ISACCO DI NINIVE

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LA PREGHIERA IN ISACCO DI NINIVE (di F. Bettiolo) |
SUL TEMA DELLA PRATICA SUPERIORE DEL PENSIERO, CHE E’ IL
TERMINE DI TUTTA LA CONDOTTA
Quando,
sulla via della sua condotta, l'uomo è giunto alle intellezioni delle creature,
allora è stato elevato oltre la [condizione] in cui la preghiera presso di lui
è [racchiusa] entro un [dato] limite. Lì infatti v'è per lui più che
stabilire tempi e momenti per la preghiera e la sua situazione ha oltrepassato
il [fatto] che, quando invoca, preghi e glorifichi. Di qui, ecco, egli trova
sempre i sensi quieti e i pensieri avvinti da vincoli di stupore ed è di
continuo pieno di una visione colma di un Gloria privo dei moti della
lingua o, talora, di nuovo [v'è] preghiera, pur restando [questo stato] oltre
la sua parte, o [ha] l'intelletto condotto da esso come in cattività e lacrime
che scendono a somiglianza dì fonti d'acqua e bagnano tutto il volto,
involontariamente, mentre l'uomo tace e si è acquietato ed è pieno dal di
dentro di una visione colma di meraviglia.
Molte
volte egli non è lasciato neppure pregare, e questa è davvero una stazione
[posta] oltre la preghiera, perché rimane continuamente nella meraviglia
per le opere di Dio, a somiglianza di coloro che sono resi folli dal vino.
Questo è il vino che rallegra il cuore dell'uomo (Sal 103,15).
Badiamo poi a che nessuno, udendo queste cose, per pensieri vani desista
dalla preghiera e dalla salmodia, ritenendo che sia [opera] di volontà il
silenzio di cui abbiamo detto, ma chi si imbatte in questi discorsi sappia che
un tale atto non procede dall'uomo e che la cosa non è
[opera] della volontà.
Dico
preghiera non solo i momenti stabiliti né [solo] le sezioni del salterio e i
canti vocali.
Chi è
giunto a questa conoscenza, più che da tutte le virtù è consacrato dalla
preghiera.
L'occasione è presa dalle intellezioni, e dalle intellezioni, ancora, egli è istupidito e volto al silenzio. Infatti l'uomo che è stato illuminato vede con l'occhio della mente tutte le creature di Dio e l'economia di Dio che sempre coerisce loro e la [sua] superiore sollecitudine piena di misericordia e che incessantemente visita la creazione - ora sotto il segno della sinistra e ora in modo destro - e la grazia di Dio gli manifesta i motivi delle azioni, celati a molti, di cui
il
Creatore si serve a stupendo aiuto di ciascuna delle nature - sia quelle dotate
di ragione sia quelle inanimate - e [gli manifesta ancora] le cause invisibili
per cui da quella sovrabbondante provvidenza di carità sono attuati i mutamenti
relativi al tutto e la potenza creatrice ed economa che guida la creazione con
sollecitudine colma di meraviglia.
E quando
l'uomo riceve ad ogni istante la percezione di questi misteri nell'occhio
interiore, chiamato contemplazione spirituale, che è la visione
che [procede] dalla grazia - appena percepisce ciascuno di quei misteri, subito
il [suo] cuore è istupidito da un qualche stupore e non solo le labbra
interrompono il flusso della preghiera e si acquietano, ma anche il cuore depone
i pensieri per la meraviglia che cade su di lui e riceve dalla grazia la
dolcezza dei misteri della sapienza e della carità di Dio tramite una visione
che conosce atti e nature.
Ed è
questo il compimento della condotta psichica nel corpo e il limite [esterno]
della pratica spirituale compiuta nell'intelletto.
Chi vuole giungere a gustare la sua carità, domandi a nostro Signore che gli venga aperta questa porta.
Mi
meraviglierei che fosse mai possibile, se vi sono alcuni che non si sono
avvicinati a ciò né hanno percepito [questa] percezione della visione delle
creature e delle economie in esse [presenti], che essi percepissero l'amore che
imprigiona le anime di coloro in cui esso si è agitato!
Queste
sono [le cose] che ci aprono la porta della conoscenza della verità superiore a
tutto e [che] consentono all'intelletto il transito ai misteri gloriosi della
natura adorabile e divina.
