ISACCO DI NINIVE

SUL TEMA DELLA PRATICA SUPERIORE DEL PENSIERO

LA PREGHIERA IN ISACCO DI NINIVE (di F. Bettiolo)

SUL TEMA DELLA PRATICA SUPERIORE DEL PENSIERO, CHE E’ IL TERMINE DI TUTTA LA CONDOTTA PRATICATA NEI SENSI CORPOREI E PER CUI L'UOMO ENTRA AD OGNI ISTANTE IN UNA PERFETTA CONGIUNZIONE CON DIO.

Quando, sulla via della sua condotta, l'uomo è giunto alle intellezioni delle creature, allora è stato elevato oltre la [condizione] in cui la preghiera presso di lui è [racchiusa] entro un [dato] limite. Lì infatti v'è per lui più che stabilire tempi e momenti per la preghiera e la sua situazione ha oltrepassato il [fatto] che, quando invoca, preghi e glorifichi. Di qui, ecco, egli trova sempre i sensi quieti e i pensieri avvinti da vincoli di stupore ed è di continuo pieno di una visione colma di un Gloria privo dei moti della lingua o, talora, di nuovo [v'è] preghiera, pur restando [questo stato] oltre la sua parte, o [ha] l'intelletto condotto da esso come in cattività e lacrime che scendono a somiglianza dì fonti d'acqua e bagnano tutto il volto, involontariamente, mentre l'uomo tace e si è acquietato ed è pieno dal di dentro di una visione colma di meraviglia.

Molte volte egli non è lasciato neppure pregare, e questa è davvero una stazione [posta] oltre la preghiera, perché rimane continuamente nella meraviglia per le opere di Dio, a somiglianza di coloro che sono resi folli dal vino. Questo è il vino che rallegra il cuore dell'uomo (Sal 103,15).

Badiamo poi a che nessuno, udendo queste cose, per pensieri vani desista dalla preghiera e dalla salmodia, ritenendo che sia [opera] di volontà il silenzio di cui abbiamo detto, ma chi si imbatte in questi discorsi sappia che un tale atto non procede dall'uomo e che la cosa non è [opera] della volontà. Siamo infatti tacitati dalla contemplazione e siamo istupiditi dai misteri che sono mossi nell'intelletto cupido di Dio nei momenti della preghiera oppure anche nei restanti tempi... Tuttavia tali discernimenti fremono soprattutto nel momento della preghiera, per la cautela sovrabbondante che [allora] aderisce all'uomo.

Dico preghiera non solo i momenti stabiliti né [solo] le sezioni del salterio e i canti vocali.

Chi è giunto a questa conoscenza, più che da tutte le virtù è consacrato dalla preghiera.

L'occasione è presa dalle intellezioni, e dalle intellezioni, ancora, egli è istupidito e volto al silenzio. Infatti l'uomo che è stato illuminato vede con l'occhio della mente tutte le creature di Dio e l'economia di Dio che sempre coerisce loro e la [sua] superiore sollecitudine piena di misericordia e che incessantemente visita la creazione - ora sotto il segno della sinistra e ora in modo destro - e la grazia di Dio gli manifesta i motivi delle azioni, celati a molti, di cui

il Creatore si serve a stupendo aiuto di ciascuna delle nature - sia quelle dotate di ragione sia quelle inanimate - e [gli manifesta ancora] le cause invisibili per cui da quella sovrabbondante provvidenza di carità sono attuati i mutamenti relativi al tutto e la potenza creatrice ed economa che guida la creazione con sollecitudine colma di meraviglia.

E quando l'uomo riceve ad ogni istante la percezione di questi misteri nell'occhio interiore, chiamato contemplazione spirituale, che è la visione che [procede] dalla grazia - appena percepisce ciascuno di quei misteri, subito il [suo] cuore è istupidito da un qualche stupore e non solo le labbra interrompono il flusso della preghiera e si acquietano, ma anche il cuore depone i pensieri per la meraviglia che cade su di lui e riceve dalla grazia la dolcezza dei misteri della sapienza e della carità di Dio tramite una visione che conosce atti e nature.

Ed è questo il compimento della condotta psichica nel corpo e il limite [esterno] della pratica spirituale compiuta nell'intelletto.

