S. PIERDAMIANO
SCRITTI SULLA VITA EREMITICA

LE ISTITUZIONI AVELLANITICHE

(De suae Congregationis Institutis - Opusc. XV)

 


L'opuscolo è stato scritto circa il 1050.57 e diretto ad un monaco di nome Stefano, desideroso di conoscere il modo di vivere proprio degli eremiti.

Si può dividere in due parti: nella prima che va fino ai cap. XV, dopo i primi cinque capitoli che dicono della vita  eremitica in genere, si tratta delle osservanze in uso nell'Eremo  di Fonte Avellana,  che sono  austerissime.  Questo estremo rigore il Santo è deciso a mantenerlo finché vivrà; ma poiché comprende che non dappertutto né sempre potrà esigersi tanto,  nella seconda parte, prima traccia delle regole mitigate, possibili a tutti, poi dopo sapientissimi insegnamenti per vivere e progredire in solitudine, parla del priore dell'eremo, dei suoi doveri, della sua dottrina.


 

 

PRIMA PARTE:  CAPITOLI I-XV

 

 

 A Stefano fratello carissimo, rinchiuso per amore di celeste carità, Pietro, l'ultimo servo della croce di Cristo, salute fraterna.

 

Ho ricevuto, o dilettissimo figlio, la tua onesta domanda con cui mi chiedi di essere informato, mediante un mio scritto, sulle regole della vita eremitica. Hai lasciato infatti la via larga del monastero e ti sei chiuso con grande fervore nell'angusto carcere di una cella. Non è da disprezzare la tua domanda, e d'altra parte non si tratta di cosa oziosa o di poco momento; anzi chi sapesse farlo convenientemente, certo gioverebbe non poco anche ai posteri. Ma noi che, per la nostra vita, in questa professione siamo gli ultimi, non possiamo avere la temerità di farla da maestri con le parole, come fossimo giudici o guide. Sarebbe come mettere il carro innanzi ai buoi, se la lingua si arrogasse, per così dire, la ferula dottorale su gli altri, quando la vita è ancora sotto la bacchetta sui banchi della scuola.

Ma come si fa a non ubbidire ad uno che, messasi la propria volontà sotto i piedi, ha fatto proposito di ubbidire a Dio in ogni cosa? La carità fraterna mi obbliga, e mi trovo tra due fuochi: da una parte vorrei soddisfare ai tuoi desideri, dall'altra non oso oltrepassare i limiti della mia pochezza. La cosa più sicura sarà di non formulare delle regole eremitiche, ma di limitarci a esporre semplicemente quello che si pratica in questa nostra congregazione e che noi stessi conosciamo di nostra esperienza.

Così, più che prescrivere quello che si deve osservare dagli eremiti, dirò quello che si usa praticare in quest'eremo, sia quanto al luogo che alle persone. Il che, del resto, non credo sarà senza frutto di chi vorrà leggere per amore di carità, perché è certo che a raggiungere l'apice della perfezione, se i precetti muovono, gli esempi trascinano.

 

 

CAPITOLO I

Elogio della vita solitaria

 

Tu, o fratello, hai colto bene nel segno, quando hai scelto di tornare a Dio non per una via qualunque, ma per la via aurea. A ciò non ti mosse la prudenza della carne, ma, senza dubbio, lo Spirito di Dio. Questa infatti è la via che, tra quante menano alle cime, è la più nobile ed eccelsa: essa colloca già nella patria chi la percorre, essa in certo modo già ricrea e consola nel riposo colui che suda ancora nella fatica. Questa via, a chi vi cammina, non punge le piante con le spine delle ansietà e non infanga nelle brighe mondane. Ora questa via è larga e stretta al tempo stesso, in modo che, chi vi cammina accompagnato da desideri di cielo, non inciampa malamente per strettezza e non si disvia per larghezza. Se ai principianti apparisce angusta e difficile, presto, con l'aiuto della grazia di Dio e della fede, si fa agevole, nè si abbandona per incostanza o pusillanimità. Per coloro poi che ci sono adusati e sono già vicini alla perfezione o vi sono giunti, la vita eremitica è non solo facile, ma sembra in certo modo una via larga. Tuttavia essi non smettono di portare la croce dietro a Gesù, perché da un lato seguitano a reprimere la loro volontà, dall'altro non cessano di combattere le tentazioni dei loro pensieri.

Insomma, la donna che hai preso, o fratello, non è come le mogli di Giacobbe, una delle quali, essendo sterile, non generava figliuoli, l'altra, avendo gli occhi cisposi, era deforme: essa ha la fecondità di Lia e la venustà di Rachele; è tale insomma che i tuoi occhi saranno limpidi per contemplare l'eterno Principio, e al tempo stesso avrai imitatori in gran numero del tuo nobile esempio.