Ci si
deve stupire piuttosto di coloro che sono vissuti fuori della quiete e della
molta privazione e hanno osato parlare e scrivere di questo mistero della gloria
divina [presente] negli esseri.
Beato
colui che è entrato per questa porta nell'esperienza della sua anima, poiché
tutta la potenza dell'inchiostro è incapace di indicare con le lettere e le
combinazioni della parola la dolcezza di questo mistero.
A molti
semplici lo scopo della meditazione dei filosofi è parso [consistere nel]
gustare questa consuetudine apportatrice della bellezza di tutti i misteri di
Dio. Il beato vescovo Basilio dice questo, facendo in una sua lettera a suo
fratello la distinzione tra questa percezione delle creature che i santi
ricevono, che è scala dell'intelletto, come ha detto il beato Evagrio, e
innalzamento oltre ogni visione consueta, e quella dei filosofi: V'è una
consuetudine che apre la porta perché scrutiamo in giù, nella conoscenza delle
nature, e non in su, nei misteri spirituali - chiamando quella dei filosofi
conoscenza [rivolta] in giù -, perché - dice -possono conoscerla
anche coloro che sono soggetti alle passioni, mentre chiama conoscenza
dei misteri spirituali [rivolta] in su la percezione che i santi ricevono
tramite i loro intelletti dalla grazia.
Pertanto
chi ne è divenuto degno notte e giorno è così come se fosse migrato dal corpo
e già si levasse nel mondo dei giusti.
Ed è
essa la dolcezza divina di cui parla il puro d'animo, stupendo Ammona: E più
dolce del miele e del favo - scrive - e non molti tra i solitari e le
vergini l'hanno conosciuta.
Ed è
essa l'accesso al riposo divino di cui parlano i padri, e il transito dalle
regioni delle passioni alla limpidezza e ai moti
Ed è
essa quella che Evagrio, dalle frequenti rivelazioni spirituali, chiama la
resa del centuplo promessa da nostro Signore nel suo vangelo, e bene,
stupito per la grandezza di questa dolcezza, l'ha chiamata chiave del
regno dei cieli.
Come
davanti a Dio dico il vero: le membra corporee non sono capaci di sostenere
questa dolcezza e il cuore non è capace di accoglierla per la grandezza della
sua delizia.
Infatti
il mistero di quello stupore futuro in Dio non diviene delizia dei giusti lì,
nel regno dei cieli, per l'intellezione del mondo corporeo e delle [sue]
vicende, ma perché per esse come per una scala l'intelletto è innalzato verso
Colui che è il regno dei santi e [lì] resta nello stupore.
SULLA PREGHIERA
"Nostro Signore, dalla notte in cui sudò (Lc 22,44), ha mutato
il sudore del lavoro [esercitato] su di una terra che fa crescere spine e
cardi (Gen 2,18) nel sudore che si accompagna alla preghiera, perché
[l'uomo] sudasse nel lavoro della giustizia" (B28,241).
Ma per
questo appunto ci si raccoglie presso Dio; per questo noi solitari -
scrive Isacco - "ci prendiamo cura della quiete" (e cura
singolarissima), per esserne purificati e divenire capaci, "anche se (solo]
qualche volta", del "silenzio dell'intelletto" (B 81,566 [s.])
che per passione d'amore "vaga", muto e incessante, presso l'Amico,
"in lui" (B 33,257)
In quel silenzio l'uomo "è istupidito e volto al
Silenzio" - che è Dio - per grazia, sempre.
Sempre spirituale, opera dello Spirito, è infatti ogni rivelazione del
Mistero. Essa poi, per essere verità e conoscenza e non mostrare solo
"qualcosa per indizi e segni, conforme alle forze dell'uomo", in
"immagini" date "per istruzione", come "opera di
consolazione", a "uomini semplici nella conoscenza e dotati di scarsa
intelligenza della verità", a fanciulli, infine, secondo Eb 5,13 (B
19,199-200), esige "preghiera
pura", in
"grande custodia" di sé (B 22,206), che è propriamente, vedremo, il
grido dell'umile.
Questa - la preghiera che invoca l'avvento della misericordia di
Dio - è dunque l'opera del cristiano, opera
molteplice, i cui modi occorre ripercorrere.
