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GIOVANNI CASSIANO
CONFERENZE AI MONACI:
L'ORAZIONE E LA PREGHIERA CONTINUA

Premessa
alla Conferenza
Le due
conferenze seguenti, pronunciate dal venerando abate Isacco intorno alla
ininterrotta continuità dell'orazione, adempiranno, con l'aiuto del Signore, la
promessa da me avanzata fin dal secondo libro delle Istituzioni. Una
volta compiuto il lavoro, io credo d'aver soddisfatto l'incarico ricevuto dal
vescovo Castore, di felicissima memoria, ed espresso da voi, benignissimo
vescovo Leonzio, ed Elladio, fratello santo. Mi scuso, prima di tutto, dell'ampiezza di questa trattazione, perché essa
è stata estesa più largamente di quanto avevamo deciso nel periodo dei nostri
progetti, pur avendo io cercato di trattarne in misura succinta e di aver
lasciato moltissimi elementi nel silenzio. Di fatto, il beato Isacco, dopo aver
trattato a lungo di diversi argomenti che io, per amore di brevità, ho lasciato
da parte, così finalmente prese a parlare.
Le parole dell'abate Isacco sulla natura della
preghiera
«Tutta
la finalità del monaco e la perfezione del suo cuore tendono alla continua e
ininterrotta perseveranza della preghiera e, in più, per quanto è concesso
alla fragilità dell'uomo, all'immobile tranquillità della mente e ad una
perseverante purezza, per effetto della quale noi andiamo in cerca
instancabilmente ed esercitiamo continuamente non soltanto la fatica del corpo,
ma anche la contrizione dello spirito. Esiste fra l'una e l'altra certo quale
reciproco e inseparabile legame. E di fatto, come l'ordinamento di tutte le virtù
tende alla perfezione della preghiera, così pure, se tutte queste esigenze non
saranno fra loro congiunte e aggregate dal complemento della preghiera, non
potranno certo perdurare ferme e stabili. Infatti, come senza tali requisiti non
sarà possibile acquistare e assicurare una perenne e costante tranquillità di
quella preghiera, di cui stiamo parlando, così pure quelle virtù che
predispongono alla preghiera non potranno essere assicurate senza l'assiduità
dell'orazione. E allora noi non potremo, con un discorso improvvisato, né
trattare convenientemente dell'effetto della preghiera né introdurci nel suo
fine principale, che si raggiunge con la costruzione di tutte le virtù, se
prima, in vista del suo raggiungimento, non richiameremo ed esamineremo
ordinatamente quegli elementi che occorre eliminare oppure disporre, e, in più,
secondo il contesto del brano evangelico a, non
saranno discussi e diligentemente aggregati i coefficienti che contribuiscono
alla costruzione di quella spirituale e altissima torre. E tuttavia tali
elementi né gioveranno, anche se preparati, né potranno essere sovrapposti
l'uno all'altro per raggiungere opportunamente la sommità della perfezione, se
prima, una volta effettuata la ripulitura dei vizi e rimossi i grossi e morti
ruderi delle passioni, non verranno gettati sopra la terra viva e solida del
nostro cuore, come si usa dire, anzi, sulla pietra evangelica, i fondamenti
della semplicità e dell'umiltà; è con tali criteri di costruzione che si dovrà
edificare la torre delle virtù spirituali al punto da venire immobilmente
assicurati fino ad essere elevati con la fiducia d'una propria fermezza ai sommi
fastigi dei cieli. Colui che si appoggerà su tali fondamenti, anche se cadranno
scrosci di pioggia rovinosa, anche se irromperanno violenti rovesci di
persecuzione alla maniera di colpi d'ariete, anche se si scatenerà la terribile
tempesta degli spiriti nemici, non solo non lo colpirà alcuna rovina, ma
quell'urto non riuscirà in alcun modo a smuoverlo dalla sua fermezza.
In che modo si raggiunge una preghiera pura e semplice
Ne segue
allora che, affinché la preghiera possa riuscire coltivata con quel fervore e
quella purezza, con la quale deve essere condotta, debbono essere osservate in
tutti i modi le norme seguenti. Anzitutto dev'essere bandita nel modo più
completo la sollecitudine provocata dalle tendenze carnali, in secondo luogo non
si deve ammettere alcuna preoccupazione di qualche affare o di qualche altro
stimolo, ma neppure, e del tutto, il loro ricordo. Nel modo stesso vanno
eliminate le detrazioni, i vani colloqui o quelli prolungati, come pure le
scurrilità. In modo completo dev'essere rimosso l'insorgere dell'ira e della
tristezza, così come dev'essere estirpato il dannoso fomite della concupiscenza
carnale e della brama del danaro. E allora, una volta distrutti ed eliminati
tutti questi e simili vizi, i quali possono apparire perfino agli occhi degli
uomini, e assicurata, come già abbiamo detto, una tale epurazione
purificatrice, la quale si ottiene attraverso una purezza fatta di semplicità e
di
Le diverse forme della preghiera
ISACCO: «Io sono del parere che
senza una grande purezza del cuore e dell'anima e senza l'illuminazione dello
Spirito Santo non sia possibile comprendere tutte le specie della preghiera.
