Isacco di Ninive

Discorsi sulla vita solitaria

 

“O Cristo che tutti arricchisci, invia in me la tua speranza; e fammi uscire dalla tenebra, verso la conoscenza della tua luce, perché io ti lodi con il cuore e non solo con la bocca”

 


I solitari si uniscono a Dio in ogni momento, per mezzo della preghiera

 

Grazie dunque a tale assiduità con Dio - e non per qualcuna delle realtà di quaggiù - i solitari, attraverso gli occhi dell'anima, penetrano fin d'ora all'interno della condotta futu­ra, e conformano le realtà di quaggiù a quelle di lassù. Un tale solitario allora cessa di operare, si intrattiene con ciò che è di lassù, e a Colui che è in alto si unisce con la parola e con il silen­zio.

E mentre tale assiduità con Dio è mossa nel pensiero da queste realtà che perdurano e che le sono di molto superiori, il corpo si arresta e soffre, mentre il cuore esulta nella gioia.

 

Questa è la vita gloriosa dei solitari, e tutto ciò che riguarda l'abitare in solitudine. È il vivere al di là del mondo, preferibile a tutto, e il dimorare mirabile che rivela il mistero della resurrezione. Qui è tratteggiata l'esistenza che sarà nei cieli e la vita con Dio. I solitari, infatti, so­no morti in mistero, e sono vivi in mistero; e in mistero sono in­nalzati, mentre il loro corpo è sulla terra.


 

DISCORSO I

Discorso sulla vita solitaria e sulla figura delle realtà future che con essa disegnano quanti la posseggono in verità; e sulle sue somiglianze con ciò che sarà dopo la resurrezione.

 

1. La vita dei solitari è al di là di questo mondo e la loro con­dotta assomiglia a quella del mondo futuro; è detto infatti: Non prendono moglie né marito. Invece di questa unione, essi fanno esperienza di un'intimità con Dio faccia a faccia. Nell'icona veritiera del mondo dell'aldilà, i solitari si uniscono a Dio in ogni momento, per mezzo della preghiera. La preghiera, infatti, è capace più di ogni altra cosa di avvicinare la mente a Dio, così che questi entri in comunione con essa e risplenda nelle sue condotte.

2. Io ritengo che anche ciò che ci viene accordato al mo­mento della preghiera di intercessione ci è abitualmente conces­so grazie a coloro che ci hanno preceduti, così che per le pre­ghiere di quegli uomini eccellenti noi troviamo soccorso. La lo­ro rettitudine e i loro buoni costumi, innanzitutto, mantengono vivo in noi il loro ricordo, così che anche la nostra preghiera viene purificata dalla fragilità, dalla negligenza e dalla distrazio­ne proprie dei pensieri, per mezzo dello zelo da essi profuso in vista di ciò che è eccellente. E anche Dio, Signore di tutto, tante volte non accondiscende forse alle nostre richieste proprio per questo? Affinché siamo ancor più infiammati dall'emularli; e per rendere ancora più grande ai nostri occhi quel genere di vi­ta eccellente che è per lui così degno di magnificenza. Cosicché coloro che hanno camminato in esso possano essere anche per gli altri un luogo di rifugio, non solo mentre sono in vita, ma an­che dopo la loro morte.  Questo lo dico in accordo con l'inti­mo senso della Scrittura, poiché Dio opera tutto secondo l'in­timo senso che ha posto in essa. Anche in questo, infatti, egli esalta i suoi santi, come sta scritto: Rimarrò su questa città e la salverò a causa di me e del mio servo David.

5. Veniamo ora ai modi in cui si realizza l'assiduità con Dio, due dei quali riguardano gli inizi delle fatiche del cuore nella quiete. Da questi modi la mente è fortificata ed è purifi­cata, allontana la negligenza e desidera ardentemente dimorare sempre nell'assiduità con ciò che è bello;

6. il solitario quin­di, sforzandosi di distruggere il ricordo del mondo che regna su di lui e bruciando continuamente nel ricordo di ciò che è buo­no, perviene alla limpidezza del lavoro della mente. Da questo lavoro eccellente derivano poi altri due inizi tra i segni dell'alto:

la nobile fatica e l'eccellente riflessione.  

7. Il primo di tali inizi consiste nello scrutare le realtà create e anche nell'ammirare l'E­conomia divina nei nostri riguardi, sia quella relativa al passato sia quella relativa al fine cui tende la nostra umanità. Il secon­do inizio è invece la riflessione.

8. Eccellente è colui che dimora, solo, in Dio. Egli è conti­nuamente spinto ad ammirare ciò che è nella natura di Dio; la sua intelligenza s'innalza allora al di là di se stessa, essendo re­sa sapiente dallo Spirito circa la conoscenza eccellente e la fe­de nei misteri. E inoltre si sofferma a riflettere sempre più sul mondo nuovo e sulle realtà future; medita attentamente ciò che li riguarda, e l'incessante migrazione che è il viaggio del pen­siero verso quelle realtà, e i misteri che sono rivelati, e i mondi che sono trasfigurati nell'Intelletto.