Il grido
potente
Il
sudore della preghiera è il lavoro della giustizia, è scritto. Ora l'ordine
della giustizia è raccolto in una pratica
"materiale" (che "si compie tra le persone" e ha
come suoi modi "il servizio agli ammalati, l'accoglienza dei
pellegrini...") ed una "immateriale",
"che non è possibile praticare fuori di se stessi", ed è castità,
digiuno, pianto, lettura, officio, quiete, preghiera... (Capitoli 1,56-58). Fin qui giunge la giustizia, in rettitudine e integrità esteriori e
interiori. Fin qui: fino alla preghiera pura sono
"lamenti e prostrazioni e suppliche e orazioni del cuore e dolci
lacrime", moti tutti che fino ad essa "conducono
l'intelligenza, nel potere della loro libertà" (B 22,205-206). Ma appunto
per questo, perché è frutto della libertà, "in essa v'è combattimento",
sempre (ivi).
"Non
consentire alle (cose] che si mostrano al pensiero mentre preghiamo, questo è
nostro. Che il pensiero rimanga in silenzio, espulsi da esso gli [oggetti]
che [gli] si mostrano, e (che] sia superiore alla lotta e alle sembianze,
questo non [lo] può la potenza della natura" (Capitoli 4,35); o
ancora: "La preghiera pura non è che i fantasmi delle cose non si muovano
nell'intelletto, ma che l'intelletto non li guardi con invito né resti in
conversazione con loro" (ivi 3,41; cf. anche 3,42).
"Ad
ogni uomo accadono mutamenti, come all'aria", aveva scritto Macario, e
Isacco commenta: "Comprendi quel: ad ogni uomo? Una è infatti la
natura. Non pensare che parli solo ai manchevoli, mentre i perfetti sarebbero
liberi dai mutamenti" (B 72,495 [s.]). Ogni uomo "in questo
mondo" è sempre soggetto alla lotta e all'umiliazione nella lotta, come
insieme sempre talora prova "gioia e pace da Dio e pensieri casti che
pacificano"
"Sappi
che la sollecitudine di Dio ha fatto venire a te tutte queste cose perché tu
fossi umiliato", affinché nell'ora del sereno sapessi "che (il fatto
di] stare in piedi non è [opera] tua né della tua virtù, ma [che] è la
grazia che ti porta sul palmo delle sue mani perché tu non sia scosso"
(ivi, 498-499).
L'ordine della preghiera pura è così l'ordine dell'umiltà
che "anche senza lavori espia molti peccati": essa "ci farà
figli di Dio e, senza pratica, ci farà levare virtuosi davanti a Dio" (ivi,
499).
Tutto
questo testo andrebbe qui citato. Due tratti ne sottolineo: opera dell'umiltà
sono la cessazione dell'accidia e, con questo, la continua confessione,
"sia che tu abbia fame o sia sazio, sia che tu abbia sete o sia indigente o
malato o vessato da qualcuno", poiché
percepirai senza disperazione di "essere debitore nei confronti di tutti
gli uomini, sempre, di tutto", e "ti sembrerà che nessuno manchi
verso di te, ma troverai essere in te la causa di ogni male, per ogni vessazione
che ti sia sopraggiunta" (ivi).
Si noti
la stretta connessione tra assenza di umiltà e accidia, il devastante demone
meridiano di Sal 90,6b (LXX), secondo l'esegesi consegnata da Evagrio alla
successiva meditazione monastica.
"Finché non avrai trovato l'umiltà,
sarai provato più che da ogni altra cosa dall' accidia e l'accidia genererà in
te continui pensieri e vedrai la moltitudine degli uomini mancare verso di te e,
per quanto miri bene e secondo il dovuto alla meta, sarai quel che non è bene
[essere]. Per questo ogni cosa ti sembrerà [capitare]
alla rovescia" (Capitoli
4,97).
Greve è
dunque l'accidia, esito cupo e iroso del peccato, ma è prova ineludibile:
"I padri dicono che nel tempo in cui l'uomo ha iniziato a separarsi dal
peccato che dimora in lui ... succede a lui quel che succede alla donna per cui
è vicino il tempo del parto, perché il peccato lo tribola notte e giorno,
così che la sua anima è quasi prossima a perire" (Capitoli 2,12).