    Questa è la donna di cui si dice che il suo abbigliamento è fortezza e decoro (Prov 31, 25). È proprio infatti della vita eremitica lavorare al raggiungimento di un ideale sublimissimo, così da esser sempre pronti e solleciti a mostrare decoro e nobiltà di animo. Questa è colei di cui anche è scritto che pose mano ad opere forti e che le sue dita strinsero il fuso (ivi); giacché il buon cultore di questa vita, con fervido desiderio, si slancia ogni giorno verso grandi cose, pur serbandosi sempre attento a non trascurare le minime. Questa può rivendicare per sè la dignità delle due sorelle di Lazzaro, perché con Maria, sedendo ai piedi del Signore, attende alle parole divine, e con Marta ricrea il Signore con i cibi molteplici delle sante virtù.

Ma perché trattenermi ancora a descrivere i meriti di questa santa vita? Per dire tutto in breve, molte sono le vie per le quali si va al Signore, diversi sono gli ordini nel popolo fedele, ma, tra tutte, nessuna come questa è tanto diritta, tanto sicura, tanto breve, tanto libera da inciampi e da precipizi, perché da un lato essa elimina quasi tutte le occasioni di peccato, dall'altro favorisce moltissimo le virtù che ci fanno accetti al Signore: essa, in certo modo, ci toglie la possibilità di peccare, e, nel tendere al bene, ci impone quasi una dolce necessità... Tutto questo, chi si degnerà di cercarlo, lo troverà espresso anche più chiaramente in altri miei poveri opuscoli.

Insomma, a questa santa vita, dirò meglio, a questa vita vivificante quadra a puntino ciò che è detto da Salomone: “Molte figlie adunarono grandi ricchezze; tu le superasti tutte quante” (Prov 31, 29).

 

 

CAPITOLO II

Origine della vita eremitica

 

Prima di parlare dei rami, l'ordine richiede ch'io cerchi diligentemente la radice e l'origine di questa istituzione, facendo conoscere quanti ne furono i fondatori. E’ bene veder prima la fonte per poi attingere più sicuramente ai rigagnoli.

Questa maniera di vita, per tacere dei più antichi, nel Vecchio Testamento fu iniziata da Elia; Eliseo, dopo, formatosi una scuola di discepoli, la propagò. Nel Nuovo Testamento Paolo ed Antonio stanno in eguale rapporto con i due anzidetti, perché dalla storia sappiamo che Paolo visse solitario nell'eremo, e Antonio si associò in questa professione un gran numero di discepoli.

Del resto sappiamo che anche Mosè agli inizi della Legge condusse per quarant'anni il popolo pel deserto, mentre per altrettanti giorni il nostro divin Redentore consacrò il deserto sui primi albori della grazia evangelica: testimone san Marco, il quale dopo narrato il battesimo, subito aggiunse: “E immediatamente lo Spirito lo spinse nel deserto, e vi rimase quaranta giorni e quaranta notti, tentato da satana; e viveva con le fiere" (Mc 1, 13). Parimenti il Battista fu di questa vita non mediocre assertore, il quale, non certo per virtù umana, scelse di vivere nel deserto senza umano cibo o conforto.

 

 
 

CAPITOLO III

Doppio genere di eremiti

 

Dall'origine e dal successivo svolgersi di questa istituzione si vede, dunque, che l'ordine degli eremiti è duplice: altri vivono nelle celle, altri, vagando qua e là per le solitudini, non hanno dimora fissa. Quei che si aggirano nella vastità dell'eremo comunemente si chiamano anacoreti, gli altri, invece, che hanno celle, sono detti eremiti. Il nome comune è divenuto loro proprio.

Però gli eremiti di oggi reputano superbia assumere tale denominazione, e, per amor di umiltà, preferiscono chiamarsi penitenti. Degli anacoreti furono come le primizie fin dall'antichità i figli di Gionadab, che, come attesta Geremia, non bevevano vino nè sicera, abitavano sotto le tende, e dove la notte li coglieva, si fermavano. Di costoro si dice nei salmi che per primi subirono la schiavitù, perché, devastando i Caldei la Giudea, furono costretti a ritirarsi in città; e per essi le città erano carceri, mentre stimavano dolce dimora di riposo le solitudini del deserto.

Ma noi, ai santi anacoreti che ai nostri tempi sono pochi, o nessuno, ci contentiamo di esibir riverenza, e ci rivolgiamo solo agli eremiti.

 

 

 

CAPITOLO IV

Come si devono combattere le tentazioni della carne e del diavolo

 

Chi entra nella cella eremitica per combattere il diavolo, e scende nell'arena dell'agone spirituale col cuore pieno di fervida arditezza, deve drizzare tutto lo sforzo della mente a non sentire più, neppure per un attimo, le dilettazioni della carne, a vivere morto a sé stesso e al mondo. Si prepari quindi a tollerar disagi e penuria, si voti a morire per Cristo, cinga i lombi della sua mente con gli strali delle virtù, si ponga davanti le cose dure ed aspre, affinché poi, quando gli sopraggiungano, non ceda vilmente scoraggiato per non averle previste, ma tutto sopporti con animo eguale.