Chi vuole giungere a gustare la sua carità, domandi a nostro Signore che gli venga aperta questa porta.

Mi meraviglierei che fosse mai possibile, se vi sono alcuni che non si sono avvicinati a ciò né hanno percepito [questa] percezione della visione delle creature e delle economie in esse [presenti], che essi percepissero l'amore che imprigiona le anime di coloro in cui esso si è agitato!

Queste sono [le cose] che ci aprono la porta della conoscenza della verità superiore a tutto e [che] consentono all'intelletto il transito ai misteri gloriosi della natura adorabile e divina.

Ci si deve stupire piuttosto di coloro che sono vissuti fuori della quiete e della molta privazione e hanno osato parlare e scrivere di questo mistero della gloria divina [presente] negli esseri.

Beato colui che è entrato per questa porta nell'esperienza della sua anima, poiché tutta la potenza dell'inchiostro è incapace di indicare con le lettere e le combinazioni della parola la dolcezza di questo mistero.

A molti semplici lo scopo della meditazione dei filosofi è parso [consistere nel] gustare questa consuetudine apportatrice della bellezza di tutti i misteri di Dio. Il beato vescovo Basilio dice questo, facendo in una sua lettera a suo fratello la distinzione tra questa percezione delle creature che i santi ricevono, che è scala dell'intelletto, come ha detto il beato Evagrio, e innalzamento oltre ogni visione consueta, e quella dei filosofi: V'è una consuetudine che apre la porta perché scrutiamo in giù, nella conoscenza delle nature, e non in su, nei misteri spirituali - chiamando quella dei filosofi conoscenza [rivolta] in giù -, perché - dice -possono conoscerla anche coloro che sono soggetti alle passioni, mentre chiama conoscenza dei misteri spirituali [rivolta] in su la percezione che i santi ricevono tramite i loro intelletti dalla grazia.

Pertanto chi ne è divenuto degno notte e giorno è così come se fosse migrato dal corpo e già si levasse nel mondo dei giusti.

Ed è essa la dolcezza divina di cui parla il puro d'animo, stupendo Ammona: E più dolce del miele e del favo - scrive - e non molti tra i solitari e le vergini l'hanno conosciuta.

Ed è essa l'accesso al riposo divino di cui parlano i padri, e il transito dalle regioni delle passioni alla limpidezza e ai moti della libertà.

Ed è essa quella che Evagrio, dalle frequenti rivelazioni spirituali, chiama la resa del centuplo promessa da nostro Signore nel suo vangelo, e bene, stupito per la grandezza di questa dolcezza, l'ha chiamata chiave del regno dei cieli.

Come davanti a Dio dico il vero: le membra corporee non sono capaci di sostenere questa dolcezza e il cuore non è capace di accoglierla per la grandezza della sua delizia. E cosa si deve dire di più, [se non] che i santi l'hanno chiamata percezione del regno dei cieli?

Infatti il mistero di quello stupore futuro in Dio non diviene delizia dei giusti lì, nel regno dei cieli, per l'intellezione del mondo corporeo e delle [sue] vicende, ma perché per esse come per una scala l'intelletto è innalzato verso Colui che è il regno dei santi e [lì] resta nello stupore. Bene questa percezione è chiamata mistero del regno dei cieli, perché in questi misteri, ogni volta che l'intelletto è mosso in loro tramite il dono della divina potenza, siamo nella conoscenza di Colui che è il vero regno di tutto.

 

 

SULLA PREGHIERA (di Paolo Bettiolo)