In questa agonia si grida "notte e
giorno": "Signore, liberami dalla tenebra dell'anima" (ivi
1,34). "Ma [poi], quando l'aria davanti a lui si rasserena, [allora] ad ogni
giorno che passa gli si fa incontro la gioia e quindi passano via facilmente da
lui anche i mutamenti difficili che lo aggrediscono, finché a poco a poco egli
non giunga al porto della misericordia" (ivi 2,12).
Preghiera pura, umiltà - "termine del raccoglimento
dell'intelletto" (ivi 2,34)-, silenzio di questo stesso intelletto o
adorazione: questa è la via del cristiano, la via della misericordia, appunto.
"Non pensare sia ozio il molto indugiare in adorazione davanti a Dio",
ammonisce Isacco, e chiosa: "Essa [è] l'umiliazione del corpo e
dell'intelligenza ... e una grande prontezza alla carità di Dio" (ivi 1,20).
È preghiera pura la "preghiera dell'ardore", fitta di orazioni "veloci e veementi, pure e fervide come carboni di fuoco", un grido potente (Eb 5,7) che sale dal profondo del cuore, congiunto all'umiltà che [procede] dalla potenza della gioia", da cui "l'uomo è umiliato nei suoi pensieri fino agli abissi" (Sui santi fremiti, p. 217).
Eppure questa "frequenza di moti durante la preghiera
non è una parte elevata nella preghiera pura, anche se bella" (Capitoli
4,66): "più preziose ... [sono] la pochezza e brevità dei movimenti e il
fatto che nella pochezza di [tale] preghiera il pensiero guardi come in
ammirazione" (ivi). Qui, sull'estrema soglia della preghiera
pura, che è "la preghiera della conoscenza , quando la parola "si
secca in bocca" all'uomo ed "egli cessa assolutamente da ogni
moto", anima e corpo serrati da un "silenzio immobile" (Sui
santi fremiti, p. 217) "per la potenza della conoscenza che l'intelletto
riceve nel versetto" o trattenuti "nel piacere" di essa (Capitoli
4,66)- qui "il cuore si esercita, senza cambiamento ad altro,
nel desiderio della carità inesauribile" (ivi).
Questa conoscenza, comunque esperita sempre frutto di grazia, custodisce la
preghiera che infatti, "separata dalla contemplazione, è piena di accidia
ed è pregata a stento" (ivi 1,42).
Fin qui
giunge l'uomo, con l'aiuto del Signore: oltre v'è il "silenzio
indicibile", opera dello Spirito, ove la natura "non ha volontà",
è in " prigionia e la potenza di
Dio "la conduce dove
Oltre v'è
l'ebbra passione d'amore, poiché "la carità è un che di fervente per sua
natura, e quando si riversa senza misura sull'uomo [ne] rende l'anima
folle", mentre "il suo volto arrossisce
Il lungo lavoro dell'officio
Ma vi è
una progressione e complessità nella preghiera, coerente del resto alla
permanente mutevolezza umana che solo l'umiltà sopporta senza disperazione: su
di essa bisogna ora ulteriormente insistere.
"Vi
è una preghiera particolare e ve n'è una generale", scrive Isacco, e
soggiunge: "Rivestiamo .. un anima incline [all'errore]: non possiamo
essere continuamente capaci dì pregare secondo un modo generale",
chiedendo sempre e solo: Sia fatta la tua volontà (Mt 6,10; Capitoli
1,59). Ora "i salmi di Davide sono stati posti dai padri nella
chiesa per questo, perché in essi vi sono distinzioni di preghiere",
conformi ai diversi bisogni della nostra "malattia, che ci obbliga ad
invocare il Fattore a suo favore" (ivi). "Perciò - aggiunge -
come fondamento di vita poniamo all'inizio della nostra invocazione, in tutte le
ore stabilite, la preghiera dataci dal nostro Salvatore e, dopo di essa, le
preghiere che lo Spirito ha composto a nostra istruzione e a nostra delizia [le
due cose insieme, si badi!] per bocca del beato profeta", i salmi (ivi).
Cosi
dunque
il cristiano inizia l'opera della preghiera, nel tempo della sua prima
infermità: ad ore stabilite, puntualmente, secondo la regola trasmessa dai
padri, recita il Padre nostro e i
salmi.