Il fiume alla sua sorgente scaturisce piccolino, ma poi scendendo per lungo declivio e ricevendo di qua e di là altri ruscelli s'ingrossa; così il nostro uomo interiore incomincia piccolino e quasi arido il suo viaggio nella vita santa, ma a poco a poco col crescere delle virtù, come per l'afflusso di molti ruscelli, cresce e via via si irrobustisce.

Quando si vuole incanalare la corrente di un fiume, bisogna far argine vicino alla sorgente, facendogli la diga e ostacolandolo nel tratto dove ancora non è fiume ma solo rigagnolo. Chi s'incammina alla reggia compie il primo tratto di strada in compagnia di pochi; man mano poi si aggiungono altri compagni e la comitiva aumenta. Ora, se un nemico vuol tendergli insidie, questi si pone in agguato non lontano dal punto di partenza, perché non sfugga al suo assalto improvviso essendo ancora poco numeroso il drappello. Anche noi ci mettiamo in cammino verso la reggia del nostro Re, quando ancora rozzi come nuove reclute giuriamo su le nostre armi spirituali; ma poiché ancora non siamo inquadrati nella schiera dei santi studi dell'anima e le molteplici virtù della perfezione non ci sostengono, ecco che proprio allora, quasi nel vestibolo di casa nostra, il nemico sornione ci prepara gli agguati. Quivi egli congegna e dispone i tranelli della sua astuzia, i suoi lacci e le sue arti maligne, quivi le macchine dei suoi inganni e le frodi della sua pestifera furbizia: vuol turbare il rigagnolo ancora tenue dell'opera buona, per estinguerlo prima che scenda al basso e gli vengano in aiuto i compagni.

Ma tra tutto cotesto grandinar di saette, tra cotesta tempesta di incalzanti battaglie, il campione di Cristo non deve impallidire, ma premunendosi con lo scudo dell'invitta fede, tanto più confidare nel conforto dell'aiuto di Dio, quanto più aspri sono gli impeti degli infestanti assalitori. Non dubiti punto, perché se riuscirà a superare incolume l'assalto della prima tentazione, ben presto i suoi nemici fuggiranno e soccomberanno, ed egli, fatto più gagliardo, canterà vittoria.

     Per questo, lo spirito insidiatore vomita tutto il suo fiele contro i novizi, per questo spande contro di essi il veleno della sua astuta e seduttrice malizia: egli non ignora che, se allora falliscono i suoi assalti, non avrà più modo di nuocere; anzi non essendogli riuscito lo sgambetto, rimarrà vinto e scornato: non avendo prevalso coll'inesperto, soc­comberà col provetto.

 

 

 

CAPITOLO V

Tre cose soprattutto necessarie agli eremiti: la quiete, il silenzio, il digiuno

 

E’ da avvertire che, come chi si avvia verso gli eterni beni deve coltivare tutte le virtù interne dell'anima, così ve ne sono tre esterne che vanno tenute presenti a preferenza delle altre; e sono la quiete, il silenzio e il digiuno.

Le altre pratiche si devono avere ordinariamente in devozione o in abitudine; queste tre invece vanno tenute con familiare assiduità in esercizio. Come è proprio del sacerdote celebrare la Messa, del dottore predicare, così è proprio dell'eremita starsene quieto in silenzio e in digiuno. Per questo troviamo detto dagli antichi maestri di questa vita.. 'Siedi in cella, raffrena il ventre e la lingua, e sarai salvo (Vite dei Padri).

Il ventre si tiene a freno perché riempiendosi di cibo non infetti con la sua corruttela il rimanente del corpo; la lingua perché se non è tenuta a disciplina svuota l'anima di tutto il vigore della divina grazia e la snerva della sua salutare rigidezza. Peraltro in queste cose devesi usare discrezione e modo, altrimenti gli animi deboli finiscono coll'abbandonar tutto come un peso insopportabile. Come dunque promisi dapprincipio, spiegherò in breve la vita che si pratica in questo eremo, affinché, ponendotela come una certa qual norma davanti agli occhi e ricorrendovi con diligente attenzione, tu non possa sbagliare nè oltrepassando nè tenendoti troppo al disotto.

 

 

 

CAPITOLO VI

Regola dei digiuni e dei pasti

 

Dal quattordici settembre fino a Pasqua di resurrezione da noi si osserva il solito digiuno di cinque giorni alla settimana. Dall'ottava di Pasqua fino al venerdì dopo la Pentecoste, i giorni di digiuno sono quattro; con questa regola: che si fanno due pasti anche il martedì e il giovedì, oltre la domenica che tutti rispettiamo; in quel periodo, infatti, possiamo cibarci un po' più abbondantemente, quantunque i sacri canoni non vietino ai monaci il digiuno.

