Flavio Poli

ESICASMO E YOGA:
COMPARAZIONI E RAFFRONTI

COMPARAZIONI

ULTERIORI RAFFRONTI POSSIBILI

1. COMPARAZIONI

Il primo, che io sappia, a tentare un raffronto fenomenologico fra yoga e esicasmo fu Mircea Eliade nel capitolo III della sua tesi di dottorato: Yoga. Essai sur les origines de le mystique indienne, che si trasformò, in seguito,  nel volume: Le Yoga. Immortalitè et libertè.

Nel 1952, il celebre bizantinologo Endre von Ivanka pubblicò sul periodico della “Società tedesca di studi orientali” una recensione al I volume della traduzione inglese della Filocalia: Writings from the Philokalia on Prayer of the Hearth, curata Kadloubovsky e Palmer (1951). In questo articolo Ivanka pone agli studiosi il problema se l’influsso indiano sull’esicasmo si debba imputare alla diffusione della Vita di Barlaam e Josaphat, che, come abbiamo già visto, non era altro che la traduzione greca del Lalitavistara buddhista.

In quelo stesso anno, il gesuita Bernhard Schultze pubblica su “ORIENTALIA CHRISTIANA”, il periodico del Pontificio Istituto di Studi Orientali, un’analisi sulla preghiera di Gesù.

Egli nota un parallelismo indiano di un concetto esicastico, fino ad allora, mai considerato. Schultze rileva che l’esicasmo tende all’unione dello spirito e del cuore, per attuare la “guardia del cuore” (Kardiake prosoche). L’attenzione (nepsis) che ne consegue, permette al praticante di essere libero in una totale disponibilità, che non può che condurlo a Dio. Egli afferma che questo procedimento ascetico somiglia a un’operazione dello yoga buddhista. Con ogni probabilità egli allude a una delle “porte” che, secondo il buddhismo, immettono  nella pratica del cammino verso il “risveglio”: l’attenzione alle respirazioni (anapasmrti), il preliminare ascetico che deve essere praticato da coloro in cui predomina il ragionamento (vitarka).

Egli scorge un altro parallelo tra la “guerra spirituale” o “combattimento invisibile” - un tema centrale della spiritualità esicasta che la riprende da s. Paolo - e il dovere di combattere (Karma-yoga) di Arjuna  nella Bhagavadgita. Confesso che stento a vedere la somiglianza fra questi due motivi, ma è probabile che il padre Schultze fosse a conoscenza di testi esicastici che forse ignoro. Sono invece del tutto d’accordo con l’autore qundo traduce: “l’ hesychia è la soppressione dei pensieri” (Die Hesychia ist Gedankenunterdruckung) l’aforisma che Evagrio riprende dalla Scala del Paradiso  di Climaco: “hesychia gar estin apothesis noematon”, e la paragona al secondo sutra della prima sezione degli Yogasutra: “yogas cittavrttinirodhah”.

Zigmund-Cerbu non è d’accordo, in quanto pensa che Evagrio non intenda la distruzione o l’abolizione del flusso mentale, ma l’incanalamento dei “pensieri discorsivi” (logismoi) verso l’attenzione del cuore; egli aggiunge che questa è una chiara differenza fra l’hesychia e lo yoga.

L’anno successivo, 1953, Raniero Gnoli scrisse, su “East and West”, l’articolo Hesychasm and Yoga. dopo aver tracciato una breve storia della spiritualità esicastica, egli cita i famosi passaggi di Niceforo il Solitario   e dello Pseudo-Simeone, poichè questi sono senza dubbio i testi più “tecnici sulla preghiera di Gesù”. Sulla base di questi scritti - e dei loro antecedenti - Gnoli osserva la perfetta corrispondenza fra India e Oriente cristiano circa il metodo della respirazione e la concezione del cuore.  Proprio come la preghiera di Gesù deve essere pronunciata in sintonia  con il processo respiratorio, così la recitazione delle formule rituali (mantra), impiegate nello yoga, deve seguire il ritmo dell’atto respiratorio che si alterna, dal cuore alle narici e viceversa, durante le fasi di aspirazione e di espirazione. Inoltre, anche secondo le più diffuse concezioni indiane, l’universo intero sta racchiuso nel cuore umano. A questo proposito egli cita un  versetto della Paratrimsika, celebre opera dello sivaismo del Kasmir commentata da Abhinavagupta: “Come un grande albero è potenzialmente presente nel seme del banyan, così il mondo intero lo è nel seme del cuore”. Senza l’energia viva del cosmo racchiusa nel cuore, la preghiera è solo un vacuo suono formato da convenzioni.

