DAGLI SCRITTI SPIRITUALI DI

 

S. TERESA D'AVILA


L'ORAZIONE

 

 

 

 

L'ORAZIONE TERESIANA:

METODO, CAMMINO E CONTENUTI

 


 

 «Appena vi comunicate chiudete gli occhi del cor­po e aprite quelli dell'anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso»


 

Ritorno al cuore tramite l'orazione

 

«Non spaventatevi, figliole mie, se molte sono le cose a cui bisogna attendere per cominciare questo viaggio divino. E' la strada reale che conduce al cie­lo, sulla quale si guadagna un'infinità di beni, e non è certo strano che ci debba parere gravosa. Ma ver­rà giorno che innanzi ad un bene così prezioso ci parrà tutto da nulla quanto si sarà fatto».

«Volere o non volere figliole, tutte, benché in di­versa maniera, camminiamo alla volta di questa fon­te. Ma credetemi e non lasciatevi ingannare da nessu­no: la strada che vi conduce è una sola, ed è l'orazio­ne» (Cam. 21, i e 6).

«La porta del castello è l'orazione. Pretendere di entrare in cielo senza prima entrare in noi stessi per meglio conoscersi e considerare la nostra miseria, per vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia, è una vera follia» (Mans. Il, 11).

 

 

Risoluta determinazione

 

«Importando molto conoscere come incominciare, dico che si deve prendere una risoluzione ferma e de­cisa di non mai fermarsi fino a che non si sia raggiunta quella fonte. Avvenga quel che vuole avvenire, succe­da quel che vuole succedere, mormori chi vuol mor­morare, si fatichi quanto bisogna faticare: ma a costo di morire a mezza strada, scoraggiati per i molti osta­coli che si presentano, si tenda sempre alla meta, ne vada il mondo intero!» (Cam. 21, 2; cfr. ivi 21,7-8).

«(L'anima) stia bene in guardia per non lasciarsi vincere dal demonio. Se il maligno la vede fermamente risoluta a perdere la vita, il riposo e tutto ciò che le presenta piuttosto di ritornare alla prima stanza (cioè indietro), lascerà presto di combatterla. Ma occorre che sia di animo virile (...). Si risolva coraggiosamen­te, immaginandosi di andare a combattere contro tutti i demoni, per vincere i quali non vi sono armi miglio­ri della croce» (Mans. 11, 6).

 

 

Il castello interiore

 

«Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni, come molte ve ne sono in cielo. (...) al centro, in mezzo a tutte, vi è la stanza principale, quella dove si svolgo­no le cose di grande segretezza tra Dio e l'anima».

«Dobbiamo ora vedere il modo di poter entrare. Sembra che dica uno sproposito, perché se il castello è la stessa anima, non si ha certo bisogno di entrare, perché si è già dentro. (...) Però dovete sapere che vi è grande differenza tra un modo di esservi e un altro, perché molte anime stanno soltanto nei dintorni, (...) senza curarsi di andare innanzi, né sapere cosa si rac­chiuda in quella splendida dimora, né chi l'abiti, né quali appartamenti contenga. Se avete letto in qual­che libro di orazione consigliare l'anima ad entrare in se stessa, è proprio quello che intendo io».

«Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l'orazione e la meditazione».

«Le anime senza l'orazione sono come un corpo storpiato e paralitico che ha mani e piedi, ma non li può muovere. Ve ne sono di così ammalate e talmen­te avvezze a vivere fra le cose esteriori, da esser re­frattarie a qualsiasi cura, quasi impotenti a rientrare in se stesse. Abituate a un continuo contatto con i rettili e gli animali che stanno intorno al castello, si son fatte quasi come essi e non sanno più vincersi, nonostante la nobiltà della loro natura e la possibilità che hanno di trattare nientemeno che con Dio» (Mans. I, 1,3,5, 6,7).

