Savvas Dimitreas

ABBA DOROTEO, MAESTRO DI PREGHIERA

 

 


“Dositeo custodiva sempre anche il ricordo di Dio; Doroteo gli aveva insegnato a ripetere sempre, secondo la tradizione: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me", e di tanto in tanto: "Figlio di Dio, vieni in mio aiuto". Faceva sempre questa preghiera”

 

“Nel paradiso, subito dopo la creazione e prima della caduta, la vita dell'uomo consisteva "in preghiera e in contemplazione". È questa la situazione alla quale ogni vero servo di Dio desidera ritornare, mutando la prassi in accesso alla contemplazione e riguadagnando lo stato "secondo somiglianza”

 

“Con la caduta l'uomo non è cambiato, né è cambiato lo scopo della sua vita, né il modo e il metodo per cui può raggiungere Dio”

 

“La preghiera incessan­te non è uno stato dell'uomo esteriore, ma di quello interiore, dell' “uomo nascosto del cuore”

 

“La preghiera non è una tecnica di concentrazione personale; la preghiera non è un esercizio di ripetizione continua di determinate parole; la preghiera non consiste nel sedersi sullo sgabello e far girare tra le mani il komboskini; la preghiera è tutto ciò che l'uomo fa per Dio, per custodire la sua volontà”

 

“Vuoi essere salvato? Non trascurare mai la preghiera, né nella sua forma corporea, il digiuno, né nella sua forma spirituale! Vuoi essere salvato? "Digiuna, non mangiare carne e prega incessantemente”.

 

“E così [l'uomo] grazie all'umiltà prega e grazie alla preghiera si umilia”.

 

Quando fu ancora più grave - era così debole che lo trasportavano su di un lenzuolo - gli disse: "Come va la preghiera, Dositeo?". A quel punto gli disse: "Perdonami, padre mio, non ho più la forza di custodirla". Gli rispose: "E allora lascia la preghiera; ricordati soltanto di Dio e pensa che sta davanti a te".

 

 “O Dio soccorri il mio fratello e vieni in mio aiuto grazie alle sue preghiere”


 

Abba Doroteo è uno dei più grandi maestri di vita spiritua­le. E’ grande perché ha una profonda conoscenza di tutti i temi di cui tratta, e per questo le sue sentenze hanno un fondamento teologico corretto in tutti i loro aspetti.

Per quanto riguarda la preghiera egli non scrisse alcuna meditazione ascetica particolare. Questo non significa che la re­leghi ai margini. Ne parla occasionalmente, ma quelle poche parole aprono a considerazioni importanti. E inoltre sono suf­ficienti per una riflessione positiva in materia, come anche per dissipare malintesi ed equivoci, per diventare luce che guida i sani e antidoto contro le situazioni di malattia. Abba Doroteo è dunque un grande maestro e un ottimo esempio di preghiera, in pratica e in teoria. Il suo insegnamento, pur non comprenden­do una dottrina sistematica sulla preghiera, indica i presupposti di una preghiera sana.

Spigolando in questo classico della vita spirituale le parole sulla preghiera, tenteremo di raccogliere i suoi insegnamenti attorno a due temi: innanzitutto che cos 'è la preghiera, e in secon­do luogo quale è il suo significato nella lotta spirituale.

 

 

Che cos'è la preghiera

 

La preghiera è la più bella e più importante espressione della vita dell'uomo. Dio ha creato l'uomo perché questi giungesse a uno stato di perfetta comunicazione con lui.

Doroteo innanzitutto afferma che nel paradiso, subito dopo la creazione e prima della caduta, la vita dell'uomo consisteva "in preghiera e in contemplazione", cioè tutta la vita dell'uo­mo era una preghiera-comunicazione continua con Dio, tendente alla sua perfetta espressione, cioè la cosiddetta "contem­plazione". Così fu fino alla caduta. È questa la situazione alla quale ogni vero servo di Dio desidera ritornare, mutando la prassi in accesso alla contemplazione e riguadagnando lo stato “secondo somiglianza” (cf. Gen 1,26).

