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André Louf
L'ACCOMPAGNAMENTO SPIRITUALE
IN BARSANUFIO E GIOVANNI
UN
ACCOMPAGNAMENTO SPIRITUALE "CONCERTATO"
Non è forse questo il segreto, per così dire, di una comunità monastica in cui i fratelli si aiutano a vicenda, tramite le loro debolezze più che tramite il loro potere, riuniti attorno al fratello maggiore che è il Cristo?
"Voglio rivelarvi che ancora prima della vostra domanda, io vi avevo già raccomandato (cf. At 14,23) alla santa, adorabile, consustanziale, vivificante ed eterna Trinità colla richiesta di proteggervi da ogni male".
"Ogni santo, offrendo a Dio i figli che ha salvato, con voce chiara e grande sicurezza, tra lo stupore dei santi angeli e di tutte le potenze celesti, dirà: Ecco, io e i figli che Dio mi ha dato" (Is 8,18; Eb 2,13).
"E’ Dio che mette sulla bocca di colui che è interrogato ciò che deve dire a causa dell'umiltà del cuore e della rettitudine di chi chiede"
"Quando vuoi dire o fare una cosa, ricorda a Dio il nome dell'anziano, e Dio seminerà nel tuo cuore l'intelligenza di ciò che occorre fare o dire".
"Io ho steso sopra di te le mie ali (cf. Ez 16,8) fino ad oggi; e porto i tuoi pesi (cf. Gal 6,2), e i peccati e il tuo disprezzo per le parole che io ti rivolgo, e la tua negligenza. … Ecco che io ti ho preso il peso, il carico, il debito, ed ecco, tu sei diventato nuovo, ecco hai riacquistato l'innocenza, ecco sei di nuovo puro".
Non
è stato facile stabilire il titolo esatto di questa conferenza. Mi fu proposto,
in un primo tempo, quello di accompagnamento “collegiale”, termine subito
abbandonato perché nel nostro contesto sarebbe stato ambiguo, dal momento che
appartiene a una realtà teologica ben definita. Si preferì alla fine
l'aggettivo "concertato", che tenta di render conto di un processo
effettivamente vissuto "di concerto" da tutte le persone implicate.
L'esitazione nei confronti del titolo tradiva una certa perplessità dinanzi al tema da studiare. Questa perplessità nasce dalla differenza tra l'accompagnamento spirituale come lo si praticava nel VI secolo e quello che è divenuto abituale nel nostro tempo, per lo meno nell'occidente latino. La perplessità del monaco occidentale, quale io sono, si complica poi ulteriormente quando questi paragona la propria pratica con quella che si vive ancor oggi nelle chiese di tradizione orientale e che, in realtà, sembra molto più vicina a quella vissuta dai padri di Gaza e dai loro discepoli.
Forse può valer la pena di dire rapidamente qualcosa su questa perplessità tipicamente "latina" per farci intendere dai fratelli orientali che non sono a conoscenza della situazione nella chiesa d'occidente.
Nel corso dei secoli l'accompagnamento spirituale in occidente è stato progressivamente distinto dal governo della comunità, e la figura del padre spirituale distinta da quella del superiore. Tale distinzione condusse alla proibizione rivolta ai superiori, e ancora prevista dal Codice di diritto canonico, di ascoltare i loro fratelli in confessione, ad esempio, o anche solo di interrogarli sulla loro vita intima. Adoperando il linguaggio dei canonisti latini, potremmo dire: occorre custodire sempre una separazione assoluta tra il "foro interno" - la vita intima dei fratelli - e il "foro esterno" - l'organizzazione concreta della comunità. Perché questo? Perché il superiore, al momento di prendere decisioni, non sia condizionato da confidenze fatte a titolo esclusivamente privato. E’ vero che i monaci si sono sempre mostrati alquanto reticenti nei confronti di tale divieto e che alcuni pensano anche che "una tradizione immemorabile" permette loro di non tenerne conto; una famiglia religiosa, giustamente famosa, inoltre, la Compagnia di Gesù, ha saputo mantenere, con la benedizione della Santa sede, una certa interpretazione dei due fori grazie a quello che viene chiamato “esame di coscienza”: il gesuita è invitato a praticare regolarmente l'apertura del cuore al suo superiore provinciale.
Ora, a prima vista, la confusione tra i due fori sembra totale nel deserto di Gaza, per lo meno agli occhi di un latino. Barsanufio e Giovanni, sebbene giunti tardi al monastero di abba Serido, godono di un'autorità che sembra invadere largamente quella del superiore locale. Costui, apparentemente ridotto a essere il loro umile segretario, non sembra voler dare alcun ordine senza il parere dell'uno o dell'altro o di ambedue insieme. Siamo tentati di chiederci: «Chi comanda a chi?», e «chi obbedisce a chi?». Si possono porre anche altre domande: "Da chi ricevono la loro autorità Barsanufio e Giovanni?". O ancora: "Quale dei due ha la priorità sull'altro?". E: "E’ lecito sperare una risposta diversa e più accomodante rivolgendosi prima all'uno e poi all'altro?".
