Preghiera di Gesù  e orazione del cuore in Occidente

 

1. PREGHIERA DI GESU' E ORAZIONE DEL CUORE IN OCCIDENTE

- Introduzione

- Due testimoni dell'antichità: sant'Ireneo e san Cassiano

- Invocazione e preghiera nel Medioevo

- La spiritualità del cuore nel periodo delle Riforme

2. ORAZIONE "CORDIALE" E DEVOZIONE AL SACRO CUORE

3. LA SCIENZA DI GESÙ CROCIFISSO

 

Introduzione

Nel corso di undici secoli la Chiesa fu cattolica e ortodossa. L'Oriente e l'Occidente erano in comunione nella medesima fede e tale unità veniva difesa pur nella diversità di tradizioni locali, di lingue e di culture. Nel 1054 lo scisma tra Roma e Costantinopoli lacerò la Chiesa, sino allora indivisa. Dopo questa separazione, l'Occidente cristiano non dimenticò del tutto la pratica della preghiera costante e l'invocazione del nome di Gesù. D'altra parte la differenza di mentalità e di sensibilità e la lontananza dalla fonte influirono sull'orientamento alla preghiera e sulle sue tecniche.

 

Due testimoni dell'antichità: sant'Ireneo e san Cassiano

Nella sua Dimostrazione della predicazione apostolica (cap. XCVII) sant'Ireneo, vescovo di Lione (130-208), parla dell'invocazione del nome di Gesù in questi termini: «Satana è cacciato fuori dagli uomini e dovunque lo [Gesù] chiami e lo invochi uno di quelli che credono e attuano la sua volontà, egli viene e sta accanto adempiendo le petizioni di quelli che lo invocano con cuore sincero ». Nello stesso libro, il vescovo di Lione esorta ad osservare sempre il sabato, cioè ad offrire un culto a Dio nel suo tempio, il corpo dell'uomo (cfr. 1Cor 3,16). Una teologia del «nome» emergeva nell'opera Contro le eresie. Secondo l'autore, ogni creatura trema nell'invocare Dio. Prima dell'incarnazione gli uomini erano salvati dall'invocazione del Creatore; dopo, i carismi della Chiesa derivano dall'invocazione del nome di Gesù (Contro le eresie, Il, 32, 4-5).

Uno dei primi accenni alla preghiera incessante ci deriva da san Giovanni Cassiano (350-435),  il quale dimorò presso i padri dei deserti di Nitria e di Scete, in Egitto, prima di diffondere in Occidente la loro dottrina spirituale. La regola di san Benedetto (480-547), il cui capitolo XX allude alla preghiera «breve e pura », cita ampiamente l'opera di san Cassiano. Quanto a questi, della preghiera breve e frequente viene fatta menzione nelle sue Istituzioni cenobitiche (libro Il, 10, 3). Ma è nelle Conferenze spirituali che questa forma di preghiera trova illustrazione attraverso la dottrina dell'abate Isacco. Isacco insegna che perché si abbia la pura preghiera, i pensieri, i ricordi e le preoccupazioni debbono essere banditi dal « santuario del cuore ». Esponendo la fine psicologia dei padri del deserto, l'abate preferisce le preghiere brevi e frequenti «affinché il nemico che ci insidia non trovi nella lunghezza una occasione per distrarci» (IX, 36 2, e Istituzioni cenobitiche, Il, 10, 3). Mediante il controllo sui moti dell'animo, l'uomo riesce a ristabilire la propria disponibilità alle operazioni della grazia. Ma come bandire i pensieri? L'abate segnala a questo punto «un segreto che ci è stato rivelato da quei pochi padri appartenenti al buon tempo antico, ma che vivono tuttora; noi lo riveliamo a nostra volta a quel piccolo numero di anime che dimostrano una vera brama di conoscerlo» (X, 10) 3. Il segreto consiste nel ripetere costantemente il salmo 70,2: «Salvami, o Dio, affrettati, o Signore, alla mia difesa».

Isacco descrive in seguito una serie di circostanze in cui la recitazione della formula si dimostra efficace. Il sonno deve chiuderci gli occhi sulle parole del salmo, di modo che dormendo divenga consuetudine il ripeterle.

