Serge Bolshakoff

Incontro con Padre Ilian

 

 


Non è facile stabilire che cosa sia un mistico. Personalmente ritengo tali quelle perso­ne che hanno realizzato l'unione con Dio e sono giunte alla preghiera continua del cuore, alla vigilanza sui pensieri e all'abbandono completo alla Divina volontà.

 

Il monte Athos ha, per così dire, tre facce. C'è il monte Athos dei tu­risti di cui parlano un profluvio di libri e articoli scritti in tutte le lingue; c'è l'Athos degli eruditi e degli artisti, conosciuto attraverso un buon nu­mero di studi storici, sociologici, letterari, artistici e via dicendo; c'è in­fine l'Athos dei mistici, ben poco noto e quasi impenetrabile.



A San Panteleimone, dove io soggiornai due volte, negli anni 1954 e 57, l'ultimo rappresentante di una secolare tradizione di misticismo è Padre Ilian, confessore del monastero; non tutti i buoni monaci di San Panteleimone, infatti, come pure di tutti gli altri mona­steri, possono definirsi dei mistici, essendo questi ultimi molto più rari. Si dice che l'esistenza di un monastero sia giustificata se in mille anni di sua storia è riuscito a dar vita ad un solo mistico. Non è però facile stabilire che cosa sia un mistico. Personalmente ritengo tali quelle perso­ne che hanno realizzato l'unione con Dio e sono giunte alla preghiera continua del cuore, alla vigilanza sui pensieri e all'abbandono completo alla Divina volontà.

Di alcuni mistici conserviamo gli scritti, di altri sap­piamo attraverso le testimonianze scritte dei contemporanei; alcuni di essi furono da Dio gratificati di doni speciali come la capacità di leggere nel pensiero, di guarire gli ammalati e gl'indemoniati, di vedere nel futu­ro e furono soggetti a levitazione, trasfigurazione e ad altri fenomeni i quali tutti, benché da non sottovalutarsi, non sono condizioni essenziali quanto le altre, sopra ricordate.

Il monte Athos ha, per così dire, tre facce. C'è il monte Athos dei tu­risti di cui parlano un profluvio di libri e articoli scritti in tutte le lingue; c'è l'Athos degli eruditi e degli artisti, conosciuto attraverso un buon nu­mero di studi storici, sociologici, letterari, artistici e via dicendo; c'è in­fine l'Athos dei mistici, ben poco noto e quasi impenetrabile, perché i mistici si tengono lontani dalla pubblicità come dalla peste e si aprono soltanto con quelli che giudicano capaci di ricavare beneficio dalle loro parole.

Con Padre Ilian ebbi parecchie conversazioni di cui riferii in articoli pubblicati in Inghilterra e Stati Uniti, mentre a Londra è uscito un pic­colo libro che lo concerne.

Padre Ilian, nativo di Rostov sul Volga supe­riore, ha trascorso gli anni della fanciullezza e gioventù a Pietroburgo, la capitale imperiale dove io ho vissuto bambino e adolescente. Figlio di un mercante, Padre Ilian decise per tempo della sua vocazione e, do­po un certo periodo di noviziato nel grande monastero Glinskij in pro­vincia di Kursk, or sono più di cinquanta anni, se ne venne sul monte Athos. Temporaneamente assegnato alla prioria di San Panteleimone in Costantinopoli, non era presente sull'Athos al momento della penosa controversia degli Onomolatri; ordinato poi sacerdote egli fu successivamente nominato confessore del monastero, rappresentante presso l'abate e bibliotecario. Appunto sotto la sua guida io ho lavorato nella biblioteca di San Panteleimone, a proposito della quale sarà bene spendere due pa­role.

In essa sono conservati circa mille antichi manoscritti greci, un gran numero di russi e parecchie centinaia in antico slavonico.

I manoscritti russi trattano prevalentemente di misticismo ed oltre ai due già ricordati io ho avuto pure fra le mani quello interessantissimo segnato 327/80, dal titolo Razkaz Svjatogorca Schimonacha Selevkija o svoej zizni, i o stranstvovanii po svjatym mestam Russkim, Palestinskim i Afonskim (Racconto dell'Agiorita megaloskemo Seleuco, della sua vita e dei suoi viaggi ai luoghi santi di Russia, Palestina e Athos).