Dall'ottava di Pentecoste fino alla natività di S. Giovanni Battista, il martedì si passa ai monaci la pietanza, ma a nona; il giovedì si fa pranzo e cena. Finalmente, dalla festa di S. Giovanni fino al quattordici settembre, il martedì e il giovedì si mangia due volte, gli altri quattro giorni si fa digiuno come al solito, salvo sempre il caso se qualcuno sta poco bene, perché subito, secondo la necessità, gli si usa ogni carità e indulgenza. Nelle feste di dodici lezioni che ricorrono dal quattordici settembre a Pasqua, i fratelli mangiano una sola volta, eccettuate le seguenti solennità: Ognissanti, S. Martino, S. Andrea, la settimana di Natale e il giorno dell'Epifania e dell'Ipapante ("incontro", 2 febbraio) nei quali giorni, secondo l'uso, si duplicano i pasti. Nelle altre feste, i fratelli devono limitarsi a una sola refezione.

Si noti poi che non tutte le feste solite a celebrarsi nei monasteri si solennizzano nell'eremo, e per lo più qui si usa trasferirle al martedì o al giovedì, eccetto le principali che, per la loro riverenza, non si possono rimettere. Molte poi, che non sono di prim'ordine, in quaresima e nel resto dell'anno, le celebrano con dodici lezioni il cellerario e quei che abitano con lui vicino alla chiesa; ad essi, se il priore lo crede, ma assai raramente, concede qualche indulgenza nel cibo: gli altri che vivono nelle celle separate, non uscendo fuori, fanno tre lezioni e osservano il digiuno secondo l'uso. Per digiuno noi intendiamo pane, sale ed acqua soltanto; quando si aggiunge qualcos'altro, nell'eremo non si chiama digiuno. Nelle due quaresime precedenti il Natale del Signore e la Pasqua, vi sono dei fratelli che passano tutta la settimana in digiuno, vivendo ogni giorno a pane ed acqua fuorché le domeniche; alcuni, non solo nelle feste di ambedue le quaresime ma anche le domeniche, si astengono dai cibi cotti. Noi veramente da principio avevamo proibito questi digiuni nelle domeniche per riverenza alla santa resurrezione, ma fummo costretti a permetterli di nuovo dietro insistenza di questi buoni fratelli. Si cibano di pomi, di radici d'erbe, di legumi rinvenuti nell'acqua o lessi.

Neppure vogliamo tacere che nel principio di ambedue le quaresime, tutti, monaci e laici, osservano digiuno stretto, in modo che chi non può astenersi totalmente dal cibo si contenta di pane e d'acqua e nient'altro.

      La consuetudine è che i fratelli la domenica abbiano due pietanze in tutti i tempi dell'anno, ad eccezione delle due quaresime: in queste e in tutte le feste dei santi ne basta loro una sola. Negli altri giorni nei quali il digiuno è temperato, se si fanno due pasti si danno due pietanze, una per pranzo e una per cena: se la refezione è unica, unica è anche la pietanza. L'uso di due pietanze fu permesso, contro la consuetudine eremitica, per il fatto che quassù è cosa molto rara avere offerte dai forestieri, ma dove il luogo è frequentato da fedeli devoti, questo duplicato di pietanze non ha più ragione e quindi cessa. Così, nell'eremo da noi costruito sulle pendici del Suavicino, non si conosce in tutti i tempi che una sola pietanza

Dal vino per parecchio tempo ce ne astenemmo, tanto che qui neppure i secolari e gli ospiti, e nemmeno il giorno di Pasqua, bevevano altro fuor che acqua: il vino si teneva solo per il santo Sacrifizio. Ma poiché quelli che qui abitavano cominciarono a illanguidirsi e a venir meno, ed altri che desideravano di entrare si spaventavano di una regola tanto rigida, condiscendendo alla fraterna, o diciamo meglio, alla comune debolezza, permettemmo che si facesse uso di vino, purché con moderazione e sobrietà. Non potendo lasciarlo interamente con Giovanni, cerchiamo con Timoteo di accordarne al nostro stomaco con sobrietà e umiliandoci; e poiché non possiamo essere astemi del tutto, non mancheremo almeno di essere sobri. Tuttavia nelle due quaresime si è conservata sempre la consuetudine di non dar vino nè ai monaci nè ai laici; come pure nelle stesse quaresime non si passa se non una sola pietanza, ad eccezione delle quattro solennità di S. Andrea, di S. Benedetto, della domenica delle Palme e del Giovedì santo, nei quali giorni solenni, ringraziando Iddio, i monaci ricevono pesce e vino.