Tali specie sono tante, quante in un'anima, o meglio, in tutte le anime, possono
esservi prodotti i generi e le forme differenti. Pertanto, sebbene risulti che
per l'inettitudine del nostro cuore noi non riusciremo a individuare tutte le
specie proprie della preghiera, tuttavia, per quanto la mediocrità della mia
esperienza lo consentirà, tenteremo in ogni modo di discorrerne. Infatti,
secondo il grado della purezza, alla quale ogni anima tende, e secondo la
disposizione effettiva, in cui, o per motivi esteriori o per la sua operosità,
ogni anima si perfeziona, quelle varie specie di preghiera in ogni momento si
modificano; ne segue allora con certezza che da nessuno possono essere
pronunciate preghiere sempre uguali. E in realtà ognuno prega in un modo,
allorché si sente lieto, e invece prega in altro modo, quando si sente oppresso
dal peso della tristezza o della disperazione; prega in un modo, quando si sente
forte per i successi del suo spirito, e in un altro modo, allorché è preso di
mira dall'assalto delle tentazioni; in un modo, allorché chiede il perdono per
i propri peccati, in un altro, quando domanda l'acquisto d'una grazia o prega
per ottenere la sicura estinzione di qualche vizio; in un modo, allorché si
sente contrito nella considerazione dell'inferno e per il timore del giudizio
futuro, in un altro, quando s'infiamma per la speranza e il desiderio dei beni
futuri; in un modo, allorché si trova nelle necessità e nei pericoli, in un
altro, quando vive nella sicurezza e nella tranquillità; in un modo, allorché
viene illuminato dalla rivelazione dei misteri celesti, in un altro, quando si
sente represso dalla sterilità in fatto di virtù e dall'aridità in fatto di
aspirazioni.
Le quattro specie di preghiera
Quindi, una volta richiamati questi accenni intorno alla varietà delle
preghiere, benché non sia stato esposto da me quanto l'importanza della materia
esigeva, ma solo quanto l'ha permesso l'angustia del tempo e, senza dubbio, la
ristrettezza del mio ingegno e il torpore del nostro cuore, subentra ora per noi
una difficoltà ben più grande in vista dell'esposizione delle varie specie
della preghiera, trattate ognuna singolarmente, così come l'Apostolo le ha
distinte, distinguendole in quattro forme: "Raccomando prima di tutto che
si facciano obsecrazioni, orazioni, suppliche e ringraziamenti per tutti gli
uomini". Non v'è alcun dubbio che tale distinzione sia stata fatta
dall'Apostolo non senza motivi fondati. Anzitutto dovremo indagare che cosa egli
intenda per obsecrazioni, orazione, supplica e
ringraziamento. In secondo luogo
occorrerà ricercare se queste quattro specie di preghiera siano da praticare
tutte contemporaneamente, vale a dire, se occorra associarle insieme ogni
qualvolta che uno si mette a pregare, oppure siano da offrire a Dio
alternativamente e singolarmente, come, per esempio, se si debba prima praticare
le obsecrazioni, poi le orazioni, poi le suppliche e i ringraziamenti, ovvero se
uno debba offrire le obsecrazioni, uno le orazioni, un altro le suppliche, un
altro ancora i ringraziamenti, in rapporto cioè alla propria età,
relativamente alla quale ogni anima riesce a progredire in proporzione al
proprio impegno.
Quale è l’ordine da osservare nella
pratica delle quattro specie di preghiera
In primo
luogo occorre trattare delle proprietà stesse dei vocaboli e dei termini, e così
esaminare bene quale differenza intercorra fra orazione, obsecrazione e
supplica; in secondo luogo occorrerà decidere, in modo analogo, se sarà bene
presentare quella successione singolarmente ovvero unitamente; in terzo luogo
dovremo indagare se quell'ordine, disposto dall'autorità stessa dell'Apostolo,
esiga d'essere in qualche modo ampliato a beneficio di chi ascolta, oppure debba
essere accolta nella sua semplicità quella distinzione stessa, tanto da ritenere
che la disposizione sia stata offerta dall'Apostolo con tutta indifferenza, ma
una tale conclusione a me parrebbe assurda:
L'obsecrazione
"Raccomando
prima di tutto che si facciano obsecrazioni". L'obsecrazione è
un'implorazione ossia una domanda dettata a causa dei peccati; per essa ognuno,
ravveduto per le colpe commesse al presente o nel passato, chiede perdono.
L'orazione
Le
orazioni comportano certi impegni, con i quali noi offriamo, ossia, votiamo a
Dio qualche cosa, ed è quello che in lingua greca si dice euché, cioè
voto. Infatti, là dove in greco è detto: tàs euchàs mou tò Kuriò apodòso,
in latino si legge: "Io offrirò al Signore i miei voti" , e questo, secondo la proprietà del termine, così può
essere tradotto: "Io offrirò al Signore le mie orazioni". Anche
quello che leggiamo nell'Ecclesiaste: "Quando hai fatto un voto a
Dio, non indugiare a soddisfarlo", scrive similmente in greco: eàn eùxe
euchèn tò Kuriò, vale a dire: "Se voi offrirete un'orazione al
Signore, non rimandate il compierla". E così essa sarà posta in atto da
ciascuno di noi in questo modo. Noi infatti preghiamo allorché, rinunciando a
questo mondo, promettiamo, una volta negati a tutte le attitudini e ai rapporti
con il mondo, di servire il Signore con tutta la dedizione del cuore. Noi
preghiamo, allorché, dopo aver disprezzato gli onori del secolo e rinunziato
alle ricchezze terrene, aderiamo al Signore con tutta la contrizione del cuore e
con la povertà di spirito. Noi preghiamo, allorché promettiamo di coltivare
per sempre una purissima castità del corpo e un'incrollabile pazienza, o anche
quando facciamo voto di sradicare dal nostro cuore le radici dell'irascibilità
e della tristezza, che è una causa di morte. Se noi poi, abbandonandoci
all'ignavia e ritornando agli antichi vizi, non adempiremo le nostre promesse,
diverremo colpevoli per non aver tenuto fede a quelle stesse nostre promesse e
ai nostri voti, al punto che si dirà di noi: "Era meglio non fare voti
piuttosto che fare voti e poi non mantenerli". Tale sentenza si può
esprimere così secondo la lingua greca: "È meglio non pregare piuttosto
che pregare e poi non mantenere".