Per quanto riguarda la concentrazione, Gnoli osserva che il suo scopo è di eliminare le distrazioni  (sanscr. Viksepa) e preparare la mente alla contemplazione. Secondo l’insegnamento degli Yogasutra, la concentrazione è la fissazione della mente su un oggetto chiaramente definito e localizzato. In una delle forme più usuali di concentrazione, tale oggetto è costituito dall’ombelico. In alcuni testi tantrici si trovano riferimenti alla cosiddetta “contemplazione ignea”, ottenuta fissando il centro del ventre. Di solito i metodi yoga prevedono che mediante la concentrazione sull’ombelico si ottenga la conoscenza dell’intera organizzazione corporea.

Sempre secondo Raniero Gnoli, però, i punti di somiglianza, lungi dal limitarsi a dettagli tecnici, si estendono a certe concezioni generali, alla simbologia del cuore, al significato della preghiera, ecc.  Egli pensa che non sia necessario supporre dei contatti, anche se essi possono essersi verificati, specie tramite le correnti mistiche dell’ebraismo………. e dello gnosticismo (la pratica della disciplina del respiro era nota ad alcune scuole gnostiche).

Ma l’esicasmo è senza dubbio un frutto originale della pianta cristiana, anche se ha probabilmente accolto in sé metodi un tempo largamente diffusi nel Vicino Oriente, e che, forse, derivano dallo yoga.

Lo ieromonaco Anthony Bloom, nel suo contributo al volume: Yoga. Science de l’homme intègral pubblicato dai “Cahiers du Sud” nel 1953 – ritiene che se lo yoga è una “tecnica spiritualizzante”, è legittimo parlare di “yoga cristiano” a proposito dell’esicasmo.

Egli opera innanzitutto una interessante suddivisione degli esercizi ascetici in tre gruppi: il primo è costituito da quegli esercizi che non mirano che al corpo, esercitando solo influssi indiretti   sull’anima e sullo spirito; il secondo riunisce le tecniche che piegano il corpo a esigenze che hanno un effetto diretto sulla vita psichica e un riflesso indiretto sulla vita spirituale; il terzo comprende delle pratiche che mettono in opera le potenze psichiche e hanno anche ripercussioni corporee. Di estremo interesse è la lista dei “centri” o luoghi di concentrazione dell’attenzione concepiti dalla “fisiologia mistica dell’esicasmo” , riportata nel paragrafo dedicato alle tecniche somato-psichiche

Lo  ieromonaco Bloom crede di poter individuare, esaminando gli scritti degli esicasti, quattro “centri dell’attenzione”: IL CENTRO CRANICO CEREBROFRONTALE – situato in mezzo alla fronte – che è sede del pensiero astratto, intenso, e tuttavia instabile, perché fondato sulla legge  di associazione; IL CENTRO BUCCO-LARINGEO (base della prima forma di preghiera o orazione giaculatoria) in cui il pensiero si incorpora nella  parola; IL CENTRO PETTORALE (sede della preghiera silenziosa) – situato nella parte mediana o superiore del petto – in cui il pensiero acquista una stabilità superiore, anche se non totale; e, infine, IL CENTRO CARDIACO, in cui l’attenzione è perfetta, la coesione dell’essere completa (l’intelletto è qui unito al sentimento spoglio di ogni emozione e passione).

Nel 1954 apparve su “Byzantinische Zeitcshrift” la risposta (Hesychasmus und Yoga) dell’indologo tedesco Wilfried Nolle nell’articolo di Ivanka.

Dopo aver accennato all’etimologia del termine yoga, a Patanjali e allo yoga buddhista, si sofferma a raffrontare le visioni luminose del Libro dei morti tibetano e le esperienze mistiche della luce “taborica” di alcuni esicasti. Per quanto riguarda l’omfaloscopia egli ricorda un passo di un’opera tantrica, il Kulacudamanitantra, che, però, secondo Zigmund-Cerbu, è un testo troppo tardivo per servire alla comparazione.

Il Nolle presenta poi un breve quadro delle somiglianze  e delle differenze fra le due tradizioni ascetico-mistiche. Tra le somiglianze egli annovera: le “posizioni corporee”; la disciplina del respiro; lo sforzo ascetico per dominare i desideri e le passioni; la tensione verso il raggiungimento di uno stato spirituale in cui l’anima possa sperimentare il divino; le esperienze straordinarie l’acquisizione di certe facoltà  miracolose; e l’importanza attribuita al “maestro”.