Certo, la formula di questa preghiera non è indirizzata direttamente al Cristo, ma l'abate precisa che, « protetto dal ricordo della passione del Signore, e dalla meditazione incessante del nostro versetto, [il monaco] sfugge a tutte le insidie e a tutti gli attacchi del nemico» (X, 11) 4. Tale preghiera sembra dunque propriamente costituire una formula cristologica, una delle prime testimonianze della preghiera di Gesù.

 

Invocazione e preghiera nel Medioevo

Nel Medioevo « i contemplativi d'Occidente hanno ricevuto, conservato, sperimentato e in seguito espresso in un linguaggio denso di poesia biblica, secondo le forme di civilizzazione proprie del XII secolo in Occidente, quel che era stato l'insegnamento comune dell'antico Oriente riguardo all'esicasmo» (dom Jean Leclercq).

Alcune lettere scritte da monaci certosini di Portes, nel Giura, documentano questa asserzione. A proposito della vigilanza del cuore, il certosino di Portes Giovanni di Montemedio (m. 1161) spiega che la parte superiore dell'uomo (lo spirito) deve essere completamente subordinata a Dio, in maniera tale che anche l'anima e la carne obbediscano alla ragione e a Dio.

La vigilanza del cuore permette di realizzare quella purezza senza la quale l'ascesa è impossibile.

In un'altra lettera Giovanni precisa che l'attenzione deve essere connessa alla volontà e ai desideri che animano la preghiera, piuttosto che alle parole con le quali questa viene formulata.

E lo Spirito Santo a guidarci nella preghiera, lui stesso che prega in noi e mediante noi.

Il fondatore di Portes, Bernardo de Varey (morto tra il 1156 e il 1159), nel rivolgersi a delle monache, consiglia loro di combattere i cattivi influssi per mezzo dell'invocazione del nome di Cristo. L'invocazione di Gesù aiuta a praticare la vigilanza del cuore.

Il nome di Gesù non viene ignorato neppure dalla dottrina spirituale dei cistercensi. Il nome del Salvatore ispirò san Bernardo (1090-1153). Il suo quindicesimo sermone sopra il Cantico dei cantici, dedicato alla celebrazione dei nomi dello Sposo, contiene gli elementi di una profonda teologia del nome: « Hai questo unguento, o anima mia, racchiuso nel vaso di questo vocabolo che è Gesù, unguento salutare che non resterà senza effetto in nessuna delle tue malattie ». E' il nome di Gesù l'« olio versato » di cui parla la Sposa. « C'è senza dubbio una somiglianza tra l'olio e il nome dello Sposo [...]. Questa somiglianza, secondo me, sta in una certa triplice qualità dell'olio, il quale dà luce, nutre e unge [...]. Guarda ora le stesse cose nel nome dello Sposo. Splende quando è predicato, nutre quando è pensato, invocato lenisce e unge »

Nel commentare l'ultima parte del Cantico, anche Giovanni di Ford (m. 1220) manifesta la propria fede: « Quelli che sono segnati dal nome di Gesù, che credono nel nome di Gesù [...] sanno che Gesù non fa nulla che non sia conforme al suo nome [...], nulla che non sia buono».

La devozione al nome di Gesù subì ulteriori sviluppi nel XIII secolo. Tommaso da Celano, biografo di san Francesco d'Assisi (1182-1226), racconta che questi sembrava « gustare » il nome di Gesù nel pronunciarlo e che era rapito nell'udirlo. Un francescano, Gilberto (o Guiberto) di Tournal (m. 1284), redasse un Trattato sul santo nome di Gesù Cristo.

Promossa dagli ordini mendicanti, la devozione al nome di Gesù si diffuse nel secolo XIV. Ubertino da Casale (m. 1329), per il quale il nome di Cristo «è tutto », propose di farne un'insegna per il popolo cristiano. Con san Bernardino da Siena (1380-1444) la devozione conobbe una larga diffusione, propiziata dai suoi sermoni. Egli favorì la pittura e la scultura di piccole tavolette sulle quali le lettere IHS (abbreviazione del nome di Gesù) figuravano inscritte in un sole con dodici raggi. Grazie all'influenza delle prediche di san Bernardino si costituirono alcune confraternite, ad esempio la Confraternita del nome di Dio.