"Nostro Signore, dalla notte in cui sudò (Lc 22,44), ha mutato il sudore del lavoro [esercitato] su di una terra che fa crescere spine e cardi (Gen 2,18) nel sudore che si accompagna alla preghiera, perché [l'uomo] sudasse nel lavoro della giustizia" (B28,241). Il lavoro della preghiera nell' agonia della vigilia della passione è l'atto insieme estremo e in qualche modo unico e proprio del cristiano. Certo la pratica esatta delle parole del Signore induce a comprendere che "ciascuno dei comandamenti di nostro Signore è detto in rapporto ad una classe [di uomini] e che] non tutti i comandamenti sono utili ad un'unica persona" (Capitoli 4,74). Infatti - chiede Isacco -, "come il detto: Siate vigilanti e pregate sempre (Ef 6,18)... somiglia a quello: Ero malato e mi avete visitato ... (Mt 25,35-36)" (ivi), consentendone quindi attuazione di prossima, se non uguale, intensità? E dice questo non perché la vita nella quiete, luogo per eccellenza della preghiera, avversi le opere della misericordia: quando siano necessarie, "neppure esse trascuriamo, poiché sempre costringiamo la nostra anima per essere sempre interiormente pieni di misericordia verso ogni natura di esseri dotati di ragione", in modo da compierla "quando il tempo sia idoneo all'opera" (B 81,566-567 [s.]). Così infatti comanda la dottrina di nostro Signore e questo (si intenda: l'accoglienza cordiale e la cura sollecita di chi ci visiti) è "[segno] distintivo della nostra quiete, e non [segno] fortuito" (ivi) - la nostra quiete, si badi: di noi cristiani, in ciascuno dei quali "la misericordia [di Dio] si fa uomo" (Lettera a Mar Isho­zkha, ms di Oxford, f. 19r). È segno distintivo e non fortuito, dunque, perché la carità è "la potenza del regno" (Capitoli 4,78), lo scopo della creazione, perfettamente manifestato nel ripetersi di questa nel Cristo crocifisso (ivi 4,79-81). Che altro può, infine, il cristiano se non fare l'esegesi, in opere e parole, del vuoto la sua anima (Fu 2,7a), "la cui interpretazione è la narrazione intelligente della carità divina" (Sulla creazione, p. 241)?

Ma per questo appunto ci si raccoglie presso Dio; per questo noi solitari - scrive Isacco - "ci prendiamo cura della quiete" (e cura singolarissima), per esserne purificati e divenire capaci, "anche se (solo] qualche volta", del "silenzio dell'intelletto" (B 81,566 [s.]) che per passione d'amore "vaga", muto e incessante, presso l'Amico, "in lui" (B 33,257)

In quel silenzio l'uomo "è istupidito e volto al Silenzio" - che è Dio - per grazia, sempre. Sempre spirituale, opera dello Spirito, è infatti ogni rivelazione del Mistero. Essa poi, per essere verità e conoscenza e non mostrare solo "qualcosa per indizi e segni, conforme alle forze dell'uomo", in "immagini" date "per istruzione", come "opera di consolazione", a "uomini semplici nella conoscenza e dotati di scarsa intelligenza della verità", a fanciulli, infine, secondo Eb 5,13 (B 19,199-200), esige "preghiera pura", in "grande custodia" di sé (B 22,206), che è propriamente, vedremo, il grido dell'umile.

Questa - la preghiera che invoca l'avvento della misericordia di Dio - è dunque l'opera del cristiano, opera molteplice, i cui modi occorre ripercorrere.

 

Il grido potente

Il sudore della preghiera è il lavoro della giustizia, è scritto. Ora l'ordine della giustizia è raccolto in una pratica "materiale" (che "si compie tra le persone" e ha come suoi modi "il servizio agli ammalati, l'accoglienza dei pellegrini...") ed una "immateriale", "che non è possibile praticare fuori di se stessi", ed è castità, digiuno, pianto, lettura, officio, quiete, preghiera... (Capitoli 1,56-58). Fin qui giunge la giustizia, in rettitudine e integrità esteriori e interiori. Fin qui: fino alla preghiera pura sono "lamenti e prostrazioni e suppliche e orazioni del cuore e dolci lacrime", moti tutti che fino ad essa "conducono l'intelligenza, nel potere della loro libertà" (B 22,205-206). Ma appunto per questo, perché è frutto della libertà, "in essa v'è combattimento", sempre (ivi).

"Non consentire alle (cose] che si mostrano al pensiero mentre preghiamo, questo è nostro. Che il pensiero rimanga in silenzio, espulsi da esso gli [oggetti] che [gli] si mostrano, e (che] sia superiore alla lotta e alle sembianze, questo non [lo] può la potenza della natura" (Capitoli 4,35); o ancora: "La preghiera pura non è che i fantasmi delle cose non si muovano nell'intelletto, ma che l'intelletto non li guardi con invito né resti in conversazione con loro" (ivi 3,41; cf. anche 3,42).

