla fuga”12.
Per superare il torbido mondo passionale, l’asceta, come consigliava Antonio il Grande, deve vigilare su se stesso vivendo col costante pensiero della morte, come se essa fosse imminente. Tale atteggiamento interiore, segno di sottomissione alla volontà divina, presuppone il controllo dei pensieri e delle intenzioni, mezzo attraverso cui si realizza la custodia del cuore.
Per queste motivo san Giovanni Climaco insegna: “L’amico dell’hesychìa è quello il cui pensiero, sempre pronto, si tiene con coraggio e intransigenza alla porta del cuore per distruggere i pensieri che sopraggiungono”13. Il monaco pratica così il ricordo di Dio (mneme tou Theou) avvertendo la sua vicinanza e prossimità. Tale pratica è l’essenza della prosoché, ossia dell’attenzione, o meglio dell’introspezione del proprio cuore fisso nella preghiera che via via si purifica sino a divenire ininterrotta. In questa prima tappa di carattere pratico, caratterizzata dalla lotta contro i pensieri, il monaco deve purificare la propria mente e svuotarla, elevarla al di sopra degli oggetti sensibili e poi farla discendere nella cella del cuore per mezzo della preghiera interiore. Per superare questo tratto del percorso ascetico bisogna completamente morire al proprio vissuto e al mondo e chiudersi nella solitudine e nel silenzio rimuovendo ogni pensiero, così la mente si congiunge al luogo del cuore, dove dimorano le potenze dell’anima. Per questo Nilo di Ancira insegnava: “Il monaco che ama la quiete (hesychìa) rimane invulnerabile alle frecce del nemico, ma quando si mescola alla gente spesso riceve ferite”14.
E anche Antonio il Grande consigliava: “Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che si attardano fuori della cella, o si trattengono fra i mondani, snervando il vigore dell’unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, così noi dobbiamo correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di costruire la nostra interiorità”15.
Al termine di questa prima tappa l’asceta acquisisce l’hesychìa, ossia la quiete interiore, lo strumento di accesso verso la contemplazione (theoria) divina, perché così egli circoscrive l’incorporeo in una dimora corporalei16.
L’esicasta è colui che vive nella luce increata e che ha definitivamente sconfitto l’anima passionale, purificando altresì il proprio corpo da ogni scorta terrena e temporale.
NOTE
1. BUNGE, La paternità spirituale, Magnano 1993; I. HAUSSHER, Direction spirituelle en Orient, OCA 144, Roma 1955.
2. SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO, La visione della luce, a cura di R. D’Antiga, Padova 1992,p. 116.
3. M. ST. TARANGUL, Le dernier du monde, in « Contacts » 134(1986), pp. 108-127.
4. ISACCO DI NINIVE, Discorsi ascetici, I, a cura di M. Callo e di P. Bettiolo, Roma, pp. 279-280.
5. EVAGRIO PONTICO, Trattato pratico sulla vita monastica, a cura di L. Dattrino, Roma 1992, pp. 99-100.
6. Ivi, p. 100.
7. EVAGRIO PONTICO, Gli Otto spiriti malvagi, a cura di F. Comello, Parma 1991.
8. Ivi, p. 51.
9. Ivi, p. 59.
10. Ivi, p. 61.
11. GREGORIO MAGNO, Moralia in Iob, PL 76, 620-622.
12 . EVAGRIO PONTICO, op. cit., p. 47.
13. GIOVANNI CLIMACO, Scala del Paradiso, 27, 3, PG 88, 830.
14. Vita e detti dei padri del deserto, lI, a cura di L. Mortani, Roma 1975, p. 61
15. Vita e detti..., pp. 85-86.
16. GIOVANNI CLIMACO, op. cit. 27, 7
Tratto dalla rivista ITALIA ORTODOSSA, Terzo e quarto trimestre 2004.