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Giovanni Cassiano
GLI INSEGNAMENTI E LE NORME DETTATE DALL'ABATE PINUFIO

Dalle Istituzioni cenobitiche
Tu potresti dirmi: "Come può un uomo portare continuamente la croce, e come potrebbe qualcuno continuare a vivere, una volta crocifisso?". Io te ne spiegherò la ragione con poche parole».
Il principio della nostra salvezza e della nostra saggezza è dunque il timore del Signore (cf. Pr 9,10).
Dal timore del Signore deriva una compunzione salutare.
Dalla compunzione del cuore scaturisce la rinuncia, vale a dire, la privazione volontaria e il disprezzo di tutti i beni.
Da questa privazione di tutto nasce l'umiltà.
Dall'umiltà si genera la mortificazione di ogni volontà propria.
Per effetto della mortificazione della volontà vengono estirpati tutti i vizi.
Con l'eliminazione dei vizi sorgono, fruttificano e crescono le virtù.
Con lo sbocciare delle virtù si acquista la purezza del cuore.
Con la purezza del cuore si raggiunge il possesso della perfezione, tutta propria della carità apostolica».
E ora, per quella confidenza da noi goduta con quel padre ormai anziano, nel tempo in cui egli era venuto presso il nostro monastero, noi andammo in cerca di lui, dopo questi fatti, fino in Egitto e con estrema fiducia. Fu proprio nel tempo in cui egli stava impartendo una serie di precetti esortativi a un giovane che in presenza nostra egli intendeva accogliere nel suo monastero. Io ritengo che da tali esortazioni si possa ricavare qualche utile istruzione e perciò mi propongo di includerla in questo nostro opuscolo.
«Tu, egli cominciò a dire (rivolgendosi al giovane) ti sei reso conto di quanti giorni sei rimasto alla porta del monastero per essere oggi qui ricevuto. Ed ora devi renderti ragione di questa tua attesa, poiché ti potrà riuscire di gran vantaggio intraprendere questa via, se tu, una volta intese le sue ragioni, ti accosterai al servizio di Dio come comportano le sue esigenze».
I MERITI RISERVATI AI FERVENTI, E I DEMERITI DEI TIEPIDI E DEI NEGLIGENTI
«Come infatti una gloria immensa è promessa in futuro da Dio a coloro che lo servono fedelmente e a quanti aderiscono a Lui secondo le regole di vita stabilite da questa istituzione, così pure pene gravissime sono preparate per coloro che le avranno seguite con tiepidezza e negligenza e non si saranno affatto curati di derivarne chiari frutti di santità proporzionati a quanto avevano professato e a quanto gli uomini da essi s'aspettavano di constatare. La Scrittura infatti così si esprime: "È meglio non far voti, che farli e poi non mantenerli" (Ecl = Qo 5,4); e ancora: "Maledetto colui che compie le opere del Signore con negligenza" (Ger 48,10). Considera dunque tu stesso ora per quale motivo sei stato da noi per tanto tempo tenuto lontano. Non è certo perché non desideriamo cooperare con tutto il cuore alla tua salvezza e a quella di tutti gli uomini, e nemmeno perché non bramiamo di andare incontro, anche da lontano, a quanti intendono convertirsi a Cristo; il motivo è solo da porre nel timore che, ricevendoti senza riflessione, rendessimo noi stessi davanti a Dio colpevoli di leggerezza, e te stesso responsabile di una maggiore condanna, qualora, una volta qui accolto subito e con troppa facilità senza renderti conto dell'importanza della nuova vita, tu ti fossi poi deciso in seguito ad abbandonare oppure anche solo a viverla nella tiepidezza. Pertanto è assolutamente necessario che tu ben conosca anzitutto le ragioni vere della tua rinuncia al mondo, affinché, una volta ben comprese quelle, tu abbia motivo d'essere istruito più chiaramente su quello che dovrai compiere».
