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SERGIO BOLSAKOV
INCONTRI CON LA PREGHIERA DEL CUORE

CONVERSAZIONE CON PADRE
TICHON
Colui che pratica la Preghiera di Gesù, come quel pellegrino che avete conosciuto, ha sempre la primavera nell’anima.
La
mia conversazione con il Padre Tichon ebbe luogo in primavera, di maggio, nella
festa dell'Ascensione. La giornata era dolce e soleggiata. I lillà avevano
appena completato la loro fioritura, e già si potevano vedere da ogni parte,
sugli alberi del frutteto, piccole mele e pere.
Stavo seduto con il Padre Tichon su una panca, in giardino:
- Quanto è buono il Signore, esordì il Padre Tichon. Che piacevole dolcezza, come si potrebbe vivere in letizia! Colui che pratica la Preghiera di Gesù, come quel pellegrino che avete conosciuto, ha sempre la primavera nell’anima. Non è attaccato a nulla. Non bisogna vivere prigionieri del passato né del futuro: occorre vivere ne presente, nell'oggi, e ringraziare Dio per ogni cosa. Il mio celeste Patrono, san Tichon di Zadonsk, ha scritto: «Tutte le cose di questo mondo somigliano all'acqua che scorre. Io ho conosciuto l'infanzia di un bambino orfano, ed è passata. Sono stato a scuola, ragazzino mal vestito e deriso: anche questo è passato. Ho terminato con onore il Grande Seminario, sono diventato professore, e hanno cominciato a riverirmi: anche questo è passato. Nominato Archimandrita di un importante monastero, e anche Superiore di un Grande Seminario, mi sono visto circondato di lusinghe: ed è passato. Consacrato Vescovo, viaggiavo in carrozza a sei cavalli; ebbi accesso alla Corte e vidi molte cose, buone e cattive; mi si blandiva sempre più: e tutto è passato. Quando mi fui dimesso, hanno cominciato a perseguitarmi. Poi sono venute le malattie: anche questo è passato. Adesso sono vecchio, e presto sarà il riposo eterno».
Ecco, Sergio Nikolaevic, cos'è la nostra vita. Io sono nato da una famiglia agiata; ho studiato in una scuola aristocratica. Divenni ufficiale nella Guardia Imperiale, frequentai la corte, conobbi Leone Tolstoj. Ho bevuto ampiamente alla coppa della vita. Questo è passato. In seguito, ho fatto esperienze penose: difficoltà alla Scuola dello Stato Maggiore, il matrimonio con una divorziata, gli intrighi, il Tribunale Militare: dispiaceri su dispiaceri. Anche questo è passato: la mia innocenza è stata riconosciuta, e fui riabilitato; nominato colonnello, fui il più giovane colonnello della Russia. Ma ormai avevo perduto ogni interesse per la carriera militare: allora ho capito: “tout passe, tout casse, tout lasse”: tutto ha fine. Poi vennero la prima guerra mondiale la rivoluzione, la guerra civile, l’emigrazione, una malattia gravissima che rischiò di portarmi via, poi un male ancora più doloroso e incurabile di mia moglie, e la sua morte. E il duro lavoro di manovale, a Parigi. Tutto è passato. Dispiaceri e sofferenze mi hanno portato alla fede e alla vita monastica. Ho appreso l'arte della preghiera continua, e sono sempre lieto. Senza tutte quelle amarezze, non sarei giunto alla fede.
- Ditemi, Padre Tichon, replicai allora al monaco, come si raggiunge la pace dell'anima, e come si evitano gli inutili rimpianti e le speranze illusorie?
- Nel modo che vi ho detto. Vivete nel presente: per ogni giorno basta la sua pena. Soprattutto, dedicatevi alla preghiera, finché un nuovo mondo si aprirà davanti a voi. Come dire? Voi conoscete bene le farfalle notturne: a noi sembrano grigiastre e poco interessanti, ma alle altre farfalle, i cui occhi sono strutturati diversamente dai nostri, esse appaiono di una bellezza straordinaria, splendide, scintillanti di tutti i colori dell'arcobaleno. Così è anche di quelli che sono illuminati, come il Pellegrino; a loro il mondo appare diverso che a noi. Dappertutto vedono la maestà del Creatore, e la sua misericordia infinita. Quando la preghiera diventa incessante, si entra in una gioia indicibile, e, allo stesso tempo, nella comprensione dell’essenza delle cose. Descriverlo è impossibile: lo puoi comprendere solo attraverso l’esperienza.
- C’è pericolo, a questo punto, di cadere nell’orgoglio?
