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L'INVOCAZIONE
DEL NOME
NELLE ALTRE TRADIZIONI RELIGIOSE

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L'invocazione del nome nell'Induismo |
L'invocazione
costante
Vi sono in Giappone diverse scuole buddhiste, il più delle volte di origine cinese. Tra queste la Jodo-shù, « setta della Terra pura», introdotta dal monaco Ennin (793-864), presenta alcune considerevoli analogie con la preghiera del cuore. Ennin è infatti il divulgatore della pratica del nembutsu, o recitazione del nome del buddha Amitabha, « luce infinita» (in giapponese: Amida). Questo buddha viene definito come maestro del «paradiso dell'Ovest », espressione che non indica un luogo geografico, bensì uno stato della coscienza: la Terra pura. Questa Terra pura dell'Ovest non rappresenta l'ultima tappa del cammino, ma evita a chi l'ha raggiunta di ripiombare in un grado o in uno stato spirituale inferiore. La formula da recitare dice: «Namu Amida-butsu» («Adorazione per il buddha
Amitàbha»).
Nel XII secolo Hònen (1133-1212)
fondò la scuola nella speranza di offrire così una facile via a uomini che
vivevano in tempi di declino religioso. La via santa o difficile era
caratterizzata da
Mentre la Jòdo-shù richiedeva
l'essere monaci, la Jòdo-shin-shù, «vera setta della Terra pura »,
fondata da Shinran (1173-1262), rappresentava la massima espressione
della via detta facile. La Jòdo-shin-shù non era una comunità composta di
monaci, bensì di laici. Per ascendere all'illuminazione non veniva richiesto
alcun particolare sforzo, se non la ripetizione della formula e l'assoluta
fiducia nella grazia di Amida. La setta della Terra pura,
designata col termine amidismo, rappresenta ai nostri giorni la
branca del buddhismo che conta il maggior numero di adepti in Cina e Giappone.
L'INVOCAZIONE CONTINUA NEL BUDDHISMO TIBETANO
SEZIONE IN COSTRUZIONE:
1. L'USO DEI MANTRA NELLA MEDITAZIONE TIBETANA
2. ESICASMO, DZOGCHEN E MAHAMUDRA
Preghiera del cuore e
memoria di Dio nel sufismo
Il sufismo, corrente
fondamentalmente islamica, mostra l'aspetto interiore ed esoterico dell'islam.
Organizzato in confraternite o turuq (plurale di tariqah) riunite
intorno ad un maestro, esso presenta diversi aspetti che ricordano fortemente
quelli che, da parte sua, mette in luce la spiritualità cristiana.
Tra le altre, due sono le
nozioni fondamentali comuni ai sufi e agli esicasti, il cuore e il ricordo di
Dio. L'anima umana è considerata come «capace» di Dio, di cercarlo e di
conoscerlo, e la purificazione del cuore apre la via del ritorno. Il termine
cuore ha due accezioni, indicando il cuore carnale e quello spirituale che ha
sede nell'organo fisico. Per i sufi il corpo umano è il «tempio» di Dio
dove, nella « nicchia » del cuore, brilla la
«lampada», la sua luce. « Né la Mia
terra, né il Mio cielo Mi contengono, ma Io sono contenuto nel cuore del Mio
fedele servo », dice Dio al Profeta.
Il grande mistico e poeta Jalàlo'd-Din
Rumi (1207-1273), fondatore dell'ordine dei dervisci
Dio domanda al suo servo di
invocarlo incessantemente, di pensano in ogni circostanza, e promette: «Ricordatevi di Me. Io mi ricorderò di voi»
(Corano, 2,152).
Dio è
Pace, il cuore rappresenta la sua « dimora di Pace »; per
questo l'invocazione del suo nome dona la Pace (Corano, 13,28). Presso molte
confraternite il ricordarsi di Allah è un esercizio talora solitario, talaltra
collettivo, a volte accompagnato da musica o danzato. I metodi del dikr sono
stati descritti da vari autori. La loro complessità tecnica, i riferimenti alla
padronanza del respiro, alle posizioni del corpo, all'immaginazione, a centri
per i quali passa l'energia sottile risvegliata dalla meditazione, o invece
la loro apparente facilità, non devono trarre in inganno: l'iniziazione costituisce la condizione prima per comprendere
sul serio l'esatto senso di questi testi e la loro applicazione.
Uno dei massimi pensatori
dell'islam, alGazzali (1058-1111) ha sottolineato con queste parole
l'importanza della pratica del ricordo di Dio: «Quando l'uomo si è
familiarizzato con il dikr allora si separa da ogni altra cosa. Ora, alla
sua morte, egli è separato da tutto ciò che non è Dio [...]. Gli resta
solamente il dikr. Se il dikr gli è familiare, ne trae
diletto e si rallegra che siano stati allontanati gli ostacoli che lo
distoglievano da esso [...] cosicché egli si scopre solo con il suo
Diletto. L'uomo pertanto, dopo la morte, trova la sua gioia in questa
intimità; poi, assunto sotto la protezione di Dio, egli ascende dal
pensiero dell'incontro all' incontro stesso».