 

 

 

 

 

L'orazione: incontro di amicizia e mezzo per rag­giungerla

 

«Dico soltanto quello che so per esperienza: cioè che chi ha cominciato a fare orazione non pensi più di tralasciarla, malgrado i peccati in cui gli avvenga di cadere. Con l'orazione potrà presto rialzarsi, ma senza di essa sarà molto difficile.

(...)Quanto a coloro che non hanno ancora inco­minciato, io li scongiuro per amore di Dio a non privarsi di un tanto bene.(...) Anche se non facesse­ro progressi, né si sforzassero di essere così perfetti da meritare i favori e le delizie che Dio riserva agli altri, guadagnerebbero sempre con l'imparare il cam­mino del cielo; e perseverando essi in questo santo esercizio, ho molta fiducia nella misericordia di quel Dio che nessuno ha mai preso invano per amico; giacché l'orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente tratte­nimento da solo a solo con Colui dal quale sappia­mo di essere amati. Ma voi direte che ancora non lo amate.

Sì, perché l'amore sia vero e l'amicizia durevole, oc­corrono parità di condizioni, e invece sappiamo che mentre nostro Signore non può avere alcun difetto, noi siamo viziosi, sensuali ed ingrati, per cui non lo possia­mo amare quanto Egli merita. Tuttavia, considerando quanto vi sia vantaggioso averlo per amico e quanto Egli vi ami, sopportate pure la pena di stare a lungo con uno che sentite così diverso da voi» (Vit. 8, 5).

 

 

Non molto pensare, ma molto amare

 

«Quelli che sanno discorrere con l'intelletto non devono impiegare in questo tutto il tempo dell'ora­zione, benché, trattandosi di un lavoro molto merito­rio e delizioso, sembri loro di non dover avere alcun (...) istante di riposo. Quando non discorrono credo­no di perder tempo, mentre io considero questa per­dita come un guadagno assai grande».

«Come ho detto, invece, s'immaginino di essere alla presenza di Gesù Cristo, gli parlino e godano di star con Lui senza affaticare l'intelletto. Non si pre­occupino di far ragionamenti, ma gli espongano sem­plicemente i loro bisogni, umiliandosi nella conside­razione di quanto siano indegni di stare alla sua pre­senza».

«Tornando alla meditazione su nostro Signore alla colonna (...) è bene fermarsi alquanto a lavorare d'in­telletto, pensando chi è che soffre, come soffre, per­ché soffre e l'amore con cui soffre».

«Tuttavia non bisogna affaticarci troppo. Essen­do così vicini al Signore, occorre che l'intelletto sap­pia anche tacere, immaginandoci, per quanto ci sarà possibile, che il Signore ci stia guardando. Allora facciamogli compagnia, parliamo con Lui, suppli­chiamolo, umiliamo ci, deliziamoci della sua presen­za, ricordandoci sempre che siamo indegni di star­gli innanzi. Quando un'anima può fare questi atti, ne avrà vantaggio anche se è al principio dell'ora­zione perché, come almeno io ho costatato, questo modo di pregare è assai utile» (Vit. 13,11.22; cfr. Vit. 15, 7).

«Vorrei far comprendere che l'anima non è il pen­siero e che la volontà non è governata dall'immagina­zione. Sarebbe una grave sventura se lo fosse. Ne vie­ne, quindi, che il profitto dell'anima non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare» (Fond. 5, 2).

«Desidero avvertirvi che per inoltrarsi in questo cammino e salire alle mansioni a cui tendiamo, l'es­senziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare, per cui le vostre preferenze devono essere sol­tanto in quelle cose che più eccitano all'amore» (Mans. IY 1,7).

 

 

Gesù: maestro, compagno, amico

 

«Anzitutto si fa il segno della croce, poi l'esame di coscienza, indi si recita il Confiteor. Poi, siccome sie­te sole, dovete cercarvi una compagnia. E ve n'è for­se una migliore di quella del Maestro che vi ha inse­gnato la preghiera che state per recitare? Immagina­te, quindi, che vi stia vicino, e considerate l'amore e l'umiltà con cui vi istruisce».