 

La spiritualità del cuore nel periodo delle Riforme

La preghiera del cuore continuò a venir praticata indipendentemente dall'invocazione e dalla venerazione del nome di Gesù. Sant'Ignazio di Loyola (1491-1556), fondatore della Compagnia di Gesù, è famoso per i suoi Esercizi spirituali. Nel 1800 il monaco Nicodemo dell'Athos, certo attratto dalle analogie con i metodi orientali, pubblicò a Venezia una traduzione in greco degli Esercizi. Nell' appendice dedicata alle « tre maniere di pregare », l'accento è posto in effetti sulla concentrazione e sul ritmo della respirazione, cui va adeguata la recita della preghiera. Il terzo modo di pregare, chiamato « per compasso » (con misura, ritmicamente), consiste «nel pregare mentalmente, a ogni inspirazione o espirazione, dicendo una parola del Padre nostro o d'un'altra orazione che si recita, in maniera tale che tra l'aspirazione dell'aria e la sua espulsione venga pronunciata una sola parola e che, nel tempo che separa un respiro da quello seguente, si mediti soprattutto sul significato della parola pronunciata, o sulla persona cui si rivolge la preghiera, o sulla propria bassezza »

Alcuni padri spirituali del XVII secolo, seguaci della scuola di Ignazio, redassero dei trattati di preghiera nei quali l'educazione del cuore occupa un posto importante. Questi autori sottolineano il ruolo del sentimento. Il cuore, sede dell' affetto, viene costantemente connesso a forme elevate di preghiera, ma secondo un modello talvolta più sentimentale e devoto, in accordo con la mentalità dell'età barocca.

Il padre Louis Lallemant (1588-1635) e il suo discepolo Jean Rigoleuc (1591-1658) elaborarono una dottrina della vita spirituale secondo la quale la purezza del cuore e la sua vigilanza costituiscono il fondamentale presupposto della vita interiore. Nel suo trattatello sull'uomo di preghiera, Rigoleuc sostiene che bisogna adoperarsi per la «cessazione d'ogni sorta di azione », così che l'anima poggi su una «pace interiore di base che la disponga a ricevere l'operazione di Dio ». La vigilanza del cuore deve condurre all'« unione divina, e di solito non vi si giunge per altra via ».

     Per quel che riguarda l'azione ed il ruolo di Cristo nella preghiera, meritano attenzione alcuni passi della Dottrina spirituale del padre Lallemant. La devozione al Signore è secondo lui indispensabile per raggiungere una «sublime perfezione ». Quando prende possesso dell'interiorità, Dio « domina tutto l'uomo », e quanto più Gesù, « Re dei cuori e della vita interiore », è dentro di noi, tanto più « egli appare al di fuori, perché l'esteriore si ammanta delle perfezioni dell'interiore o, meglio, la grazia interiore si effonde sin sul corpo». Considerando il periodo e la scarsa diffusione di questi testi, tali considerazioni sulla trasfigurazione dell'uomo spirituale non sono certo irrilevanti..

La ricerca della preghiera pura contraddistinse anche l'opera di padre Louis Thomassin (1619-1695), dell'Oratorio. Nel suo Trattato del divino ufficio egli ricorda che la preghiera mentale, ben lungi dal costituire un'innovazione, «non fu mai meglio conosciuta come ai tempi dei primi fervori della Chiesa ».

Nella Francia del XVII secolo la « scuola della preghiera "cordiale"» conobbe nella figura di Jean Aumont (1608?-1689) uno dei suoi rappresentanti maggiormente degni di interesse. Questo sedicente « vignaiolo di Montmorency » pubblicò, nel 1660, un'importante opera di oltre seicento pagine: Inizio nell'intimo del nostro cuore del regno dell'Agnello immolato. Il libro, risultato di una profonda pratica spirituale, si presenta come un trattato denso di richiami ad altri autori e al contempo come una testimonianza personale. Il progetto dell'opera trae spunto dal capitolo quinto dell'Apocalisse dove a san Giovanni viene mostrato un libro sigillato con sette sigilli. Nessuno può rompere i sigilli e aprire il libro all'infuori dell'Agnello immolato. Il libro sigillato rappresenta l'anima, anch'essa sigillata da sette sigilli. Il primo sigillo è quello del peccato; il secondo, l'attaccamento ai beni terreni; il terzo, la dedizione ai piaceri dei sensi esteriori ecc. Qual è il mezzo per rompere i sigilli e liberare l'anima? E' «la preghiera di raccoglimento interiore in Gesù crocifisso », «la preghiera "cordiale" » con cui l'anima si ritira in se stessa.