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UN METODO DI «DIKR» Una
delle pratiche più note consiste nell'accompagnare la formulazione
verbale o mentale del dikr con particolari movimenti. Essi sono di due specie: della
testa o del busto da seduti o del busto e della testa in posizione eretta.
Questo secondo genere di movimento viene praticato collettivamente. Un
movimento abbastanza tipico può venire così schematizzato: |
Cenni sull'invocazione del nome nella mistica ebraica
Le
osservazioni che seguono sono limitate, non rappresentano che un modesto accenno
ad alcuni aspetti della tradizione mistica ebraica, complessa e talora oscura,
ma di una ricchezza che merita d'esser conosciuta dai cristiani.
Il Libro dello splendore (Sefer ha Zobar), commentario esoterico del
Pentateuco), attribuito a Rabbi Shim'on Bar Jochaj (II secolo) e redatto da Mosè
di Leon (XIII-XIV secolo), afferma: «Dio e il suo nome sono una sola cosa».
Il nome è l'affermazione del Dio presente in esso e quindi nell'uomo che lo
invoca. Il nome deve essere santificato in ogni momento, così che colui che
lo invoca venga colmato dalla presenza divina, o shekhinah.
Nel corso dei secoli il termine shekhinah si è arricchito di
complessi significati. Nel Talmud (studio della Legge, cioè della
Torah), la shekhinab è un sinonimo di Dio, della sua presenza immanente.
Al contrario, en-sof (l'infinito, la realtà suprema) indica
l'aspetto trascendente di Dio. « Là dove Israele è stato esiliato, la shekhinah
è presente con lui»: la citazione, desunta da un trattato talmudico,
mostra che Dio non ha abbandonato il suo popolo e sta accanto ad ogni figlio di
Israele che gli sia legato.
Presso i cabalisti (qabbalab, tradizione),
la shekhinah appare come separata dalla divinità e rappresenta l'anima
collettiva di Israele. Nel Medioevo gli esoterici ebraici l'hanno identificata
con l'« ecclesia di Israele» che, come la sposa, è separata da Dio, suo
sposo. Invocando Dio, l'uomo ne attualizza la presenza nel suo cuore e, per
estensione, nel suo intero essere. Il cuore (leb) è in particolare il
ricettacolo del ricordo e la sede della memoria. Occorre legare il proprio cuore
a ciò che si vuole ricordare (Pro 6,21) perché è in esso che sono
custoditi le parole ed i precetti della saggezza (Pro 3,1). L'autore dei
Proverbi non esorta del resto a scrivere i suoi consigli sulla tavoletta del
nostro cuore (Pro 7,3)? E soltanto Dio conosce i segreti del cuore (Sal 44,22),
ove si fortifica la nostra fedeltà a lui.
L'ascesa verso Dio che mantiene viva la
fedeltà richiede la « circoncisione del cuore», come ordina il
profeta Geremia (4,4) e come san Paolo ricorda ai cristiani nella sua lettera ai
Romani (2,29). In ebraico, il termine zakhar indica il ricordo; esso ha
lo stesso significato di quello di dikr presso i sufi. Il termine è
anche analogo a quello che significa «essere maschio» (Gn 1,27):
I cabalisti si sono dedicati al ricordo-invocazione dei nomi divini obbedendo a
regole diverse da quelle in vigore nel sufismo. In proposito, la testimonianza
critica di un anonimo cabalista del XIII secolo descrive il suo incontro con
alcune pratiche sufiche. Nel suo libro dal titolo
L'anonimo autore fu discepolo di
uno dei più noti rappresentanti della cabala: Abraham Abulafia (XIII secolo).
La sua dottrina, o « via dei nomi», è basata sulla mistica del
linguaggio, sullo studio della forma e del significato delle ventidue consonanti
dell'alfabeto ebraico. Erede di una tradizione già antica, egli parte dal Libro
della creazione (Sepher Jetsira), scritto tra il Il e il III secolo.
Quest'opera famosissima contiene l'essenziale delle speculazioni esoteriche
sulla funzione delle lettere e dei numeri nel processo della creazione.
A partire dal Il secolo gli
esoterici identificatono il nome di Dio con il verbo creatore ed elaborarono una
dottrina secondo la quale tutto è stato creato mediante la combinazione delle
ventidue lettere del linguaggio divino. La creazione veniva presentata come un
divino atto di scrittura.
Le prescrizioni del maestro circa la
preparazione del corpo e dell'anima alla meditazione e all'estasi non possono
non ricordare l'insegnamento esicastico: « Preparati a dirigere il tuo cuore unicamente verso Dio
[...]. Siediti nella tua cella e
Per definire un trattato di Abulafia, La
luce dell'intelligenza, il grande studioso della mistica ebraica Gershom
Scholem ha usato l'espressione « yoga giudaizzato ».
In effetti, il grande cabalista, che probabilmente era a conoscenza dei metodi
di concentrazione asiatici, descrive nella sua opera la funzione della
respirazione o delle posizioni del corpo.
(Questa parte è tratta da H-P.
RINCKEL, La preghiera del cuore, ed. Paoline, a cui rimandiamo vivamente
per l'approfondimento).