La supplica
Al terzo
posto sono poste le suppliche, quelle che noi, nel fervore dello spirito, siamo
soliti presentare anche per gli altri, sia che le nostre richieste tengano
presenti i nostri familiari oppure si estendano alla pace di tutto il mondo,
come pure, tanto per servirmi delle parole dello stesso Apostolo, noi eleviamo
suppliche "per tutti gli uomini, per i re e per tutti coloro che stanno al
potere".
Il ringraziamento
Al
quarto luogo sono poste le azioni di grazia, quelle che l'anima esprime al
Signore con ineffabile impeto, allorché ricorda i benefici ricevuti da Dio nel
tempo passato, oppure quando pone mente a quali e quanto grandi favori Iddio
intende concedere nell'avvenire a coloro che lo amano. Ed è pure con questa
stessa disposizione che talora vengono espresse preghiere più abbondanti,
allorché il nostro spirito, considerando con occhi purissimi i premi riservati
ai santi nella vita futura, si sente animato a dirigere a Dio, con immensa
gioia, grazie ineffabili.
Si discute se queste specie di preghiera siano
necessarie tutte insieme e per tutti, oppure ognuna singolarmente e
successivamente per ciascuno, a parte.
Da coteste quattro specie nascono solitamente occasioni di larghe suppliche. Infatti dalla specie dell'obsecrazione, la quale è originata dalla compunzione dei peccati e dalla disposizione dell'orazione, che a sua volta nasce dalla fiducia nell'emissione dei voti e del loro compimento in base alla purità della coscienza, come pure dalle suppliche, originate dall'ardore della carità, e dalla gratitudine, generata a sua volta dalla considerazione dei benefici di Dio, della sua grandezza e dalla sua pietà, è da allora, ripeto, che noi rimaniamo convinti che prendono vita molto spesso ferventissime e infuocate preghiere al punto che appare evidente come tutte le specie di preghiera da noi fin qui richiamate riescano utili a tutti gli uomini, tanto che in un solo e medesimo individuo la variazione intesa ora delle obsecrazioni, ora delle orazioni, ora delle domande, produrrà sincere e frequentissime suppliche. E tuttavia la prima specie (le obsecrazioni) sembra convenire maggiormente ai principianti, poiché essi sono ancora presi dal rimorso e dal ricordo dei loro vizi; la seconda (le orazioni) sembra adatta a coloro che si sono già assicurati, per l'effetto del loro progresso spirituale e per il conseguimento delle virtù, una certa elevatezza del loro spirito; la terza (la domanda) è adatta a coloro, i quali, adempiendo alla perfezione le esigenze dei loro voti, sono indotti a intervenire in favore degli altri, in considerazione della loro fragilità, stimolati, come si sentono, dall'impulso della carità; la quarta è adatta per coloro i quali, dopo avere ormai repressa nel loro cuore la spina punitrice della loro coscienza, divenuti sicuri, si dedicano ormai con mente purissima alla considerazione della generosità del Signore e alle misericordie da Lui concesse nel passato e che Egli elargisce nel presente e prepara per il futuro, e così si sentono attratti con cuore ferventissimo a quella preghiera infuocata che dalle parole non può essere né compresa né espressa.
Talora però
l'anima, una volta stabilitasi in quell'autentico grado di purezza, e in esso
inizialmente radicatasi, raccogliendo nel loro insieme tutte quelle forme di
preghiera e trascorrendo dall'una all'altra alla maniera d'una
fiamma
inafferrabile e vorace, suole rivolgere a Dio preghiere d'un vigore purissimo;
lo Spirito Santo, intervenendo a sua volta, le rivolge a Dio a nostra insaputa;
l'anima concepisce allora, in quell'unico momento, ed effonde con ineffabile
profusione suppliche così ardenti, quante in altro tempo la mente non saprebbe
ripetere, non dico a parole, ma nemmeno nel ricordo. Può perciò accadere
talora che qualcuno, in qualunque grado venga a trovarsi, si ritrovi nella
condizione di emettere preghiere pure e
intense, poiché,
pur essendo egli nel
primo e umile grado della vita spirituale, il grado che si estende nel timore
del giudizio finale, proprio allora egli venga sorpreso dalla compunzione del
cuore al punto da sentirsi nel pieno dell'impeto della obsecrazione con non
minore alacrità di chi invece, per la purezza del suo cuore, contemplando ed
esaminando la magnificenza di Dio, si senta invaso da una gioia ineffabile. E in
realtà, secondo la sentenza stessa del Signore, egli comincia ad amare di più,
perché riconosce che gli è stato perdonato di più.
Quale forma di preghiera dobbiamo preferire?