"Ad ogni uomo accadono mutamenti, come all'aria", aveva scritto Macario, e Isacco commenta: "Comprendi quel: ad ogni uomo? Una è infatti la natura. Non pensare che parli solo ai manchevoli, mentre i perfetti sarebbero liberi dai mutamenti" (B 72,495 [s.]). Ogni uomo "in questo mondo" è sempre soggetto alla lotta e all'umiliazione nella lotta, come insieme sempre talora prova "gioia e pace da Dio e pensieri casti che pacificano" - secondo le parole di Macario: "Tutti i santi sono gettati in questo lavoro", in cui hanno abbattimenti e consolazioni, così che né si perdano, inorgogliti, né disperino, avviliti (ivi, 496).

"Sappi che la sollecitudine di Dio ha fatto venire a te tutte queste cose perché tu fossi umiliato", affinché nell'ora del sereno sapessi "che (il fatto di] stare in piedi non è [opera] tua né della tua virtù, ma [che] è la grazia che ti porta sul palmo delle sue mani perché tu non sia scosso" (ivi, 498-499).

L'ordine della preghiera pura è così l'ordine dell'umiltà che "anche senza lavori espia molti peccati": essa "ci farà figli di Dio e, senza pratica, ci farà levare virtuosi davanti a Dio" (ivi, 499). "Finché non avrai percepito almeno un po' i moti dell'umiltà per l'aiuto di nostro Signore [che di essa, osservo, ha fatto il suo aiuto, 'perché il Verbo che si è fatto uomo lei ha rivestito e in essa ha parlato con noi;  infatti 'è disceso come pioggia su vello d'agnello o come quiete gocce che scendono lievemente sulla terra (cf. Sal 71,6)' (B 82,574 e 575 [5.])], non sentirai il gusto e l'aiuto che [procedono] dai tuoi lavori né il tuo pensiero si raccoglierà dal divagare né sosterrai con fermezza e pazienza i casi che ti capiteranno, senza turbamento e senza agitazione" (Capitoli 4,96).

Tutto questo testo andrebbe qui citato. Due tratti ne sottolineo: opera dell'umiltà sono la cessazione dell'accidia e, con questo, la continua confessione, "sia che tu abbia fame o sia sazio, sia che tu abbia sete o sia indigente o malato o vessato da qualcuno", poiché percepirai senza disperazione di "essere debitore nei confronti di tutti gli uomini, sempre, di tutto", e "ti sembrerà che nessuno manchi verso di te, ma troverai essere in te la causa di ogni male, per ogni vessazione che ti sia sopraggiunta" (ivi).

Si noti la stretta connessione tra assenza di umiltà e accidia, il devastante demone meridiano di Sal 90,6b (LXX), secondo l'esegesi consegnata da Evagrio alla successiva meditazione monastica.

"Finché non avrai trovato l'umiltà, sarai provato più che da ogni altra cosa dall' accidia e l'accidia genererà in te continui pensieri e vedrai la moltitudine degli uomini mancare verso di te e, per quanto miri bene e secondo il dovuto alla meta, sarai quel che non è bene [essere]. Per questo ogni cosa ti sembrerà [capitare] alla rovescia" (Capitoli 4,97).

Greve è dunque l'accidia, esito cupo e iroso del peccato, ma è prova ineludibile: "I padri dicono che nel tempo in cui l'uomo ha iniziato a separarsi dal peccato che dimora in lui ... succede a lui quel che succede alla donna per cui è vicino il tempo del parto, perché il peccato lo tribola notte e giorno, così che la sua anima è quasi prossima a perire" (Capitoli 2,12). In questa agonia si grida "notte e giorno": "Signore, liberami dalla tenebra dell'anima" (ivi 1,34). "Ma [poi], quando l'aria davanti a lui si rasserena, [allora] ad ogni giorno che passa gli si fa incontro la gioia e quindi passano via facilmente da lui anche i mutamenti difficili che lo aggrediscono, finché a poco a poco egli non giunga al porto della misericordia" (ivi 2,12).

Preghiera pura, umiltà - "termine del raccoglimento dell'intelletto" (ivi 2,34)-, silenzio di questo stesso intelletto o adorazione: questa è la via del cristiano, la via della misericordia, appunto. "Non pensare sia ozio il molto indugiare in adorazione davanti a Dio", ammonisce Isacco, e chiosa: "Essa [è] l'umiliazione del corpo e dell'intelligenza ... e una grande prontezza alla carità di Dio" (ivi 1,20).