Altro manoscritto interessante è quello di madre Panteleimona, morta il 7 maggio 1888 al convento Pokrovskij di Mosca, al secolo Daria Kolokòlova, vedova di un modesto ufficiale di corte e, dopo undici anni d'infermità, istantaneamente guarita da una paralisi, il settembre 1867, ad opera di un monaco di San Panteleimone in visita al[a Russia.

Mi è stata inoltre, e più tardi, indicata l'esistenza di un manoscritto di liturgia, di tipo assai ra­ro, che potrebbe gettare nuova luce sulle origini della Messa secondo il rito romano. Va sottolineato che mentre parecchi monasteri dell'Athos possiedono collezioni di manoscritti assai più preziose, San Panteleimone  possiede la migliore scelta di libri, 30.000 volumi circa, una bibliote­ca, cioè, la quale, per quanto concerne la Russia, può stare alla pari con quella del Pontificio Istituto di Studi Orientali in Roma e con quella sla­vonica dell'Università di Helsinki. La biblioteca di San Panteleimone è inoltre unica nel campo dei manoscritti esclusivamente russi.

Padre Ilian, essendo stato per tanti anni confessore in un grande monastero e direttore spirituale di parecchi megaloskemi, conosce bene l'animo umano e sa dare preziosi consigli. Egli nutre profondo rispetto per il mio starec, Padre Michele, Recluso di Uusi Valamo, ed al pari di lui ha la sconcertante abitudine di rispondere alle domande prima ancora che gli siano state espressamente poste.

Dandomi da leggere la vita dello starec  Daniele di Acinsk ed il caso occorso alla badessa Taisija (vedi sotto), egli mi ha spiegato che tale fenomeno altro non è che lo uverenie o guida divina del cuore e me ne ha citato degli esempi tratti dalla mia vita ed anche dalla sua.

Per quanto concerne la preghiera di Gesù secondo il metodo esicastico, Padre Ilian ritiene non debba esse­re praticata se non sotto la direzione di un esperto starec e da chi prima sia riuscito a venir a capo delle passioni. Secondo lui il metodo migliore e più sicuro per raggiungere la perfezione è basato sull'umiltà, la sempli­cità e l'abbandono a Dio.

Circa gli esercizi di ascetica corporale Padre Ilian professa idee molto equilibrate: li considera necessari per mantenere la sensibilità al suo giusto posto ma non ritiene saggio dar loro ecces­siva importanza.

Egli ha l'abitudine d'illustrare i suoi consigli con esempi tolti dalla vita dei santi o rifacendosi ad avvenimenti della trascorsa storia del monastero. Come già lo starec Ambrogio, egli pure è dell'opi­nione che i peccati che sono stati rimessi devono tuttavia essere purificati per mezzo della sofferenza espiatoria e che coloro che si ribellano a questo principio sono destinati alla perdizione.

A Padre Ilian, oltre agli esorcismi sugli indemoniati, è pure riserbata l'assoluzione dei più spa­ventosi peccati ed egli stesso mi ha confidato quanto ciò si ripercuota sull'animo del confessore; alcune delle sue esperienze hanno parecchio in comune con quelle del curato d'Ars.

 

 

 

La badessa Taisija Solorov
 

Taisija Solorov è forse la personalità mistica più profonda fra le religiose di Russia. Figlia di un ufficiale di marina, Maria Solorov era nata nel 1841 ed era stata educata all'istituto Pavlovskij di Pietroburgo, una scuola destinata alle ragazze nobili. Già fin dai suoi anni di studio essa era stata favorita di singolari visioni ed aveva menato vita monacale e la sua vocazione monastica si mostrò essere cosa ben fondata quando, uscita di collegio ed entrata in possesso di una cospicua eredità lasciatale dal nonno, essa tenne testa alla madre che desiderava vederla sposata. Finalmente, dopo molti contrasti, Maria all'età di 19 anni riuscì ad entrare come novizia nel convento di Vedenskij di Tichvin; al momento del suo ingresso l'archimandrita Lorenzo, che a quell'epoca era già direttore spirituale, la benedisse dicendo: «La vita di una religiosa è una continua preghiera interiore». Parecchie visioni straordinarie allietarono l'inizio di questa sua nuova vita e, nonostante le difficoltà che in un regime così austero poté incontrare una ragazza vissuta negli agi e le insistenze della madre che ne auspicava il ritorno, essa seppe resistere; a tutto antepose il Cristo, anche quando la madre sua, gravemente ammalata, la chiamò a sé ed essa, ancora novizia, ebbe a esperimentare un terribile conflitto interiore. S'indusse a ritornare a casa dopo la morte della madre per prendere accordi circa il futuro di un fratello e una sorella, allora bambini.