La mia intenzione non è assolutamente quella di caldeggiare l'uno o l'altro di questi stili "concertati" di accompagnamento spirituale, e ancor meno di opporre una tradizione all'altra. Analizzando la corrispondenza dei due Anziani cercheremo solo di dipanare un pò i fili di queste relazioni "concertate" e di cogliere le concezioni spirituali che hanno costituito il segreto della loro fecondità.
Barsanufio, Giovanni e Serido
In questo “concerto” di domande e risposte, abba Serido, il superiore di questa comunità di cenobiti nel deserto di Gaza, precede nel tempo gli altri due, gli Anziani, che possiamo chiamare i “carismatici”. Quando Barsanufio e Giovanni gli si presentano per condurre la loro vita da reclusi sotto la sua protezione, Serido si è già installato. Sono loro che l'hanno scelto; "egli, dopo Dio, ci protegge dagli uomini"', dicono; e questo provoca qualche gelosia tra gli igumeni vicini che sarebbero stati lusingati di poterli accogliere. Non è dunque Serido che si è messo alla loro scuola; anzi, mentre gli altri superiori brigavano per attirare i due celebri anziani, Serido se ne stava tranquillo. Di lui Barsanufio dice:
Quanti, infatti, avrebbero voluto [presso di sé] noi anziani; e correvano ma non fu loro dato! C'era invece chi stava seduto, e il Signore ci mandò a lui.
Tuttavia, non come discepoli a un maestro, perché Dio, pur mantenendo Serido come igumeno del monastero in rapporto agli altri fratelli, ha fatto di quest'ultimo il "vero figlio" dei due Anziani. Una relazione originale si instaura così tra Serido e Barsanufio; il primo sembra a volte affidare la propria responsabilità di superiore alle mani del secondo. Ecco che cosa ne dice Giovanni:
[Serido] divenne vaso prezioso, utile per il suo Signore (cf. 2Tm 2,21). Non contrastò mai assolutamente in nulla, né si stimava igumeno, ma discepolo dell'Anziano e a lui debitore di una perfetta obbedienza ... Per questo l'Anziano lo considerava un figlio sincero.
Serido assume d'ora in poi un duplice ruolo, come ricorda del resto il titolo della raccolta delle Lettere: Serido è "il servitore [dei due Anziani] e nello stesso tempo il superiore del monastero".
Servitore, Serido lo sarà divenendo il segretario accreditato di Barsanufio. Quest'ultimo, vivendo in reclusione, non riceve nessuno e risponde per iscritto alle domande che gli vengono poste per la medesima via. Non nasconde il fatto che si serve di Serido: "Questa risposta per te l'ho dettata io, ma è stata scritta dal mio figlio Serido".
Barsanufio non sa scrivere? Sa scrivere, ma spinge il suo ritiro fino a un certo silenzio della penna: "Non ti ho scritto in egiziano, come tu hai scritto a me, poiché mi sono imposto di non scrivere personalmente a nessuno, ma di mandare risposte solo attraverso l'abba Serido.
Questo l'obbligava del resto a rispondere sempre in greco, sola lingua conosciuta dal suo segretario, anche a un compatriota che gli aveva scritto in copto. Il procedimento non piace a tutti i suoi corrispondenti; alcuni lo trovano indiscreto. Uno di loro spera di sfuggire all'involontaria censura del segretario ponendo domande sotto forma di enigmi, astuzia alla quale Barsanufio per un certo tempo cede, poi però finisce per sconsigliarla come contraria all'umiltà e rischiosa in quanto comportava la possibilità di malintesi e di difficoltà insolubili. E’ meglio chiamare le cose con il loro nome.
Il procedimento insolito delle risposte per iscritto desta altri sospetti. Barsanufio si lascia forse "manipolare" da Serido? “L'anziano ti lascia fare quello che vuoi”, gli rinfaccia uno dei suoi corrispondenti, deluso per la risposta ricevuta. Ma sarebbe ancora più grave se l'igumeno-segretario cedesse alla tentazione di fare del discernimento spirituale dell'Anziano una copertura per le proprie decisioni; Barsanufio finirebbe per diventare un paravento dietro a cui si nasconderebbe un superiore d'autorità debole. Un giorno si vedrà costretto a domandare ad abba Serido di leggere ad alta voce la sua risposta alla presenza di chi gli aveva scritto, affinché costui potesse rendersi conto che Barsanufio, nascosto nella sua reclusione, era perfettamente d'accordo con il contenuto della lettera. Un'altra volta il sospetto sarà talmente forte che uno dei suoi corrispondenti dubiterà dell'esistenza stessa di Barsanufio; egli non sarebbe altro che un inganno creato dall'igumeno per far accettare più facilmente le proprie decisioni. L'Anziano allora, contrariamente alle sue abitudini, si vide costretto a ricevere un gruppo di fratelli tra i quali l'incredulo in questione, e lavò loro i piedi.
D'altronde, a più riprese Barsanufio rinvia i suoi corrispondenti al discernimento di Serido di cui non minimizza affatto l'autorità: "Chiedi consiglio all'igumeno", scrive. Se quest'ultimo si affida veramente al Signore, anche la sua parola sarà parola di Dio. Anche se gli altri fratelli non vedono di buon occhio un tale modo di fare che li rende gelosi, è sempre preferibile aprirsi all'igumeno: "Se tu parli secondo Dio, non parli da te stesso e nemmeno sei tu a fare il bene ma è Dio in tutto (cf. 1Cor 15,28; Col 3,11) e il bene di Dio non genera gelosia". In tal caso Barsanufio si rifiuterà anche di fare da intermediario e di trasmettere messaggi all'igumeno, perché è importante che il fratello si apra personalmente e non nasconda nulla di ciò che ha nel cuore.