- Si, anzi è facile: ma è anche possibile evitare di cadervi. San Macario il Grande insegna appunto che è possibile raggiungere la salvezza senza tante virtù: ma senza umiltà è impossibile. Il pubblicano della parabola, e il buon ladrone, mancavano di tutte le altre virtù: si salvarono unicamente per l'umiltà. Satana possedeva tutti i buoni doni possibili, ma non volle essere umile, e cadde. Le meditazioni sono buone, le riflessioni sui grandi misteri che ci attorniano pure, ma bisogna avere anche l'umiltà, e non giudicare gli altri: diversamente, siamo esposti a pericoli gravissimi. Gli eresiarchi erano uomini forniti di grandi doni naturali: mancavano però di umiltà. Il loro grande sapere li portò a ribellarsi alla Chiesa, e fecero naufragio.
- Ho letto, Padre Tichon, che gli eremiti tibetane, con la ripetizione del mantra “Om mani padme hum” – che significa: “O Tesoro del loto, io vi saluto” – a poco a poco raggiungono una serenità assoluta, e perfino l’estasi. Ad un certo punto, cominciano ad abbreviare il mantra: infine, una notte, escono dalla loro caverna e contemplando il cielo, esclamano: “O”, e stanno a guardare, immobili, la maestà del firmamento. Albert Einstein, il grande fisico, rispose così, quando gli chiesero se aveva fede: “Sì, se essa è lo stupore davanti alla sapienza e alla maestà che regnano nel Cosmo”; ma egli non ammetteva i dogmi. Che cosa pensate di questo, Padre Tichon?
- Non tocca a noi giudicare le estasi degli eremiti tibetani,o il modo di intendere la divinità di Einstein. Noi abbiamo la Sacra Scrittura, la Filocalia e l'esperienza di una moltitudine di asceti. Pratichiamo la Preghiera di Gesù con umiltà e con pazienza, e, a suo tempo, sapremo quello che ci è dato sapere, se non verremo meno. La cosa principale, verso la quale dobbiamo orientarci, è l’amore per il prossimo. Nel giudizio finale, non saremo interrogati su come avremo pregato o contemplato, ma ci si chiederà se avremo sfamato, vestito, visitato il nostro prossimo: da questo saremo condannati o giustificati. Dio è Amore. La differenza tra noi e gli asceti indù buddisti è tutta qui: per essi la cosa principale è la conoscenza (l’illuminazione)[1], e il male è l'ignoranza; per noi, invece, la cosa principale è l'amore (in Cristo)[2] .
Ciò non significa che la contemplazione non abbia alcuna importanza: essa si adatta bene agli anziani che non hanno più forze per le opere di misericordia della vita attiva, e anche per quelli che sono chiamati da Dio a stare alla sua presenza. Ma neppure gli eremiti possono separarsi del tutto dagli altri: infatti, devono dare risposte, orali o scritte, sui problemi spirituali, quando sono interrogati. Tutti i grandi eremiti lo facevano: Antonio, Macario, e molti altri. Tutto va fatto con discrezione.
NOTE
[1] la bodhicitta (nel buddhismo mahayana) per poter poi beneficiare tutti gli esseri senzienti. Qui Padre Tichon non è molto preciso: anche nel buddhismo mahayana il fine delle tecniche meditative e dei “mezzi idonei” da utilizzare lungo il sentiero dell’illuminazione è l’amorevole compassione per tutti gli esseri senzienti. La differenza quindi riguarda soprattutto la “via” per realizzare tale fine: nel cristianesimo tutto si svolge nell’ordine della Grazia e della libera volontà di Dio. Nel buddhismo tibetano l’ideale del bodhisattva si persegue a prescindere da un Dio trascendente. Nella via del Tantra si utilizza lo “yoga dell’orgoglio divino” che si basa sulla piena identificazione con la divinità oggetto della meditazione. La bodhicitta non è altro che la “natura della mente”, la base primordiale (nello dzogchen), la natura di Buddha che tutti possediamo allo stato latente e che viene qualificata dai testi tantrici come “vasta, pura, luminosa, chiara, dotata di infinite potenzialità”. In altre parole, per il buddhismo tibetano, credere in un Dio trascendente e altro da noi è cadere in un dualismo illusorio da cui bisogna liberarsi. In ciò sta la inconciliabilità tra buddhismo e cristianesimo (il curatore del sito).
[2] dono della sua opera redentrice e non acquisibile con i propri sforzi o con “mezzi e metodi” come si insegna invece nel buddhismo.