 

L 'archimandrita Lorenzo e la badessa Taisija

Dopo aver fatto professione di rasophoros con il nome di Arcadia, Maria patì forte tentazione quando la badessa le assegnò una nuova cella umida, buia e insalubre e diede quella da lei occupata ad una nuova venuta. Dopo alcuni mesi trascorsi in quella cella e quando già stava per perdere definitivamente la salute, Arcadia dovette recarsi a Novgorod per affari e fece visita all'archimandrita Lorenzo, suo direttore spirituale. Questi le disse:

«Lo Spirito Santo c'insegna che non cade neppure un capello dal nostro capo senza che il Padre Celeste lo voglia. Non credere perciò che il fatto che tu abbia dovuto lasciare la tua amata cella per un'altra assai peggiore si sia compiuto fuori della volontà di Dio poichè la tua saggia e buona badessa non avrebbe permesso ciò se il Signore non l'avesse ispirata. Tu avevi bisogno di esperimentare questa croce dì vita comune onde acquistare maggiore saggezza per il futuro. Sette anni avevi trascorsi nella tua cella favorita e, come dici tu stessa, ti eri abituata a quell'isolamento che favoriva gli esercizi monastici e la segreta preghiera interiore. Ciò significa che il tempo della tua preparazione era passato e che avevi bisogno di acquistare una maggiore pazienza nel sacrificio; adesso hai imparato qualcosa. Ciò significa pure che altre cose ti attendono, che sei chiamata a svolgere altre mansioni nella fatica per il bene comune. Tu sei ora provata come l'oro nel crogiuolo e a tempo debito il Signore compirà in te la Sua volontà. Io ti dico che Egli ti conduce per mano; abbandonati completamente a Lui che conosce meglio di me e di te qual'è la strada per arrivare al Regno dei Cieli. Tu non ritornerai più a Tichvin».

 

Dopo quattro anni di permanenza al convento Zverinskij nel quale era stata trasferita, Arcadia ai recò nuovamente a trovare l'archimandrita Lorenzo che, in età ormai avanzata, conduceva vita solitaria. Egli le disse:

 

«Noi dobbiamo sopportare e lottare, se è necessario, anche, fino allo spargimento del sangue e non perderci di coraggio nelle tempeste del mare della vita che, tutto ben considerato, non sono poi così terribili. Per mezzo di questi inevitabili tumulti il Signore c'invita ad un ulteriore esercizio di pazienza e ci prepara a quei maggiori dolori che ci attendono e che attendono coloro i quali si rivolgeranno a noi per consolazione e aiuto. Le pene sono inseparabili dalla vita monastica e ad essa inalienabilmente connesse dal principio alla fine; con il crescere della spiritualità del monaco cresce l'intensità del dolore. Ai bambini dolore da bambini, al grandi grande dolore. Non esistono afflizioni così pesanti come quelle di chi è investito di autorità, ma i sudditi in certo senso non se ne rendono conto, essi ritengono che la vita dei superiori sia leggera e facile mentre in realtà è la più opprimente delle croci monastiche che ci piega a terra prima del tempo. Verrà un giorno in cui tu pure ne farai esperienza».