Ma vi sono situazioni ancor più delicate: alcune critiche concernenti l'igumeno vengono a conoscenza del padre spirituale. Una volta si tratta del fratello responsabile delle cose pratiche che trova che l'igumeno se ne disinteressa; un'altra, cosa più dolorosa, di un fratello che si sente meno amato dall'igumeno perché gli altri ottengono favori a lui negati. Barsanufio esorterà i fratelli alla pazienza e all'umiltà, e soprattutto all'obbedienza, ma, dato importante, astenendosi quasi sempre dall'entrare nell'oggetto stesso della lamentela, che egli ritiene estraneo alle proprie competenze. In un solo caso egli sembra essere intervenuto con grande discrezione, ma piuttosto per discolpare l'igumeno:
Per l'igumeno prega affinché il Signore lo protegga, perché molti sono gli affanni, però crediamo che il Signore lo protegge e lo aiuta. Gli ho detto: “Hai tardato troppo”; e si è scusato, e in tal modo ha rassicurato anche te.
La complessità dei legami esistenti tra i due padri spirituali e il superiore - ma anche la loro densità e la loro ricchezza - appare nel momento in cui morto Serido, si deve trovare un nuovo superiore. Prima della sua morte, l'anziano igumeno aveva creduto di provvedere alla propria successione semplicemente prendendo la lista dei fratelli in ordine di anzianità e decidendo che ciascuno avrebbe governato a turno. L’ultimo sulla lista era un laico di nome Eliano, che non aveva ancora ricevuto l'abito. Ora, uno dopo l'altro, tutti i candidati si tirarono indietro, per umiltà, sicché Eliano, con suo grande imbarazzo, finì per essere il solo candidato, senza essere neppure novizio. Poiché Barsanufio non c'era più, fu Giovanni a fargli da guida in questa strana avventura. Barsanufio, già prima della sua morte, aveva predetto che Eliano un giorno sarebbe diventato monaco e superiore del monastero, perché tale era "il beneplacito di Dio". Dopo molte esitazioni, Eliano finì per cedere alle insistenze di Giovanni, dicendogli di essere a lui sottomesso e di essere nelle mani di Dio e nelle sue; e aggiunse, prendendo a prestito le parole della vergine Maria:
"Ecco il vostro servo mi avvenga secondo la tua parola" (cf. Lc 1,38). E per ordine dei padri fu dichiarato degno dell'abito monastico e, in seguito alla richiesta fatta da parte di tutti al vescovo, egli fu ordinato presbitero e così preposto al monastero come superiore.
Dovremo ritornare su quest'intervento del vescovo, importante per il nostro argomento. Il processo di designazione del nuovo superiore, tuttavia, non è ancora finito. Non appena viene nominato superiore, ritiene di dover innanzitutto rendere visita a Giovanni, il padre spirituale della comunità. Ed ecco come viene descritto il loro incontro:
L'Anziano lo ricevette come il suo beato igumeno, poiché grande era l'umiltà dell'Anziano, e gli disse: "Benedici, padre"; ma quello se ne stava muto non osando pronunciare la benedizione su di lui. Quando però l'Anziano glielo chiese per la seconda volta, per non contraddirlo, lo benedisse.
Rivalità tra due umiltà? Sicuramente! Ma forse anche confusione di poteri? O complicità-collusione tra i poteri? O anche possibile urto-collisione tra i poteri? Per il momento lasciamo la questione aperta.
Barsanufio e Giovanni
Giovanni è più giovane di Barsanufio e gli sopravviverà. Nella sua Vita di Dositeo, Doroteo di Gaza lo presenta come "il suo discepolo o meglio il suo compagno di ascesi (synasketés)". I fratelli, infatti, non tarderanno a unirli e quasi a confonderli in un'identica venerazione. Quanto a Barsanufio stesso, ecco il quadro commovente che traccia i legami che uniscono i due Anziani l'uno l'altro:
Quanto alla vita del figlio che è una stessa anima con me, benedetto, umile e obbediente, che ha rinnegato in tutto fino alla morte tutte le sue volontà (cf. Lc 9,23), che cosa posso dire? Il Signore ha detto: Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,9). E del discepolo ha detto: E’ capace come il suo maestro (Lc 6,40)
Barsanufio paragona dunque questo legame a quello che univa Gesù a suo Padre nel cielo. Giovanni riprende del resto lo stesso paragone per rispondere a quelli che si lamentano con lui perché troppo spesso li rinvia a Barsanufio. Questo fatto li irritava perché Giovanni, sostengono, partecipava della stessa “potenza dello Spirito”. Egli ribatteva che agendo in tal modo riproduceva l'atteggiamento di Cristo che rinviava frequentemente al Padre: "Domandate al Padre e vi darà in mio nome" (cf. Gv 16,23).