È preghiera pura la "preghiera dell'ardore", fitta di orazioni "veloci e veementi, pure e fervide come carboni di fuoco",  un grido potente (Eb 5,7) che sale dal profondo del cuore, congiunto all'umiltà che [procede] dalla potenza della gioia", da cui "l'uomo è umiliato nei suoi pensieri fino agli abissi" (Sui santi fremiti, p. 217).

Eppure questa "frequenza di moti durante la preghiera non è una parte elevata nella preghiera pura, anche se bella" (Capitoli 4,66): "più preziose ... [sono] la pochezza e brevità dei movimenti e il fatto che nella pochezza di [tale] preghiera il pensiero guardi come in ammirazione" (ivi). Qui, sull'estrema soglia della preghiera pura, che è "la preghiera della conoscenza , quando la parola "si secca in bocca" all'uomo ed "egli cessa assolutamente da ogni moto", anima e corpo serrati da un "silenzio immobile" (Sui santi fremiti, p. 217) "per la potenza della conoscenza che l'intelletto riceve nel versetto" o trattenuti "nel piacere" di essa (Capitoli 4,66)- qui "il cuore si esercita, senza cambiamento ad altro, nel desiderio della carità inesauribile" (ivi).

Questa conoscenza, comunque esperita sempre frutto di grazia, custodisce la preghiera che infatti, "separata dalla contemplazione, è piena di accidia ed è pregata a stento" (ivi 1,42).

Fin qui giunge l'uomo, con l'aiuto del Signore: oltre v'è il "silenzio indicibile", opera dello Spirito, ove la natura "non ha volontà", è in " prigionia e la potenza di Dio "la conduce dove essa non percepisce", "così che [uno] neppure sa se [è] nel corpo o senza corpo, secondo la testimonianza della Scrittura (2Cor 12,2-3)" (B 22,209).

Oltre v'è l'ebbra passione d'amore, poiché "la carità è un che di fervente per sua natura, e quando si riversa senza misura sull'uomo [ne] rende l'anima folle", mentre "il suo volto arrossisce ed esulta, il suo corpo arde" ed egli "diviene quasi sfrenato", anzi, in paradosso, affatto "sfrenato" - "con discernimento" (B 33,257), sopraffatto dalla dolcezza del piacere.

 

Il lungo lavoro dell'officio

Ma vi è una progressione e complessità nella preghiera, coerente del resto alla permanente mutevolezza umana che solo l'umiltà sopporta senza disperazione: su di essa bisogna ora ulteriormente insistere.

"Vi è una preghiera particolare e ve n'è una generale", scrive Isacco, e soggiunge: "Rivestiamo .. un anima incline [all'errore]: non possiamo essere continuamente capaci dì pregare secondo un modo generale", chiedendo sempre e solo: Sia fatta la tua volontà (Mt 6,10; Capitoli 1,59). Ora "i salmi di Davide sono stati posti dai padri nella chiesa per questo, perché in essi vi sono distinzioni di preghiere", conformi ai diversi bisogni della nostra "malattia, che ci obbliga ad invocare il Fattore a suo favore" (ivi). "Perciò - aggiunge - come fondamento di vita poniamo all'inizio della nostra invocazione, in tutte le ore stabilite, la preghiera dataci dal nostro Salvatore e, dopo di essa, le preghiere che lo Spirito ha composto a nostra istruzione e a nostra delizia [le due cose insieme, si badi!] per bocca del beato profeta", i salmi (ivi).

Cosi dunque il cristiano inizia l'opera della preghiera, nel tempo della sua prima infermità: ad ore stabilite, puntualmente, secondo la regola trasmessa dai padri, recita il Padre nostro e i salmi.

In questa occupazione egli deve insistere, paziente: "Finché dunque sei ancora nella prima età - ammonisce Isacco -, lavora soprattutto nel lungo officio dei salmi" (ivi 4,45); o ancora: "Chi non riceve su di sé, gioendone, la pesantezza, il tedio e l'accidia [presenti] nell'officio ... ma desidera pieno sollievo da loro, pur non volendo si consegna nelle mani dello spirito di fornicazione" (ivi 4,22); o ancora: "Non ti tediare per la lunghezza del1'officio e l'estensione delle nostre preghiere e le molte ripetizioni in esse presenti ... Sappiamo solo non ritenerle né giudicarle il frutto, ma la radice, perché senza di esse non si vedrebbe neppure il frutto, ed esso cadrà nella nostra mano ... Nessuno abbandoni la irrinunciabile continuità in loro finché riveste la carne. Nessuno qui si turbi: esse hanno un termine" (ivi 4,70).