«Ascoltatemi, figliole; fate sempre il possibile per star­gli sempre dappresso. Se vi abituerete a tenervelo vici­no, ed Egli vedrà che lo fate con amore e che cercate ogni mezzo per contentarlo, non solo non vi mancherà mai, ma, come suol dirsi, non potrete più togliervelo d'attorno. L'avrete con voi dappertutto, e vi aiuterà in ogni vostro travaglio. Credete sempre che sia poca cosa aver sempre vicino un così buon amico?».

«Sorelle mie, voi che non potete discorrer molto con l'intelletto, né arrestare il pensiero sopra un pun­to determinato senza cadere nelle distrazioni, abitua­tevi, vi prego, abituatevi alla pratica che vi suggeri­sco! So che lo potete».

«Non chiedo già di concentrarvi tutte su di Lui, formare alti e magnifici concetti ed applicare la men­te a profonde e sublimi considerazioni. Vi chiedo solo che lo guardiate. E chi vi può impedire di volgere su di Lui gli occhi della vostra anima, sia pure per un istante se non potete di più?».

«Non è forse così che deve fare una buona sposa con il suo sposo: mostrarsi triste se egli è triste, alle­gra se egli è allegro, anche se non ha voglia? (...) Così fa il Signore con voi, senz'alcun'ombra di finzione. Si fa vostro servo, vuole che voi siate le padrone e si accomoda in tutto alla vostra volontà. Se siete nella gioia potete contemplarlo risorto, e nel vederlo usci­re dal sepolcro, la vostra allegrezza abbonderà. (...) Se invece siete afflitte o fra i travagli, potete conside­rarlo mentre si reca al giardino degli ulivi (...), legato alla colonna (...), perseguitato dagli uni e sputacchiato dagli altri, rinnegato, abbandonato dagli amici (...) ridotto a tanta solitudine che ben potete avvicinarlo e consolarvi a vicenda. Oppure consideratelo con la croce sulle spalle, quando i carnefici non gli permet­tono nemmeno di respirare. Egli allora vi guarderà con quei suoi occhi tanto belli, compassionevoli e ri­pieni di lacrime; dimenticherà i suoi dolori per con­solare i vostri, purché voi Lo guardiate e Lo preghia­te di consolarvi».

«Vedendolo in quello stato il vostro cuore si senti­rà intenerire, e allora non solo lo guarderete ma vi verrà pure di parlargli (...), non con preghiere studia­te, ma con parole sgorganti dal cuore, che sono sem­pre quelle che Egli stima di più (...)».

«Mi domanderete, sorelle, come ciò possa essere, e mi direte che abbraccereste volentieri il mio consi­glio se vedeste il Signore come quando era sulla ter­ra, nel qual caso non cessereste mai di guardarlo. Ma non credetelo. Chi rifiuta oggi di farsi un po' di vio­lenza per raccogliersi e contemplare il Signore nel proprio interno, quando lo può fare senza alcun pe­ricolo ma soltanto con un po' di diligenza, pensate se poteva durarla ai piedi della croce con la Maddalena, minacciata di morte da ogni parte» (Cam. 26, 1,2,3, 4, 5, 6, 8, 10; Vit., 12, 2).

 

 

Presenza di Dio

 

«Dobbiamo ritrovarci in noi stesse anche in mez­zo alle occupazioni, essendoci sempre di gran van­taggio ricordarci di tanto in tanto, sia pure di sfuggi­ta, dell'Ospite che abbiamo in noi, persuadendoci insieme che per parlare con Lui non occorre alzare la voce. Se ne prenderemo l'abitudine Egli si farà senti­re presente».

«Così le nostre preghiere vocali le reciteremo con maggior quiete ed eviteremo molta noia. Dopo esser­ci sforzate per alcun tempo di tener compagnia al Si­gnore, Egli ci capirà anche per via di segni».

«Il Signore si degni di insegnare questa specie di orazione a quelle tra voi che ancora non la conoscono. Io per me vi confesso che mai seppi cosa volesse dire pregare con soddisfazione fino a quando il Si­gnore non mi pose su questa via» (Cam. 29, 5, 6, 7).