Per quanto riguarda le differenze, il famoso indianista ci ricorda che, mentre nel cristianesimo tutto è subordinato all’adorazione della Trinità, nello yoga si mira piuttosto ad ottenere la concentrazione delle forze personali: queste sono certamente conquiste eccezionali, ma non superiori al vertice delle possibilità umane. Le due discipline, secondo questo autore, si incontrerebbero nella vittoria dello spirito sulla materia. Questa conclusione mi sembra, però, eccessivamente cauta. Tralasciando il fatto che è estremamente pericoloso adoperare, trattando di religioni indiane, concetti estranei ad esse, bisogna dire che la sua affermazione conclusiva, equivalendo, in pratica, a dire: esicasmo e yoga sono due cammini ascetici, non significa molto.

Circa la questione degli influssi, egli ritiene che le relazioni tra l’India e la Grecia siano state possibili e che sia anche ormai accertata una precisa influenza buddhista sul cristianesimo alessandrino, com’è dimostrato, ad esempio  dall’articolo di Ernst Benz (Indische Einflusse auf die fruhchristlicheTheologie, 1951). Tuttavia non si tratta di postulare – come si è fatto talvolta in passato – un’origine indiana del monachesimo cristiano, ma di considerare, piuttosto, la possibilità di influenze indirette tramite le religioni medio-orientali, come, per esempio, il manicheismo. Egli aggiunge, infine, che la mistica è un bene comune a tutti gli uomini e a tutte le religioni, derivando dal fenomeno, universalmente diffuso, dello sciamanesimo (affermazione secondo noi completamente errata e fuori dall’ottica teologica dello stesso esicasmo: nota del webmaster curatore).

Nel 1956 fu pubblicato, nel n.4 delle Publications dell’Istituto Francese di Indologia di Pondichèry, una conferenza del compianto padre Jules Monchanin sul nostro argomento (Yoga et Hèsychasme).

Dopo aver brevemente accennato all’associazione dell’ascesi dello yoga con la metafisica del Samkhya, egli ricorda le molteplici forme di yoga connesse alla Bhakti, all’Advaita, ecc. Traccia poi una sommaria presentazione storica dell’esicasmo e affronta infine i problema dei rapporti. Anch’egli esclude l’eventualità di contatti diretti tra gli esponenti delle due vie spirituali, in quanto l’esicasmo non conosce pressochè nessuno di quegli elementi di fisiologia mistica presenti nei Tantra e nello yoga tardivo (Bloom, tuttavia, è di diverso avviso). Non si deve  trascurare invece la possibilità di un influsso indiretto, avvenuto attraverso il sufismo

Tuttavia questa ipotesi gli appare “superflua”, poiché si tratta, con ogni verosimiglianza, di un fenomeno di convergenza. Anche il padre Monchanin, nel corso della sua esposizione, compila una lista delle analogie: alcune posizioni del corpo, la preghiera ripetuta ininterrottamente, il controllo del respiro e la ritenzione del soffio, la concentrazione della mente sull’area cardica, le percezioni luminose e lo stato finale di pace e beatitudine.

Forse nel 1956, fu pubblicata nella Collezione dei “Cahiers Saint-Irénée”, una conferenza tenuta l’anno precedente dal padre Gabriel Bornand dedicata ai punti di contatto fra la meditazione e la preghiera della tradizione esicastica e le “tecniche” orientali corrispondenti.

L’esposizione comincia avvertendo che non si tratterà della superiorità dell’induismo sul cristianesimo o viceversa, poiché è impossibile discernere nella rivelazione cristiana ciò che è essenziale (affermazione anche questa molto discutibile, in quanto l “essenziale del cristianesimo è il Cristo, via, verità e vita: precisazione del webmaster curatore) –  il “fondo” comune - da ciò che è adattato alle tradizioni dei vari popoli – la “forma” particolare. Aggiunge poi che fra l’esicasmo e lo yoga del Vedanta  fra i quali avverrà la comparazione che egli si è proposta, esistono somiglianze e divergenze che si avvertono immediatamente: “Somiglianze, perché entrambe le vie ci fanno intravedere un superamento del nostro stato psicologico abituale. Divergenze, poiché il lessico, l’ascesi, il fine e i fondamenti dottrinali sono talora assai distanti”.