Se i fratelli, a volte, erano tentati di contrapporre i due Anziani nella speranza di ricevere una risposta più conforme alla loro segreta attesa, Barsanufio rispondeva seccamente: "Fa' come ti ha detto il fratello Giovanni". E quando quel medesimo fratello, poco dopo, ricadeva nello stesso atteggiamento, Barsanufio si mostrava ancora più esplicito: "Ti basta ormai; il Dio di Barsanufio e di Giovanni è unico". Abbastanza frequenti sono del resto le risposte dell'uno che confermano quelle dell'altro; Barsanufio sostiene un consiglio dato da Giovanni e Giovanni conferma una parola di Barsanufio.
Se i fratelli si rivolgono anche all'altro Anziano, questo non avviene perché dubitano del discernimento del primo, ma perché le risposte sono a volte oscure ed enigmatiche ed essi avvertono la necessità di una spiegazione. Questo si verifica forse maggiormente per le sentenze di Barsanufio che si attiene volentieri ai principi immutevoli della vita monastica, mentre Giovanni acconsente più facilmente a discendere nella complessità della vita concreta. Rispetto al primo, Giovanni poteva indubbiamente sembrare come un riferimento più prossimo a quanto i fratelli vivevano in concreto. A titolo d'esempio, ecco la reazione dei due Anziani a una medesima situazione: si tratta di un novizio che era stato sposato e che soffriva per la lontananza da sua moglie. Il consiglio di Barsanufio è corretto, ma aspro: "Se hai scelto di diventare come un morto, chiedi al morto se brama la sposa. La risposta di Giovanni non è in contraddizione con questa, ma Giovanni si prende il tempo di piegarsi un istante sulla sofferenza che gli è confidata per predirne la guarigione:
È scritto riguardo all'uomo e alla donna che i due saranno una sola carne (Gen 2,24; Ef5,31); perciò, come nel caso in cui dalla tua carne fosse tagliato un pezzo, il resto del corpo soffrirebbe finché non fosse curata la ferita e non cessasse il dolore, così anche per questo è necessario che tu soffra, come se la tua carne fosse stata mutilata.
Straordinaria umanità di Giovanni il Profeta!
Padri e con-servi dei loro corrispondenti
Il legame che si tesse tra i due Anziani e i loro corrispondenti è normalmente paragonato a quello che unisce un padre ai suoi figli, un padre che li ama, che è pronto a condividere con loro tutti i suoi segreti e che giunge fino a confessare loro le proprie debolezze i cui echi gli appaiono attraverso le confidenze ricevute: "Tu mi hai detto quante sofferenze hai; e anch'io patisco le stesse cose".
Tutto questo certamente è rivolto a quanti vorranno tener conto delle risposte. Perché, come c'è da aspettarsi in una comunità fatta di uomini, l'influenza esercitata dai due Anziani non è ugualmente apprezzata da tutti. Barsanufio se ne lamenterà con discrezione:
Se uno accoglie le mie parole, saranno di salvezza per lui, ma se uno non le accoglie, se vuole sputare sul mio scritto, è libero di farlo, come già hanno sparlato di noi, alcuni nel cuore altri anche con la bocca.
Del resto, anche se i due Anziani non rifiutano il nome e il ruolo di “padre-abba”, questa paternità non li innalza certo al di sopra degli altri. A volte sembrerebbe il contrario. E questo anzitutto perché essi stessi non sono affatto avidi di essere consultati; hanno scelto una vita di reclusione. Dice Barsanufio all'inizio di una lettera: "Fratello, non costringermi a parlare, poiché io desidero abbracciare quiete e silenzio".
Anche lui al pari di chi gli scrive, avrebbe bisogno di consigli e sarebbe ben contento di obbedire. Se si decide a dar comunque un consiglio, lo fa come a un fratello, a “un con-servo che non è che un'anima sola con lui”, o come fa un amico con il suo amico. Scrive Barsanufio: "Fratello, io ti parlo come alla mia propria anima, perché il Signore ha legato la tua anima alla mia
Del resto, non è forse questo il segreto, per così dire, di una comunità monastica in cui i fratelli si aiutano a vicenda, tramite le loro debolezze più che tramite il loro potere, riuniti attorno al fratello maggiore che è il Cristo? Dice Barsanufio:
Dio ha condotto la tua Carità dalla nostra debolezza perché potessimo, secondo Dio, prestarci un aiuto vicendevole, e in noi si compisse la parola scritta che dice: Un fratello aiutato dal fratello è come una città fortificata circondata di mura (Pr 18,19). E avvenga a tutti noi di essere aiutati dal nostro fratello grande, da Gesù, intendo; poiché egli si compiacque di farci suoi fratelli; e lo siamo (cf. lGv 3,1) e siamo chiamati beati dagli angeli, per il fratello che abbiamo: potente per renderci potenti.
Nel passo di una lettera di Giovanni, il legame che unisce Barsanufio al suo corrispondente - in questo caso si tratta di Doroteo - è descritto come un "patto" o come un"'alleanza', (diathéke). Si potrebbe qui osservare che in copto "monastico” è questo stesso termine, semplicemente traslitterato, che indica l'impegno definitivo di un fratello nella vita monastica. È possibile dedurne che il Grande anziano, al momento di questo impegno, svolgeva un ruolo altrettanto importante di quello che svolgerà più tardi il superiore di una comunità cenobitica? Ci si può quanto meno porre la domanda.