Il sabato santo e la vigilia della Natività del Signore, per sollievo dalle fatiche dei lunghi uffici, chi vuole può mangiare l'intera porzione del pane; altro in più non ricevono nè i monaci nè i laici. Tre sole ottave si celebrano durante l'anno nelle quali in quest'eremo non si è obbligati al digiuno: l'ottava di Pasqua, di Pentecoste e di Natale. Alcuni però, siccome non sono abituati ed è loro grave mangiare due volte il giorno per tutta la settimana, se umilmente lo chiedono, si permette loro di digiunare alquanto anche in quei giorni; quantunque nell'ottava di Pentecoste anche la tradizione della Chiesa e dei padri comanda il digiuno. Nelle ottave di ogni altra festa seguiamo l'ufficio ecclesiastico come vuole l'ordine, ma non mutiamo il tenore del digiuno.

 

 

 

CAPITOLO VII

Regole per i servi

 

Tutta la casa del Signore deve essere sotto la disciplina e l'ordine della regola, ed ogni membro agire nel corpo secondo l'ufficio che gli compete; perciò anche i domestici che servono nell'eremo non devono deviare dall'ordine loro assegnato. Essi in tutto l'anno osservano il digiuno di uso tre giorni la settimana; nelle quaresime, quattro, eccettuati quelli che sono mandati lontano in viaggio. Del resto, dovunque vadano, si astengono sempre dai cibi di grasso ed è loro proibito come ai monaci di posseder qualcosa di proprio. Alcuni si alzano pure di notte per assistere alla recita del salterio con quei fratelli che dimorano presso la chiesa.

Entrando al servizio dell'eremo fanno professione nel modo seguente:

 

Io N. N. prometto ubbidienza e perseveranza per tutto il tempo della mia vita in quest'eremo che fu edificato a onore di Dio e della santa Croce, per timore di nostro Signor Gesù Cristo e per rimedio dell'anima mia. Che se un giorno tentassi di fuggire di qui o di partirmi, possano i servi di Dio che qui dimorano, con piena loro autorità e diritto, ricercarmi e richiamarmi, coattivamente e con la forza, al loro servizio.

 

A questa promessa sottoscritta essi appongono il segno di croce e, facendosela leggere da qualcuno dei fratelli alla presenza di tutti, la depongono sull'altare.

I monaci non fanno altra professione che quella che si usa nei monasteri; soltanto mutano il nome di monastero con quello di eremo.

Del resto a chiunque vuole entrare, monaci o laici, non si omette di proporre omnia dura et aspera (Reg. c. 53): l'estremità e la nudità delle vesti, la penuria dei cibi, la rinunzia alla propria volontà, le durissime correzioni, le continue ingiurie, riprensioni, travagli e fatiche. Queste e molte altre sono le pratiche che noi tralasciamo di proposito, perché sappiamo esser praticate ugualmente nei monasteri per regolare tradizione.

 

 

 

CAPITOLO VIII

La misura del pane. Gli esercizi spirituali

 

Nell'eremo la misura del pane è la stessa che nel monastero, con questo di particolare che, nei giorni di uno o di due pasti, se l'eremita vuol consumarlo tutto, libero lui: mentre nei giorni di digiuno, poiché ogni eremita tiene in cella la sua bilancia, deve sempre pesare il quantitativo da prendere per la refezione. Per misurarlo tiene questo modo: mette sulla bilancia metà della pagnotta più un mezzo quarto, e lascia da parte l'altro quarto e mezzo: ma per togliere ogni incertezza, si sappia che nove uova di anatra o tre di oca, messe su la bilancia, danno ugual peso. E per i digiuni e la misura del cibo, riteniamo che basti.

Per quello invece che si riferisce agli esercizi di devozione, quale ne sia il fervore continuo, quale la sollecitudine, quanto operosa e vigile la frequenza, io mi perito a scrivere, perché potrebbe sembrare ch'io faccia vana ostentazione di me che dimoro con questi santi fratelli ma non ne seguo gli esempi. Mi sia permesso di dire soltanto che qui sono molto in uso prostrazioni, discipline a colpi di verga e simili esercizi; ma poiché tu stesso, o fratello carissimo, puoi apprendere tutto ciò dalla viva voce di coloro che li praticano, non occorre che io ti descriva ogni cosa minuziosamente.

 

 

 

CAPITOLO IX

La salmodia

 

L'uso della salmodia è che, quando due stanno insieme nella stessa cella, recitino due salteri il giorno, uno per i vivi e uno per i morti. Quello dei vivi si dice con le aggiunte che vi faceva San Romualdo e che qui volentieri inserisco, affinché l'eremita novizio non mi rimproveri di aver tralasciato delle cose troppo necessarie a sapersi.