  

 

 

Gesù presente nella fede

 

«Il mio metodo di orazione era nel far di tutto per tener presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore. Se meditavo una scena della sua vita, cercavo di rappresentarmela nell'anima. Però mi piaceva di più leggere buoni libri, nei quali era tutto il mio sollievo.

Il Signore non mi ha dato di poter discorrere con l'intelletto e neppure di valermi dell'immaginazione, la quale è in me così debole, che per quanto facessi per rappresentarmi l'Umanità di nostro Signore, non vi riuscivo per nulla» (Vit. 4, 7).

«Ero così poco abile a raffigurarmi gli oggetti con l'intelletto che se non li avevo visti con i miei occhi, ne ero affatto incapace, mentre altre persone, poten­dosi aiutare nell'immaginazione, si formano immagi­ni su cui raccogliersi. Io non potevo pensare che a Gesù Cristo come uomo, ma anche qui, per quanto leggessi della sua bellezza e contemplassi le sue im­magini, non mi riusciva di rappresentarmelo se non come un cieco o come uno che stia al buio il quale, parlando con una persona, sente di essere alla sua presenza in quanto sa, capisce ed è sicuro che gli sta dinanzi, ma non la vede. Così appunto mi avveniva quando pensavo a nostro Signore. Ed è per questo che io amo molto le immagini» (Vit. 9, 6).

 

 

Portatori di Dio

 

«Dovete convincervi che nel nostro interno abbia­mo veramente qualche cosa. E piaccia Dio che sian soltanto le donne ad ignorarlo! Se procurassimo di ricordarci spesso dell'Ospite che abbiamo in noi, sa­rebbe impossibile, secondo me, abbandonarci con tanta passione alle cose del mondo, perché, parago­nate a quelle che portiamo in noi, apparirebbero in tutta la loro spregevolezza. Ma noi imitiamo il bruto animale che appena vede un'esca di suo gusto, si pre­cipita su di essa a saziare la sua fame. Eppure, quanto diversi dovremmo essere dai bruti!

«Alcune forse si rideranno di me, diranno che la cosa è assai chiara e ne avranno ragione. Eppure per me non è sempre stata così. Sapevo benissimo di ave­re un'anima, ma non ne capivo il valore, né chi l'abi­tava, perché le vanità della vita mi avevano bendati gli occhi per non lasciarmi vedere. Se avessi inteso, come ora, che nel piccolo albergo dell'anima mia abi­tava un Re così grande, mi sembra che non lo avrei lasciato tanto solo, ma che di quando in quando gli avrei tenuto compagnia, e sarei stata più diligente per conservarmi senza macchia» (Cam. 28, 10-11; cfr. Esclam. 7,1).

 

 

Lo Sposo dell'anima

 

«Si, o bontà infinita del mio Dio, (...) come sop­portate chi vi permette di stargli vicino! Che buon amico dimostrate di essergli, Signore! Come lo favo­rite, e con quanta pazienza sopportate la sua condi­zione aspettando che si conformi alla vostra! Tenete in conto ogni istante che egli trascorre in amarvi e per un attimo di pentimento dimenticate le offese che vi ha fatte. Questo io so per esperienza, e non capi­sco, o mio Creatore, perché il mondo non corra tutto ai vostri piedi per intrecciare con Voi questa partico­lare amicizia. Se vi avvicinassero, diverrebbero buoni anche i cattivi, quelli cioè che non sono della vostra condizione, purché vi permettessero di star con loro un due ore al giorno, nonostante che il loro spirito andasse agitato da mille sollecitudini e pensieri di mondo come il mio» (Vit. 8,6; cfr. 22,14).

«Sappiate, figliole mie, che questo vostro Sposo non vi perde mai di vista, né sono bastate, perché lasciasse di guardarvi, le mille brutture e abominazioni che gli avete fatto soffrire. Ora, è forse gran cosa che togliendo gli occhi dagli oggetti esteriori, li fissiate alquanto su di Lui? Ricordate ciò che dice alla Sposa: non aspetta che un vostro sguardo per subito mostrarvisi quale voi la bramate. Stima tanto questo sguardo, che per averlo non lascia nulla di intentato» (Cam. 26, 3; cfr. Rel. 33, 3).