E
tuttavia noi dobbiamo adeguarci di preferenza, in vista del progresso della
nostra vita e del raggiungimento delle virtù,
Delle quattro specie di preghiera
offerte dall'esempio di Nostro Signore
Queste
quattro specie di orazione così formulate il Signore stesso si è degnato, col
suo esempio, di insegnarcele, così designandole, sicché anche in questo Egli
compì quanto di Lui è detto: "Gesù cominciò a fare e ad insegnare tutto
questo". Infatti così Egli prese ad osservare la specie dell'obsecrazione:
La preghiera del Signore
Tali
specie di suppliche saranno seguite da una disposizione dell'animo ancora più
alta e soprannaturale, confermatasi a sua volta in vista della contemplazione
del solo Dio e dell'ardore della carità, per la quale la mente, appena libera e
proiettata in avanti, parla con pietà particolare con Dio come col proprio
padre. E che poi per noi sia un dovere quello d'aspirare ad acquistare un tale
stato del nostro animo, ce lo indica la formula della preghiera dettata dal
Signore, che così appunto si esprime: "Padre nostro". E allora, poiché
noi confessiamo con la nostra stessa voce che nostro Padre è Dio, signore
dell'universo, noi ammettiamo pure con certezza di essere stati liberati dalla
condizione della schiavitù e di essere stati ammessi nell'adozione di figli,
tanto è vero che subito vi si aggiunge: "che sei nei cieli".
Il fine di questa preghiera è appunto quello di farci disprezzare con ogni
orrore la dimora della vita presente, per la quale noi abbiamo in questa terra
come in un luogo straniero che ci separa tanto lontano dal nostro Padre, e così
dovremmo preferire il raggiungimento di quella regione, in cui confessiamo che
risiede il Padre nostro, in modo da prepararci a questo fine con sommo
desiderio, senza permetterci nulla di quello che, rendendoci indegni della
nostra professione e della nobiltà di un'adozione così grande, e privandoci,
perché indegni, dell'eredità paterna, ci obblighi ad incorrere nell'ira della
sua giustizia e della sua severità. Una volta immessi in quest'ordine e grado
di figlio, noi ci infiammeremo ben presto della pietà tutta propria dei buoni
figli, tanto da coltivare tutto il nostro affetto, non già per soddisfare le
nostre voglie, ma per la gloria del nostro Padre, dicendo a Lui: "Sia
santificato il tuo nome", e così testimoniare che il nostro desiderio e la nostra gioia sono la
gloria del nostro Padre. Saremo insomma imitatori di colui che disse: "Chi
parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che
l'ha mandato, è veritiero, e in lui non c'è ingiustizia". Anche Paolo, vaso di elezione, ripieno com'egli è
di quell'affetto, desidera divenire anatema, separato da Cristo, pur di vedere
acquistata a lui una grande famiglia e accresciuta per la gloria del Padre suo
la salvezza di tutto il popolo di Israele. Egli desidera morire per Cristo, sicuro com'egli è, perché è certo che
nessuno può morire in vista della vera vita. Perciò egli afferma: "Ci
rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti". Quale meraviglia può esservi allora, se il vaso di
elezione desidera divenire anatema e separato da Cristo proprio per la gloria di
Cristo, per la conversione dei suoi fratelli e la salvezza dei gentili così
privilegiati, dato che perfino il profeta Michea preferì divenire bugiardo e
privato dell'ispirazione dello Spirito Santo, purché al popolo giudaico fossero
risparmiate le piaghe e le rovine da lui predette? Così infatti egli afferma:
"Volesse Dio che io fossi un uomo, in cui non risiedesse lo Spirito, e così
pronunciassi menzogne". E
lasciamo pur da parte l'aspirazione dell'autore della Legge (mosaica), il quale
non ricusò di soccombere unitamente ai suoi fratelli, qualora fossero
condannati a perire, e così si espresse: "Ti prego, Signore; questo popolo
ha commesso un grande peccato; ed ora perdona loro questa colpa, oppure, se non
perdoni, cancellami dal tuo libro, che hai scritto". Ed ecco le parole
seguenti: "Sia santificato il tuo nome": esse potrebbero benissimo
essere intese anche nel senso che Dio è santificato dalla nostra perfezione.
Rivolgendoci infatti a Lui e dicendo: "Sia santificato il tuo nome"
con tali parole noi intendiamo dire questo: rendici in grado, o Padre, di
comprendere quanto sia grande la tua santità o almeno di meritare di comprenderla, o anche fa' in modo
che la tua santità sia manifesta per effetto della nostra vita spirituale. È
allora che tutto questo si adempie efficacemente in noi, allorché "gli
uomini vedono le nostre opere buone e rendono gloria al Padre nostro che è nei
cieli".
Non dobbiamo domandare nulla in più di quanto è
compreso in questa orazione del Signore
Voi
dunque potete ora vedere quale sia la forma dell'orazione, per mezzo della quale
lo stesso giudice dispose d'essere pregato: in essa non è contenuta nessuna
domanda di ricchezze, nessun'aspirazione alle dignità, nessuna pretesa di
potere e di potenza, nessun accenno alla sanità del corpo e alla vita
temporale. Egli infatti esige che a Lui, creatore dell'eternità, nulla sia
domandato che sappia di fugace, di interessato, di temporale. Ne segue allora
che gli infligge una gravissima ingiuria chiunque, messe da parte le domande che
importano valori eterni, preferisce chiedergli qualche dono di valore
transitorio e peribile, e così rischia di incorrere, con la sua preghiera
interessata, più in un'offesa che non nella propiziazione del giudice.
Natura di una preghiera più sublime
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Questa
orazione del Pater, sebbene sembri contenere ogni pienezza di perfezione,
appunto perché suggerita e fissata dall'autorità del Signore, tuttavia essa
induce coloro che abitualmente la recitano, ad adottare la forma di preghiera più
elevata, già da noi in precedenza
richiamata: essa li induce progressivamente ad un'orazione ardente, nota a
pochissimi e da pochissimi sperimentata, anzi, per meglio esprimermi, ineffabile; tale orazione, trascendendo ogni senso umano, non si esprime con il
suono della voce, con il movimento della lingua, o con la pronuncia delle
parole, essa è tale che la mente, illuminata dall'infusione della luce celeste,
non la esprime con voci umane e ristrette, ma, al contrario, essa la effonde
come da una fonte copiosissima e la invia fino a Dio copiosamente e
ineffabilmente, e produce tanta effusione in quel solo movimento, quanta la
mente, una volta ritornata in se stessa, non potrebbe esprimere facilmente a
parole, né ripercorrere.