Oltre alla tenerezza di cui il suo cuore abbonda nei confronti dei suoi corrispondenti - e che non è altro, dice Barsanufio, che un debole riflesso dell'amore che Dio ha per loro - oltre alla sua intercessione per loro, giorno e notte, della quale parla quasi in ogni lettera, l'Anziano svolge un ruolo più particolare nei loro confronti, ruolo al quale i destinatari delle sue lettere fanno talvolta appello e che è espresso dal termine greco paràthesis che si può tradurre con “presentazione”. Il corrispondente insiste presso Barsanufio perché lo “presenti” al Signore nella sua preghiera. Esistono tre generi di "presentazione". Anzitutto quella che si potrebbe chiamare corrente, quotidiana. Barsanufio rassicura a questo proposito un gruppo di fratelli:
Voglio rivelarvi che ancora prima della vostra domanda, io vi avevo già raccomandato (cf. At 14,23) alla santa, adorabile, consustanziale, vivificante ed eterna Trinità colla richiesta di proteggervi da ogni male.
La presentazione più importante, però, avrà luogo nel giudizio ultimo. Ecco in che termini Barsanufio la descrive:
Ogni santo, offrendo a Dio i figli che ha salvato, con voce chiara e grande sicurezza, tra lo stupore dei santi angeli e di tutte le potenze celesti, dirà: Ecco, io e i figli che Dio mi ha dato (Is 8,18; Eb 2,13).
La citazione di Isaia 8,18 riassume bene il legame di salvezza che unisce il padre ai suoi figli; è una citazione che Barsanufio ama perché la riprende ancora in altre circostanze.
Poi vi è la presentazione più toccante, quella che ha luogo a favore di un fratello in agonia, che gliene ha fatto richiesta in questi termini:
Mio signore e padre, sono nelle mani di Dio e tue; esercita dunque la tua misericordia con me sino alla fine e affrettati a congedarmi affidandomi al mio Signore Cristo e guidandomi mediante le tue sante preghiere e facendomi attraversare l'aria e questa via che non conosco.
Quest'ultima "presentazione" implica il permesso di morire, ultimo gesto di obbedienza. Per quanto riguarda il nostro tema, notiamo fin d'ora che queste “presentazioni” sembrano appannaggio del padre spirituale e che l'igumeno del monastero non vi compare mai.
Domande e risposte
È sotto forma di biglietti, fatti di domande e risposte, che si instaura il dialogo tra i due Anziani e i fratelli del monastero. Se il procedimento sembra alquanto faticoso, non bisogna però che i fratelli se ne privino. E’ sempre importante interrogare, anche quando si tratta di cose che a priori sembrano buone. Perfino e soprattutto se si teme di ricevere una risposta alla quale la nostra debolezza non potrà conformarsi. Tanto meglio! risponde Barsanufio: che grazia prendere coscienza della propria debolezza! Dio la cambierà in forza: “Questa appunto è la tua umiltà. Il Signore custodisca il tuo cuore per le preghiere dei santi”. E non si abbia timore di importunare i due Anziani ponendo sovente domande: "Se Dio non è disturbato nè tediato dalle domande che gli si rivolgono, neppure loro lo sono”.
Il contenuto delle domande ricopre largamente il ventaglio di tutti gli incidenti che possono presentarsi nella vita monastica: le tentazioni sotto tutte le loro forme, le prove della vita fraterna o della salute, la misura da custodire nell'ascesi, le regole della preghiera, l'equilibrio tra il silenzio, che è sempre preferito, e la parola, raramente rifiutata; ripetutamente, seppure in un clima cenobitico, si presenta la questione di sapere se sia giunto il momento di imitare i due Anziani nella loro vita solitaria e di entrare nell'hesychia della reclusione.
Le risposte insistono instancabilmente sulle attitudini spirituali essenziali che Barsanufio ha un giorno sintetizzato in questi termini: "Facciamo gioire Dio per la nostra umiltà, sopportazione, mitezza, longanimità, modestia, pace, gratitudine".
Notiamo che con questi atteggiamenti si tratta di far gioire Dio e non di ripiegarsi su se stessi per compiacersi di una conquista realizzata a prezzo di grandi sacrifici. Quanto a Giovanni, i suoi consigli, secondo Doroteo di Gaza, si potevano riassumere in quattro sentenze ripetute incessantemente:
I padri hanno detto: “Rispettare la coscienza del prossimo genera l'umiltà”. Un'altra sera mi disse: "Una volta per tutte, fratello, Dio custodisca l'amore! I padri hanno detto: 'Non ho mai anteposto la mia volontà a quella di mio fratello”. Un'altra volta di nuovo mi disse: “Una volta per tutte, fratello, Dio custodisca l'amore! Fuggi tutto quello che viene dall'uomo e sarai salvato”. E di nuovo mi disse: “Una volta per tutte, fratello, Dio custodisca l'amore! portate i pesi gli uni degli altri e così compirete la legge di Cristo” (Gal 6,2).
