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Preghiera di Gesù
e orazione del cuore in Occidente

Nel corso di undici secoli la Chiesa fu cattolica e ortodossa. L'Oriente e l'Occidente erano in comunione nella medesima fede e tale unità veniva difesa pur nella diversità di tradizioni locali, di lingue e di culture. Nel 1054 lo scisma tra Roma e Costantinopoli lacerò la Chiesa, sino allora indivisa. Dopo questa separazione, l'Occidente cristiano non dimenticò del tutto la pratica della preghiera costante e l'invocazione del nome di Gesù. D'altra parte la differenza di mentalità e di sensibilità e la lontananza dalla fonte influirono sull'orientamento alla preghiera e sulle sue tecniche.
Due testimoni dell'antichità:
Nella sua Dimostrazione della predicazione apostolica (cap.
XCVII) sant'Ireneo, vescovo di Lione (130-208), parla dell'invocazione
del nome di Gesù in questi termini: «Satana è cacciato fuori
Uno dei primi accenni
alla preghiera incessante ci deriva da san Giovanni Cassiano
(350-435), il quale dimorò presso i padri dei deserti di Nitria e di
Scete, in Egitto, prima di diffondere in Occidente la loro dottrina spirituale.
La regola di san Benedetto (480-547), il cui capitolo XX allude alla preghiera
«breve e pura », cita ampiamente l'opera di san Cassiano. Quanto a questi,
della preghiera breve e frequente viene fatta menzione nelle sue Istituzioni
cenobitiche (libro Il, 10, 3). Ma è nelle Conferenze spirituali che questa
forma di preghiera trova illustrazione attraverso la dottrina dell'abate Isacco.
Isacco insegna che perché si abbia la pura preghiera, i pensieri, i
ricordi e le preoccupazioni debbono essere banditi dal « santuario del cuore ».
Esponendo la fine psicologia dei padri del deserto, l'abate preferisce le
preghiere brevi e frequenti «affinché il nemico che ci insidia non trovi nella
lunghezza una occasione per distrarci» (IX, 36 2, e Istituzioni cenobitiche,
Il, 10, 3). Mediante il controllo sui moti dell'animo, l'uomo riesce a
ristabilire la propria disponibilità alle operazioni della grazia. Ma come
bandire i pensieri? L'abate segnala a questo punto «un segreto che ci è stato rivelato da quei pochi padri
appartenenti al buon tempo antico, ma che vivono tuttora; noi lo riveliamo a
nostra volta a quel piccolo numero di anime che dimostrano una vera brama di
conoscerlo» (X, 10) 3. Il segreto consiste nel ripetere costantemente il salmo
70,2: «Salvami, o Dio, affrettati, o
Signore, alla mia difesa».
Isacco descrive in
seguito una serie di circostanze in cui la recitazione della formula si dimostra
efficace. Il sonno deve chiuderci gli occhi sulle parole del salmo, di modo che
dormendo divenga consuetudine il ripeterle.
Certo, la formula di questa preghiera non è indirizzata direttamente
al Cristo, ma l'abate precisa che, « protetto dal ricordo della passione del
Signore, e dalla meditazione incessante del nostro versetto, [il monaco] sfugge
a tutte le insidie e a tutti gli attacchi del nemico» (X, 11) 4. Tale preghiera
sembra dunque propriamente costituire una formula cristologica, una delle prime
testimonianze della preghiera di Gesù.
Invocazione e
preghiera nel Medioevo
Nel Medioevo « i
contemplativi d'Occidente hanno ricevuto, conservato, sperimentato e in seguito
espresso in un linguaggio denso di poesia biblica, secondo le forme di
civilizzazione proprie del XII secolo in Occidente, quel che era stato
l'insegnamento comune dell'antico Oriente riguardo all'esicasmo»
(dom Jean Leclercq).
Alcune lettere scritte da
monaci certosini di Portes, nel Giura, documentano questa asserzione. A
proposito della vigilanza del cuore, il certosino di Portes Giovanni di
Montemedio (m. 1161) spiega che la parte superiore dell'uomo (lo spirito)
deve essere completamente subordinata a Dio, in maniera tale che anche l'anima e
la carne obbediscano alla ragione e a Dio.