9. Accade allora che i pensieri siano trasformati all'interno della carne, e questa non sembra più nemmeno carne; l'Intelletto cambia di dimora e passa da una dimora all'altra, e non di sua volontà. Nel suo percorso, infatti, procede rimanendo stret­to e unito all'essenza divina; e la mente, alla fine del suo percor­so, si volge verso la causa e l'origine di tutto. Così, gli esseri dotati di ragione riescono a intuire qualcosa dell'essenza divi­na, meditando l'ordine elevato del suo amore. Tutto ciò sa­rà concesso agli esseri dotati di ragione, e senza che vi sia biso­gno di impetrarlo da Dio mediante la propria buona volon­tà. Non ci saranno più, infatti, quelli che insegnano e quelli che imparano: tutti saranno invece una sola cosa e staranno nel­la quiete per ammirare un amore così grande; e accadrà che co­sì saranno anche stimolati ad applicarsi alla condotta: con la contemplazione dell'amore  infatti, la condotta si fa bella e si intensifica ancora di più.

10. Grazie dunque a tale assiduità con Dio - e non per qualcuna delle realtà di quaggiù - i solitari, attraverso gli occhi dell'anima, penetrano fin d'ora all'interno della condotta futu­ra, e conformano le realtà di quaggiù a quelle di lassù. Un tale solitario allora cessa di operare, si intrattiene con ciò che è di lassù, e a Colui che è in alto si unisce con la parola e con il silen­zio. I solitari si applicano sia al silenzio che alla parola. Es­si fanno tacere la lingua, ministra della parola; e, se non ve n’é necessità, cercano di non farne uso di propria iniziativa, eccetto che per la preghiera e per la recita dei salmi, il cui scopo è aiutare la mente e tenersi legata a Dio.

12. Quando, infatti, la mente si astiene da queste realtà ele­vate che sono la preghiera e i salmi, - e se ne sta secondo l'or­dine di lassù, in un perfetto silenzio, senza essere afflitta dalla prova e dimorando nelle realtà dell'alto di cui fin lì era assolutamente incapace - i solitari si prendono cura del proprio corpo come di un vaso al servizio del Creatore, e lo purificano con cura, non quale realtà terrestre che serve la terra, ma come un vaso di santità pronto ad esser innalzato al cielo; e, a motivo del Regno che è realmente in loro, si rallegrano come se fosse­ro già nell'aldilà.

13. Già quaggiù, per l'ardente desiderio del loro cuore, essi si rallegrano, e desiderano ciò che è nel mistero, mentre, per la grazia dello Spirito, sono trasfigurati a sua somiglianza. L'ar­dente desiderio, infatti, può, anche quando la realtà sperata è lontana, mettere in comunione con essa attraverso l'immagina­zione. Inoltre, a motivo della gioia, esso rende l'anima come fol­le, la rende libera da tutto ciò che germoglia nel pensiero, e la unisce a Colui che è al di là di tutto, perché egli operi mentre nulla è assolutamente mescolato alla mente.

14. Per mezzo della quiete del corpo e dell'allontanamento dalle realtà mondane, i solitari si fanno un'idea della vera quie­te e dell'allontanamento dalla natura, in cui vivranno quando il mondo materiale sarà consumato; e intanto, per mezzo dell'Intelletto sono resi intimi del mondo dello Spirito e, per mez­zo della meditazione, sono trascinati nell'esteso spazio dell'aldi­là. Così, in figura, essi vivono continuamente nella condizione futura.

15. Fratello nostro, mercante spudorato, più di ogni altra cosa dunque applichiamoci alla condotta del pensiero! Se, infatti, Dio e il suo amore, che è più eccelso di ogni nostra attività, potessero essere trovati per mezzo dei soli esercizi fisici, i filosofi avrebbero potuto avvicinarsi a un tale amore più di noi. Ma, mentre ci sforziamo di moderare il nostro corpo, chiediamo a Dio, con la sollecitudine che conviene, ciò di cui necessitiamo in vista di quest'opera.

16. Non c'è nulla che sia capace di allontanare il pensiero dal mondo, quanto l'intrattenersi con la speranza; nulla che sia capace di rendere intimi di Dio, quanto l'invocare la sua sapienza; nulla che consenta di accedere all'amore, quanto lo scoprire il suo amore per noi; e nulla che innalzi la mente nell'ammirazio­ne, al di fuori di tutto ciò che è visibile, per farla dimorare al di là del mondo davanti a Dio, quanto l'investigare i misteri della sua natura. Infatti, la natura dell'Essenza invisibile può es­sere conosciuta attraverso i suoi misteri; cioè quei misteri che Dio vuole che siano conosciuti. E in effetti sono conosciuti da colui che medita la costituzione dell'universo, e che soprattut­to scruta continuamente le Economie di Dio e le sue diverse ri­velazioni, che sono appunto stabilite per istruire la mente dili­gente del credente che cerca e che investiga senza negligenza.

