Michael Evdokimov

NELLA CELLA DELLO «STARETS»


 

Riflessioni su uno dei tre “Racconti inediti d’un pellegrino russo

 

Prega, e pensa ciò che vuoi, poiché nulla può dominare i pensieri come la preghiera.

Prega, e fa’ ciò che vuoi, poiché per piacere a Dio non occorre che l'amore.

-  Se non ti senti padrone di te stesso, sii diligente nella preghiera e Dio ti salverà.

Prega e non temere niente, e l'angoscia fondamentale si muta in speranza.

Prega sempre: «La preghiera può essere arida e distratta, ma se sarà continua, creerà un'abitudine, diventerà una seconda natura e si trasformerà in preghiera pura, luminosa, nell'ammirabile preghiera di fuoco». «La sua ripetizione appassionata è la chiave che apre i tesori della grazia».

 

I vagabondaggi del pellegrino giungono al termine nella cella del suo padre spirituale per cedere il posto a uno scambio di idee, un'esposizione più sistematica, costellata qua e là di rac­conti vissuti che servono a illustrare l'argomento. Il pittoresco da cui la prima parte ricavava il suo fascino sfuma, l'invito ad adottare questa forma di preghiera si fa più pressante. Là sono riuniti «nel nome di Cristo» il pellegrino e il suo compagno - il professore -, lo starets, più un monaco e un sacerdote.

 

 

VANGELO E PREGHIERA

 

Si interroga il professore sulle ragioni del suo attaccamento ardente al vangelo. Egli risponde che un tempo, quando viveva «prigioniero della vana filosofia del mondo», fece per caso co­noscenza con uno studente appena arrivato da Parigi in cerca d'un posto di precettore. Lo invitò a casa sua e lo ricevette nel suo ufficio; ma, cosa sorprendente, il giovane lo pregò di trasferirsi in un altro locale perché, disse, nella scansia aveva visto un vangelo, che gli impediva di parlare liberamente. Il profes­sore gli porse allora il libro affinché lo posasse in un angolo, ma il suo interlocutore scomparve improvvisamente alla sua vista. L’impressione fu tale che gli fece perdere i sensi e gli causò una grave malattia, che i medici si mostrarono incapaci di gua­rire. Un anacoreta di passaggio, venuto al suo capezzale, lo scon­giurò di non contare sui rimedi umani, ma solo sull'aiuto di Dio consacrandosi alla preghiera, anche se la sua mano non avesse la forza di fare il segno di croce. Poiché, dopo l'insolito incidente, aveva sempre in mano il libro del vangelo, pensò di cer­carvi l'insegnamento divino di cui sentiva il bisogno e di met­terlo in pratica. A poco a poco il suo stato fisico migliorò, ed egli decise di recarsi allo skit del monastero Solovetskij per con­sacrarsi definitivamente alla vita contemplativa.

L'episodio del giovane francese volatilizzatosi al contatto col vangelo, apparizione demoniaca dissoltasi per la vicinanza del sacro, introduce in questi racconti un nuovo elemento di sopran­naturalità. Esso lascia delle tracce fisicamente controllabili, co­me una malattia apparentemente incurabile, che soltanto la po­tenza dello Spirito è in grado di alleviare. Si alza un angolo del velo che nasconde una realtà misteriosa, la patologia delle ma­lattie di origine diabolica.

Il narratore insiste fortemente sulla necessità di nutrirsi del vangelo, di farne una lettura costante allo stesso titolo che la preghiera frequente. L'intenzione evidente è di incitare alla fa­miliarità con le Scritture il popolo ortodosso che, spesso, per pigrizia o per negligenza, si sazia troppo presto delle sue belle liturgie, senza prolungarle con la meditazione personale. La let­tura qui suggerita non è di ordine puramente intellettuale, ma mira all'unione sempre più stretta con la «parola», per renderla viva e operante nella vita quotidiana.

Malgrado la consolazione e l'appagamento che ricava dagli in­segnamenti evangelici, il professore lascia intravedere uno stato di profondo disagio. La sua coscienza si turba all'idea della rinun­zia a se stessi e dell'umiltà richiesta a coloro che vogliono cammi­nare sulla via della perfezione. Speranza e disperazione si dispu­tano la sua anima. Lo starets afferma allora che i precetti evangeli­ci, pur essendo esigenti, sono lungi dall'essere impraticabili. Cer­ca quindi delle riflessioni sul mistero salvifico della santa preghie­ra: «Il segreto della salvezza rivelato dalla preghiera perpetua».

Queste riflessioni vertono sulla frequenza della preghiera nella prospettiva paolina della salvezza. Alla domanda che si pongono gli uomini da tempo immemorabile: come salvarsi?, uomini di Chiesa e predicatori rispondono proponendo generalmente la virtù come ideale da raggiungere. E i mezzi per giungervi, com'è naturale, consistono nell'assiduità alle pratiche religiose, nella lettura dei manuali di preghiera e del salterio, nelle pro­sternazioni, cose perfettamente lodevoli in se stesse, ma che pro­ducono l'impressione incresciosa di vivere la liturgia come un rito formale e di concepire la vita cristiana come una semplice sottomissione alla legge morale.