LA RINUNCIA AL MONDO È L'IMMAGINE DELLA MORTIFICAZIONE E DELLA CROCIFISSIONE DI CRISTO
«La rinuncia al mondo non è altro che un segno della croce e un indizio di mortificazione. Perciò oggi stesso tu devi renderti conto che sei morto al mondo, alle sue opere e ai suoi desideri, e che, come dice l'Apostolo, tu sei crocifisso al mondo, così come il mondo è crocifisso per te (cf. Gal 6,14). Considera dunque le esigenze della croce, perché tu dovrai vivere d'ora innanzi sotto quel segno e sotto la sua luce: ormai non sarai più tu che vivi, ma vivrà in te Colui che per te è stato crocifisso (cf. Gal 2,20). In questa vita noi dobbiamo conformarci a quel comportamento e a quell'immagine da Lui offertaci quando si trovò affisso alla croce per noi, e questo perché, secondo l'espressione di Davide, dobbiamo trafiggere la nostra carne nel timore del Signore (cf. Sal 118 [119], 120), e asservire ogni nostra volontà e tutti i nostri desideri, non alla nostra concupiscenza, ma alla sua mortificazione. Solo così noi obbediremo al precetto del Signore, che così si esprime: "Chi non prende la sua croce e mi segue, non è degno dì me" (Mt 10,38). Ma forse tu potresti dirmi: "Come può un uomo portare continuamente la croce, e come potrebbe qualcuno continuare a vivere, una volta crocifisso?". Io te ne spiegherò la ragione con poche parole».
LA NOSTRA CROCE È IL TIMORE DEL SIGNORE
«La nostra croce è il timore del Signore. Come infatti uno, se è stato crocifisso, non ha più la possibilità di muoversi o di rivoltare le proprie membra secondo il volere della propria volontà, così pure noi non dobbiamo volgere la nostra volontà e i nostri desideri secondo quello che, al momento, ci torna gradito e dilettevole, ma dobbiamo regolarci secondo la legge del Signore, dove essa intende condurci. Chi è affisso al patibolo della croce, non s’avvince alle cose presenti, non si preoccupa degli attacchi del suo cuore, non si mette in apprensione per il suo avvenire, non si lascia dominare dal desiderio di possedere e neppure prendere da sentimenti di superbia, di contesa e d'invidia; non si rammarica delle ingiurie che ora riceve e non si ricorda di quelle ricevute in passato; egli, insomma, pur sentendosi ancora vivo nel corpo, è convinto d'essere già morto per tutti gli elementi del mondo, volgendo ormai lo sguardo del suo cuore verso la meta, alla quale egli non dubita di giungere al più presto. Allo stesso modo dobbiamo anche noi, grazie al timore del Signore, considerarci crocifissi a tutti gli elementi del mondo, ed è quanto dire, considerarci morti non soltanto ai vizi della carne, ma anche agli stessi elementi del mondo, tenendo gli occhi della nostra anima fissi alla meta, alla quale noi dobbiamo sperare di giungere in ogni momento. In questo modo noi potremo così dominare e mortificare ogni nostra concupiscenza e tutte le tendenze della nostra carne».
NON SI PUÒ TORNARE A RIPRENDERE QUELLO A CUI SI È RINUNCIATO PER SEMPRE
1. «Guardati bene dal riprendere un giorno anche solo una parte di quello a cui tu hai rinunciato e, contro il divieto del Signore, dall'essere scoperto nell'atto di rivestirti, una volta ritornato indietro dal campo dell'operosità evangelica, di quella tunica di cui tu ti eri spogliato (cf. Mt 24,18).
Guardati dal ricadere nella rete delle passioni e delle tendenze di questo mondo e, contro il divieto di Cristo, non azzardarti a discendere dalla sommità della perfezione per andare a riprenderti qualche cosa di quello, a cui hai rinunciato (cf. Mt 24,17).