In
questa occupazione egli deve insistere, paziente: "Finché dunque sei
ancora nella prima età - ammonisce Isacco -, lavora soprattutto nel lungo officio
dei salmi" (ivi 4,45); o ancora: "Chi non riceve su di sé, gioendone,
la pesantezza, il tedio e l'accidia [presenti] nell'officio ... ma desidera
pieno sollievo da loro, pur non volendo si consegna nelle mani dello spirito di
fornicazione" (ivi 4,22); o ancora: "Non ti tediare per la
lunghezza del1'officio e l'estensione delle
nostre preghiere e le molte ripetizioni in esse presenti ... Sappiamo solo non
ritenerle né giudicarle il frutto, ma la radice, perché senza di esse
non si vedrebbe neppure il frutto, ed esso cadrà nella nostra mano ... Nessuno
abbandoni la irrinunciabile continuità in loro finché riveste la carne.
Nessuno qui si turbi: esse hanno un termine" (ivi 4,70).
Fatica,
tedio, tristezza patisce il credente nel lavoro della preghiera, e sempre così
faticherà in essa, finché riveste la carne -pur insieme ricevendone
anche gioia; pur accogliendo, sul suo peso, la testimonianza dei padri: esso
ha un termine.
Isacco
narra di Rabban Shabur (come sappiamo da altra fonte) che questo venerato
solitario, di appena una generazione a lui anteriore, avrebbe consolato un
fratello, che con lui così si doleva della pesantezza della sua prova:
"Come sarò reso sapiente, dato che ogni giorno gusto la morte?",
dicendo: "Sappi, figlio mio, che da trent'anni ho guerra contro i
demoni [al presente, si noti! E importante ricordarlo per comprendere quel che
segue], senza che per vent'anni sia stato minimamente aiutato. Quando furono
[passati] venticinque anni, iniziò a rilucere il riposo e, quanto più venne,
[tanto] più grande fu, e quando furono [passati] ventotto anni fu sempre
maggiore e al compimento dei trent'anni il riposo fu così grande che non so
quanto sia" (B 53,388 [5.]). Pure: "Ho
guerra", dice Rabban Shabur, e l'altra fonte che ricordavo (un monaco
di poco più giovane di Isacco, Simone di Taibuteh) chiude la testimonianza del
solitario con questa ulteriore nota: "Tuttavia, secondo la parola del
divino Paolo, questa è la perfezione, che ciascuno ritenga il suo
prossimo superiore a sé (Fil 2,3), camminando per la via che hanno
battuto per noi i santi padri, senza tedio, e il Signore proteggerà la nostra
debolezza" (cf. A.Mingana, Woodhrooke Studies VII, Cambridge 1934,
[t] f. 195a [p. 314]; [v] pp. 59-60).
Si
ricordi: ad ogni uomo accadono mutamenti. Nessuno qui si leva
"nell'ordine [in sé] uno dell'assenza di inclinazione, senza moto di
passioni, come dicono [invece] i messaliani (B 72,495 [5.]), questi oranti
"superbi, privi di scienza, che assicurano di sé che possono pregare
quando vogliono una preghiera spirituale", perfetta (B 22,210).
Sempre in lotta e fatica si prega; sempre distratti compitiamo le parole dei salmi. E così, e se Isacco scrive: "Non moltiplichiamo la recitazione [dei versetti], come gli sciocchi, mentre con i nostri pensieri vaghiamo per immondezzai" (Capitoli 1,54), pure altrove insistentemente esorta: "Quando è il tempo della battaglia e dell'oscurità, anche se siamo distratti, indugiamo nella preghiera ..." (ivi 1,30). E ancora: "Non desidererai di pregare allora, dopo esserti purificato dal vagare dei pensieri", perché così 'non pregheresti mai" (ivi 4,34).
Invece, "umiliati dal guardare alla miseria
della nostra natura - come con la nostra potenza non siamo capaci di alcunché
-" (ivi 4,36), comunque preghiamo: sì, "siamo vivificati, e
preghiamo; siamo divorati, e preghiamo; siamo innocenti, e preghiamo; ... siamo
sporchi del sangue delle nostre ferite, e preghiamo ... Non desistiamo affatto
dalla nostra invocazione perché non siamo tali da esserne degni e come conviene
alle [cose] della preghiera. Nostro Signore infatti ha detto: Non hanno bisogno
del medico i sani (Mt 9,12 e par.)"