Fatica, tedio, tristezza patisce il credente nel lavoro della preghiera, e sempre così faticherà in essa, finché riveste la carne -pur insieme ricevendone anche gioia; pur accogliendo, sul suo peso, la testimonianza dei padri: esso ha un termine.

Isacco narra di Rabban Shabur (come sappiamo da altra fonte) che questo venerato solitario, di appena una generazione a lui anteriore, avrebbe consolato un fratello, che con lui così si doleva della pesantezza della sua prova: "Come sarò reso sapiente, dato che ogni giorno gusto la morte?", dicendo: "Sappi, figlio mio, che da trent'anni ho guerra contro i demoni [al presente, si noti! E importante ricordarlo per comprendere quel che segue], senza che per vent'anni sia stato minimamente aiutato. Quando furono [passati] venticinque anni, iniziò a rilucere il riposo e, quanto più venne, [tanto] più grande fu, e quando furono [passati] ventotto anni fu sempre maggiore e al compimento dei trent'anni il riposo fu così grande che non so quanto sia" (B 53,388 [5.]). Pure: "Ho guerra", dice Rabban Shabur, e l'altra fonte che ricordavo (un monaco di poco più giovane di Isacco, Simone di Taibuteh) chiude la testimonianza del solitario con questa ulteriore nota: "Tuttavia, secondo la parola del divino Paolo, questa è la perfezione, che ciascuno ritenga il suo prossimo superiore a sé (Fil 2,3), camminando per la via che hanno battuto per noi i santi padri, senza tedio, e il Signore proteggerà la nostra debolezza" (cf. A.Mingana, Woodhrooke Studies VII, Cambridge 1934, [t] f. 195a [p. 314]; [v] pp. 59-60).

Si ricordi: ad ogni uomo accadono mutamenti. Nessuno qui si leva "nell'ordine [in sé] uno dell'assenza di inclinazione, senza moto di passioni, come dicono [invece] i messaliani (B 72,495 [5.]), questi oranti "superbi, privi di scienza, che assicurano di sé che possono pregare quando vogliono una preghiera spirituale", perfetta (B 22,210).

Sempre in lotta e fatica si prega; sempre distratti compitiamo le parole dei salmi. E così, e se Isacco scrive: "Non moltiplichiamo la recitazione [dei versetti], come gli sciocchi, mentre con i nostri pensieri vaghiamo per immondezzai" (Capitoli 1,54), pure altrove insistentemente esorta: "Quando è il tempo della battaglia e dell'oscurità, anche se siamo distratti, indugiamo nella preghiera ..." (ivi 1,30). E ancora: "Non desidererai di pregare allora, dopo esserti purificato dal vagare dei pensieri", perché così 'non pregheresti mai" (ivi 4,34).

Invece, "umiliati dal guardare alla miseria della nostra natura - come con la nostra potenza non siamo capaci di alcunché -" (ivi 4,36), comunque preghiamo: sì, "siamo vivificati, e preghiamo; siamo divorati, e preghiamo; siamo innocenti, e preghiamo; ... siamo sporchi del sangue delle nostre ferite, e preghiamo ... Non desistiamo affatto dalla nostra invocazione perché non siamo tali da esserne degni e come conviene alle [cose] della preghiera. Nostro Signore infatti ha detto: Non hanno bisogno del medico i sani (Mt 9,12 e par.)" (ivi).

Così assiduo prega il credente, e allora "le parole sapienti" dei versetti "trarranno a Dio tutte le parti dell'anima [e] la sua carità", destandola, per la loro "magnificenza", "a guardare acutamente in Dio e a intuir[lo]" (ivi 3,12).