Un tale stato di orazione ce lo indicò anche Nostro
Signore con la formula di quella supplica che Egli, come s'è detto, ritiratosi
tutto solo sul monte,
oppure, tacitamente, espresse,
allorché, nella preghiera della sua agonia, profuse perfino con gocce di sangue,
con un esempio inimitabile di
intensità. |
Giudizio dell'abate Antonio sulla natura della
preghiera
E
affinché voi comprendiate la natura della vera orazione, io non vi esporrò una
mia idea, ma la sentenza del beato Antonio. Sappiamo che talvolta egli durò così
a lungo immerso nella preghiera che, mentre era ancora elevato nell'estasi della
sua orazione, allorché cominciava a levarsi la luce del sole, l'abbiamo udito
esclamare nel fervore del suo spinto: "Perché mi importuni, o sole, che già
sorgi, tanto che mi distogli dallo splendore di questa luce?". E allora,
affinché noi pure, secondo la misura della nostra esiguità, osiamo allegare
qualche aggiunta a questa ammirevole sentenza, assocerò, in base alla mia esperienza,
qualche idea su quali indizi si può ritenere che la preghiera sia udita dal
Signore.
Gli indizi dell'esaudimento della
preghiera
Quando,
nel pregare, nessuna esitazione è intervenuta a ostacolarci e neppure s'è
interposta a distoglierci, con qualche diffidenza, dalla fiducia posta nella
nostra orazione, ma, al contrario, per la stessa effusione della nostra
preghiera, avremo avuto la sensazione d'aver ottenuto quanto chiedevamo, allora
non mettiamo dubbi che le nostre orazioni non siano arrivate fino a Dio. E in
effetti, tanto ognuno meriterà di essere esaudito e di ottenere quanto avrà
creduto d'essere tenuto presente da Dio e avrà creduto che Dio possa concedere.
Di fatto, è irreversibile questa sentenza di Nostro Signore: "Tutto quello
che voi domandate nella preghiera, abbiate fiducia di ottenerlo, e vi sarà
accordato".
GERMANO: «Noi siamo convinti che una tale fiducia d'essere
esauditi deriva ovviamente dalla purezza della propria coscienza. Noi perciò,
il cui cuore è ancora punto dalla spina dei peccati, come potremo nutrire
quella fiducia, non essendo protetti da quei meriti, per i quali dovremmo
presumere fiduciosamente che le nostre preghiere verrebbero esaudite?».
La preghiera elevata nella propria cella, a porta
chiusa
Prima di
tutto occorre senza dubbio tener presente con molta diligenza quel precetto del
vangelo, il quale ordina che, entrando nella nostra camera per pregare il Padre
nostro, ne chiudiamo la porta. Tale precetto sarà da noi osservato in questo
modo. Noi pregheremo veramente nell'intimità della nostra camera, allorché,
rimessa completamente dal nostro cuore la risonanza di tutti i pensieri e di
tutte le sollecitudini, eleveremo in qualche modo in tutta segretezza e
familiarità le nostre preghiere al Signore. Noi dunque preghiamo a porte chiuse
allorché, serrate le labbra e in completo silenzio, eleviamo le nostre
suppliche a Colui che non tiene conto delle parole, ma scruta il cuore.
Preghiamo in segreto, allorché noi presentiamo unicamente a Dio le nostre
richieste solo con il cuore e con l'attenzione della mente, sicché neppure le
potenze del male potranno conoscere il contenuto della nostra orazione. E
necessario dunque pregare in pieno silenzio, non solo per non distrarre col
nostro mormorio e con la nostra voce i fratelli vicini, e così non importunare
il raccoglimento di quanti stanno pregando, ma anche perché il silenzio della
nostra orazione resti pure occulto per i nostri nemici, i quali, a causa delle
nostre preghiere, sarebbero indotti ad attaccarci maggiormente. E così che noi
metteremo in pratica quel precetto: "Custodisci le porte della tua bocca
davanti a colei che riposa vicino a te".
Utilità della preghiera breve e silenziosa
E' questo il motivo, per cui noi dobbiamo pregare frequentemente, ma anche brevemente, appunto perché così, non dilungandoci, il nemico non avrà modo, con le sue insidie, d'insinuare nel nostro cuore qualcosa di estraneo.
E questo infatti il
sacrificio vero, perché "uno spirito contrito è sacrificio a Dio"; e questa
l'offerta salutare, queste le pure oblazioni, questo "il sacrificio della
giustizia"; "questo il sacrificio di lode"; queste le
"vittime pingui e adipose, i ricchi olocausti", offerti dai cuori
contriti e umiliati, sicché, nell'offrirli nel modo e con l'attenzione dello
spirito già da noi indicata, potremo presentarli con tutta l'efficacia,
dicendo: "Come incenso salga a Te la mia preghiera; le mie mani alzate,
come sacrificio della sera". Ma ecco che il giungere dell'ora della notte
consiglia anche a noi di compiere quel sacrificio della sera, e allora, sebbene
di questo nostro argomento sembri siano stati trattati, nonostante i limiti
della mia pochezza, molti aspetti e con larghezza, tuttavia, data l'elevatezza e
le difficoltà della materia, credo che tutto sia stato discusso con molta
ristrettezza».