Queste realtà, tuttavia, nella situazione attuale non costitui­scono uno stato di vita, ma solo un segno di relazione che ogni uomo che ama Dio ha con lui, un desiderio, una meta, una luce sul cammino!

Abba Doroteo scrive che l'uomo ha bisogno di cercare la vita e la condotta secondo Dio. Tale ricerca consiste in una vita di fede; e possiede una vita di fede chi conosce Dio, chi lo conosce bene, chi lo custodisce nel suo profondo, perché l'anima non può fare niente di buono senza l'aiuto di Dio, e per questo non smette di invocare Dio perché abbia misericordia di lui".

In altre parole, ci dice che con la caduta l'uomo non è cam­biato, né è cambiato lo scopo della sua vita, né il modo e il metodo per cui può raggiungere Dio. Per l'uomo, il primo bi­sogno, ben più indispensabile del respiro e del cibo, è la preghiera, la preghiera retta, la preghiera retta secondo Dio. La nostra preghiera è tale quando chi prega si interroga per vedere "come ha passato la giornata e come ha passato la notte, se è stato attento alla salmodia e alla preghiera". E’ attento colui che vive senza distrazioni, senza che in lui dominino i pensieri del l'autocompiacimento e dell'autosufficienza e senza che la sua mente sia dominata da pensieri di corruzione.

La preghiera, nella misura in cui vince gli assalti dei pensie­ri di corruzione, è ritorno alla condizione primitiva. Dice abba Doroteo:

 

Si dà il caso di un fratello, che ha appena terminato la sua preghiera o la sua meditazione; e si trova, per così dire, ben disposto e sopporta il fratello; e passa oltre senza lasciarsi turbare.

 

In altre parole: per mezzo di una buona preghiera, l'uomo ritorna allo stato "secondo somiglianza" (cf. Gen 1,26) e vince tutte le passioni, la prima delle quali è il turbarsi dinanzi al fra­tello, il reagire al fratello senza amore e senza comprensione. In sostanza il nostro abba ci dice: lottate per pregare con vigilanza, e la preghiera nutre, accresce e approfondisce là vigilanza.

Va segnalato inoltre che per il maestro della vita monastica questo significa coltivare nascostamente la ricchezza nascosta, che è "l'uomo nascosto del cuore" (cf. 1Pt 3,4), nell'incorru­zione dello spirito mite e quieto, che è prezioso davanti a Dio e perfetto.

Scrive Doroteo, noto per la sua precisione: "Ugualmente è chiaro che anche là preghiera incessante ci porta all'umiltà, perché si oppone alla seconda forma di orgoglio". La seconda forma di orgoglio è l'innalzarsi davanti a Dio, che è continuazione dell'innalzarsi contro il fratello e del mo­strare disprezzo nei suoi confronti. Ma la preghiera incessan­te non è uno stato dell'uomo esteriore, ma di quello interiore, dell' “uomo nascosto del cuore” (cf. 1Pt 3,4). Esso non si vede, ma c'è.

Abba Doroteo si rattrista del fatto che nel suo servizio all'in­fermeria si trova esposto alla tentazione e all'affanno. E non ha la possibilità di ripetere il “Kyrie eleison”, per custodire la me­moria di Dio. Barsanufio allora gli risponde: "Fratello, tu sei tutto il giorno nel ricordo di Dio e non te ne accorgi: perché ricevere un ordine, essere pienamente disponibile e custodirlo, è insieme sottomissione e ricordo di Dio.

Con parole semplici, egli ci dice che: la preghiera non è una tecnica di concentrazione personale; la preghiera non è un esercizio di ripetizione continua di determinate parole; la preghiera non consiste nel sedersi sullo sgabello e far girare tra le mani il komboskini; la preghiera è tutto ciò che l'uomo fa per Dio, per custodire la sua volontà.