Guardati dal coltivare nella tua mente il ricordo dei parenti e delle tue passate affezioni, affinché, una volta richiamato alle cure e alle sollecitudini di questo mondo, tu non possa essere ritenuto adatto al regno dei cieli. Così infatti dichiara il Salvatore "a colui che pone mano all'aratro, e poi si volge a riguardare indietro" (Lc 9,62).
2. Guardati bene, allorché comincerai ad assaporare qualche esperienza dei Salmi e della tua osservanza religiosa, di non permettere, montato un pò in superbia, che rinasca in te l'orgoglio che tu ora hai cominciato a calpestare grazie all'ardore della tua fede e con la professione di una perfetta umiltà. Se vogliamo stare alle parole dell'Apostolo, ricostruendo nuovamente quello che una volta tu hai già distrutto, rendi te stesso prevaricatore (cf. Gal 2,18). Cerca piuttosto, in questa tua spoliazione di tutto, di cui hai fatto professione davanti a Dio e davanti ai suoi angeli, di mantenerti saldo fino alla fine, come pure procura di perseverare in questa stessa umiltà e pazienza, con la quale, rimanendo per ben dieci giorni alle porte del monastero, hai implorato con tante lacrime di esservi accolto; e non cercare unicamente di mantenerti in queste virtù, ma di progredire e di crescere in esse. Sarebbe veramente deprecabile che tu, mentre dovresti fin dai primi passi avanzare e tendere alla perfezione, cominciassi a recedere fino a cadere sempre più in basso. Infatti non colui che ha cominciato, ma "colui che avrà perseverato fino alla fine sarà salvato" (Mt 24,13)».
OCCORRE VIGILARE CONTINUAMENTE CONTRO LE INSIDIE DEL DEMONIO E APRIRE AL SUPERIORE I SEGRETI DELLA PROPRIA COSCIENZA
«L'astuto serpente continuamente osserva il nostro calcagno, ed è quanto dire che pone continuamente insidie al cammino verso la nostra sorte e cercherà perciò di farci cadere fino al termine della nostra vita (cf. Sal 55 [56], 7). Pertanto a nulla gioverà aver cominciato bene e aver confermato con pienezza di fervore gli inizi della rinuncia al mondo, se poi anche una fine in tutto corrispondente non avrà assicurato e concluso quei principi.
A nulla gioverà, se l'umiltà e la povertà di Cristo, che tu ora hai promesso davanti a Lui di praticare, da te non saranno osservate fino al termine della tua vita così come hai cominciato.
E perché tu possa essere fedele a questa pratica, procura di tener d'occhio il capo di quel serpente, ed è quanto dire, non perdere di vista il primo apparire dei pensieri da lui suggeriti, e manifestarli subito al proprio padre anziano. Imparerai a combattere fin dall'inizio le sue perverse insinuazioni, se tu non avrai rossore a rivelare tutto al tuo direttore spirituale».
STRETTA È LA VIA CHE CONDUCE ALLA VITA E POCHI SONO COLORO CHE LA TROVANO
«Pertanto, secondo la sentenza della Scrittura, tu, che ormai ti sei deciso a servire il Signore, resta ben saldo nel timore di Dio e disponi la tua anima, non al riposo, non alla sicurezza, non alla gioia, ma alla tentazione e alle difficoltà (cf. Eccle = Sir 2,1). E in realtà "occorre che noi entriamo nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni" (At 14,21), poiché "stretta è la porta, e difficile da percorrere è la via che conduce alla vita, e pochi sono Coloro che la trovano" (Mt 7,14).
Considera dunque te stesso ormai come uno introdotto nel numero di questi pochi, e non lasciarti in preda alla tiepidezza sull'esempio della rilassatezza dei molti, affinché tu possa meritare di trovarti con i pochi nel regno di Dio: "Molti infatti sono i chiamati, ma pochi sono gli eletti" (Mt 20,16), e ancora: "Ristretto è il gregge, a cui il Padre si compiacque di concedere l'eredità" (Lc 12,32).
Perciò non credere che sia una colpa leggera quella di chi, dopo aver scelto la via della perfezione, finisce per seguire una condotta del tutto imperfetta.