Nell'ambito psicologico egli trova un punto comune nelle due tradizioni: il problema della libertà e della decisione. Prima della decisione, l'uomo si trova sovente costretto a dover scegliere. La scelta è la causa dell'esitazione, e questa, a sua volta, è l'effetto della mancanza di chiarezza spirituale. E' il libero arbitrio che causa questa esitazione, e dunque esso è assenza di "libertà". Ma nella scelta operata, nella decisione consumata, si riacquista la libertà. Questa convinzione, secondo Bornand, traspare tanto nella tradizione esicasta che in certa letteratuta religiosa dell'India ( come ad es., nella Bhagavadgita, il discorso che Sri Krsna tiene ad Arjuna quando esita a combattere contro i suoi parenti). Sia l'episodio di Arjuna che l'esicasmo contraddicono perciò la filosofia occidentale e la sua dottrina del libero arbitrio.

Proseguendo, il padre Bornand stabilisce delle corrispondenze tra la qualità della purezza (sattva) e la pace degli esicasti, la quale è una conseguenza della purificazione del cuore. In entrambe le tradizioni, inoltre, è ignorata l'usuale dicotomia tra contemplazione e azione: gli insegnamenti che esse propongono sono di grande giovamento nella vita quotidiana. Un altro punto di somiglianza si può ritrovare tra l'ascesi e il sadhana, l'attuazione spirituale indù. In India e nel Cristianesimo orientale essa consiste nel liberare l'intelletto (sanscr. buddhi, greco nous) dalle scorie delle passioni, perchè ritorni a dimorare nel cuore, facendo ritrovare all'Uomo la propria unità, che aveva perduta. Entrambi i cammini ascetici consistono "in una interiorizzazione progressiva, in una estinzione delle forze dell'immaginazione". Anche per i cristiani ortodossi, dunque, il cammino verso l'unione, deve essere preceduto da una disgiunzione (in sancr. viyoga) dalle immagini e dalla individualità passionale. Occorre una luce che illumini l'uomo impegnato nel conflitto fra bisogno organico e bisogni psicologici, e trascinato qua e là dalla forza degli istinti.

Sia lo yoga del Vedanta che la via dell'esicasmo sono strumenti - si potrebbe dire "armi - per conseguire rispettivamente, la meditazione senza forma e l'invocazione senza forma. Da questo punto cominciano le differenze tra cristianesimo e religioni indiane. Il cristianesimo non insegna una dottrina di identificazione come il Vedanta, ma pone l'accento sulla assoluta trascendenza di Dio. Così la Rivelazione è un dono gratuito di Dio e non il risultato inevitabile dell'eascesi. I preliminari ascetici sono certamente indispensabili, ma è ancora necessario che Dio si riveli e che l'uomo sia integrato nella comunità della salvezza. Proseguendo nella sua argomentazione, il padre Bornad ha poi la opportunità di contestare ai "tradizionalisti" un certo semplicismo. E, subito dopo, egli si pone la domanda: "Come accade che due itinerari spirituali come la via esicastica e il cammino vedantico, avendo in apparenza un numero così grande di punti comuni non conducono ad un'esperienza comune?". Il fatto è che la libertà è la legge del mondo spirituale. Inoltre, due sono le vie possibili: quella attiva dell'occidente, battesimale e comunitaria; quella passiva dell'oriente, in cui l'uomo prende dimora nell'atman, attendendo che Dio si riveli. La vera via è l'unione di queste due, come ci dimostrano i grandi testimoni del cristianesimo. La mistica d'immanenza del Vedanta non può essere, ovviamente, una mistica trinitaria come l'esicasmo.

Venendo più specificatamente alle TECNICHE dell'invocazione, il padre Bornad afferma che è possibile raffrontarle solo per quanto riguarda il procedimento, ma non  relativamente al valore e alla natura delle parole impiegate. Nell'induismo la sillaba OM rappresenta il suono cosmico, la base di tutti i suoni, un verbo divino ancora impersonale. IL NOME DI GESU' NON E' INVECE UN SIMBOLO METAFISICO, UN OGGETTO DI CONCENTRAZIONE O UN IDEALE PERSONALE, MA IL NOME REALE DEL VERBO DI DIO INCARNATO, IN CUI "L'IMMAGINE DIVINA IMPERSONALE DEVE UNIRSI ALLA TRASCENDENZA DIVINA PERSONALE, POICHE' LA PIENEZZA DEL CAMMINO SPIRITUALE ESIGE DUE COSE: CHE L'UOMO DIVENGA DIO PER GRAZIA E CHE RITROVI SE STESSO IN DIO"

(tratto da F. POLI, Yoga ed esicasmo, Editrice Missionaria Italiana, a cui rimandiamo per l'approfondimento)