La luce increata, Simeone il Nuovo Teologo la vide quando fu invitato dal suo padre spirituale a dire come preghiera della sera soltanto il Trisaghion e poi ad andare a dormire, e, invece di accogliere il pensiero che il padre era minimalista e disprez­zava la preghiera, fece obbedienza. La stessa grazia la visse anche Ignatii Brjancaninov quando un giorno in cui serviva nel re­fettorio del monastero, nel momento in cui mise il piatto con il cibo all'ultimo tavolo, dove sedevano i novizi, disse come par­lando a se stesso: “Ricevete da me questo povero servizio, servi di Dio!”.

Che Barsanufio avesse ragione nella sua analisi, lo dimostra­no la grazia e i frutti del seguito della vita di Doroteo e del suo insegnamento. Nella lettera di Barsanufio citata sopra, ma an­che nell'insegnamento di Doroteo, il presupposto della vera preghiera è l'umiltà. E’ straordinariamente semplice e contem­poraneamente sapiente il modo in cui Doroteo spiega il concetto dì umiltà, e ci mette in guardia anche in questo da malintesi, inganni e fraintendimenti:

 

Ricordo che un giorno parlavamo dell'umiltà; un notabile di Gaza ci sentì dire che quanto più ci si avvicina a Dio, tanto più ci si riconosce peccatori e, pieno di stupore, ci chiese: "Come è possibile?". Gli risposi: "Signore, tu che sei una persona importante chi pensi di essere nella tua città?”. “Mi considero il più grande, il primo della città". Gli chiesi: "E se te ne andassi a Cesarea, chi penseresti di essere?”. “Mi considererei inferiore ai grandi che stanno là". Gli dissi: "E se andassi ad Antiochia, come ti considereresti?”. Mi rispose: “Mi considererei un provinciale”. Gli dissi: "E a Costantinopoli, vicino all'imperatore, là chi ti sentiresti?”. Mi rispose: "Mi considererei un miserabile”. E allora gli dis­si: “Ecco, così sono i santi; quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si riconoscono peccatori. Abramo, quando vide il Signore, si definì terra e cenere (Gen 18,27) e Isaia disse: Misero e impuro io sono (Is 6,5)”.

 

Non so se vi sia una definizione più felice e chiara del con­cetto di umiltà. Ci è dato di comprendere che la vera umiltà è il giusto rap­porto con la realtà del nostro io e di Dio; ha a che fare con la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio; non è una disposizio­ne e un atteggiamento triste; la vera umiltà non ha nulla a che fare con ipocriti discorsi e apparenze di umiltà; è qualcos'altro; è perfetto realismo. L’orgoglio, al contrario, e la superbia sono segno e prova che l'uomo vive racchiuso in un proprio mondo, al di fuori della realtà. Molto semplicemente non sa quello che gli accade.

 

 

Il significato della preghiera nella lotta spirituale

 

Introducendo il discorso sulla vita spirituale, Doroteo afferma:

 

Vedete in che stato ci siamo ridotti! Ecco a quali e quanto grandi mali ci ha portato la nostra volontà di autogiustifica­zione, la fiducia in noi stessi, l'attaccamento alla nostra volon­tà, tutte cose generate dall'orgoglio, nemico di Dio. E invece il riconoscersi colpevoli, il non fidarsi del proprio giudizio, l'odiare la propria volontà, sono cose generate dall'umiltà grazie alle quali siamo fatti degni di rientrare in noi stessi e di ritornare allo stato di natura per mezzo della purificazione operata dai comandamenti di Cristo. Se non c'è l’umiltà, infatti, non c'è neppure obbedienza ai comandamenti.

 

Cos'è che provoca questa situazione? Per Doroteo la risposta è una sola: la negligenza della preghiera. Egli dice: “Ha trascurato la preghiera, è salito al cuore un pensiero passionale e non ha vigilato, si è lasciato vincere e ha acconsentito”.

L'intero cammino che conduce al peccato è frutto della ne­gligenza della preghiera. E trascurare la preghiera è frutto solitamente di un intervento esterno, ad opera del diavolo o dell'uomo, che agisce suggerendo un pensiero: “Uno vuol pregare? Il Divisore si oppone, glielo impedisce mediante pensie­ri malvagi”.

Ci vuole attenzione, dunque, vigilanza, veglia, lotta.