Jean Aumont, vignaiolo mistico, facendo uso di pittoresche metafore, esorta l'anima a mantenersi in raccoglimento e concentrata « nell'alambicco dei nostri cuori e nella fucina accesa della nostra volontà, così da essere esposta ai colpi ardenti di questo sole d'amore». Altrove precisa: «Il cristiano deve riportare all'interno il proprio essere naturale e condurlo verso la sua origine, e cominciare la propria spogliazione dalla testa, col trarre il suo spirito effuso, sparso e moltiplicato negli oggetti esteriori; deve guidarlo e fargli attraversare la fitta selva del suo cuore, e, dal fondo di questo varco angusto, farlo passare attraverso il pertugio della viva pietra, che è Gesù Cristo; e così, passando per la strettezza di questa porta interiore e centrale, egli vi si scortica spogliandosi della nera pelle dell'uomo che era».

Non ci pare di sentire come un'eco dei testi orientali, i cui temi ci sono ben noti? Discesa dalla mente nel cuore-origine; ripiegamento dei sensi dalla circonferenza verso il centro; morte dell'io; mediazione di Gesù...

La ricchezza spirituale dell'opera di Aumont si palesa inoltre per mezzo di immagini nelle quali il cuore occupa evidentemente la posizione più importante. Originariamente volte a diffondere il metodo di preghiera, tali immagini sono state ampiamente divulgate non senza scadere a sostegno di un moralismo gretto e superficiale.

L'incisione che illustra l'Inizio nell'intimo del nostro cuore mostra un grande cuore sormontato da una piccola testa ad esso congiunta per mezzo di un breve tratto verticale. Dal volto con gli occhi chiusi sino alla parte più profonda del cuore, scende una via al cui inizio si trova il Cristo crocifisso, unico mediatore in grado di contribuire all'apertura dei sigilli. Quando l'anima giunge nel fondo del cuore, Gesù resuscitato la conduce con sé « per farla ascendere felicemente nella gloriosa immensità della sua Divinita' ».

Jean Aumont pubblicò anche un Compendio dell'Agnello immolato o Metodo d'orazione, seguito da massime spirituali. Il testo, meno ponderoso, fornisce quattro illustrazioni commentate in cui ogni volta ricorre un cuore con sopra un volto dall'espressione raccolta. All'interno del cuore i simboli sono mutevoli: il Cristo crocifisso con ai suoi piedi l'Agnello ucciso sopra il libro coi sette sigilli; Dio Padre posto sopra alla Vergine che tiene tra le braccia il corpo del figlio; un percorso di « umiliazione interiore » che attraversa sette gradi (umanità di Gesù, Vergine, angeli, santi, Chiesa, devoti alla passione, peccatori); una via discendente che traversa il primo, il secondo ed il terzo cielo, per terminare finalmente in Dio.

Anche autori contemporanei e successivi a Jean Aumont scrissero dei trattati di vita spirituale le cui immagini del cuore, ricche di simboli e di allegorie moraleggianti, contribuirono ad elevare le anime dei ferventi.