TRATTAZIONE INTORNO ALLA
PREGHIERA CONTINUA
Per questo voi avete richiamato con tutta convenienza la formazione alla preghiera in rapporto all'istruzione dedicata ai fanciulli: essi infatti non possono apprendere in altro modo la prima cognizione degli elementi relativi alla lettura, e neppure a ripeterne, scrivendo, i lineamenti, come pure a riscriverne i caratteri con mano sicura, se prima non si abituano a osservare con considerazione continuata e quotidiana imitazione la loro figura nei prototipi e nei segni già impressi diligentemente della cera; al modo stesso è necessario comunicare a voi il modulo della dottrina spirituale, al quale, dirigendo in continuità e assai tenacemente il vostro sguardo, impariate a coltivarla salutarmente con ininterrotta prosecuzione, e così possiate, con quel ricorso e con la sua meditazione, risalire a visioni ancora più elevate. Per voi dunque sarà proposta come formula di questa disciplina e di questa preghiera, da voi richiesta, quella che ogni monaco, allo scopo di tendere al continuo ricordo di Dio, deve abituarsi a coltivare con una continua ripresa da parte del cuore e dopo avere espulsa la varietà di tutti gli altri pensieri, poiché egli non potrà applicarvisi in altro modo, se prima non si sarà liberato da tutte le preoccupazioni e sollecitudini corporali.
Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvissuti, così pure da noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi di accoglierla.
Pertanto sarà da noi suggerita a voi, conseguentemente, questa formula di vera pietà, allo scopo di raggiungere un continuo ricordo di Dio:
"O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi"
Di
fatto, questo breve versetto, non senza motivo, è stato particolarmente ripreso
da tutto il complesso della Scrittura. Essa riflette tutti i sentimenti, di cui
può essere capace la natura umana, e si adatta con suf
Sono indotto ad anticipare l'ora della refezione prescritta, oppure debbo sforzarmi a mantenere la misura della giusta e solita parcità, ebbene, anche allora, io devo esclamare, gemendo: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
La stanchezza dello stomaco, come pure la secchezza costrittiva dell'intestino tenderebbero a distogliermi da digiuni alquanto stretti, pur dovendo io attenermi ad essi, a causa degli assalti della carne; e allora, affinché il buon effetto venga attribuito ai miei desideri ed anche, con certezza, affinché gli ardori della concupiscenza carnale si acquietino senza ricorrere all'intervento di digiuni più rigorosi, io dovrò pregare così: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Apprestandomi alla refezione, allorché s'avvicina l'ora stabilita, sento ripugnanza per il pane e provo disgusto per ogni cibo suggerito dal bisogno della natura; è allora che mi conviene pregare, gemendo: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Anche quando vorrei insistere nella lettura allo scopo di assicurare la stabilità del cuore, ecco subito intervenire a proibirmelo il mal di capo, così come all'ora terza il sonno mi fa piegare la testa sulle sacre pagine, tanto da essere indotto a superare e a prevenire il tempo destinato al riposo, infine l'assalto impietoso del sonno mi costringe a interrompere la funzione canonica fissata per la sinassi e la recita dei salmi, ecco allora il bisogno di pregare così: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Ma può anche accadere che, sparito il sonno dai miei occhi, io veda me stesso, in molte notti, affaticato da diaboliche insonnie, e scorga escluso dalle mie palpebre ogni mistero arrecato dalla quiete notturna; occorre allora pregare, così sospirando: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Nell'età, in cui ancora mi trovo con la lotta sostenuta contro i vizi, ecco d'improvviso assalirmi la pressione della carne, la quale, mentre sono assopito nel sonno, mi spinge al consenso col suo blando compiacimento, e allora, per evitare che quell'ardore intacchi i fiori olezzanti della castità, occorre che io preghi fino a gridare: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Avverto estinti in me gli incentivi della libidine e già soffocato dalle mie membra l'ardore della carne; allora, affinché questa virtù così affiorata, o meglio, affinché la grazia di Dio duri in me a lungo o addirittura perseveri sempre, dovrò pregare intensamente proprio così: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Ed ecco sentirmi sorpreso dagli stimoli dell'ira, dell'avidità, della tristezza, fino ad essere indotto a vincere la mia decisa favorevole discrezione; allora, per non essere condotto fino all'amarezza del fiele dall'incursione dell'eccitazione, dovrò così pregare con alti gemiti: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Ed eccomi assalito dall'introdursi, in me, del disgusto, della vanagloria e dell'orgoglio; il mio animo risulta suggestionato in qualche modo da sottili insinuazioni, dettate dalla negligenza e dal torpore degli altri; allora, affinché in me non prevalga una tale dannosa suggestione provocata dal demonio, dovrò pregare così con tutta la contrizione del cuore: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Una volta represso il tumore della mia superbia, ho ottenuto la grazia dell'umiltà e della semplicità con il soccorso di una continua compunzione dello spirito, ma allora, "affinché di nuovo non mi raggiunga il piede dell'orgoglio e non mi rimuova la mano del peccatore", e così io non resti nuovamente e più gravemente provocato dalla mia vittoria a causa dell'orgoglio, con tutta la mia forza così pregherò: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Mi sento
agitato da strane e innumerevoli divagazioni dell'animo e dall'instabilità del
cuore, e nemmeno riesco a dominare la dispersione dei miei pensieri; non ce la
faccio a esprimere le mie orazioni senza l'interruzione dovuta all'apparizione