Sono questi i gradi ed è questo il processo adatto per giungere a uno stato di perfezione».
DAL TIMORE DI DIO SI PASSA ALLA CARITÀ, LA QUALE AMA SENZA IL TIMORE
1. «Il principio della nostra salvezza e la sua difesa è il timore di Dio (cf Pr 9,10). Grazie al timore di Dio coloro che s'avviano per il cammino della perfezione conquistano il principio della conversione, la purificazione dai vizi e il possesso sicuro delle virtù. E quando quel timore si è ben compenetrato nello spirito dell'uomo, produce il disprezzo di tutti i beni della terra, la dimenticanza dei parenti e la ripugnanza nei confronti del mondo stesso. Poi, da questo disprezzo e dalla rinuncia ad ogni propria facoltà nasce l'umiltà.
2. L'umiltà viene comprovata da questi indizi:
- se essa mantiene mortificata ogni sua volontà;
- se essa non terrà celato, non solo alcuno dei suoi atti, ma nessuno dei suoi pensieri al proprio superiore;
- se nulla sarà riservato al proprio discernimento, ma tutto verrà rimesso al suo giudizio e verranno ascoltati avidamente e volentieri i suoi consigli;
- se in tutto egli sarà pronto ad obbedire e conserverà la costanza della pazienza;
- se non soltanto non sarà lui a recare ingiuria ad altri, ma non si lamenterà e non si rattristérà per quelle recate a lui da altri;
- se nulla egli farà che non sia suggerito dalla regola o dall'esempio dei padri anziani;
- se egli si accontenterà anche delle posizioni più umili e se considererà se stesso come un pessimo operaio, immeritevole di tutto quello che gli viene offerto; se considererà se stesso inferiore a tutti gli altri in modo da non ammetterlo soltanto a parole, a fior di labbro, ma nell'intimo del proprio cuore;
- se saprà dominare la propria lingua, senza mai alzare troppo la voce;
- se non sarà troppo facile e pronto ad abbandonarsi al riso.
3. A tali indizi e con segni simili a questi si può riconoscere la vera umiltà. E quando essa sarà da te realmente posseduta, ben presto essa ti farà risalire a un grado superiore, a quella carità cioè che esclude il timore (cf. 1Gv 4,18), e sarà per suo merito che tu comincerai a compiere spontaneamente e senza alcuna fatica quello che prima tu non adempivi senza pena e timore. Il tuo comportamento non sarà dettato dalla visione e dalla paura di una condanna, ma dall'amore del bene per se stesso e dalla gioia prodotta dalla virtù».
OCCORRE IMITARE GLI ESEMPI, NON DI MOLTI, MA SOLO DI QUALCUNO, OPPURE DI POCHI
«E perché tu possa raggiungere questa meta nel tuo dover vivere in comunità, ti occorrerà prendere esempi da imitare, in vista di una vita perfetta, da parte di un numero molto ristretto, fosse pure di uno o di due, e non certo di molti. E il motivo sta nel fatto che una vita veramente controllata e condotta fino alla perfezione si ritrova in ben pochi. In più s'aggiunge questo vantaggio, che per raggiungere la perfezione delle proprie aspirazioni, vale a dire, della vita cenobitica, ognuno vi arriva sicuramente formandosi e conformandosi sull'esempio di uno solo».
NON LASCIARTI TRASCINARE DAGLI ESEMPI NON EDIFICANTI
1. «E allora, perché tu possa giungere a questo fine preciso e perseverare fino in fondo nell'osservanza di queste norme spirituali dovrai necessariamente attenerti, entro il monastero, a queste tre condizioni: ecco anzitutto le parole del salmista: "Io, come un sordo, non prestavo ascolto e stavo come un muto senza aprire la mia bocca. Ed ero divenuto come un uomo incapace di udire, senza possibilità di rispondere" (Sal 37 [38], 14-15). Anche tu comportati come un sordo, un muto e un cieco.