Una donna, Madame Guyon (1648-1717), svolse anch'essa un suolo importante negli ambienti spirituali del suo tempo. Fece stampare due libretti, i Torrenti spirituali e il Metodo breve e semplicissimo di pregare. La dottrina ascetica di queste opere, sulla linea di santa Teresa d'Avila, san Giovanni della Croce, san Francesco di Sales, riecheggiava elementi quietistici che Bossuet, vescovo di Meaux, fece condannare. Nel Metodo breve e semplicissimo di pregare, Madame Guyon introduce la preghiera costante del cuore, pratica che «non è altro che l'assiduità del cuore a Dio » e la « chiave della perfezione ». Tale preghiera deve poter essere esercitata da chiunque, qualunque sia il suo ruolo, ed in ogni momento. La preghiera comporta dei gradi: il primo è rappresentato dalla meditazione, che consiste da un lato nel conservare nel fondo del nostro cuore la fede nella presenza di Dio, dall'altro nell' « immergerci » in noi stessi. Il secondo grado, definito preghiera di semplicità, si basa sul raccoglimento che consente all'anima, coraggiosa e disinteressata, di rimanere nel silenzio per dilettarvisi teneramente della presenza divina. Madame Guyon trovò uno strenuo difensore in Fénelon, arcivescovo di Cambrai. Secondo questi, la perfezione cristiana poteva trovarsi solamente negli stati di contemplazione. Contro la religione del timore e l'aspirazione alle ricompense divine, Fénelon sosteneva che l'amore verso Dio di cui si sostanzia la preghiera è veramente puro solo se è affatto disinteressato. Quanto alla quiete, all'hésychia in un certo senso, essa non corrispondeva in Fénelon a una concezione passiva della preghiera, ma a un annullamento di sé che aveva come fine l'essere guidati dallo Spirito Santo. Molte delle accuse mosse contro Madame Guyon e Fénelon furono eccessive e talvolta disoneste. Fénelon vide condannate le sue opere da parte di Innocenzo XII, nel 1699, su richiesta di Bossuet e di Luigi XIV. La disputa tra Fénelon e Bossuet, che nascondeva il fronteggiarsi di scolastici e mistici, scosse fortemente la Chiesa di Francia.

Nonostante le differenze rinvenute tra queste opere rapidamente passate in rassegna, apparirà chiara la fondamentale importanza del cuore all'interno della spiritualità cristiana, sia in Oriente sia in Occidente.

 

             Orazione « cordiale » e devozione al Sacro Cuore

Il rischio di far confusione tra l'orazione «cordiale» praticata in Occidente e la devozione al Sacro Cuore apparsa nella Chiesa intorno al XVII secolo è serio in ragione del fatto che, in entrambi i casi, il cuore occupa uno spazio preponderante.

La devozione al Sacro Cuore rappresenta un fenomeno complesso. Pur senza percorrerne l'evoluzione, alcune considerazioni permetteranno di scorgere le differenze ma anche i nessi simbolici con la preghiera del cuore.

Alla base della devozione al cuore di Gesù sta il vangelo di san Giovanni (3,16; 13,23; 19,34). La piaga causata dalla lancia nel fianco di Cristo e lo spargimento di sangue e di acqua sconvolsero i primi cristiani. Il sangue e l'acqua versati ricordarono loro l'acqua viva, lo spirito che Gesù aveva promesso (Gv 7,37-39). San Giovanni Crisostomo (347-407) e sant'Agostino (354-430) videro sorgere la Chiesa dalla piaga così come Eva, la prima donna, era nata dal fianco di Adamo addormentato. Gli autori che nel Medioevo meditarono intorno alle piaghe e al cuore di Cristo contribuirono a coglierne e rivelarne tutto il mistero.

In uno dei suoi ampi sermoni sul Cantico dei cantici, san Bernardo (1090-1153) dirà che il segreto del cuore di Gesù si rivela attraverso le piaghe del suo corpo, che esprimono tutta la sua tenerezza ed il suo amore.

Denominato fontana di grazia o arca della nuova alleanza, il cuore di Gesù apparve a poco a poco in tutta la sua simbolica profondità. Il cuore, ricordiamolo, non veniva considerato sede delle emozioni o dei sentimenti, ma dell'essere e dell'intelligenza. Secondo santa Gertrude di Helfta (m. 1301), la quale segna una tappa nella storia della devozione al cuore divino, questo contiene tutta la pienezza dei misteri della divinità.