«Considero spesso, o mio Cristo, come siano dolci e pieni di incanto gli occhi che mostrate all'anima che vi ama e che Voi, o mio Bene, volete guardare con amore. Uno solo di quei dolcissimi sguardi, posato all'anima che già tenete per vostra, basta, mi pare, per ripagarla di molti anni di servizio» (Esclam. 14, 1).

 

 

L'orazione insegnata da Gesù: il Pater

 

«Non voglio parlarvi di certe preghiere assai lun­ghe, perché le anime incapaci di fissarsi in Dio può darsi che si stanchino anche di quelle; ma soltanto delle preghiere che come cristiani dobbiamo neces­sariamente recitare: il Pater Noster e l'Ave Maria».

«Non bisogna che si dica di noi che parliamo sen­za sapere quello che diciamo (...). Quando dico il Pater Noster, mi sembra che l'amore debba esigere che io intenda chi sia questo Padre e chi il Maestro che ci ha insegnata tal preghiera. (...) Come dimenticarci del Maestro che ci ha insegnata questa preghiera, e ce l'ha insegnata con tanto amore e con un così vivo desiderio che ci sia utile?».

«In primo luogo - come sapete bene anche voi Sua Maestà ci insegna a pregare in solitudine. Così anch'Egli faceva, benché non ne avesse bisogno, ma solo a nostro insegnamento».

«È chiaro, del resto, che non si può parlare con Dio nel medesimo tempo che con il mondo, come fanno coloro che mentre recitano preghiere, ascolta­no ciò che si dice d'intorno, o si fermano a quanto viene loro nella mente, senza cura di raccogliersi».

«E’ bene inoltre considerare che il Signore ha inse­gnato e continua ad insegnare questa sua preghiera a ciascuno in particolare. Il Maestro non è così lontano dal discepolo d'aver bisogno di alzare la voce... Anzi, gli è molto vicino, ed io vorrei che per bene recitare il Pater Noster, foste intimamente persuase di non do­vervi mai allontanare da Chi ve lo ha insegnato».

«Direte che questo è meditare, mentre voi non po­tete né volete fare altro che pregare vocalmente.

«Vi sono infatti persone così amanti del proprio comodo da non volersi dare alcuna pena. Non essen­do abituate a meditare e trovando in principio qual­che difficoltà a raccogliersi, preferiscono sostenere, per evitarne la molestia, che esse ne sono incapaci e che sanno pregare solo vocalmente».

«Dite bene quando affermate che il metodo anzidetto è già meditazione; ma io vi dichiaro che non so comprendere come l'orazione vocale possa essere ben fatta, quando sia separata dal pensiero di Colui al quale ci rivolgiamo. O che forse non è doveroso, quando si prega, pregare con attenzione? Piaccia a Dio che riusciamo a dire bene il Pater Noster anche con questi mezzi, senza cadere in mille pensieri stra­vaganti! Io ne ho fatto spesso l'esperienza, e so che il miglior rimedio alle distrazioni è di applicarmi a te­nermi fissa in Colui a cui mi rivolgo. Abbiate dunque pazienza, e procurate di abituarvi a questa pratica che è tanto necessaria» (Cam. 24, 2, 3, 4, 5, 6).

 

 

Immagini devote e libri di meditazione

 

«Buon mezzo per mantenervi alla presenza di Dio è di procurarvi una sua immagine o pittura che vi faccia devozione, non già per portarla sul petto senza mai guardarla, ma per servirvene e intrattenervi spes­so con Lui; ed Egli vi suggerirà quello che gli dovete dire» (Cam. 26, 9).