La vigilanza del cuore
permette di realizzare quella purezza senza la quale l'ascesa è impossibile.
In un'altra lettera
Giovanni precisa che l'attenzione deve essere connessa alla volontà e ai
desideri che animano la preghiera, piuttosto che alle parole con le quali questa
viene formulata.
E lo Spirito Santo a
guidarci nella preghiera, lui stesso che prega in noi e mediante noi.
Il fondatore di Portes, Bernardo de
Varey (morto tra il 1156 e il 1159), nel rivolgersi a delle monache,
consiglia loro di combattere i cattivi influssi per mezzo dell'invocazione
del nome di
Il nome di Gesù non viene ignorato neppure dalla dottrina spirituale dei cistercensi. Il nome del Salvatore ispirò san Bernardo (1090-1153). Il suo quindicesimo sermone sopra il Cantico dei cantici, dedicato alla celebrazione dei nomi dello Sposo, contiene gli elementi di una profonda teologia del nome: « Hai questo unguento, o anima mia, racchiuso nel vaso di questo vocabolo che è Gesù, unguento salutare che non resterà senza effetto in nessuna delle tue malattie ». E' il nome di Gesù l'« olio versato » di cui parla la Sposa. « C'è senza dubbio una somiglianza tra l'olio e il nome dello Sposo [...]. Questa somiglianza, secondo me, sta in una certa triplice qualità dell'olio, il quale dà luce, nutre e unge [...]. Guarda ora le stesse cose nel nome dello Sposo. Splende quando è predicato, nutre quando è pensato, invocato lenisce e unge »
Nel commentare l'ultima
parte del Cantico, anche Giovanni di Ford (m. 1220) manifesta la propria
fede: « Quelli che sono segnati dal nome di Gesù, che credono nel nome
di Gesù [...] sanno che Gesù non fa nulla che non sia conforme al suo nome
[...], nulla che non sia buono».
La devozione al nome di Gesù subì ulteriori sviluppi nel XIII secolo.
Tommaso da Celano, biografo di san Francesco d'Assisi (1182-1226),
racconta che questi sembrava « gustare » il nome
di Gesù nel pronunciarlo e che era rapito nell'udirlo. Un
francescano, Gilberto (o Guiberto) di Tournal (m. 1284), redasse un Trattato sul santo nome di Gesù Cristo.
Promossa dagli ordini
mendicanti, la devozione al nome di Gesù si diffuse nel secolo XIV. Ubertino
da Casale (m. 1329), per il quale il nome di Cristo «è tutto »,
propose di farne un'insegna per il popolo cristiano. Con san Bernardino da
Siena (1380-1444) la devozione conobbe una larga diffusione, propiziata dai
suoi sermoni. Egli favorì la pittura e la scultura di piccole tavolette sulle
quali le lettere IHS (abbreviazione del nome di Gesù) figuravano inscritte in
un sole con dodici raggi. Grazie all'influenza delle prediche di san Bernardino
si costituirono alcune confraternite, ad esempio la Confraternita del nome di
Dio.