Recitati dunque cinque salmi, si aggiunge: Gloria tibi Trinitas aequalis; una Deitas, et ante omne saeculum et nunc et in perpetuum. Orate pro nobis, omnes sancti Dei; ut digni efficiamur promissionibus Domini nostri Jesu Christi - Pater noster. Appresso si dice: Adiutorium nostrum in nomine Domini; qui fecit coelum et terram; e dopo altri cinque salmi: Te Deum Patrem ingenitum, te Filium unigenitum, te Spiritum Sanctum Paraclitum, sanctam et individuam Trinitatem toto corde et ore confitemur laudamus atque benedicimus. Tibi gloria in saecula: amen!- Domine Deus, in adiutorium meum intende; Domine ad adiuvandum me festina. Confundantur et revereantur inimici mei, qui quaernnt animam meam. - Adiutor et liberator meus esto, Domine, ne tardaveris. - Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto. Ciò detto si ripete: Adiutorium nostrum in nomine Domini. E così ogni cinque salmi si aggiungono sempre alternativamente queste invocazioni, fino al termine del salterio, compresi i tre cantici domenicali e gli altri della settimana, e senza omettere le aggiunte che si hanno in fondo al salterio, cioè il Te Deum, il Nunc dimittis, i due simboli, il Gloria in excelsis; il Pater noster con la Fede cattolica, e finalmente le litanie con le rispettive orazioni che sogliono concludere il tutto.

Il salterio dei morti si dice con nove lezioni, tre ogni cinquanta salmi.

L'eremita, che dimora solo, recita tutti i giorni il salterio dei vivi per intero; quello dei morti per metà o tutto secondo la possibilità. La salmodia delle ore canoniche, come nel monastero, sì celebra anche qui nel medesimo ordine.

 

 

 

CAPITOLO X

Il silenzio

 

    Nelle celle si osserva silenzio continuo come in chiesa: in esse non si permette di parlare l'uno con l'altro neppure per confessione, eccetto che il priore non conceda licenza per breve tempo ai novizi e ai loro maestri di parlare alquanto.

Se occorre, si dice ciò che è necessario, nel recarsi alla chiesa. In verità abbiamo appreso per esperienza come è grande rovina di anime quando si permette di confabulare liberamente nelle celle, perché mentre i fratelli ancora deboli di spirito si fanno visite col pretesto di confessarsi, con quattro parole sbrigano la confessione, e poi, sciolto il freno alla lingua petulante, passano subito ad altro e si dilungano in chiacchiere frivole e del tutto oziose. Dimenticato presto il motivo per il quale vennero, cominciano a sparlare dei confratelli e spesso anche dei superiori, mordendo con livido dente quelli che dovrebbero amare con grande sincerità e purità. Poi passano a cose secolaresche, e si disputa nella cella di ciò che si dice, di ciò che si fa nella città: la fama non l'ha ancora portato alle orecchie del mondo, e spesso ne sono già pieni i recessi dei monti! Aggiungi che, trovandosi soli, più sono sicuri di non esser ripresi, più sputano liberamente ciò che lor viene alla lingua. Così quelli che erano venuti per purgarsi, messo insieme contagio con contagio, tornano più sporchi di prima.

 

 

 

CAPITOLO XI

Le osservanze monastiche

 

    Penitenza non piccola è anche questa, che in ogni tempo, sia d'estate che d'inverno, nelle celle non si usano scarpe nè calze, ma si sta sempre coi piedi e con le gambe nude, eccettuati naturalmente quei che soffrono di qualche grave infermità.

È regola dei monasteri che, quando si va in viaggio e si spera di poter tornare in giornata, si aspetti a mangiare al ritorno; presso di noi si usa di rimaner digiuni anche se si torna il giorno seguente. Quanto alle altre osservanze della regola monastica, tutto ciò che si segue in un regolare e stretto monastero, si osserva anche qui non meno scrupolosamente e fedelmente. L'ubbidienza è prontissima e si eseguisce con grande slancio, qualunque cosa venga comandata. Altrettanto si dica del non dare nè ricever nulla senza l'ordine del superiore; del non aver nulla di proprio, del silenzio nel chiostro vicino alla chiesa, nei giorni festivi e in tutte le ore proibite.

    In capitolo, nell'oratorio, in refettorio si segue l'ordine della regola; non si parla con gli ospiti, non si apre bocca nel venire e nel tornare dalla chiesa: e tante altre cose di questo genere che tralasciamo di proposito, per evitare lungaggine e fastidio.

    Non parlo della viltà e asprezza delle vesti, della durezza e povertà dei letti, del rigor del silenzio, dello studio continuo, del ritiro. Quello però che sopra tutto emerge, quello che giustamente prevale su tutte le virtù dei santi, è la grande carità che regna tra questi fratelli, la grande unione di volontà cementata dal fuoco dell'amore scambievole, la quale fa si che ciascuno si ritenga nato non per sé ma per tutti; che il bene altrui sia bene suo, e il suo, per estensione di amore, sia comune ad ognuno.

 

 

 

CAPITOLO XII

Pietà verso i defunti

 

Quando muore qualche nostro fratello, ognuno digiuna per lui sette giorni, si infligge sette discipline di mille colpi l'una, fa settecento genuflessioni, recita trenta salteri e per trenta giorni consecutivi si celebrano, in suo suffragio, trenta messe.