La pertinenza delle risposte non è del resto attribuita innanzitutto alla competenza di colui che risponde, anche se si chiama Barsanufio e Giovanni, ma all'atteggiamento interiore di chi interroga, in particolare alla sua umiltà: "E’ Dio che mette sulla bocca di colui che è interrogato ciò che deve dire a causa dell'umiltà del cuore e della rettitudine di chi chiede".
Tale affermazione la si può trovare anche negli scritti di Doroteo. Lo stesso principio, che si potrebbe chiamare di "mutua fecondità nella fede", vale curiosamente anche in senso inverso. Se il discepolo mormorasse o recalcitrasse contro il consiglio che gli viene dato, questo sarebbe un segno che il padre non ha saputo discernere esattamente quello che era il desiderio di Dio su di lui. Non conviene mai forzare la volontà degli altri, ma basta seminare la Parola con speranza: “Anche il nostro Signore infatti non ha mai forzato nessuno, ma ha portato la buona novella, e chi voleva, ascoltava”. E in ogni modo Dio domanda che si doni "secondo le possibilità"; o meglio ancora di dare conoscendo la propria debolezza, perché ogni debolezza percepita e riconosciuta è un'occasione per la grazia. "Infatti dove c'è debolezza, là c'è invocazione di Dio, secondo una formula che Barsanufio si compiace di ripetere: essa è un'occasione per gettare la propria impotenza davanti a Dio. L'influsso benefico dell'Anziano sui suoi figli non è legato a una prossimità di presenza, né ai biglietti con le risposte. C'è una presenza spirituale che va oltre i limiti dello spazio e del tempo. Se accade di trovarsi nell'impossibilità di consultare l'Anziano, Giovanni consiglia:
Prega Dio in nome dello stesso anziano e digli: "O Dio di costui, non permettere che io mi allontani dalla tua volontà, né dalla risposta del tuo servo, e dammi la certezza di ciò che devo fare".
In sua assenza, basterà ricordarsi del suo nome:
"Quando vuoi dire o fare una cosa, ricorda a Dio il nome dell'anziano,
e Dio seminerà nel tuo cuore l'intelligenza di ciò che occorre fare o dire".
Tale influsso persisterà anche dopo la morte di Barsanufio; è l'assicurazione che Giovanni darà a Eliano, il successore di Serido.
Dovunque tu vada, chiedi nel tuo pensiero al santo Anziano: "Padre, che cosa debbo dire?". Non preoccuparti di quello che dirai, secondo il comando del Signore che dice: "Non preoccupatevi di quello che direte, perché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che è nei cieli, che parla in voi" (cf. Mt 10,19.20).
Questi ultimi esempi mostrano come questa dipendenza, in un primo tempo molto stretta, doveva aprire il cammino a una vera autonomia. Alla fine il discepolo sarà in grado di discernere da se stesso la volontà di Dio, cercando di percepirne le mozioni nel proprio cuore. A più riprese, Barsanufio ne descriverà il processo. Se si esita su un pensiero, dice Barsanufio,
da questo si prova se è davvero secondo Dio: se, quando preghiamo, il nostro cuore si rafforza (cf. 1Sam 2,1) nel bene e questo cresce invece di diminuire, sia che il pensiero contrario permanga affliggendoci, sia che no, sappiamo che la cosa è secondo Dio.
Altrove consiglierà di ripetere lo stesso processo fino a tre volte, mai di più, e di procedere quindi in pace.
La remissione dei peccati
Un frutto particolare dell'intercessione dell'anziano consiste nella remissione dei peccati di coloro che gli scrivono. Questo potrebbe lasciarci sconcertati. I testi tuttavia sono sufficientemente chiari. Non si tratta mai di una riconciliazione con la chiesa o con i suoi sacramenti, che non appaiono mai in questo contesto, ma di una remissione dei peccati accordato da Cristo in persona, mediante il padre spirituale. Infatti tra gli altri carismi di cui Gesù ha particolarmente dotato i suoi discepoli, come guarire i malati e scacciare i demoni, Barsanufio elenca anche quello di rimettere i peccati che egli riconosce come “il più perfetto”. Stando alle sue parole, si tratta di "una cosa audace" che egli può dire solo con il permesso di Dio. In tal caso non prenderà su di sé che la metà del fardello dei peccati del suo corrispondente, perché caricarsi di tutti i peccati “è dei perfetti” di coloro che sono divenuti fratelli di Cristo". Un tale perdono dipende sia dalle "preghiere e suppliche dei santi", sia anche dalla fede di colui che lo chiede, ma all'opera sono sempre Dio o il Cristo, e sono loro che l'accordano. A un fratello che si stupisce, egli spiega:
Se talvolta mi accade di dire a qualcuno qualcosa che sia al di là della mia misura e della mia capacità, è che io parlo mosso dall'amore di Cristo (cf. 2Cor 5,14), sapendo, come ho detto, che non sono niente e sono un servo inutile (cf. Lc 17,10).
Barsanufio non è che il portavoce di Dio: "Dio, il gran re, ti dice: Ti sono rimessi tutti i tuoi peccati (Lc 5,20; 7,47-48)”. O altrove:
Per mezzo di me, più piccolo di tutti, il grande mediatore (cf. Eb 8,6) Gesù, Figlio del Padre benedetto, dispensatore del santo e vivificante Spirito, ti dice: “Ti sono rimessi i tuoi molti peccati (cf. Lc 5,20; 7,47-48) dalla nascita fino ad ora”.