«Quando il Signore è assente ce lo dà a vedere con le aridità. Allora sì che ci è utile di contemplare le immagini di colui che amiamo. Per conto mio vor­rei incontrarmi con il suo sembiante in qualunque parte mi rivolgessi, non essendovi nulla di più bello e di più giocondo che impiegare i nostri sguardi nell'affissarsi in Colui che tanto ci ama e che in sé racchiude ogni bene» (Cam. 34, 11).

«Altro ottimo mezzo per raccogliervi e pregar bene vocalmente è di aiutarvi con un buon libro in volga­re. Così con questi mezzi e attrattive vi abituerete gra­dualmente alla meditazione, senza troppo preoccu­parvi» (Cam. 26, 10; cfr. Vit. 4, 8-9).

  

 

Miseria umana e misericordia divina

 

«Che spettacolo, Gesù mio, vedere un'anima che, caduta in peccato da tanta altezza, viene di nuovo sol­levata dalla vostra grande misericordia! Come cono­sce bene allora la moltitudine delle vostre grandezze e misericordie e la profondità della sua miseria (...). Tutto ciò la rapisce. Del resto chi non andrebbe rapito, o Signore dell'anima mia, nel vedervi ripagare un così nero e abominevole tradimento con tanta abbondan­za di misericordia e di favori?» (Vit. 9, 5).

«E in chi, o Signore, può meglio risplendere la vostra misericordia se non in me che con le mie ope­re cattive ho profanato tante volte le grandi grazie che avete cominciato a farmi? Guai a me, Creator mio! Se cerco scuse, non ne trovo. La colpa è di nessuno, ma tutta mia, perché se avessi corrisposto, anche in parte, all'amore che mi dimostravate, non avrei ama­to altri che Voi, e tutto sarebbe andato per il meglio. Ma se di tanta sventura non mi sono mostrata meri­tevole, mi valga almeno, o Signore, la vostra miseri­cordia!...» (Vit. 4,4).

«Da ciò la vostra infinita clemenza ha già ricavato del bene, perché dove più grande è la miseria, più risplendono i benefici delle vostre misericordie. Oh, le vostre misericordie, con quanta ragione dovrei io sempre cantarle! Signore, datemi di poterle cantare in eterno, giacché vi siete compiaciuto di prodigar­mele con tanta munificenza da meravigliare tutti co­loro che le vedono. Io poi ne rimango trasecolata, tanto che le lodi mi sgorgano effusamente. Senza di Voi, o mio Bene, io non posso far altro che sradicare di nuovo i fiori del mio giardino, e ricondurre questa mia terra miserabile allo stato di un letamaio come prima. Ma non permettetelo, o Signore. Non permet­tete che vada perduta quest'anima che, redenta un giorno con tanti vostri dolori, avete poi riscattata tante altre volte e strappata di bocca al dragone infernale» (Vit. 14,10).

 

 

Il libro della natura

 

«Alle anime che battono questa strada giova mol­to un buon libro per raccogliersi presto. Per me ba­stava anche la vista dei campi, dell'acqua e dei fiori: cose che mi ricordavano il Creatore, mi scuotevano, mi raccoglievano, mi servivano da libro. Oltre a ciò mi giovava pure pensare alla mia ingratitudine e ai miei peccati» (Vit. 9, 5).

«Godevo spesso di considerare la mia anima sotto la figura di un giardino e immaginarmi il Signore che vi prendesse i suoi passeggi. Allora lo pregavo di vo­ler aumentare il profumo dei piccoli fiori di virtù che sembravano li per sbocciare e rinforzarli per amore della sua gloria, giacché nulla io volevo per me. Lo pregavo pure di tagliare quelli che voleva, sicura che sarebbero ricresciuti più belli (...). Bisogna far poco conto della nostra miseria, che è meno di nulla: allora l'anima progredirà in umiltà, e i fiori torneranno a sbocciare» (Vit. 14, 9).

 

 

Il libro vivente: Dio

 

«Quando fu proibita la lettura di molti libri in vol­gare, mi dispiacque assai perché alcuni mi ricreavano molto e non avrei potuto più leggere, perché quelli permessi erano in latino. Ma il Signore mi disse: Non affliggerti perché io ti darò un libro vivente.