Tale è la regola pei defunti, che in questo non deve mai subire alterazioni; questa la consuetudine che si osserva sempre rigorosamente e inviolabilmente. Se poi qualcuno muore novizio o è prevenuto dalla morte senza aver potuto soddisfare la sua penitenza, appena la cosa perviene a notizia dei fratelli, questi, dividendosi tra loro la penitenza stessa, se l'assumono interamente e, per molta che sia con varie mortificazioni la compiono in breve tempo con animo generoso e lietamente.

Felici ricchezze della carità che non solo si prodigano ai viventi, ma seguono altresì dopo la tomba! Felici, ripeto, perché attingono alle ricchezze della generosità fraterna e giungono in buon punto là dove non supplisce più l'opera nostra: quando a dei poveri peccatori che non hanno nulla e che devono ripagare fino al centesimo, la carità dei fratelli viene in aiuto e pareggia tutto il debito.

Non minor gioia mi cagiona il vedere che, quando taluno nell'eremo apparisce un po' sofferente, subito tutti a gara si fanno a domandargli come sta, che cosa si sente, e pregano e insistono che si abbia riguardo, si curi e rallenti un poco la rigidezza regolare; e non solo gli suggeriscono quello che ciascuno crede necessario, ma si offrono spontaneamente e dì buon animo a servirlo in tutto.

E basti questo poco della vita che si fa adesso in quest'eremo, perché da queste brevi note si possa raccogliere quello che si deve pensare del resto.

 

 

CAPITOLO XIII

Esortazione

 

Quanto ti ho esposto, o carissimo figlio, circa la vita dei nostri fratelli, tienilo davanti agli occhi e consideralo diligentemente. Pesa anche le tue forze con la bilancia di un rigoroso esame, affinché, o che ti trovi scarso o che sopravanzi, mirando continuamente al traguardo, non ti accada di sviarti per gli andirivieni dei viottoletti.

     Il pittore traccia dapprima, in piccolo, l'immagine su di un foglio, ma poi riduce il disegno alla misura del quadro che sta dipingendo, e a questo adatta e proporziona le singole parti; tu altrettanto, secondo le forze che il Datore dei beni t'ha infuso, prendi queste regole e praticale; così conoscerai quanto nel caso tuo dovrai diminuirle o aumentarle per sovrabbondanza di grazia. Taluni, infatti, possono passare tutta la settimana in digiuno senza difficoltà, mentre altri con difficoltà non piccola lo sopportano appena due giorni. Ma il merito che acquistano gli uni e gli altri non è differente, perché i forti compiono opere forti, e i deboli non lasciano il poco che possono. Per questo difficilmente si può fissare una regola comune dì digiuno, perché si corre rischio o di costringere i forti a languire, o i deboli a tentare prove superiori alle forze. "Ciascuno ha un dono proprio, chi in un modo chi in un altro" (1 Cor. 7, 7).

Leggiamo anche dei nostri Padri antichi che, pur vivendo in comune non tennero tutti lo stesso metodo. Ognuno dunque consideri bene le sue forze e non s'inganni stoltamente sognando una debolezza immaginaria, ma, come le forze permettono si sottometta generosamente alla disciplina della sobrietà e al rigore dell'astinenza.

 

 

 

CAPITOLO XIV

Di quei che si danno a un genere più stretto di vita

 

Anche tra noi, del resto, ci sono alcuni che camminano per via ben diversa da quella qui descritta, stringendosi ad una regola di vita molto più rigida.

Alcuni non bevono mai vino in nessuna occasione, e nemmeno fanno uso di aceto; altri non prendono mai nè uova, nè latte, nè formaggio, e neppure strutto. I più ricusano i materassi come se si trattasse di molli strati di piume, contenti di semplici stuoie di giunco, aborrendo anche l'uso dei pagliericci. Altri rifiutano, come molli e delicati, persino gli asprissimi cilizi e indossano sulle carni loriche di ferro. C'è uno che per tutto l'anno, anche nei giorni di festa e nelle domeniche, si contenta di un mezzo pane soltanto. Questo tale per circa un anno e mezzo, cinque giorni la settimana non toccò cibo di sorta, prendendo il vitto solo il giovedì e la domenica. Adesso la domenica e il giovedì si ristora dopo nona con una sola pietanza, senza voler sapere della seconda. Vi è pure chi, per amore di sobrietà e di astinenza, si è proposto di astenersi non solo dai frutti, ma perfino dalle cipolle, dai porri e da ogni specie di agrumi. Vi è chi, nell'una e nell'altra quaresima, si ciba ogni giorno di due pugni di ceci; il giovedì poi sempre, e il martedì talvolta, di pane soltanto. Questi tiene sempre cinta sui lombi una catena di ferro, perché mai gli accada di varcare i limiti di una refezione penitenziale.