Il cercatore di assoluto può anche rivolgersi alla Filocalia in cui apprende che soltanto la preghiera incessante è efficace, che la preghiera reale significa «dirigere senza sosta il pensiero e l'attenzione a Dio, camminare alla sua presenza, risvegliare in sé il suo amore pensando a lui, associare il nome di Dio al respiro e ai battiti del cuore». Questo metodo associa il corpo, l'at­tenzione intellettuale, la memoria affettiva, le forze psichiche profonde, insomma tutta la persona nella sua integralità, al corso di quell'attività orante che, secondo Simeone il Nuovo Teolo­go, costituisce «la sintesi di ogni bene». Non è l'uomo che agi­sce, ma la grazia in lui. L'unico modo di conciliare il bisogno di fede e l'impossibilità di farla nascere con mezzi umani è l'im­plorazione: «Domandate e vi sarà dato». Soltanto la preghiera ci porta alla fede, quella che sposta le montagne, e allora si pos­sono compiere le buone opere.

Per san Paolo «noi non sappiamo che cosa bisogna chiedere nelle nostre preghiere» (Rm 8,26). Che cosa dunque dobbiamo fare? La risposta sta nella frequenza dell'atto d'orazione come metodo per arrivare alla preghiera pura e vera. Tale sforzo dipende dalla volontà umana. Ogni vittoria ottenuta mediante la preghiera sulle suggestioni del mondo, l’angoscia, la disperazione, la tristezza, la noia, la tentazione sottile dell'inutilità del pre­gare, trasporta l'anima in Dio:

 

La tua preghiera si purificherà attraverso la ripetizione. La me­moria non dimentichi mai questo: «Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo» (1Gv 4,4).

 

La lettura di questo trattatello dà luogo ad alcune osserva­zioni da parte degli uditori. Agli occhi del professore il metodo di preghiera frequente ha bisogno d'una calma solitudine, e non possono praticarla con facilità coloro che hanno molti affari da trattare o che vivono in un ambiente rumoroso, dove la loro attenzione è continuamente distratta. Il monaco risponde che, se fosse così, non avremmo ricevuto il comando di pregare sen­za interruzione: «Dappertutto, dovunque vi troviate, potete innalzare un altare a Dio attraverso il pensiero». Nessuna attività corporale né mentale può essere di ostacolo all'invocazione del nome di Dio nel segreto del cuore. Colui che giungerà a imbri­gliare la sua fantasia aumenterà la sua capacità di decisione ne­gli affari, il suo gusto per il silenzio nelle conversazioni e il suo disprezzo delle parole inutili.

Il   professore vuole ammettere che sia possibile pregare du­rante un'occupazione meccanica, ma non svolgendo un'attività mentale, come scrivere o leggere. Lo starets risponde che la pre­ghiera è anzitutto uno stato interiore vissuto nella presenza inin­terrotta di Dio. E porta l'esempio d'un monarca potente e se­vero che ordina a uno dei suoi sudditi di redigere un trattato particolarmente arduo ai piedi del suo trono. Quell'uomo non dimenticherà il luogo in cui si trova, e che esige un'attenzione e un rispetto particolari; è «la coscienza della vicinanza del re», che equivale forse allo stato di «veglia» perpetua a cui ci invita il vangelo.

Il sacerdote, infine, nota che si può invocare continuamente il nome del Signore in maniera puramente meccanica, senza porvi troppa attenzione. Il monaco replica che la preghiera possie­de il suo potere proprio, anche se è compiuta inizialmente con distrazione e aridità, e che lo slancio del cuore, ripetuto senza posa, si estende all'essere tutto intero e gli comunica una pie­nezza di gioia. Il combattimento più duro a sostenersi è quello contro la pigrizia. Ammettere, per esempio, che il digiuno alimentare purifica l'anima e il corpo, significa ammettere che si può, dalle cose materiali, ricavare un profitto spirituale. Lo stesso è della preghiera pronunziata con le labbra, allorché attraverso la sua azione involontaria lo spirito smette di divagare e si sve­glia all'attenzione.

Lo scopo di questo dibattito sembrerà ad alcuni un pò astruso, se non estraneo alla loro mentalità. E’ vero che qui si dà troppo presto per scontato che la ripetizione sarà da sola sorgente di grandi benefici, un pò nella prospettiva degli esercizi di con­centrazione dello yoga. D'altra parte non si tiene conto di una delle grandi difficoltà dell'uomo nei tempi moderni, legata a una psiche distorta, dovuta parzialmente a una trasformazione del­le condizioni di vita. Tale trasformazione era già nettamente abbozzata alla fine dell'ultimo secolo, con la scomparsa progres­siva d'una civilizzazione plurisecolare di tipo rurale a vantag­gio d'una civiltà urbana e industriale, dal ritmo a volte frenetico. Può accadere che gli ostacoli alla vita spirituale dipendano più da affezioni propriamente psichiche che da un peccato che si è deliberatamente lasciato entrare in se stessi.