La spiritualità del
cuore nel periodo delle Riforme
La preghiera del cuore continuò a venir praticata indipendentemente
dall'invocazione e dalla venerazione del nome di Gesù. Sant'Ignazio di
Loyola (1491-1556), fondatore della Compagnia di Gesù, è famoso per i suoi
Esercizi spirituali. Nel 1800 il monaco Nicodemo dell'Athos, certo
attratto dalle analogie con i metodi orientali, pubblicò a Venezia una
traduzione in greco degli Esercizi. Nell' appendice dedicata alle « tre maniere
di pregare », l'accento è posto in effetti sulla concentrazione e sul
ritmo della respirazione, cui va adeguata la recita della preghiera. Il
terzo modo di pregare, chiamato « per compasso » (con misura, ritmicamente),
consiste «nel pregare mentalmente, a ogni inspirazione o espirazione, dicendo
una parola del Padre nostro o d'un'altra orazione che si recita, in maniera tale
che tra l'aspirazione dell'aria e la sua espulsione venga pronunciata una sola
parola e che, nel tempo che separa un respiro da quello seguente, si mediti
soprattutto sul significato della parola pronunciata, o sulla persona cui si
rivolge la preghiera, o sulla propria bassezza »
Alcuni padri spirituali
del XVII secolo, seguaci della scuola di Ignazio, redassero dei trattati di
preghiera nei quali l'educazione del cuore occupa un posto importante. Questi
autori sottolineano il ruolo del sentimento. Il cuore, sede dell' affetto, viene
costantemente connesso a forme elevate di preghiera, ma secondo un modello
talvolta più sentimentale e devoto, in accordo con la mentalità dell'età
barocca.
Il padre Louis
Lallemant (1588-1635) e il suo discepolo Jean Rigoleuc (1591-1658)
elaborarono una dottrina della vita spirituale secondo la quale la purezza
del cuore e la sua vigilanza costituiscono il fondamentale presupposto della
vita interiore. Nel suo trattatello sull'uomo di preghiera, Rigoleuc
sostiene che bisogna adoperarsi per la «cessazione d'ogni sorta di azione »,
così che l'anima poggi su una «pace interiore di base che la disponga a
ricevere l'operazione di Dio ». La vigilanza del cuore deve condurre all'«
unione divina, e di solito non vi si giunge per altra via ».
Per quel che riguarda l'azione ed il ruolo di
Cristo nella preghiera, meritano attenzione alcuni passi della Dottrina
spirituale del padre Lallemant. La devozione al Signore è secondo lui indispensabile
per raggiungere una «sublime perfezione ». Quando prende possesso
dell'interiorità, Dio « domina tutto l'uomo », e quanto più Gesù, « Re dei
cuori e della vita interiore », è dentro di noi, tanto più « egli appare al
di fuori, perché l'esteriore si ammanta delle perfezioni dell'interiore o,
meglio, la grazia interiore si effonde sin sul corpo». Considerando il periodo
e la scarsa diffusione di questi testi, tali considerazioni sulla
trasfigurazione dell'uomo spirituale non sono certo irrilevanti..
La ricerca della
preghiera pura contraddistinse anche l'opera di padre Louis Thomassin
(1619-1695), dell'Oratorio. Nel suo Trattato del divino ufficio egli
ricorda che la preghiera mentale, ben lungi dal costituire un'innovazione,
«non fu mai meglio conosciuta come ai tempi dei primi fervori della Chiesa ».
Nella Francia del XVII secolo la « scuola della preghiera "cordiale"» conobbe
nella figura di Jean Aumont (1608?-1689) uno dei suoi rappresentanti
maggiormente degni di interesse. Questo sedicente « vignaiolo di Montmorency »
pubblicò, nel 1660, un'importante opera di oltre seicento pagine: Inizio
nell'intimo del nostro cuore del regno dell'Agnello immolato. Il libro,
risultato di una profonda pratica spirituale, si presenta come un trattato denso
di richiami ad altri autori e al contempo come una testimonianza personale. Il
progetto dell'opera trae spunto dal capitolo
Jean Aumont, vignaiolo mistico, facendo
uso di pittoresche metafore, esorta l'anima a mantenersi in raccoglimento e
concentrata « nell'alambicco dei nostri cuori e nella fucina accesa della
nostra volontà, così da essere esposta ai colpi ardenti di questo sole d'amore».
Altrove precisa:
Non ci pare di sentire
come un'eco dei testi orientali, i cui temi ci sono ben noti? Discesa dalla
mente nel cuore-origine; ripiegamento dei sensi dalla circonferenza verso il
centro; morte dell'io; mediazione di Gesù...
La ricchezza spirituale dell'opera di Aumont si
palesa inoltre per mezzo di immagini nelle quali il cuore occupa evidentemente
la posizione più importante. Originariamente volte a diffondere il metodo di
preghiera, tali immagini sono state ampiamente divulgate non senza scadere a
sostegno di un moralismo gretto e superficiale.