Mi confessò uno dei nostri vecchi che, quando mangiava da solo nella sua cella, non si concedeva subito il cibo secondo lo stimolo della fame, ma prima aspettava e trattenendosi, piano piano e a pezzettini, si metteva in bocca piuttosto minuzzoli che bocconi. Si tormentava col tenersi a stecchetto anche durante il pasto, sicché il cibo più che ricreare affliggeva, e la refezione doveva dirsi meglio defezione, perché non rifaceva dilettando, ma piuttosto disfaceva affliggendo.

    Ripresi un nostro giovane, di età ancor troppo tenera, e lo feci anche battere aspramente, perché si nutriva di un solo quarto di pan di crusca per giorno; e così a stento potei finalmente ottenere che se ne permettesse due quarti. Egli allora portava sulla carne una maglia di ferro e dalla domenica al giovedì non aveva preso alcun cibo; gli altri giorni aveva mangiato pane solo.

Abbiamo un fratello, ancora giovinetto e di religione novizio, che usa recitare tutto il salterio con le braccia stese in alto, deponendole, quando non ne può più, ogni cinquanta salmi; poi, prima ancora di aver terminato un salmo, le risolleva. Ne abbiamo un altro, vecchio e curvo, che canta due salteri tenendo le braccia stese continuamente: uno coi cantici, le litanie e molte orazioni, l'altro per i morti con nove lezioni. 

Dirò, ma chi sa se si presterà fede alle mie parole che pure sono verissime: comunque poco importa se l'umana cattiveria ci taccia di falsi, quando ci giustifica la verità suprema. Vi è uno fra noi che talvolta, in un giorno e una notte, percorre mentalmente nove salteri, e nel frattempo si batte continuamente con ambedue le mani armate di flagelli. Egli intanto non si abbandona al sonno mai nè la notte né il giorno; solo qualche volta, prostrandosi col corpo in terra, il sonno lo coglie all'improvviso sul pavimento, e quel poco gli basta.

     Questi una volta si lagnò con me perché, potendo recitare in tal modo nove salteri, non gli era mai riuscito di poter compiere il decimo.

Conosco un fratello il quale mi confessava che, salmeggiando, faceva tante genuflessioni quanti sono i versetti del salterio: e pensare che il salterio è composto di circa quattromila versetti, a quanto dicono quei che si presero la pena di contarli.

Di questo non voglio dir più, perché da una parte temo di offendere coloro di cui parlo, e dall'altra arrossisco, freddo qual sono, di convivere e descrivere il fervore degli altri mentre non ne condivido le opere. E però credo meglio lasciar tali prove agli uomini più perfetti e gagliardi; e le stesse regole sopra descritte sarà bene mitigarle ancora con modesto temperamento: così, mentre i più validi si accalorano con celere remeggio a vogare per l'alto mare delle virtù, i deboli, costeggiando la spiaggia, non restino impigliati, con la loro barchetta oscillante, nelle sirti sabbiose della mediocrità.

 

 

 

CAPITOLO XV

Del digiuno degli eremiti

 

Tuttavia, perché le cose che scriviamo non siano lasciate al capriccio senza regola fissa, noi crediamo che chi dimora nell'eremo e non è ammalato da stare a letto, per tutto l'anno sia d'estate che d'inverno, con l'aiuto di Dio, può digiunare benissimo in pane ed acqua tre volte la settimana. E poiché, per tradizione canonica, si può digiunare anche il sabato, non gli sia grave ritardare anche il sabato la sua refezione fino a nona, così da prendere un solo pasto, ma poter bere vino e avere una pietanza, conforme all'indulgenza di questa nostra regola. E ciò tuttavia nell'estate, perché dal quattordici settembre fino alle sante gioie di Pasqua, devesi digiunare quattro volte la settimana. Se però si sentisse molto debole, anche d'inverno potrà temperare il digiuno del sabato o con dei legumi bagnati o con radici d'erbe o anche con della frutta, in modo però che, prendendo gli uni, non aggiunga gli altri, a meno che non glielo richieda una vera necessità. Insomma, per riguardo dei pusillanimi e se, veramente, la necessità lo esige, si segua pure anche nell'inverno la disposizione permessa per l'estate.

Anche per le feste che si celebrano nell'inverno e nelle quali dicemmo che si usa fare un sol pasto, si possa duplicare la refezione come si fa nei cenobi. Nelle quaresime precedenti il Natale e la Pasqua, il martedì e il giovedì l'eremita abbia la pietanza; e la domenica e le principali feste, nonché il giovedì, beva anche vino; ma in tempo di quaresima gli eremiti si limitino a una sola pietanza quando fanno un sol pasto; quando lo duplicano, ne prendano una a pranzo e una a cena. Negli altri tempi ne abbiano sempre due; e la domenica e le altre feste più solenni, concediamo anche la terza.

 

 

CONTINUA.....