di vuote fantasie e senza l'inserirsi del ricordo delle mie parole e delle mie
azioni, e così io finisco per sentirmi gravato dall'aridità di una tale
sterilità al punto da convincermi di non essere più in grado di produrre
qualche effetto sicuro di valore spirituale, allora, per poter meritare di
essere liberato da questo squallore del mio animo, visto che non mi sarebbe
possibile sollevarmi da tale stato con molti gemiti e sospiri, necessariamente
esclamerò:
Mi rendo conto d'essermi assicurata nuovamente la direzione della mia anima, la stabilità dei miei pensieri, la snellezza del mio cuore, unitamente a una gioia ineffabile e al trasporto del mio spirito, e tutto questo come frutto della visita dello Spirito Santo; in più, dall'esuberanza dei pensieri spirituali e per una illuminazione pressoché repentina del Signore, ho avvertito in me la sovrabbondanza della rivelazione di concezioni, in precedenza per me del tutto occulte, allora, affinché io meriti di perseverare a lungo in questo stato, sento il dovere di esclamare sollecitamente e frequentemente: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Mi sento agitato di notte, perché sono assediato dal terrore proveniente dai demoni, e mi trovo nell'inquietudine per l'apparizione di fantasmi ad opera degli spiriti immondi; mi vedo sottratta la speranza stessa della mia salvezza e della mia vita per l'orrore prodotto in me dalla trepidazione, allora mi rifugio nel porto salutare di quel versetto ed esclamo con tutta la mia forza: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Ed ecco di nuovo, allorché mi sento come rianimato dalla consolazione del Signore, e come ravvivato per la sua venuta, mi pare di ritrovarmi come circondato da migliaia di angeli senza numero; avviene allora che di quegli spiriti maligni, dei quali in precedenza io temevo la presenza più gravemente della morte stessa, e il cui contatto, anzi, la sola vicinanza mi riempiva d'orrore l'anima e il corpo, improvvisamente oso adesso richiamarli e provocarli perché mi assalgano, ma perché perseveri a lungo in me il vigore di una tale costanza per la grazia del Signore, mi è doveroso esclamare con tutte le forze: "O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi".
Ne segue quindi che noi dobbiamo
continuamente elevare la preghiera di questo versetto nelle circostanze avverse
per esserne liberati, e nelle circostanze propizie per essere conservati e per
non inorgoglirci. Lo ripeto, la meditazione di questo versetto si svolga senza
tregua nella tua anima. Non desistere mai di richiamarla in qualunque momento
della tua attività, nell'operare come nel camminare. Procura di meditarla
quando dormi, quando riposi, e perfino quando ti occupi per attendere alle più
importanti necessità della vita. Questa riflessione del cuore, divenuta per te
un procedimento salutare, ti conserverà illeso non soltanto da ogni incursione
diabolica, ma, in più, purificandoti da tutti i vizi propri del contagio
terreno, ti condurrà alle visioni invisibili e celesti, e ti promuoverà a un
ardore di orazione ineffabile e riservata a pochi. Per chi medita questo
versetto, irrompe il sonno, ma, una volta ammaestrato da un tale incessante
esercizio, egli si abituerà a ripeterselo anche durante il sonno. E quando poi
tu ti alzi, esso ti si presenterà per primo; esso, quando tu ricominci la tua
giornata, precederà tutti i tuoi pensieri; esso, nell'alzarti dal letto, ti
indurrà a inginocchiarti, e così ti disporrà a riprendere tutte le tue
occupazioni; esso ti accompagnerà in ogni momento. Voi dunque mediterete quelle
parole, conformandovi al precetto del legislatore (Mosè): "Quando stai
seduto in casa tua e quando camminerai per via", come pure quando dormirai e
quando ti alzerai. Tu lo scriverai sul limite e sulle pareti della tua bocca, e le inciderai sulle pareti di casa tua e nei penetrali del tuo
cuore, in modo che, disponendoti alla preghiera, esse ti siano come un tema
ricorrente, e, alla fine della tua orazione, nell'accingerti a tutte le
necessarie attività della vita, una sicura e continua preghiera.
La preghiera
perfetta, alla quale si giunge attraverso l'insegnamento dettato in precedenza
L'anima,
pertanto, mantenga senza tregua la formula di quella preghiera, finché, con la
sua incessante utilizzazione e la continua meditazione, ricacci l'abbondanza di
tutti i pensieri e il loro contenuto, fino ad annullarli, e così l'anima,
rifugiatasi nei limiti di quel versetto, con ben disposta facilità pervenga a
quella beatitudine evangelica, la quale, tra le altre beatitudini, tiene il
primo posto. Così infatti è detto: 'Beati i poveri in spirito, perché di essi
è il regno dei cieli". E così chiunque sarà divenuto un illustre povero
per effetto di quella povertà, potrà avverare quella parola del profeta: "Il
povero e l'indigente loderanno il nome del Signore". E in realtà, quale
povertà potrebbe essere più grande e più santa di quella di colui il quale,
essendo convinto di non possedere né sussidi né forze, chiede aiuto ogni
giorno alla generosità degli altri e, in più, persuaso com'egli è che la sua
vita e tutto il suo essere viene sostenuto in ogni momento dall'aiuto divino,
confessa giustamente di essere un vero mendico del Signore al punto di esclamare
ogni giorno, rivolto a Lui: "Io sono un mendicante e un povero: di me ha
cura il Signore?". Avverrà così che egli, risalendo fino alla multiforme
scienza di Dio per l'illuminazione stessa da Lui ispirata, incomincerà a
saziarsi dei misteri più alti e più profondi, secondo quanto è annunciato dal
profeta: "I monti sono per i
Domanda: in che modo i pensieri spirituali possono
essere conservati senza mutarsi?
GERMANO: «Noi dichiariamo ora che non solo è stata a noi esposta
la scienza della disciplina spirituale, quale era stata da noi richiesta, ma, in
più, chiaramente e lucidamente è stata richiamata la sua stessa perfezione.