Ma vuoi essere salvato? Non trascurare mai la preghiera, né nella sua forma corporea, il digiuno, né nella sua forma spirituale! Vuoi essere salvato? "Digiuna, non mangiare carne e prega incessantemente". Per questa via comincia il progresso nella vita spirituale: attraverso la preghiera. Il Signore dice: "Chiedete e vi sarà dato" (Mt 7,7), e abba Doroteo commenta: "Dice: chiedete, perché lo supplichiamo nella preghiera”.

Non bisogna mai allentare la preghiera, perché il risultato della rilassatezza e della negligenza è l'insinuarsi dei pensieri, cui segue il turbamento. E Doroteo definisce in maniera subli­me tale turbamento:

 

Vi faccio un esempio perché possiate capire. Chi accende il fuoco, all'inizio ha soltanto un piccolo pezzo di carbone infuocato: questo carboncino è la parola del fratello che ci ha offeso; non è che un carboncino; che altro può essere la parola di un tuo fratello? Se la sopporti, spegnerai il carbo­ne. Ma se cominci a pensare: “Perché mi ha detto queste cose? So io come rispondergli!”, e: “Se non avesse voluto offendermi, non l'avrebbe detto. Sappi che anch'io so come fargli del male!”, allora metti sul fuoco della legna sottile, come chi accende il fuoco, e fai del fumo: il turbamento. Il turbamento consiste nel rimuginare i nostri pensieri fino a eccitare il nostro cuore, e questa eccitazione diventa audacia temeraria.

 

Senza preghiera i pensieri e la volontà smettono di esse­re saldi e irremovibili. È forse necessario discutere il fatto che non dobbiamo lasciare che il nostro io si riduca a tale stato? L'antidoto consiste nel "supplicare sempre umilmente [Dio]" e "se il tuo turbamento persiste, fa' violenza al tuo cuore e prega ", perché solo la preghiera rappacifica il cuore. E altrove, con altre parole, Doroteo dice:

 

Se vuoi, puoi calmare subito anche il turbamento, non ap­pena compare, custodendo il silenzio, pregando, facendo una sola metania che venga dal cuore. Ma se invece continui a far fumo, cioè ad esaltare ed eccitare il tuo cuore, pro­vochi il fuoco della collera.

 

La preghiera è la madre di tutte le virtù e innanzitutto dell'umiltà, che è e viene detta "fondamento delle virtù". Dice abba Doroteo: "Perché [l'abba] dice che le fatiche del corpo conducono l'anima all'umiltà?... Ugualmente è chiaro che an­che la preghiera incessante ci conduce all'umiltà".

Riguardo alle fatiche del corpo, nell'insegnamento di Doroteo vi è un bellissimo passo che spiega il valore e il significato della partecipazione del corpo e della fatica fisica:

 

Perché si dice che anche le fatiche del corpo rendono umili? Che influenza può avere la fatica del corpo su una disposi­zione dell'anima?... L’anziano ha detto che anche le fatiche del corpo conducono all'umiltà. E difatti non sono identiche le disposizioni dell'anima di chi sta bene e di chi è malato, di chi ha fame e di chi è sazio. E non sono le stesse le disposi­zioni dell'anima di chi cavalca un cavallo e di chi cavalca un asino, di chi è seduto su un trono e di chi è seduto per terra, di chi porta belle vesti e di chi è vestito miseramente. La fatica dunque umilia il corpo e quando il corpo è umiliato, anche l'anima si umilia con lui e così giustamente l'anziano ha detto che la fatica del corpo conduce all'umiltà.

 

Questo significa ancora una volta che il presupposto indi­spensabile per una preghiera corretta e secondo Dio è l'umil­tà; l'uomo tuttavia è composto da un'unità di anima e di corpo, non da due parti distinte; cioè due parti separate a comparti­menti stagno e indipendenti fra loro. Lo stato fisico influenza lo stato dell'anima e le disposizioni dell'anima influenzano lo stato fisico.