Così cresce quella "silente conversazione con Dio, in una supplica tranquilla e imperturbata", che è lo "scopo della salmodia" (ivi 1,54). Questa radice infatti porta il frutto di una propria conversazione con Dio, nella indefettibile memoria di lui, fino all'adorazione in cui si ferma, è fermato [un attimo, un'ora, un giorno...] il pensiero.

Non vi sarà mai "disprezzo" per questa radice: il suo passare "nella forma umile di una incessante adorazione" ne è "la pienezza ... non lo svuotamento, affatto" (ivi 4,30). E sempre ad essa si tornerà, in questo tempo di guerra. Di più non v'è da dire, credo. Solo resta la prova della preghiera, di quella dei salmi e di quella propria, cui il Padre guida il figlio.

A conclusione di questa nota riporto allora la traduzione dell'ultima sezione della lettera che Isacco inviò a Mar Isho'zkha un amico per cui - scrive - tutto egli fa come domanda, "a partire dal fervore della mia carità verso di te, per cui anche di notte, nel mio sogno, vago in te, in consuetudine con te" (ms. di Oxford, f. 2r; il testo sotto riportato si legge ivi ai ff. 17r-19r). Qui, infine, precipita ogni insegnamento.

Voglio scriverti ancora poche parole dì preghiera, e allora porrò termine alla lettera. Mi è sembrato necessario inserirle nella lettera perché divenissero per te materia di preghiera e il [tuo] pensiero, per il senso delle intellezioni in loro presenti, acquistasse umiltà e cessasse dal vano vagare, tramite la passione in loro. E quando mangi e bevi e ti alzi o siedi o dormi o fai qualcosa; anche quando cammini per via o sei tra molti, nel nascondimento del tuo cuore, abbi consuetudine con queste parole che ti scrivo. Insieme, anche quando ti inginocchi, quando nella tua invocazione dici le cose necessarie e di cui hai bisogno, comincia a pregare con queste [parole].

Da quali movimenti il pensiero è destato cosi che guardi a Dio nel momento della preghiera.

Quando preghi, aggiungi queste [parole] alla tua preghiera:

Dio, rendimi degno di percepire quella speranza che è custodita per i giusti alla tua venuta, quando verrai nel nostro corpo per far conoscere ai mondi la tua gloria.

Dio, la cui carità ha fatto venire [all'esistenza] il mondo quando non ti conosceva e [che] ti sei in parte rivelato ai giusti ad ogni generazione, tramite i cenni delle [tue] rivelazioni, risveglia tu la mortalità dei miei moti alla percezione di te, perché mi affretti a venire da te e non desista fino all'ora in cui la morte porrà termine al mio cammino nel porto del silenzio.

Cristo, porto di misericordia, [colui] che ha fatto rivelazione di sé entro una generazione peccatrice; che i giusti hanno atteso nelle loro generazioni e che si è rivelato a suo tempo, per la gioia di tutta la creazione, dammi tu altri occhi, altro udito e altro cuore, perché, invece del mondo, veda e oda e percepisca, con una vista e un udito e una percezione [affatto] inusuali, le [cose] da te custodite nella rivelazione della tua gloria alla stirpe dei cristiani.

Desta in me, mio Signore, il gusto della percezione di te, affinché mi disponga, [lungi] dal mondo, presso di te, [così] come il mondo, alla sua vista, mi aveva catturato. Finché i miei occhi, nella loro vista, vedranno [realtà] corruttibili e il mio pensiero avrà intelligenza della [mera] corporeità, non è possibile che io sia perfettamente libero dai moti infermi e corruttibili che da loro [procedono].

Rendimi degno, mio Signore, di ottenere quella visione su cui non ha più potere la corruzione, affinché, quando per il suo conseguimento io abbia dimenticato il mondo e me stesso, siano cancellate davanti ai miei occhi le figure del corpo.

Cristo, delizia del nostro genere, consolazione della nostra miseria, sostegno dell'umiltà della nostra natura che ha vacillato ed è caduta, speranza dei rigettati, nome prezioso conosciuto tra gli uomini, concedi resurrezione alla mia caduta, fa' risvegliare la mia mortalità insinua in me la percezione della vita, fa' uscire la mia anima dal carcere dell'ignoranza affinché confessi il tuo nome, soffia nelle mie membra l'aria della vita nuova, visita la mia corruzione nel sepolcro e fammi uscire dalla casa delle tenebre. L'oriente della tua rivelazione mi visiti dentro lo Sheol dell'ignoranza.