Che cosa infatti può esservi di più perfetto e di più sublime quanto
l'abbracciare il ricordo di Dio con una riflessione così compendiosa, e il
distogliersi da tutte le tendenze alle cose visibili, e, in un certo qual modo,
racchiudere in una breve espressione gli affetti di tutte le preghiere? E allora
noi ti preghiamo di esporci questa sola cosa che ancora ci manca, come cioè ci
sia possibile conservare stabilmente quello stesso versetto, da te presentatoci
come una formula, affinché, come per la grazia di Dio ci siamo liberati dalle
inezie dei pensieri secolari, così pure impariamo a conservare immutabilmente i
pensieri spirituali.
La mobilità dei pensieri
E di
fatto, non appena la nostra mente ha richiamato un versetto di qualche Salmo,
insensibilmente essa, trascurato quello e come stupita, viene attratta da un
altro testo delle Scritture. Poi, non appena ha cominciato a meditare fra se
stessa su quel passo, ecco sorgere il ricordo di un altro passo che elimina la
riflessione sul testo precedente. Avviene così che la mente si trasferisce da
una a un'altra riflessione così subentrata, in modo che l'animo, volteggiandosi
in continuità da un salmo a un altro, da un testo del vangelo a un testo
dell'Apostolo, e, da questo, trasbordata a un testo dei profeti, e, non
bastando, perfino a certi racconti spirituali, si raggira qua e là per tutto il
corpo delle Scritture, senza riuscire con la propria volontà a respingere o a
trattenere e nemmeno a definire con pieno esame e giudizio qualche testo,
riducendosi così unicamente come a uno che palpa e degusta i sensi spirituali
senza rigenerarli e possederli. Ne segue allora che la mente, mobile e vaga
com'essa è, si distrae, errando di qua e di là perfino nel tempo della
sinassi, e così non compie bene, come dovrebbe, nessun ufficio: per esempio,
allorché essa prega, volge l'attenzione a un Salmo o a qualche lettura
già fatta. Quando la funzione comporta il canto, essa medita qualche altra cosa
diversa dal testo di quel salmo. Quando fa la lettura, essa si volge a quello
che intende compiere o ricorda quello che ha già compiuto. In questo modo,
nulla accogliendo e nulla rifiutando come comporta la disciplina e l'opportunità,
essa sembra divenuta vittima di combinazioni fortuite, senza alcuna possibilità
di trattenere quello di cui si diletta e, tanto meno, di indugiarvisi. Ne
risulta, per noi, come una necessità di conoscere soprattutto in che modo
possiamo compiere a dovere questi uffici spirituali e, in particolare, in che
modo custodire quel versetto del Salmo, da te a noi assegnato come una
formula di preghiera, affinché l'inizio e il termine di tutti i nostri
sentimenti
In che modo
è possibile raggiungere la stabilità del cuore e dei pensieri
ISACCO:
«Sebbene in precedenza, nell'esaminare lo stato della preghiera, io abbia già
risposto sufficientemente, almeno per quanto a me risulta, a questa questione,
dietro il vostro ripetuto desiderio, io parlerò ancora, sia pur brevemente,
intorno alla stabilità del cuore. Tre sono i mezzi che rendono stabile la mente
dissipata: la veglia, la meditazione e la preghiera; l'assiduità di questi
mezzi e la loro intensità conferiscono all'anima una stabile fermezza. La quale
fermezza in nessun altro modo potrà essere assicurata, se prima non saranno
escluse interamente tutte le sollecitudini e premure della vita presente con
un'infaticabile e continua dedizione al lavoro, affrontato non a scopo di lucro,
ma per sovvenire alle sacre necessità del monastero, in modo da poter adempiere
il precetto dell'Apostolo: "Pregate incessantemente". E in realtà prega assai poco
chiunque è solito pregare solamente nel tempo in cui i suoi ginocchi sono
piegati a terra. E non prega affatto chiunque, anche tenendo le ginocchia a
terra, si lascia distrarre con le divagazioni del proprio cuore. Pertanto, quali
noi vogliamo essere trovati nel momento della preghiera tali dobbiamo essere
prima di disporci a pregare. É infatti necessario che, nel
momento della preghiera, la mente si trovi nello stato in cui si trovava in
precedenza: ne segue allora che essa, disponendosi a pregare, o si eleverà alle
sublimità del cielo, oppure sarà trascinata alle cose della terra, vale a dire
rimarrà in preda ai pensieri, in cui essa prima s'era trattenuta».
Fin qui l'abate Isacco espose a noi, del tutto attenti, la seconda conferenza intorno alla natura della preghiera. La sua dottrina però intorno al versetto del Salmo sopra citato, quello che l'abate aveva detto che doveva essere ben conservato dagli esordienti, pur essendo da noi ammirato al punto da desiderare tenacemente di metterla in pratica, poiché la ritenevamo compendiosa e facile, in realtà la trovammo ben più difficile nel tradurla in atto di quanto lo fosse la pratica, con la quale in precedenza eravamo soliti scorrere per tutto il corpo delle Scritture con varie riflessioni e senza alcun impegno di particolari riferimenti.
Risulta dunque che nessuno viene escluso dal raggiungere la perfezione del cuore a causa della sua imperizia in fatto di cultura, come pure risulta che la rozzezza di una persona non è di impedimento alla purezza del cuore e dell'anima, la quale, anche in modo superlativo, è accessibile a tutti, purché tutti si assicurino il sano e integro proposito della mente, inteso a raggiungere Dio con la meditazione continuata di quel semplice versetto della Scrittura.