Esercitando il ministero della riconciliazione, Barsanufio è cosciente di imitare l'atteggiamento di Gesù nei confronti dei peccatori; dopo Gesù, afferma in una lettera particolarmente commovente,
io ho steso sopra di te le mie ali (cf. Ez 16,8) fino ad oggi; e porto i tuoi pesi (cf. Gal 6,2), e i peccati e il tuo disprezzo per le parole che io ti rivolgo, e la tua negligenza. Ma pur vedendo, io li coprivo, come Dio vede e copre i nostri peccati, attendendo che tu ti pentissi... Ecco che io ti ho preso il peso, il carico, il debito, ed ecco, tu sei diventato nuovo, ecco hai riacquistato l'innocenza, ecco sei di nuovo puro.
Per Barsanufio, prendere su di sé il fardello delle colpe di un altro significa portare con lui la parte inevitabile di sofferenza e riparazione che la conversione comporta.
Qual è la fonte di tale carisma?
I passi relativi alla remissione dei peccati rispondono in parte all'interrogativo fondamentale che ci si può porre riguardo al ministero dei due Anziani: da chi ricevono questo carisma eccezionale? Quale ne è la fonte? Non tutti i monaci l'hanno ricevuto, no di certo! Secondo Giovanni, un anziano che se ne sa privo, agirà
come un uomo che ha un figlio malato, lo porta in fretta dal medico, e non solo, ma anche paga l'onorario, egli porta da sé, con gioia, il suo discepolo da un uomo che ha questo carisma... poiché i carismi dello Spirito sono diversi e distribuiti fra gli uomini (cf. Rm 12,6; 1Cor 12,4): all'uno uno, all'altro un altro.
Ai monaci desiderosi di aiuto spirituale, spetta il compito di discernere chi sia in grado di offrirlo. Né Barsanufio né Giovanni infatti fanno propaganda per avere figli spirituali; al contrario, se sono circondati da discepoli e corrispondenti è perché Dio li ha inviati loro. È dunque Dio, o il suo Spirito, che parleranno attraverso le loro risposte; "è infatti Dio che parla nei suoi santi (cf. Sal 59 [60],8). Barsanufio consiglierà, ad esempio, di tener conto delle risposte di Giovanni, suo "vero figlio in Dio", che dice a un suo corrispondente:
Dovresti ascoltare a proposito di ogni tuo pensiero; perché egli non ti parla da sé (cf. Gv 16,13), ma ti dice solo ciò di cui gli ha fatto grazia Dio per il vantaggio di ciascuno.
Giovanni, del resto, raccomanderà a sua volta di seguire i consigli di Barsanufio che sono dettati dallo Spirito santo e si fondano sull'esperienza passata. È quanto è suggerito anche nel prologo all'edizione della corrispondenza, che attribuisce i loro carismi a una vita monastica vissuta nella fedeltà:
Questi hanno vissuto a lungo nell'ascesi secondo Dio, con pazienza e fede, hanno combattuto secondo le regole (2Tm 2,5), come dice il santo Apostolo, e, seguendo in tutto la vita dei santi padri, hanno meritato di ricevere da Dio carismi tanto grandi.
Il loro legame con la gerarchia è insieme evidente e molto discreto. Un unico intervento da parte di un vescovo è segnalato nella vita della comunità, e inoltre è confinato in un ambito che riguarda esplicitamente il ministero episcopale: l'abbiamo visto, è su richiesta dei fratelli che il vescovo ordina presbitero Eliano, il successore dell'igumeno Serido, che, precisa il testo, viene così istituito superiore del monastero. Il presbiterato è dunque legato alla funzione di superiore. Il ministero dell'accompagnamento esercitato dai due Anziani, invece, sembra non essere debitore in nulla verso i vescovi. Esso è tuttavia pienamente riconosciuto da loro perché non esitano a domandare il loro parere prima di prendere determinate decisioni. In particolare quando si tratta dì discernere dei candidati per i diversi ministeri. Non che Barsanufio o Giovanni suggeriscano allora un nome. Si accontentano di enunciare i principi che dovranno guidare la scelta: è Dio che l'ispirerà; conviene pregare: "Chiedete e vi sarà dato (Mt 7,7)"; “Dio dà a chi chiede con fede” (cf. Gc 1,6).
È questa peraltro una costante nelle loro risposte, quando le domande che vengono poste riguardano la gestione materiale del monastero. Barsanufio non entra mai nel merito del problema. Sebbene raccomandi sempre l'obbedienza, egli non dà ragione all'uno e torto all'altro, ma risponde su un altro piano, quello del significato spirituale che tale ordine, anche se non compreso, anche se apparentemente inadatto, può avere per colui che lo riceve. Ci sono, ad esempio, alcuni fratelli che hanno preso un'iniziativa contraria alla volontà del loro igumeno con il quale sono in disaccordo; è una situazione imbarazzante per le due parti. Come uscirne? Barsanufio si accontenta di rinviare gli uni e l'altro all'evangelo:
Ecco quale dovrebbe essere la conclusione di questa faccenda: che essi, poiché hanno peccato, prendano anche altri per pregare il loro igumeno di perdonare loro e di non rendere male per male (cf. Rm 12,17); egli perdonerà loro, poiché sta scritto: Noi, i forti, dobbiamo portare le debolezze dei deboli (Rm 15,1). E il Signore dice: Se non rimetterete agli uomini le loro cadute, nemmeno il Padre vostro celeste rimetterà le vostre cadute (Mt 6,15).