Nel XVII secolo, san Jean Eudes (1601-1680), non ridusse il cuore a sede delle passioni, ma ne esaminò scrupolosamente i diversi sensi biblici e, nell'opera Il cuore meraviglioso, definì il Sacro Cuore di Gesù distinguendo tre cuori che ne formano uno solo pieno d'amore: il cuore fisico deificato, il cuore spirituale, o parte superiore dell'anima, e il cuore divino, che è lo Spirito Santo.

La devozione al Sacro Cuore conobbe un ampio sviluppo e divenne sempre più popolare in seguito alle rivelazioni di santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) a Paray-le-Monial. Successivamente la devozione assunse forme talora assai lontane dalla sobrietà emotiva dei primi testimoni. Nel XIX secolo, in particolare, un profluvio di immagini popolari sdolcinate e sentimentalistiche, legate a un'interpretazione colpevolizzante del cuore ferito di Gesù, è stato felicemente compensato dalla vita e dall'opera dell'eremita del Sacro Cuore Charles de Foucauld (1858-1916).

La devozione al cuore di Gesù e l'invocazione del suo nome possono essere legate nel nostro cuore da un filo luminoso?

Secondo i trovatori, messaggeri di una tradizione che ha radici molto lontane, l'amore puro era quello che univa i cuori. Nel Dell'amore, Andrea Cappellano (fine del XII - inizio del XIII secolo) scriveva: «Amore che cuori congiunse», e i poeti cantavano l'unione di due cuori che, grazie all'amore e in esso, non sono che una cosa sola...

Non ci resta che interrogare l'amore...

Non ritorna nel cuore di Gesù colui che si rammenta di lui e invoca il suo nome con amore e con fede?  

Quando il cuore si riempie del nome-presenza di Gesù, vi è posto ancora per altro cuore che non sia quello dello stesso Gesù?

    

LA SCIENZA DI GESÙ CROCIFISSO

La citazione che segue, tratta dal ponderoso testo di Jean Aumont Inizio nell'intimo del nostro cuore del regno dell'Agnello immolato, rende comprensibile il legame che tiene unito il Sacro Cuore di Gesù al nostro. Si noti l'allusione alla  « virtù » del nome del Salvatore e l'analisi particolareggiata delle operazioni interiori dovute alta Santissima Trinità.

« Infine la carità di Gesù Cristo ci incalza e la nostra salvezza ci sollecita; perché allora non abbandonarci interiormente, e lasciarci animare e commuovere in modo sovrannaturale da questo divino strumento d'amore, di gloria, di vita e di luce, attraverso cui egli lega i nostri cuori al suo; poiché il suo Sacro Cuore aperto non rappresenta forse il canale e il condotto verginale attraverso cui egli sparge nei nostri cuori la sua Unzione divina con la virtù del suo nome, e le nobili proprietà e gli effetti meravigliosi e onnipotenti che all'interno di essi ci vengono mostrati grazie alle sue divine suggestioni e come operazioni segrete del Padre di ogni luce che proferisce la sua Parola, e la genera in seno all'anima, per insegnarle tutto ciò che è necessario e più opportuno alla vita Perfetta; perché e' proprio della sua missione personale che Gesù venga detto e proferito dal Padre nei nostri cuori, e che qui egli stesso parli a sé e parli a noi rivolto a sé e intimamente per sé, e che cosi riversi nei nostri cuori i pensieri e i sentimenti del proprio, poiché egli è la Parola detta e proferita dal seno del Padre per eccellenza nell'unico Generato che solo deve parlare ed essere detto nel fondo del cuore cristiano, ed esservi ascoltato; perché parlandovi, e parlandovisi in se stesso, vi produce l'Amore del Padre e del Figlio; e questo divino Amor Padre e Operatore di tutte le divine relazioni, società, unioni e Divini Amori tra questi beni della vita resuscitata di Gesù, vi fa scorrere la preziosa pozione della nostra salvezza, il Calice che crocifigge sino al fondo dell'anima ». « Di un povero uomo di campagna (Jean Aumont) senza altra scienza né studio che quello di Gesù crocifisso ». (L'inzio nell'intimo del nostro cuore del regno dell'Agnello immolato, Parigi 1660).

 

(Il presente articolo è tratto da H-P. RINCKEL, La preghiera del cuore, ed. Paoline, a cui si rimanda per l'approfondimento)