18. Questa è la lodevole meditazione e l'assiduità pura con Dio. Questo è ciò che la riflessione eccellente semina nell’ani­ma, ottenendole una sapienza pura. Questa è la vita gloriosa dei solitari, e tutto ciò che riguarda l'abitare in solitudine. È il vivere al di là del mondo, preferibile a tutto, e il dimorare mirabile che rivela il mistero della resurrezione. Qui è tratteggiata l'esistenza che sarà nei cieli e la vita con Dio. I solitari, infatti, so­no morti in mistero, e sono vivi in mistero; e in mistero sono in­nalzati, mentre il loro corpo è sulla terra; e lo Spirito li visita per mezzo dell'Intelletto e compie tutto ciò.

 

 

DISCORSO II

Sull'ordine del corpo quando è nella solitudine, e sul decoro delle membra esteriori

 

1. Perché i pensieri dimorino nella pace, è necessario che ci prendiamo grande cura anche di ciò che riguarda gli esercizi fisici. L'ordine esteriore, infatti, è capace di orientare in ogni direzione il pensiero del cuore. Questo ordine funge da mae­stro per colui che nel suo intimo si volge ad azioni malva­gie anche quando le realtà mondane sono lontane. E analoga­mente l'unificazione del corpo è particolarmente utile in vista di un pensiero eccellente. Infatti, sia la noncuranza, sia anche un corpo non ordinato possono provocare un grande tumulto del pensiero.

2. Lotte grandi e detestabili si risvegliano allora nella cella e inoltre, per il rilassamento degli occhi e dei sensi, molti pensieri tornano a insorgere. Essendoti mortificato, tu eri nella pace; ma, a causa dei comportamenti del corpo, ecco che molte abitudini e cadute di un tempo tornano a prendere forza. Questo, cioè l'attenzione al corpo, alimenta la preghie­ra del cuore, la passione, l'umiltà e la meditazione di ciò che è eccellente.

3. Infatti, a misura che uno si intrattiene nelle abitudini ec­cellenti, queste fanno sì che nell'anima si dispieghi la bellez­za delle loro condotte, fino al punto in cui l'uomo porta inci­se nella sua stessa persona tali condotte.

4. Cioè la pazienza, la gioia nelle afflizioni, la calma nei comportamenti, la perseve­ranza nella solitudine, la castità delle membra, il disprezzo della bramosia del corpo, la preoccupazione incessante per la santità, il non pensare a se stessi ...

5. Inoltre, confrontando se stesso, come in uno specchio, con i comportamenti narrati nelle storie di tutti i santi, il solitario ne riceve un esempio e, senza fatica, egli percorre la sua strada ricordando la pazienza e le bellezze dei santi, cioè di coloro il cui semplice ricordo riempie già l'anima di gioia!

6. E, ancora, è grazie alle vittorie dei santi che l'anima dei solitari erra lontano dal mondo, riceve consolazione nella battaglia che si abbatte su di loro, ottiene di possedere nel cuore il disprezzo della coscienza e l'umiltà. Ornato di abitudini eccel­lenti, il solitario da quel momento vive senza esitazioni né ti­more; ormai quello che percepisce è solo la paternità di Dio e il suo essere figlio: nient'altro più c'è tra lui e Dio!

7. Questa condizione di pienezza richiede il proposito di una vita solitaria nella quiete, e la fatica solitaria nella cella. Richie­de: un corpo umiliato, un pensiero rinnovato, sensi ammansiti, pensieri che si illuminano nel loro splendore, un Intelletto che vola e si innalza presso Dio nella contemplazione di lui, un pen­siero ritirato dal mondo e che con la sua riflessione erra in Dio. Certo un tale solitario è ancora intrecciato alla carne, ma il suo pensiero non si attarda con essa.

8. E mentre tale assiduità con Dio è mossa nel pensiero da queste realtà che perdurano e che le sono di molto superiori, il corpo si arresta e soffre, mentre il cuore esulta nella gioia, sen­za che noi ce ne rendiamo conto, perché è detto: Il cuore non si esalta.

9. O Cristo che tutti arricchisci, invia in me la tua speranza; e fammi uscire dalla tenebra, verso la conoscenza della tua luce, perché io ti lodi con il cuore e non solo con la bocca.

 

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 Tratto da Isacco di Ninive, DISCORSI ASCETICI - terza collezione. ED. QIQAJON COMUNITA' DI BOSE, A CUI SI RIMANDA PER LE NOTE E L'APPROFONDIMENTO.