Egli sa del resto distinguere perfettamente tra quello che attiene alla competenza del superiore e quello che è soltanto un consiglio spirituale. C'è un fratello che ha lasciato la vita monastica e che, pentito, si prepara a ritornare in monastero. Egli supplica Barsanufio di essere messo “tra i novizi che non hanno ancora l'abito”, intenzione certamente lodevole, ma Barsanufio si limita a rinviarlo all'igumeno, senza neppure approvare la sua buona intenzione: “Poiché sei all'ultimo posto (cf. Lc 14,9-10), non sta a te domandarlo, ma spetta al tuo igumeno discernere; sta a te invece preparare te stesso all'obbedienza".
Conclusione
È possibile a questo punto elucidare ulteriormente le relazioni che legano i due Anziani all'igumeno del monastero, che legano quest'ultimo ai due Anziani e che legano i fratelli del monastero ai due Anziani ai quali si rivolgono e ad abba Serido dal quale non smettono di dipendere?
Ciò che più colpisce è certamente la perfetta sinfonia che regna tra i diversi ruoli, che si svolgono "di concerto", a servizio di una pedagogia monastica che sembra esser ben condivisa dall'insieme della comunità e non essere appannaggio di uno solo o di qualcuno a esclusione degli altri. Ecco come Giovanni il Profeta la sintetizzò un giorno con gioia, a quanto sembra:
Ecco sarai cenobita con loro per il vantaggio della tua anima, guidato dai tuoi padri, dal Grande anziano e dagli altri. Segui i loro consigli per la grazia di Cristo, poiché conoscono molto più di te ciò che è utile alla tua anima, fratello.
Dinanzi a una così perfetta "sinfonia", la distinzione tra un'autorità che sarebbe esercitata soltanto sul "foro interno" e un potere che riguarderebbe esclusivamente il “foro esterno”, rivela immediatamente tutti i suoi limiti. Certamente, spesso sarà stata comoda in pratica e, se la legislazione ecclesiastica ha creduto bene mantenerla con insistenza fino ad oggi in occidente, è senz'altro perché ha imparato dall'esperienza, nell'intento di evitare “un ricatto spirituale” di cui un'autorità debole sarebbe tentata di abusare. Ricordiamoci che questo era il sospetto sorto in alcuni fratelli riguardo alla connivenza tra superiore e padre spirituale. Resta tuttavia che i diversi carismi presenti in monastero si lasciano difficilmente suddividere in "poteri" distinti, anche se sono complementari. Forse abbiamo anche sbagliato a trasporre questi carismi in "poteri"? Gesù non l'aveva espressamente sconsigliato ai suoi discepoli? "I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo" (Mt 20,25-27). Com'è accaduto che termini così “pagani” come “giurisdizione” o “foro” abbiano potuto insinuarsi nei nostri discorsi sulla vita religiosa? Il carisma di Barsanufio non fu identico a quello di Giovanni e sicuramente non fu identico a quello di Serido. Ma non si può dire, mi sembra, che l'uno sia subordinato agli altri due, e neppure che ciascuno di essi era complementare agli altri due, come se avessero ciascuno un proprio campo ben delimitato. Essi erano piuttosto “a servizio” gli uni degli altri, in un clima perfettamente evangelico. Indubbiamente, proprio per il fatto che questi anziani esercitavano i vari carismi come umile servizio nel monastero, restando all'ultimo posto, era assente qualsiasi rivalità o concorrenza e questo faceva in modo che i vari carismi si giustapponessero nella pace e con efficacia, poiché tutti discendevano dalla medesima fonte: il Signore e il suo Spirito.
Un tale esercizio della paternità spirituale e dell'autorità può essere chiamato "collegiale» o "sinodale", "concertato" o "sinfonico", o anche "comunitario", come si ama dire oggi. Ci si può domandare tuttavia se disponiamo già di un vocabolario adeguato per render conto di tutta la densità di una realtà che esprime una delle grazie più importanti della chiesa-corpo dì Cristo.
Questa riflessione lascia aperta quella che potrebbe essere un'ultima domanda: tale realtà "concertata", al cuore della micro- chiesa rappresentata da ogni comunità monastica, potrebbe essere trasposta a livello della grande chiesa, e anche dell'insieme delle chiese, dove un equilibrio analogo tra i servizi e le funzioni esercitate in tutta umiltà, restando ciascuno all'ultimo posto, potrebbe dispiegarsi con altrettanti buoni frutti?
Tratto da A.A.V.V., IL DESERTO DI GAZA - Barsanufio, Giovanni e Doroteo - ed. QIQAJON COMUNITA' DI BOSE, a cui si rimanda vivamente per le note e l'approfondimento.