L'incisione che illustra
l'Inizio nell'intimo del nostro cuore mostra un grande cuore sormontato
da una piccola testa ad esso congiunta per mezzo di un breve tratto verticale.
Dal volto con gli occhi chiusi sino alla parte più profonda del cuore, scende
una via al cui inizio si trova il Cristo crocifisso, unico mediatore in grado di
contribuire all'apertura dei sigilli. Quando l'anima giunge nel fondo del
cuore, Gesù resuscitato la conduce con sé « per farla ascendere felicemente
nella gloriosa immensità della sua Divinita' ».
Jean Aumont pubblicò
anche un Compendio dell'Agnello immolato o Metodo d'orazione, seguito da
massime spirituali. Il testo, meno ponderoso, fornisce quattro illustrazioni
commentate in cui ogni volta ricorre un cuore con sopra un volto
dall'espressione raccolta. All'interno del cuore i simboli sono mutevoli: il
Cristo crocifisso con ai suoi piedi l'Agnello ucciso sopra il libro coi sette
sigilli; Dio Padre posto sopra alla Vergine che tiene tra le braccia il corpo
del figlio; un percorso di « umiliazione interiore » che attraversa sette
gradi (umanità di Gesù, Vergine, angeli, santi, Chiesa, devoti alla passione,
peccatori); una via discendente che traversa il primo, il secondo ed il
terzo cielo, per terminare finalmente in Dio.
Anche autori contemporanei e successivi
a Jean Aumont scrissero dei trattati di vita spirituale le cui immagini del
cuore, ricche di simboli e di allegorie moraleggianti, contribuirono ad elevare
le anime dei ferventi.
Una donna, Madame Guyon (1648-1717),
svolse anch'essa un suolo importante negli ambienti spirituali del suo tempo.
Fece stampare due libretti, i Torrenti spirituali e il Metodo breve e
semplicissimo di pregare. La dottrina ascetica di queste opere, sulla
linea di santa Teresa d'Avila, san Giovanni della Croce, san
Francesco di Sales, riecheggiava elementi
quietistici che Bossuet, vescovo di Meaux, fece
condannare.
Nonostante le
differenze rinvenute tra queste opere rapidamente passate in rassegna, apparirà
chiara la fondamentale importanza del cuore all'interno della spiritualità
cristiana, sia in Oriente sia in Occidente.
Orazione « cordiale » e devozione al Sacro Cuore
Il rischio di far
confusione tra l'orazione «cordiale» praticata in Occidente e la devozione al
Sacro Cuore apparsa nella Chiesa intorno al XVII secolo è serio in ragione del
fatto che, in entrambi i casi, il cuore occupa uno spazio preponderante.
La devozione al Sacro
Cuore rappresenta un fenomeno complesso. Pur senza percorrerne l'evoluzione,
alcune considerazioni permetteranno di scorgere le differenze ma anche i nessi
simbolici con la preghiera del cuore.
Alla base della devozione
al cuore di Gesù sta il vangelo di san Giovanni (3,16; 13,23; 19,34). La piaga
causata dalla lancia nel fianco di Cristo e lo spargimento di sangue e di acqua
sconvolsero i primi cristiani. Il sangue e l'acqua versati ricordarono loro
l'acqua viva, lo spirito che Gesù aveva promesso (Gv 7,37-39). San Giovanni
Crisostomo (347-407) e sant'Agostino (354-430) videro sorgere la
Chiesa dalla piaga così come Eva, la prima donna, era nata dal fianco di Adamo
addormentato.
Gli autori che nel Medioevo meditarono intorno alle piaghe e al cuore di Cristo
contribuirono a coglierne e rivelarne tutto il mistero.
In uno dei suoi ampi
sermoni sul Cantico dei cantici, san Bernardo (1090-1153) dirà che il
segreto del cuore di Gesù si rivela attraverso le piaghe del suo corpo, che
esprimono tutta la sua tenerezza ed il suo amore.