 

Ad Arcadia che gli chiedeva se tale croce era davvero riservata anche a lei Lorenzo rispose:

 

«Appunto. Questa croce, e me ne dolgo, ti aspetta, tu ci sei predestinata, ma il Signore giustificherà e renderà saggi coloro che Egli stesso ha eletto. Considera la tua vita nei suoi differenti aspetti, cerca di capire dove il Signore vuole condurti e ti si paleseranno allora le vie della Sua Provvidenza. Se tu, per esempio, fin dal momento del tuo ingresso nel chiostro rimarrai costantemente vicina alla badessa avrai modo di renderti conto del suo sistema di amministrazione e dei rapporti reciprocamente intercorrenti fra lei e le consorelle, esperienza, questa, che a suo tempo potrà esserti assai utile; osserva ciò che vi è di buono e ciò che vi è di male e di tutto fa tesoro poiché gli esempi sono assai più proficui di qualsiasi manuale di istruzione. Non ti consiglio con ciò di spiare le mosse dei tuoi superiori o di censurarne le decisioni, Dio te ne guardi, ma soltanto di prendere nota di quello che inevitabilmente si svolgerà sotto i tuoi occhi perché da queste cose appunto si ricavano utili lezioni».

Durante quest'ultimo incontro l’archimandrita diede ad Arcadia il suo bastone di abate.

 

L'insegnamento di Taisija e le sue visioni

Maria Solorov, dopo aver fatta la professione religiosa solenne con il nome di Taisija, fu chiamata nel 1881 a dare la sua opera di consolidamento alla comunità di Levsin, di recente fondazione, e quattro anni più tardi ne divenne badessa. In breve spazio di tempo essa costruì una magnifica chiesa, raccolse intorno a sé gran numero di monache ed ebbe la gioia di vedere la sua comunità elevata al rango di monastero di prima classe. Nei ricordi della badessa è raccolto il suo insegnamento spirituale:

«Il tempo, passando, inghiottiva ogni cosa, esperienze di dolore, di bene e di male. Cessavano le tempeste, la calma ritornava; poi, ecco ancora la burrasca sul mare dell'esistenza e poi di nuovo la quiete. Fuori di me e in me avveniva tutto ciò che suole avvenire nella vita e le condizioni che allora mi parvero aspre e terribili non erano che preparazione a future pene e dolori che la Provvidenza mi chiamò più tardi ad affrontare. Comunque sia noi dobbiamo di tutto ringraziare il Signore; Egli, con il Suo personale esempio, non ci ha additato altra strada che quella della Croce».

Il giorno 8 novembre 1885 la badessa ebbe un'estasi che merita di essere ricordata fra le molte da lei esperimentate. Essa racconta:

 

«Fu durante il canto del Kerubikon. Il mio cuore era pieno di esultanza ma mi trattenni per non tradirmi e continuai a dirigere il coro onde non arrecar disturbo agli altri. Quando le coriste intonarono il canto "Abbandoniamo ora ogni temporale affanno" inavvertitamente alzai lo sguardo e vidi una scena che non soltanto sono incapace di descrivere, ma le cui sequenze sfuggono perfino ad una ricostruzione immaginativa. In alto sopra il soleas (luogo che si trova tra l'iconostasi e l'ambone), proprio di fronte alla Porta Reale dell'iconostasi, si stavano compiendo dei sacri riti, ma non posso dire quali e come; so che udii qualcosa di eccezionale e mi parve di vedere lassù il Salvatore circondato da angeli. Come la visione si manifestò mi sentii subito rapita e quando l'inno finì e la grande entrata ebbe termine non vidi e non capii più niente... non ricordavo niente. Ritornai in me soltanto al momento delle ultime invocazioni della ektenia, prima che cominciasse il Credo. La mia faccia era rigata di lacrime; mi accorsi allora che tutti mi guardavano...».

 

Lo studio e l'interpretazione delle visioni della badessa Maria sarebbe cosa assai interessante ma richiederebbe un capitolo a sé ed esorbiterebbe perciò dai limiti della presente trattazione. Riteniamo opportuno, invece, ricordare il nome di altre due badesse, della fondatrice cioè del convento Novodevicij in Pietroburgo, Teofania Gotovcev, e di Maria Tuckov, fondatrice del convento di Spaso-Borodin, la sola badessa russa che nel corso del XIX secolo sia stata ordinata diaconessa secondo l'antico pontificale, ambedue vedove e appartenenti alla migliore società. Maria Tuckov, intima della cerchia di corte, ebbe una vita molto interessante.

 

Tratto da Serge Bolshakoff: INCONTRO CON LA SPIRITUALITA' RUSSA - Ed. SEI a cui si rimanda per le note e l'approfondimento