Non avendo ancora avuto alcuna visione non ca­pivo che cosa quelle parole potessero significare. Ma lo compresi chiaramente dopo pochi giorni, perché ebbi tanto da pensare e da raccogliermi per quello che vedevo, e il Signore mi istruiva con tanta tenerez­za e in così varie maniere, che quasi non ebbi più bisogno di libri o almeno di poco.

Per apprendere la verità non ebbi allora altro li­bro che Dio. E benedetto quel libro che lascia così bene impresso quello che si deve leggere e praticare da non dimenticarsene più» (Vit. 26, 5).

 

 

Bellezza di Gesù

 

«La visione di Gesù Cristo mi impresse nell'ani­ma la sua incomparabile bellezza che ho ancora pre­sente. (...). E ne trassi il profitto che dirò.

Avevo un difetto gravissimo, da cui mi erano ve­nuti molti mali. Quando mi accorgevo che una per­sona mi voleva bene e mi era simpatica, mi affeziona­vo ad essa fino ad averla sempre nella mente. Non già che volessi offendere Dio, ma mi compiacevo nel ve­derla, nel pensare a lei e alle buone qualità che posse­deva. E questo bastava perché l'anima mia ne andas­se perduta, tanto quell'affezione mi era dannosa. Ma dopo aver visto la grande bellezza del Signore, non vi fu più una persona che al suo confronto mi apparisse così piacevole da occupare ancora il mio spirito. Per esserne del tutto libera, mi basta gettare uno sguardo sull'immagine che porto in me, e innanzi alla bellezza e alla perfezione del mio Signore, le cose di quaggiù non fanno che disgustarmi» (Vit. 37, 4).

 

 

La Samaritana e l'acqua divina

 

«Ero molto devota di S. Maria Maddalena e pen­savo spesso alla sua conversione, specie quando mi comunicavo. Sapendo che il Signore stava allora con me, mi gettavo ai suoi piedi immaginandomi che le mie lacrime non meritassero di essere del tutto di-sprezzate. Non sapevo quello che dicevo, facendo Egli già molto con acconsentire che io le spargessi per Lui, giacché i miei sentimenti si dileguavano quasi subito. Intanto mi raccomandavo a questa San­ta gloriosa affinché mi ottenesse perdono» (Vit. 9, 2; cfr. Cam. 34, 7).

     «Quante volte mi sono ricordata dell'acqua viva di cui parlò il Signore alla Samaritana! Sono molto devota di quel fatto evangelico, e lo ero fin da bambi­na, tanto che senza neppur comprendere quello che dicevo, supplicavo spesso il Signore a darmi di quell'acqua: in camera mia tenevo un quadro che rappre­sentava Gesù vicino al pozzo con sotto le parole: «Domine, da mihi aquam!» (Vit. 30, 19).

 

 

Accogliere il Signore

 

«La Domenica delle Palme, appena fatta la comu­nione (...), mentre ne assaporavo la dolcezza straordinaria, il Signore mi disse: Figliola, voglio che il mio sangue ti giovi. Non temere che la mia misericordia ti manchi. Io l'ho versato fra acerbissimi dolori, mentre tu lo godi fra inenarrabili delizie. Vedi dunque che ti pago bene il banchetto che oggi mi prepari.

     Disse così perché da più di trent'anni, il giorno delle Palme, quando potevo, mi accostavo alla co­munione cercando di prepararmi l'anima in modo da poter ospitare il Signore, parendomi che gli Ebrei fossero stati troppo crudeli quando, dopo averlo accolto con tanto trionfo, lasciarono che andasse a mangiare lontano, e facevo conto di trattenerlo con me, benché non gli apprestassi che un soggiorno assai misero, come ora mi accorgo. E così mi abban­donavo ad alcune ingenue considerazioni che il Si­gnore doveva gradire» (Rel. 26).