La stessa verità viene formulata da Giovanni Climaco:

 

Il Signore, sapendo che la virtù dell'anima si conforma al contegno esteriore, prese un asciugatoio e ci mostrò la via da seguire per giungere all'umiltà (cf Gv 13,4-5); infatti "l'anima si assimila ai comportamenti del corpo, si modella sulle sue proprie azioni e ad esse si conforma" ... La dispo­sizione interiore di chi siede su un trono è diversa da quella di chi siede su un letamaio.

 

Doroteo esprime la medesima verità e realtà della reciproca dipendenza e influenza tra corpo e anima, affermando che umiltà e preghiera sono virtù vicendevolmente legate: «E così [l'uo­mo] grazie all'umiltà prega e grazie alla preghiera si umilia".

Ciò significa che l'umiltà lo conduce alla preghiera e la pre­ghiera gli fa ottenere l'umiltà. Per quanto può, quanto più pre­ga, tanto più si umilia. E spiega Doroteo: poteva essere altri­menti? Dapprima l'uomo vede

 

che non può fare nulla di buono senza l'aiuto e la protezione di Dio e così non smette mai di invocare Dio perché abbia misericordia di lui. E chi prega Dio senza sosta, se gli accade di compiere qualcosa di buono, sa da dove gliene è venuta la capacità e non può inorgoglirsi o attribuire quest'opera buona alle proprie forze, ma tutto quello che riesce a fare lo attribuisce a Dio.

 

La preghiera deve fondamentalmente perseguire due mete. La prima è che essa deve essere una supplica per la guarigione spirituale, una supplica per il perdono dei peccati. Ciascuno deve pregare incessantemente per la propria guarigione e per la guarigione degli altri, ma deve anche chiedere le preghiere degli altri per essere perdonato lui stesso. Non dobbiamo dimenticare mai che noi possiamo guarire grazie all'aiuto e alle preghiere degli altri, cioè non solo attraverso la nostra preghiera, ma anche attraverso le preghiere degli altri. La conse­guenza che ne trae Doroteo è condensata in una sua preghiera che vale per tutti noi: O Dio soccorri il mio fratello e vieni in mio aiuto grazie alle sue preghiere”.

E la richiesta di preghiere è di grande utilità, conduce a una profonda umiltà. È umiltà che uno chieda di pregare per lui ed è beato colui che "si umilia perché chiede aiuto alle preghie­re del fratello". Un particolare valore e significato hanno per il monaco le preghiere del suo padre spirituale. Il passo in cui Doroteo parla delle preghiere del padre è tale che si potrebbe terminare con esso la nostra meditazione e la nostra ricerca.

 

La seconda meta che la preghiera persegue è quella per cui l'uomo prega "domandando a Dio giorno e notte di non farci cadere in tentazione (c£ Mt 6,13)"32 e di "essere illuminati", e chiede "a Dio di proteggerci". Il non cadere in tentazione, l'essere e il perseverare di uno stato di luce e la protezione di Dio sono la medesima cosa.

Infine, splendidi e utilissimi mi sembrano gli ammonimenti di Doroteo sul valore e il significato della sollecitudine e del fer­vore nella preghiera e in particolare della preghiera in chiesa, la preghiera comune, l'ufficio:

 

Vedi, guardate quale grande dono procura al fratello chi lo sveglia per la preghiera in chiesa... Quando ero ancora nel cenobio, l'abba, su consiglio degli anziani, mi affidò l'inca­rico di occuparmi degli ospiti. Ero appena guarito da una grave malattia. Quando arrivavano gli ospiti restavo sveglio la sera per stare con loro. Poi arrivavano i cammellieri e dovevo provvedere ai loro bisogni. Spesso poi, dopo che me ne ero andato a dormire, c'era bisogno di qualche altra cosa e mi venivano a svegliare. E intanto arrivava l'ora della preghiera della notte; mi ero appena addormentato, quan­do l'incaricato di svegliare i fratelli per la preghiera veniva a chiamarmi. Insomma, un pò per la fatica, un pò per la debolezza che provavo - avevo ancora una leggera febbre - mi sentivo sfinito, come privo di coscienza. Ancora ad­dormentato, gli rispondevo: "Va bene, padre. Sia ricordato il tuo amore! Dio te ne renda la ricompensa! Vengo subito, padre". Ma come se ne andava, mi riaddormentavo; ero tri­stissimo di arrivare in ritardo per la preghiera e perché non era bene che il fratello incaricato della sveglia restasse sem­pre a badare a me, chiesi aiuto a due fratelli; pregai l'uno di svegliarmi, l'altro di non lasciare che mi addormentassi durante la preghiera. Credetemi, fratello, pensavo che era per merito loro che mi sarei salvato e avevo una specie di venerazione per loro. Questi stessi sentimenti dovete prova­re anche voi per quelli che vi svegliano per la preghiera in chiesa e per qualsiasi altra opera buona.