Infine il trat­tato in questione non stabilisce un legame immediato tra la pre­ghiera e la grazia trasmessa attraverso la via sacramentale nella Chiesa, tra la preghiera perpetua e la preghiera liturgica, che dovrebbero rimanere inseparabili.

Fatte queste riserve, il dibattito pone, in termini alquanto tecnici, una questione fondamentale: come vive un cristiano il suo rapporto con Dio? E’ sufficiente partecipare a un ufficio d'u­n'ora la domenica mattina e balbettare la sera alcune parole devote o è necessario prendere sul serio la nuova condizione del battezzato che non vive più come prima: «La preghiera porta l'uomo a una nuova nascita», dice il monaco, cioè a una sem­pre nuova partenza nel modo di esistere? L'espressione «nuova nascita» dev'essere presa in termini di realtà ontologica, non necessariamente di perfezionamento etico. Anche se quest'ul­timo non è affatto negato, la priorità è data alla nascita dell'uomo interiore. Il trattatello sulla preghiera fa infatti una constatazione di carenza nelle predicazioni di tipo moraleggian­te, che propongono la virtù senza indicare i veri mezzi per giun­gervi.

La discussione nella cella dello starets illustra in definitiva l'an­tropologia elaborata dai padri, per i quali l'uomo è essenzialmente un essere in comunione. La preghiera sopprime la «soli­tudine d'inferno», ricongiunge l'uomo al suo Creatore, sorgen­te inesauribile di vita e di amore («Vegliate e pregate, poiché non conoscete né il giorno né l'ora»), come lo riunisce, attra­verso l'intercessione, agli altri uomini e al mondo intero, che Dio ha amato fino a mandare il suo Figlio, non per giudicarlo ma per salvarlo. Pregare è collaborare a questo atto salvifico che il Figlio ha elevato al suo vertice più alto sulla croce e che non cessa di rendere operante: «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; durante questo tempo non bisogna dormire».

 

 

SULLA POTENZA DELLA PREGHIERA

 

In questo racconto fortemente didattico, il monaco fa una breve riflessione sulla preghiera vista nei suoi effetti che dinamizzano le facoltà dell'uomo:

-  Prega, e pensa ciò che vuoi, poiché nulla può dominare i pensieri come la preghiera.

-  Prega, e fa’ ciò che vuoi, poiché per piacere a Dio non occorre che l'amore.

-  Se non ti senti padrone di te stesso, sii diligente nella pre­ghiera e Dio ti salverà.

-  Prega e non temere niente, e l'angoscia fondamentale si muta in speranza.

-  Prega sempre: «La preghiera può essere arida e distratta, ma continua, e creerà un'abitudine, diventerà una seconda natura e si trasformerà in preghiera pura, luminosa, nell'ammirabile preghiera di fuoco». «La sua ripetizione appassionata è la chiave che apre i tesori della grazia».

I frutti più desiderabili della preghiera sono la gioia di essere, la pienezza di vita, l'ef­fusione della luce, la leggerezza del cuore, la trasmutazione del­le pesantezze, dell'opacità egoistica, di tutto ciò che ostacola la libera circolazione dell'amore.

Anche qui si presenta un'obiezione, formulata dal sacerdo­te: tale esperienza, che sembra spazzare via le fatiche e i sudori della preghiera gratuita formulata senza speranza di ricompensa, non è il segno di un'anima avida di dolcezze, che si compiace nella volu­ttà spirituale», caratteristica d'una mancanza di maturità?­ È uno degli appunti, l'abbiamo visto, che sono stati fatti globalmente ai Racconti d'un pellegrino russo. Il monaco risponde a questa obiezione citando un testo di san Macario d'Egitto che, da buon pedagogo, sa usare i pa­ragoni:

 

Quando piantate una vigna, le consacrate i vostri pensieri e le vostre ansie allo scopo di raccogliere la vendemmia: se non lo fate, tutta la vostra fatica risulterà inutile. Lo stesso è della preghiera: se non cercate il frutto spirituale - cioè l'amore, la pace, la gioia e il resto - la vostra fatica sarà inutile. E per questo noi dovrem­mo compiere i nostri doveri spirituali (la preghiera) con lo scopo e la speranza di raccoglierne i frutti, cioè il conforto e la gioia del cuore.

 

Ogni preghiera, anche se non è del tutto cosciente, apporta un accrescimento di pienezza. Lo spirito è incarnato in un cor­po dal quale è inseparabile; ciò che avviene nell'uno non può mancare di avere delle ripercussioni nell'altro. Una vita spiri­tuale attiva porta con sé dei segni tangibili, delle trasformazio­ni della persona, derivate da quella diversità di carismi di cui parla san Paolo e che san Macario cita in parte: amore, pace, gioia, sapienza, discernimento degli spiriti, profezia, dono del­le guarigioni, dono delle lingue. Crederci e viverne è già il ri­sultato d'un atto di fede.

 

VAI AL TESTO ORIGINALE: IL SEGRETO DELLA SALVEZZA RIVELATO DALLA PREGHIERA INCESSANTE

 

Tratto da: Michael Evdokimov, Pellegrini russi e vagabondi mistici - ed. Paoline a cui si rimanda per le note e l'approfondimento.