 

 

L' "Orazione dell'orto"

 

«Non potendo discorrere con l'intelletto, procu­ravo di rappresentarmi Gesù Cristo nel mio interno, specialmente secondo quei tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo, e mi pareva di trovarmi meglio. Mi sembrava che essendo solo ed afflitto mi avrebbe accolta più facilmente, come persona bisognosa di aiuto.  Di simili ingenuità ne avevo parecchie.

Mi trovavo molto bene con 1' "Orazione dell'orto" dove gli tenevo compagnia. Pensavo al sudore e all'afflizione che vi aveva sofferto, e desideravo di potergli asciugare quel sudore così penoso. Ma ripensando ai miei gravi peccati, ricordo bene che non ne avevo il coraggio. Me ne stavo con Lui fino a quando i miei pensieri lo permettevano, perché mi disturba­vano assai» (Vit. 9, 3; cfr. Cam. 27, 4).

 

 

Eucaristia

 

«Il Signore le aveva dato una fede così viva che quando sentiva dagli altri che avrebbero desiderato di vivere al tempo in cui nostro Signore era sulla ter­ra, rideva tra se stessa, sembrandole che possedendo nel SS. Sacramento lo stesso Cristo che allora si vede­va, non vi fosse altro da bramare».

«So inoltre di questa persona che per parecchi anni, benché non ancora molto perfetta, le sembrava di ve­dere con gli stessi occhi del corpo, al momento della Comunione, nostro Signore che le entrava nell'anima. Allora ella procurava di ravvivare la fede, faceva il possibile per distaccarsi dalle cose esteriori e si riti­rava col Signore nella sua anima, dove sapeva di aver­lo visto discendere. Cercava di raccogliere i suoi sen­si per far loro comprendere il gran bene che avevano: dico che cercava di raccoglierli per evitare che impe­dissero all'anima di comprenderlo. Si considerava ai piedi del Signore e, quasi lo vedesse con gli occhi del corpo, piangeva con la Maddalena in casa del Fariseo. Anche allora che non aveva devozione sensibile, la fede non mancava di assicurarla che il Signore era veramente nella sua anima».

«Appena vi comunicate chiudete gli occhi del cor­po e aprite quelli dell'anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso. Vi dico, vi torno a dire e ve lo vorrei ripetere all'infinito, che se vi abituerete a questa pratica ogni qualvolta vi acco­sterete alla Comunione, il Signore non si nasconderà mai così in pieno da non manifestarsi con qualcuno dei molti espedienti che ho detto. Ciò sarà sempre in proporzione al vostro desiderio, potendolo voi desi­derare con tanto ardore da indurlo talvolta a manife­starsi del tutto» (Cam. 34, 6, 7, 12).

 

 

L'amicizia di Dio

 

«La visione di nostro Signore e la continua conver­sazione che avevo con Lui aumentarono di molto il mio amore e la mia fiducia: comprendevo che se è Dio, è anche Uomo, e che come tale non solo non si mera­viglia della debolezza umana, ma sa pure che questa nostra misera natura va soggetta a molte cadute, causa il primo peccato che Egli è venuto a riparare».

«Benché sia Dio, posso trattare con Lui come con un amico. Non è Egli come i signori della terra che ri­pongono la loro grandezza in un esteriore apparato di autorità. Con costoro non si può parlare che in certe ore e nemmeno da tutti. Se un poveretto vuol parlare deve far giri e rigiri, implorar favori e sudar sangue».

«Oh Signor mio e mio Re, se si potesse dipingere la grandezza che in Voi rifulge! È impossibile non riconoscere che siete la stessa Maestà! A guardarVi si rimane pieni di stupore, soprattutto nel vederVi an­che così umile e così pieno d'amore con una creatura come me. Passato quel primo senso di sgomento che nasce dalla vista di tanta Vostra grandezza, si può trat­tare con Voi e parlarVi liberamente. E dopo si ha un altro timore più grande, quello di offendervi, ma non già per paura del castigo, non essendovi allora per l'anima altro maggior castigo che quello di perderVi» (Vit. 37, 5.6; cfr. Ivi, 8-9; 34, 8).