 

 

Conclusione

 

La vita dell'uomo nella sua condizione naturale in paradiso trascorreva "in preghiera e in contemplazione ". Il continuo rimanere in relazione con quella condizione è manifestazione di salute spirituale. Manifestando questo con chiarezza, Doroteo ci dice che il desiderio della preghiera è un segno, una testimo­nianza del fatto che l'uomo è in cammino verso la luce, verso la verità, verso l'umiltà, verso l'unione con Dio, verso la condizio­ne “secondo somiglianza” (cf. Gen 1,26).

Beato chi lotta per raggiungere il vero stato di preghiera. Beato chi, possedendolo, teme di perderlo e lotta per conser­varlo nella sua essenza. Se l'uomo è sano, lo conserva con la fati­ca fisica e quando non è più in grado, con il solo ricordo di Dio. Questo è espresso molto chiaramente e con tono commovente nell'ultimo colloquio di abba Doroteo con l'umile servo di Dio Dositeo; questi, malato, perdeva le forze e sentiva di non poter riuscire a custodire la preghiera. Si narra di lui:

 

[Dositeo] custodiva sempre anche il ricordo di Dio; Doroteo gli aveva insegnato a ripetere sempre, secondo la tradizione: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me", e di tanto in tanto: "Figlio di Dio, vieni in mio aiuto". Faceva sempre questa preghiera. Quando si ammalò, Doroteo gli disse: "Dositeo, sta' attento alla preghiera, guarda di non lasciartela sfuggire". Gli rispose: "Sì, padre, prega per me". E di nuovo quando si aggravò, gli disse: "Che c'è Dositeo, come va la preghiera? C’è ancora? Gli disse: “Si, padre, grazie alle tue preghiere”. Quando fu ancora più grave - era così debole che lo trasportavano su di un lenzuolo - gli disse: "Come va la preghiera, Dositeo?". A quel punto gli disse: "Perdonami, padre mio, non ho più la forza di cu­stodirla". Gli rispose: "E allora lascia la preghiera; ricordati soltanto di Dio e pensa che sta davanti a te".

 

Oggi, in un tempo e in una società che danno il primato all'individuo, ai bisogni psicologici dell'uomo, al come questi potrà sentirsi bene, potrà essere sereno, quieto, confortato, al come egli potrà trovare euforia psichica e benessere fisico, vi è spesso il rischio che la preghiera sia vista come un surroga­to di un medicinale antidepressivo, come una ricerca malata di esperienze spirituali, che invece di condurre a un progresso nell'umiltà, accentuano l'egoismo dell'uomo. L’esempio vivo e il sapiente insegnamento di Doroteo sulla preghiera ci rivela che la lotta di ogni cristiano nella preghiera non deve trasformarsi in una ricerca di dignità autonoma del mondo interiore, in cui bearsi della bellezza del proprio mondo interiore; ma suo fine è quello di sentire attraverso la lotta, con ancor maggiore pro­fondità, la necessità della conversione, dell'umiltà, di essere nel posto giusto e nel rapporto giusto con Colui che è il solo salva­tore e redentore, “secondo la sua volontà e non secondo le ope­re, affinché nessuno possa vantarsi” (cf. Ef 2,9).

 

 Tratto da: A.A.V.V., IL DESERTO DI GAZA , ed. Qiqajon - Comunità di Bose, a cui si rimanda per le note e l'approfondimento