La natura dotata di parola ha taciuto in me: muovila tu ancora, mio Signore, alla vitalità della sua natura, perché lo Sheol non ti confesserà né glorificheranno il tuo nome coloro che scendono nella fossa.

Non ho bocca per dire altro se non: Ti confessi una vita come [questa] mia, oggi.

I sensi sono ammutoliti, i moti sono stati tacitati, i pensieri spogliati e ogni operazione della natura è priva in me di vera vita. Non c'è memoria di te in me né confessione dì te nello Sheol in cui abito, né, nella perdizione della mia anima, [c'è] la voce gioiosa delle tue glorificazioni. Tutte le mie membra, morte, attendono le doglie della resurrezione.

Non è possibile che Elia entri nella desolazione dello Sheol! Dio mio, fammi udire la tua voce che tutto risveglia di nascosto. Decreta per me, in mistero, la dimostrazione che [hai accordato] a Lazzaro, tuo amico.

Io so, Signore, che non sono mai stato veduto [essere] tuo amico solerte. Sono del tuo gregge e il mio avversario mi conduce e umilia a terra: Dio, rendimi degno della partecipazione alla grandezza preparata da te per i tuoi amici nel mondo nuovo e della percezione della conoscenza della tua carità e dell'unione indisgiungibile e del legame indissolubile del lieto sguardo in te.

Non rifiutarmi la tua grazia, mio Signore. Che io non sia privato della conoscenza di te, piena di speranza.

Signore, preservami dalla tenebra dell'anima. Cristo misericordioso, fammi gioire nella speranza dite. Semina tu la speranza di te nei miei pensieri e rendimi degno, mio Signore, della tua clemenza nel sorgere della tua rivelazione dal cielo.

Quando verrai nella tua gloria non esigere, mio Signore, il giudizio delle mie colpe.

Per tua grazia, mio Signore, mi hai fatto venire all'esistenza e per tua grazia rendi il mio corpo degno della resurrezione: il mio risveglio dalla polvere non sia per il giudizio e la confusione del volto!

Non destarmi, mio Signore, perché sopporti il giudizio e la privazione di te, ma destami dalla polvere, mio Signore, per la mia delizia e per la gloria cui la tua volontà guardava [fin] dall'inizio, per far venire ad essa la creazione [tutta] degli essere dotati di ragione, una volta che tu l'avessi costituita.

Non mi hai creato, mio Signore, ad uso della geenna: che non divenga vaso di perdizione! Perdizione, mio Signore, è che uno sia privato della visione di te, che tutto fa gioire.

Rendimi degno, mio Signore, della spiegazione di quella speranza che hai voluto [fin] dal principio e per cui mi hai costituito, perché veda la tua gloria eterna, per cui, quando non eravamo, nella tua carità hai voluto che la creazione fosse, per percepire te.

Supplica nella preghiera con queste [parole] e con loro abbi consuetudine nel momento della tua invocazione e sii mosso da anelito e passione e implora con fervore e fa' ardere nella preghiera il tuo cuore in questi e altrettanti moti, finché la sua misericordia non si faccia uomo in te e non si desti nel tuo cuore la passione ardente della sua carità.

In queste e altrettali consuetudini l'intelletto è contratto in sé dalla letizia e a poco a poco dimentica il vagare ed è assorbito dalle intellezioni e liberato dalle somiglianze, e l'uomo patisce nella sua preghiera e nel suo pensiero ed è effusa [in lui] la passione che si mescola alla fede, e il suo cuore gioisce in Dio e si rallegra nella gioia ed esulta nella carità e la speranza è piena ed esso è destato dal sonno. Nel momento della preghiera l'anima è levata da queste consuetudini [proprie] della preghiera della conoscenza a grande delizia.

I grandi moti generati nell'uomo nel momento della supplica accadono a partire dall' anelito sovrabbondante e dalla molta meditazione del pensiero e dalla consuetudine assidua con la preghiera che dovunque aderisce all'uomo, nella sua considerazione e nella sua consuetudine, con un qualche scopo di invocazione.

La lettera è finita.

(Tratto da ISACCO DI NINIVE, Discorsi spirituali, ed. Qiqaion, a cui rimandiamo vivamente per l'approfondimento)