Denominato fontana di
grazia o arca della nuova alleanza, il cuore di Gesù apparve a poco a poco in
tutta la sua simbolica profondità. Il cuore, ricordiamolo, non veniva
considerato sede delle emozioni o dei sentimenti, ma dell'essere e
dell'intelligenza. Secondo santa Gertrude di Helfta (m. 1301), la quale
segna una tappa nella storia della devozione al cuore divino, questo contiene
tutta la pienezza dei misteri della divinità.
Nel XVII secolo, san Jean
Eudes (1601-1680), non ridusse il cuore a sede delle passioni, ma ne esaminò
scrupolosamente i diversi sensi biblici e, nell'opera Il cuore meraviglioso,
definì il Sacro Cuore di Gesù distinguendo
tre cuori che ne formano uno solo pieno d'amore: il cuore fisico deificato, il
cuore spirituale, o parte superiore dell'anima, e il cuore divino, che è lo
Spirito Santo.
La devozione al Sacro
Cuore conobbe un ampio sviluppo e divenne sempre più popolare in seguito alle
rivelazioni di santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) a
Paray-le-Monial. Successivamente la devozione assunse forme talora assai lontane
dalla sobrietà emotiva dei primi testimoni. Nel XIX secolo, in particolare, un
profluvio di immagini popolari sdolcinate e sentimentalistiche, legate a un'interpretazione colpevolizzante
La devozione al cuore di
Gesù e l'invocazione del suo nome possono essere legate nel nostro cuore da un
filo luminoso?
Secondo i trovatori,
messaggeri di una tradizione che ha radici molto lontane, l'amore puro era
quello che univa i cuori. Nel Dell'amore, Andrea Cappellano (fine
del XII - inizio del XIII secolo) scriveva: «Amore che cuori congiunse»,
e i poeti cantavano l'unione di due cuori che, grazie all'amore e in esso, non
sono che una cosa sola...
Non ci resta che
interrogare l'amore...
Non ritorna nel cuore di
Gesù colui che si rammenta di lui e invoca il suo nome con amore e con fede?
Quando il cuore si riempie del nome-presenza di Gesù, vi è posto ancora per altro cuore che non sia quello dello stesso Gesù?
La
citazione che segue, tratta dal ponderoso testo di Jean Aumont Inizio
nell'intimo del nostro cuore del regno dell'Agnello immolato, rende
comprensibile il legame che tiene unito il Sacro Cuore di Gesù al nostro. Si
noti l'allusione alla « virtù » del nome del Salvatore e
l'analisi particolareggiata delle operazioni interiori dovute alta Santissima
Trinità.
« Infine la carità di
Gesù Cristo ci incalza e la nostra salvezza ci sollecita; perché allora non abbandonarci
interiormente, e lasciarci animare e commuovere in modo sovrannaturale da questo
divino strumento d'amore, di gloria, di vita e di luce, attraverso cui egli lega
i nostri cuori al suo; poiché il suo Sacro Cuore aperto non rappresenta
forse il canale e il condotto verginale attraverso cui egli sparge nei nostri
cuori la sua Unzione divina con la virtù del suo nome, e le nobili
proprietà e gli effetti meravigliosi e onnipotenti che all'interno di essi ci
vengono mostrati grazie alle sue divine suggestioni e come operazioni segrete
del Padre di ogni luce che proferisce la sua Parola, e la genera in seno
all'anima, per insegnarle tutto ciò che è necessario e più opportuno alla
vita Perfetta; perché e' proprio della sua missione personale che Gesù venga
detto e proferito dal Padre nei nostri cuori, e che qui egli stesso parli a sé
e parli a noi rivolto a sé e intimamente per sé, e che cosi riversi nei nostri
cuori i pensieri e i sentimenti del proprio, poiché egli è la Parola detta e
proferita dal seno del Padre per eccellenza nell'unico Generato che solo
(Il presente articolo è tratto da H-P. RINCKEL, La preghiera del cuore, ed. Paoline, a cui si rimanda per l'approfondimento)