All'infuori di colui che ti sei proposto come un modello da imitare in vista della sua vita esemplare, procura, come fossi un cieco, di non vedere quanto ti si offre di meno edificante, in modo da evitare di essere indotto, per l'autorità e la condotta stessa di coloro che così si comportano, a compiere e fare quello che tu stesso prima avevi condannato.
2. Se t'avverrà di sentir dire che qualcuno non è obbediente, è ribelle e maldicente, o comunque è tale da tenere una condotta diversa da quella che ti era stata insegnata, non lasciarti turbare, e tanto meno non indurti, per tali esempi, ad imitarlo. Come se tu fossi sordo, trascura tutti questi discorsi inutili, come se tu mai avessi dovuto ascoltarli. E se a te o a qualunque altro saranno rivolte ingiurie o fatte offese, conservati insensibile e ascolta gli insulti come si comporta il muto che non risponde per averne vendetta.
Tieni presente nel tuo cuore, fino a ricantarne le parole, questo versetto del salmista: "Ho detto: Veglierò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua. Porrò un freno alla mia bocca, mentre l'empio sta dinanzi a me. Sono rimasto in silenzio, mi sono umiliato e mi sono perfino astenuto dal dire cose buone" (Sal 38 [39], 2-3).
3. Ma, ancora più degli altri suggerimenti, procura di mettere in atto questo consiglio, destinato a coronare e a completare i tre precetti dettati in precedenza: cerca di comportarti da stolto in questo mondo, secondo il suggerimento dell'Apostolo (cf. 1Cor 3,18), proprio per essere sapiente. Perciò non metterti a disapprovare e a giudicare quello che ti verrà comandato, ma procura di praticare sempre l'obbedienza con semplicità e con fede, ritenendo santo, utile e saggio unicamente tutto quello che la legge di Dio o il criterio del superiore ti avrà comandato.
Una volta posti i tuoi fondamenti su questo sistema di vita, tu riuscirai a perseverare per sempre in tale disciplina, e così nessuna tentazione del nemico e nessuna deviazione t'indurrà ad abbandonare il monastero».
LA PAZIENZA È UNA VIRTÙ CHE DIPENDE SOLTANTO DA NOI
«Non devi sperare che la tua pazienza derivi dalla virtù degli altri, nel senso che tu riesca a possederla soltanto quando non venga provato da altri. Infatti, impedire che questo avvenga non è affatto in tuo potere. Invece essa si formerà grazie alla tua umiltà e alla tua generosità, e perciò essa dipende dal tuo libero arbitrio».
CONCLUSIONE DEL DISCORSO DELL'ABATE PINUFIO
«E perché tutti questi suggerimenti, disseminati fin qui in un discorso abbastanza ampio, restino fissati più facilmente nel tuo animo e aderiscano tenacemente nei tuoi sensi, io ne trarrò un breve riassunto affinché tu possa, proprio nella brevità e nel compendio di tutti questi precetti, mantenerne il ricordo nella loro complessità. Ascoltane dunque tutta la serie ordinatamente in modo che tu possa, senza troppe difficoltà, salire fino alla sommità della perfezione.
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Il principio della nostra salvezza e della nostra saggezza è dunque il timore del Signore (cf. Pr 9,10). Dal timore del Signore deriva una compunzione salutare. Dalla compunzione del cuore scaturisce la rinuncia, vale a dire, la privazione volontaria e il disprezzo di tutti i beni. Da questa privazione di tutto nasce l'umiltà. Dall'umiltà si genera la mortificazione di ogni volontà propria. Per effetto della mortificazione della volontà vengono estirpati tutti i vizi. Con l'eliminazione dei vizi sorgono, fruttificano e crescono le virtù. Con lo sbocciare delle virtù si acquista la purezza del cuore. Con la purezza del cuore si raggiunge il possesso della perfezione, tutta propria della carità apostolica». |
Vedi anche: LA VITA DELL'ABATE PINUFIO