(ivi).
Così
assiduo prega il credente, e allora "le parole sapienti" dei versetti
"trarranno a Dio tutte le parti dell'anima [e] la sua carità",
destandola, per la loro "magnificenza", "a guardare acutamente in
Dio e a intuir[lo]" (ivi 3,12).
Così
cresce quella "silente conversazione con Dio, in una supplica tranquilla e
imperturbata", che è lo "scopo della salmodia" (ivi 1,54).
Questa radice infatti porta il frutto di una propria conversazione
con Dio, nella indefettibile memoria di lui, fino all'adorazione in cui si
ferma, è fermato [un attimo, un'ora, un giorno...] il pensiero.
Non vi
sarà mai "disprezzo" per questa radice: il suo passare "nella
forma umile di una incessante adorazione" ne è "la pienezza
... non lo svuotamento, affatto" (ivi 4,30). E sempre ad essa si
tornerà, in questo tempo di guerra.
A
conclusione di questa nota riporto allora la traduzione dell'ultima sezione
della lettera che Isacco inviò a Mar Isho'zkha un amico per cui - scrive -
tutto egli fa come domanda, "a partire dal fervore della mia carità verso
di te, per cui anche di notte, nel mio sogno, vago in te, in consuetudine con
te" (ms. di Oxford, f. 2r; il testo sotto riportato si legge ivi ai ff.
17r-19r). Qui, infine, precipita ogni insegnamento.
Voglio
scriverti ancora poche parole dì preghiera, e allora porrò termine alla
lettera. Mi è sembrato necessario inserirle nella lettera perché divenissero
per te materia di preghiera e il [tuo] pensiero, per il senso delle intellezioni
in loro presenti, acquistasse umiltà e cessasse dal vano vagare, tramite la
passione in loro. E quando mangi e bevi e ti alzi o siedi o dormi o fai
qualcosa; anche quando cammini per via o sei tra molti, nel nascondimento del
tuo cuore, abbi consuetudine con queste parole che ti scrivo. Insieme, anche
quando ti inginocchi, quando nella tua invocazione dici le cose necessarie e di
cui hai bisogno, comincia a pregare con queste [parole].
Da quali movimenti il
pensiero è destato
Quando
preghi, aggiungi queste [parole] alla tua preghiera:
Dio, rendimi degno di percepire quella speranza che è
custodita per i giusti alla tua venuta, quando verrai nel nostro corpo per far
conoscere ai mondi la tua gloria.
Dio, la cui carità ha fatto venire [all'esistenza] il
mondo quando non ti conosceva e [che] ti sei in parte rivelato ai giusti ad ogni
generazione, tramite i cenni delle [tue] rivelazioni, risveglia tu la mortalità
dei miei moti alla percezione di te, perché mi affretti a venire da te e non
desista fino all'ora in cui la morte porrà termine al mio cammino nel porto del
silenzio.
Cristo,
porto di misericordia, [colui] che ha fatto rivelazione di sé entro una
generazione peccatrice; che i giusti hanno atteso
Desta in me, mio Signore, il gusto della percezione di te,
affinché mi disponga, [lungi] dal mondo, presso di te, [così] come il mondo,
alla sua vista, mi aveva catturato. Finché i miei occhi, nella loro vista,
vedranno [realtà] corruttibili e il mio pensiero avrà intelligenza della
[mera] corporeità, non è possibile che io sia perfettamente libero dai moti
infermi e corruttibili che da loro [procedono].
Rendimi degno, mio Signore, di ottenere quella visione su
cui non ha più potere la corruzione, affinché, quando per il suo conseguimento
io abbia dimenticato il mondo e me stesso, siano cancellate davanti ai miei
occhi le figure del corpo.
Cristo, delizia del nostro genere, consolazione della
nostra miseria, sostegno dell'umiltà della nostra natura che ha vacillato ed è
caduta, speranza dei rigettati, nome prezioso conosciuto tra gli uomini, concedi
resurrezione alla mia caduta, fa' risvegliare la mia mortalità insinua in me la percezione della vita, fa' uscire la mia anima dal
carcere dell'ignoranza affinché confessi il tuo nome, soffia nelle mie membra
l'aria della vita nuova, visita la mia corruzione nel sepolcro e fammi uscire
dalla casa delle tenebre. L'oriente della tua rivelazione mi visiti dentro lo
Sheol dell'ignoranza.
La natura dotata di parola ha taciuto in me: muovila tu
ancora, mio Signore, alla vitalità della sua natura, perché lo Sheol non ti
confesserà né glorificheranno il tuo nome coloro che scendono nella fossa.
Non ho bocca per dire altro se non: Ti confessi una vita
come [questa] mia, oggi.
I sensi
sono ammutoliti, i moti sono stati tacitati, i pensieri spogliati e ogni
operazione della natura è priva in me di vera vita. Non c'è memoria di te in
me né confessione dì te nello Sheol in cui abito, né, nella perdizione della
mia anima, [c'è] la voce
Non è possibile che Elia entri nella desolazione dello
Sheol! Dio mio, fammi udire la tua voce che tutto risveglia di nascosto. Decreta
per me, in mistero, la dimostrazione che [hai accordato] a Lazzaro, tuo amico.
Io so, Signore, che non sono mai stato veduto [essere] tuo
amico solerte. Sono del tuo gregge e il mio avversario mi conduce e umilia a
terra: Dio, rendimi degno della partecipazione alla grandezza preparata da te
per i tuoi amici nel mondo nuovo e della percezione della conoscenza della tua
carità e dell'unione indisgiungibile e del legame indissolubile del lieto
sguardo in te.
Non rifiutarmi la tua grazia, mio Signore. Che io non sia
privato della conoscenza di te, piena di speranza.
Signore, preservami dalla tenebra dell'anima. Cristo
misericordioso, fammi gioire nella speranza dite. Semina tu la speranza di te
nei miei pensieri e rendimi degno, mio Signore, della tua clemenza nel sorgere
della tua rivelazione dal cielo.
Quando verrai nella tua gloria non esigere, mio Signore,
il giudizio delle mie colpe.
Per tua grazia, mio Signore, mi hai fatto venire
all'esistenza e per tua grazia rendi il mio corpo degno della resurrezione: il
mio risveglio dalla polvere non sia per il giudizio e la confusione del volto!
Non destarmi, mio Signore, perché sopporti il giudizio e
la privazione di te, ma destami dalla polvere, mio Signore, per la mia delizia e
per la gloria cui la tua volontà guardava [fin] dall'inizio, per far venire ad
essa la creazione [tutta] degli essere dotati di ragione, una volta che tu
l'avessi costituita.
Non mi hai creato, mio Signore, ad uso della geenna: che
non divenga vaso di perdizione! Perdizione, mio Signore, è che uno sia privato
della visione di te, che tutto fa gioire.
Rendimi degno, mio Signore, della spiegazione di quella
speranza che hai voluto [fin] dal principio e per cui mi hai costituito, perché
veda la tua gloria eterna, per cui, quando non eravamo, nella tua carità hai
voluto che la creazione fosse, per percepire te.
Supplica
nella preghiera con queste [parole] e con loro abbi consuetudine nel momento
della tua invocazione e sii mosso da anelito e passione e implora con fervore e
fa' ardere nella preghiera il tuo cuore in questi e altrettanti moti, finché
la sua misericordia non si faccia uomo in te e non si desti nel tuo cuore la
passione ardente della sua carità.
In
queste e altrettali consuetudini l'intelletto è contratto in sé dalla letizia
e a poco a poco dimentica il vagare ed è assorbito dalle intellezioni e
liberato dalle somiglianze, e l'uomo patisce nella sua preghiera e nel suo
pensiero ed è effusa [in lui] la passione che si mescola alla fede, e il suo
cuore gioisce in Dio e si rallegra nella gioia ed esulta nella carità e la
speranza è piena ed esso è destato dal sonno. Nel momento della preghiera
l'anima è levata da queste consuetudini [proprie] della preghiera della
conoscenza a grande delizia.
I grandi
moti generati nell'uomo nel momento della supplica accadono a partire dall'
anelito sovrabbondante e dalla molta meditazione del pensiero e dalla
consuetudine assidua con la preghiera che dovunque aderisce all'uomo, nella sua
considerazione e nella sua consuetudine, con un qualche scopo di invocazione.
La lettera è finita.
(Tratto da ISACCO DI NINIVE, Discorsi spirituali, ed. Qiqaion, a cui rimandiamo vivamente per l'approfondimento)